Gli anni sessanta negli Stati Uniti - Prima parte

di Gianluca Turconi

Dai movimenti studenteschi e di piazza per i diritti civili interrazziali all'affermazione del femminismo e delle droghe come fenomeno sociale, passando per eventi traumatici quali la guerra in Vietnam e gli omicidi politici dei Kennedy e di Martin Luther King. Analizziamo le basi per ambientazioni noir e punti di digressione per opere di storia alternativa.

La nascita del movimento studentesco

Gli anni cinquanta negli Stati Uniti furono caratterizzati da profondi mutamenti sociali e politici che avrebbero avuto grandi conseguenze solo nel decennio successivo. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, col rientro in patria di milioni di soldati americani, si era verificato un vero e proprio baby boom che avrebbe aumentato il numero di iscrizioni alle scuole superiori e alle università nei primi anni sessanta. Inoltre, il dilagante sentimento anticomunista, fomentato dal movimento maccartista, contribuì a creare un oscurantismo ideologico che non permetteva alcun confronto tra le nuove e le vecchie generazioni.

Permaneva, tuttavia, un ampio benessere economico derivante da un'economia mondiale in grande crescita del quale gli Stati Uniti beneficiavano più di tutte le altre nazioni. Tale ricchezza, se da un lato permetteva ai figli della media borghesia di accedere con maggiore facilità alla costosa istruzione secondaria (gli studenti universitari tra i 18 e i 22 anni passeranno dal 15% del 1940 al 44% del 1965), dall'altro evidenzieranno le profonde disparità sociali tra i ceti privilegiati e il proletariato, soprattutto nero.

Gli studi che si sono occupati della nascita del movimento studentesco americano, hanno spesso faticato a individuare le cause del suo fiorire proprio agli inizi degli anni sessanta. Le condizioni non erano differenti dagli anni che li avevano preceduti e non si sarebbero discostate granché da quelle che sarebbero seguite. Allora per quale ragione in quel decennio ci fu la più alta concentrazione di proteste giovanili che la storia americana ricordi? Si può affermare che una concomitanza di elementi, innocui se presi distintamente, resero turbolenti i campus delle università americane. Innanzi tutto, l'insegnamento impartito sia dai genitori sia dalle strutture universitarie. I primi, educati all'austerità e al tradizionalismo degli anni trenta e quaranta, per reazione si lasciarono andare a un permissivismo eccessivo, anche influenzato dalle teorie pedagogiche del dottor Spock che divenne il modello di migliaia di mamme statunitensi. Le seconde, nel tentativo di sopperire alle carenze educative parentali, si preoccuparono più della moralità dei propri iscritti che della loro preparazione culturale. In quest'ambiente di lassismo familiare e di repressione istituzionale, i giovani americani non riconobbero se stessi, né culturalmente né socialmente.

Nelle grandi università americane, prime fra tutte Berkeley e Harvard, gli studenti cominciarono quell'attività di smantellamento delle tradizioni che il sociologo Daniel Bell definì "la rivoluzione del sapere". Davanti a una politica e a una società che si richiamavano unicamente al realismo e al pragmatismo, i giovani cominciarono a ricercare nuovi ideali di esistenzialismo derivati dalla lettura di filosofi e romanzieri francesi, principalmente Camus e in modo minore Sartre. La presa di coscienza della mancanza di una meta precisa allo sviluppo sociale americano sconvolse le certezze che ostinatamente i genitori avevano inculcato nei propri figli. Il "sogno americano" aveva creato una società dedita alla ricchezza e allo sfruttamento del prossimo, almeno per quel che pensavano le giovani leve. Daniel Bell ci ha dato un'altra definizione che ben si adatta a questo periodo e cioè che negli anni sessanta si giunse a una "fine delle ideologie", nel senso che il patriottismo, l'americanismo, la democrazia ultraconservatrice che avevano caratterizzato i due decenni precedenti furono aborrite dai giovani che fecero tabula rasa del proprio patrimonio culturale e ne cercarono uno nuovo, non preconfezionato.

L'influenza comunista

Furono veramente anni senza ideologie? Gli studenti non si richiamarono ad alcun ideale politico o sociale precedente? Non sarebbe corretto rispondere affermativamente a entrambe le domande. Il movimento studentesco americano, sebbene sostanzialmente apolitico nei suoi sviluppi, fu alle origini profondamente influenzato dal pensiero socialista e comunista, ma con grandi differenze rispetto a ciò che sarebbe accaduto successivamente in Europa, per esempio nelle incubatrici del marxismo giovanile delle università di Oxford e Francoforte. Nel Vecchio continente ci si rifaceva all'ortodossia comunista, al marxismo appunto, o al più a un maoismo di nuova creazione. Negli Stati Uniti, dopo il maccartismo, un appello così aperto al marxismo non era più possibile. La repressione politica e culturale era stata troppo forte per consentire un'inversione di tendenza che riportasse in auge il pensiero comunista puro, di rivolta di classe e di governo del popolo, inteso come proletariato. Gli adolescenti americani che avrebbero protestato nelle piazze e nelle università venivano da famiglie senza problemi economici e non conoscevano la dura vita del ghetto o delle campagne. In aggiunta a ciò, la classe tradizionalmente vicina alle idee comuniste, cioè gli operai, negli Stati Uniti era non soltanto poco propensa a cambiamenti, ma addirittura sosteneva apertamente il governo. I sindacati, dopo le dure battaglie degli anni trenta, si erano ammansiti e integrati nel sistema produttivo americano che nell'immaginario collettivo regalava ricchezza a tutti.

Perciò, a quale tipo di socialismo si richiamarono gli studenti per fondare quella che sarebbe divenuta la Nuova Sinistra Americana? Essenzialmente a un comunismo più romantico e scevro da connotazioni strettamente politiche. Un comunismo naif di eguaglianza sociale a tutti i costi, di giustizia e di eliminazione delle disparità razziali. A dare grande spinta a questa visione non tradizionale fu soprattutto la rivolta castrista. La generazione degli anni sessanta che stava velocemente conformandosi ai modelli rappresentati da Ginsburg nel suo Howl e da Jack Kerouac con On the road, letteralmente si innamorò della rivoluzione cubana. Tra il 1958 e il 1961, anno in cui il Dipartimento di Stato americano proibirà i viaggi a Cuba oltre che in Cina e Albania, migliaia di studenti si recarono nell'isola caraibica per prendere contatto con "l'impero del male" come Ronald Reagan avrebbe etichettato in seguito il mondo comunista.

L'entusiasmo e l'ardore delle truppe castriste dovette essere contagioso, perché tra il 1960 e il 1963 furono create un discreto numero di associazioni americane che si richiamavano agli insegnamenti comunisti e socialisti. Tra esse è doveroso citare il Progressive Labour Party (Plp), la Student Peace Union (Spu), la Young People Socialist League e il W.E.B. Du Bois che prendeva il nome da uno studioso afroamericano curiosamente divenuto comunista all'età di novant'anni. Tutti questi gruppi, pur essendo molto attivi, rimasero sempre di scarso peso numerico. Le ragioni furono essenzialmente due: lo stretto controllo del FBI, al quale erano sottoposti tutti i soggetti che si professavano comunisti, e la volubilità degli interessi dei giovani. Analizzando più a fondo quest'ultimo punto, si può notare come l'appartenenza a un gruppo organizzato non durasse spesso che pochi mesi e solo per determinate cause. Sovente i giovani si riunivano unicamente per proteste localizzate, senza nessun altro tipo di finalità.

Ciò è particolarmente vero se si analizzano gli interessi degli Students for Democratic Society (Studenti per una società democratica, Sds) la più grande organizzazione studentesca creata negli Stati Uniti. Nata nel 1960, fu completamente rifondata nel 1962, seguendo i principi dettati nella "Dichiarazione di Port Huron", un manifesto ideologico quasi interamente scritto da Tom Hayden. Nello scritto si rivendicava il diritto dei giovani americani di modificare l'ineguaglianza sociale e politica esistente negli U.S.A, attraverso un'azione diretta. Quest'azione si manifestò dapprima con la collaborazione con il Movimento per i Diritti Civili negli Stati del Sud. Gli studenti universitari bianchi dedicavano le loro estati libere alla lotta per l'abolizione della segregazione e per l'eguaglianza sociale, in collaborazione con le associazioni nere per tutto il periodo 1961-1964. Però, il crescente numero di incidenti e repressioni di manifestazioni non autorizzate, minò alla base la collaborazione interrazziale. (n.d.r. vedasi la sceneggiatura di Chris Gerolmo per il film Mississippi Burning o il romanzo omonimo che ne è stato tratto, scritto da Joel Norst) I movimenti neri, particolarmente insoddisfatti dell'aiuto fornito dai giovani bianchi, cominciarono a confluire nei nazionalisti del "Black Power" di cui parleremo in seguito. L'attenzione degli Sds si spostò così su quelle stesse istituzioni che li ospitavano per buona parte dell'anno: le università. Come già spiegato, le istituzioni di studio erano viste come classiste e negatrici del diritto fondamentale a una libera educazione. Per mutare lo status quo si formò un movimento spontaneo denominato "movimento per la libertà di parola" in cui ebbe grande ruolo la stessa organizzazione Sds.

I primi scontri veri e propri avvennero nell'università di Berkeley nel 1964. La causa scatenante fu abbastanza futile. Il rettore dell'università proibì la distribuzione di materiale politico fuori dei cancelli del campus. Teoricamente la ragione era dalla parte degli studenti, perché la zona di distribuzione non era sotto l'autorità dell'università, ma nella pratica l'intervento della polizia impediva qualsiasi attività in prossimità delle strutture universitarie. Fu così decisa l'occupazione del campus che coinvolse diverse migliaia di studenti. Gli incidenti che seguirono lo sgombero forzato dell'università, portarono all'attenzione di tutta la nazione il nuovo movimento studentesco. Alcuni dei leader del movimenti furono arrestati e tra essi anche Mario Savio che fu accusato di aver picchiato selvaggiamente un poliziotto. La repressione forzata non fece altro che aumentare il desiderio di libertà dei giovani. Altre manifestazioni meglio organizzate si svolsero nella primavera del 1965 dando maggiore forza al Free Speech Movement. Nonostante l'aumento degli iscritti al Sds che diventò la prima organizzazione a livello nazionale con sedi in tutti gli stati dell'Unione, mancava un vero progetto e una dirigenza che dettasse le direttive da seguire. Fu così che l'interesse per ogni nuova lotta scemava velocemente col passare della furia del momento: i diritti civili, la libertà di parola, la guerra del Vietnam, la libertà sessuale furono prima elevati a dogmi di fede per poi essere velocemente abbandonati.

La protesta contro la guerra in Vietnam

Con l'escalation del conflitto nel Vietnam attraverso l'invio di truppe regolari a partire dal 1965, ci fu anche un mutamento nelle finalità, sempre molto confuse, dei movimenti studenteschi. Dalla lotta sociale, si passò a una contestazione politica. Si attaccava il governo per il presunto imperialismo dimostrato nell'intervenire in una guerra così distante da non essere sentita come "giusta". Tutti i conflitti armati precedenti nella storia americana erano stati dipinti come "lotte per la libertà" e come tali ammantati di patriottismo e di retorica. Nell'era della televisione, le menzogne potevano essere facilmente smascherate. Nell'agosto 1965 il giornalista Morley Safer della NBC, la rete televisiva nazionale americana, trasmise un servizio giornalistico in cui si vedeva un plotone di soldati statunitensi che dopo aver rastrellato un villaggio vietnamita in cerca di Vietcong, incendiava senza ragione le capanne e le coltivazioni. Lo sdegno provocato dalla rivelazione di comportamenti crudeli e inumani perpetrati dai soldati americani, innescò una reazione di indignazione collettiva tra i giovani, gli stessi che avrebbero dovuto partecipare alla guerra come reclute.

Incendio di un campo base Vietcong - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

L'incendio di un campo base Vietcong da parte di soldati statunitensi durante la guerra in Vietnam. Le corrispondenze della stampa americana dal sud-est asiatico furono di fondamentale importanza per mostrare al pubblico la differenza tra la guerra virtuale dei comunicati stampa presidenziali e quella reale dei combattimenti e dei rastrellamenti.

Inizialmente la protesta fu pacifica. Si organizzarono sit-in in molte università e cortei di protesta. Gli studenti pensavano che in una democrazia vera come quella statunitense fosse sufficiente mostrare ai propri politici gli errori che avevano commesso affinché essi correggessero il proprio comportamento. L'ingenuità di un tale pensiero è sicuramente spiegabile con un pacifismo cieco che era dilagante tra i giovani. Nessuno in quel primo periodo avrebbe mai neppure immaginato che il governo degli Stati Uniti avrebbe proseguito nel conflitto nel sud est asiatico, arrivando addirittura a utilizzare armi veramente meschine quali il napalm e i defoglianti chimici. A sollevare parzialmente il velo che copriva gli occhi di questi adolescenti rivoluzionari, sopraggiunse il sempre maggior numero di cartoline precetto per il richiamo alle armi. Al termine della guerra, ben 1.800.000 giovani americani avrebbero trascorso almeno sei mesi in Vietnam come membri delle forze armate. La risposta non fu collettiva, ma generalmente individuale. Si moltiplicarono le fughe all'estero, specialmente in Canada e Svezia, nonché il crescente numero di esoneri per cause mediche tra i ceti medio-alti che fece sospettare una certa connivenza tra i medici che certificavano le malattie e le famiglie dei richiamati alle armi.

Queste due soluzioni erano possibili solo per coloro che disponevano di denaro a sufficienza per pagare o l'esilio o il tanto discusso certificato medico. Per tutti gli altri rimanevano il Vietnam oppure la clandestinità. La divisione tra studenti bianchi e gli studenti neri che, provenendo da famiglie più povere, non poterono evitare la guerra, fu una delle spiegazioni per il rapido declino d'importanza degli Sds. Dopo una marcia sul Pentagono a cui parteciparono circa 75.000 persone, l'organizzazione Sds aveva creduto che fosse giunto il momento di creare un partito politico che riunisse tutti i gruppi sparsi per il paese in un'unica formazione per perorare al Congresso la causa giovanile. Così in una Conferenza generale tenuta a Chicago si tentò di trovare delle finalità comuni a tutti i partecipanti al movimento studentesco. L'incontro fu un completo fallimento per la mancanza di ideali veramente generali, ma soprattutto di un leader riconosciuto.

Il 1968 fu l'anno dell'apoteosi e della decadenza degli Sds. Tra gennaio e giugno, centinaia di manifestazioni sconvolsero quasi tutti i campus universitari. Nonostante dopo l'offensiva del Tet, secondo un sondaggio Gallup, i favorevoli al conflitto in Vietnam fossero scesi dal 56% al 42%, nessuno tra gli oppositori alla guerra riteneva corretti i metodi di opposizione utilizzati dagli studenti. La crisi si aggravò nel 1969 quando gli Sds si suddivisero in corpuscoli radicali intransigenti che in alcuni casi si trasformarono in terroristi. Nel giugno di quell'anno, nacque il gruppo dei "Weathermen" (letteralmente "meteorologi", da una strofa di una canzone di Bob Dylan). Inizialmente, esso aveva come scopo di "cambiare il tempo" sopra le teste dei politici di Washington, ma ben presto degenerò in una banda di azione armata, colpevole di imprese terroristiche deprecabili, inutili e soprattutto incomprese dagli altri studenti filocomunisti. Dopo l'inizio del disimpegno americano dal Vietnam (che comunque sarebbe durato fino al 1975), nessuno comprendeva per quale ragione si dovesse attaccare con la violenza le istituzioni. I Weathermen accelerarono la disgregazione degli Sds che finirono col perdere il carattere di organizzazione nazionale per scindersi definitivamente in sottogruppi dediti alle più disparate lotte, dalla difesa dell'ambiente alla lotta contro la pena di morte. In dieci anni, il movimento di protesta studentesco aveva percorso tutto l'arco possibile di evoluzione, da espressione di protesta fino alla lotta armata, per poi spegnersi in una morte spontanea.

Gli "Hippies" e la rivoluzione sessuale

A decretare la prematura fine degli Sds fu anche la limitata durata temporale dell'impegno politico e sociale dei giovani. Il periodo coincideva in larga misura con la durata del quadriennio universitario e una volta raggiunta la cosiddetta "maturità" scemava per lasciar spazio alla carriera, alla famiglia, ai figli. Che il sentimento di rivolta fosse un aspetto generazionale può essere dedotto anche dall'aumentato numero di fughe da casa di minorenni e dalla creazione di uno stile di vita alternativo. Il puritanesimo e le preclusioni culturali dei genitori furono solo parzialmente alla base delle quasi 90.000 fughe certificate dal FBI nel 1966. La volontà giovanile di trovare un mondo parallelo alla realtà quotidiana aveva accresciuto nel tempo l'interesse per le culture e religioni orientali e per l'esperienza con narcotici. Il boom delle droghe leggere, prima fra tutte la marijuana, fu una conseguenza tutta occidentale della ricerca di sensazioni che trascendessero l'essere umano.

Famiglia hippy - Immagine liberamente utilizzabile su gentile concessione di Robert Altman

La cultura hippy fu la massima espressione del cambiamento sociale negli Stati Uniti degli anni sessanta. Pacifisti e dediti all'amore libero, gli hippy furono anche la prima componente sociale a far uso costante di stupefacenti. (Immagine liberaramente utilizzabile su gentile concessione di Robert Altman - http://www.altmanphoto.com/ )

Lo sviluppo delle comunità hippy fu molto più veloce di quello dei movimenti studenteschi, tanto sulla East Coast quanto sulla West Coast. Infatti, già nel 1965, nell'East Side a New York e nel quartiere di Haight Hasbury a San Francisco furono fondate le prime vere comunità che crebbero a ritmo vertiginoso fino alla metà degli anni settanta. L'uso di sostanze stupefacenti non rispondeva solo a una necessità di rottura con la cultura dominante, ma arrivò a diventare una vera e propria religione. Un professore dell'università di Harvard, Timothy Leary, espulso dall'insegnamento per fondati sospetti che consegnasse agli studenti LSD durante le lezioni, fondò la Lega per la Ricerca Spirituale che attraverso l'uso di droghe voleva raggiungere un nuovo stadio dello sviluppo umano. Famosi scrittori quali Ginsburg e Kesey, oltre a cantanti di livello internazionale come Bob Dylan, i Beatles e i Rolling Stones, si avvicinarono al culto per periodi più o meno lunghi.

Altro elemento caratteristico delle comuni hippy fu il concetto di amore libero in tutte le sue forme, che all'atto pratico si risolse in una maggiore libertà sessuale. In una società estremamente puritana, la promiscuità accentuata presente nelle comuni destò sicuramente maggior scandalo di qualunque altro "vizio" che gli hippies potessero avere. Il fatto che la maggior parte di loro fosse anche minorenne, accentuava ancor più il risentimento della classe media. Il radicale cambiamento delle abitudini sessuali portò a conseguenze importanti nei rapporti interpersonali. L'amore omosessuale non fu più considerato un tabù assoluto e le prime organizzazioni gay fecero la loro comparsa soprattutto nella zona di New York. Inoltre, il forte aumento dell'attività sessuale in età adolescenziale non fu però seguito da un altrettanto netto aumento delle nascite. Nel 1960, la Food and Drug Administration aveva approvato l'utilizzo della pillola anticoncezionale come contraccettivo e immediatamente le donne avevano scoperto quali vantaggi il suo uso fornisse. La distribuzione su larga scala di un sistema di prevenzione della gravidanza liberò le ragazze dal terrore degli anni cinquanta, cioè un figlio illegittimo, perché nato fuori dal matrimonio. Le donne mature, invece, potevano perseguire il successo lavorativo con maggiore sicurezza, senza il timore di vedere interrotta la propria carriera da un figlio indesiderato.

I due elementi citati poc'anzi furono solo la punta dell'iceberg di quel generale movimento femminista che nacque proprio negli anni sessanta. Il ventesimo secolo negli Stati Uniti fino alla Grande Depressione aveva visto la donna nel tradizionale ruolo di casalinga e madre. Con il disperato bisogno di denaro che attanagliò le famiglie negli anni trenta, il lavoro femminile diventò sempre più frequente. Durante la seconda guerra mondiale, ciò che in principio era una necessità familiare si trasformò in un dovere nazionale. Le donne dovettero sostituire gli uomini nelle fabbriche e spesso anche nei campi. Con la fine del conflitto, la minore produzione comportò un taglio occupazionale che andò a colpire principalmente il cosiddetto "sesso debole". Quanto poco lo fosse in realtà fu dimostrato già negli anni cinquanta. I mezzi di comunicazione di massa cominciarono a prestare attenzione a quella categoria di casalinghe, ex lavoratrici, che si sentivano frustrate dal ritorno alla "vita civile" dopo la guerra. Le migliorate condizioni economiche permisero a una percentuale sempre maggiore di donne di conseguire qualifiche universitarie pari se non superiori agli uomini, ma il contrasto netto tra i meriti personali e i livelli dirigenziali raggiungibili e le paghe ottenibili smascherò il profondo senso di insoddisfazione femminile per la realtà sociale americana. Il salario medio di una donna era tra il 59 e il 65% di quello di un uomo con le stesse mansioni e a parità di orario di lavoro. Nel 1963 la scrittrice Betty Friedan pubblicò il libro The Femine Mistique (la Mistica Femminile) che si può considerare come il manifesto del movimento femminista americano. In esso fu spietatamente descritta l'incongruenza tra lo stereotipo sociale della donna casalinga felice e l'esistenza di molte professioniste insoddisfatte e depresse.

L'insoddisfazione femminile inizialmente si concentrò negli stessi gruppi studenteschi e sugli stessi ideali condivisi da questi ultimi: la libertà di pensiero e i diritti civili. Ben presto però, le leader del movimento si accorsero che la componente maschile dei movimenti studenteschi tendeva a mettere in minoranza, coscientemente o incoscientemente, l'altro sesso. E' difficile stabilire se fosse un comportamento voluto o meno, ma sta di fatto che sebbene i gruppi femminili come la Women's International Leage for Peace (Lega Internazionale delle Donne per la Pace) e il Women Strike for Peace (Sciopero Femminile per la Pace) raccolsero un gran numero di iscrizioni, fu solo nel 1966 con la creazione della National Organization for Woman (NOW, acronimo che letteralmente significa ORA) che le rivendicazioni femminili assunsero una portata autonoma e indirizzata all'ottenimento della piena uguaglianza tra i sessi. La NOW, fondata da Betty Friedan, aveva come scopo principale una lotta politica che conducesse alla realizzazione di atti legislativi di concreta parificazione e non semplicemente misure palliative e paternalistiche come era avvenuto in precedenza per quel che riguardava il mondo del lavoro.

La lotta politica femminista non si fermò all'impostazione data dalla NOW, ma andò ben oltre. Una corrente più radicale di quella organizzazione si separò per originare il "Movimento per la liberazione della Donna", vero fulcro di quel femminismo combattente che avrebbe caratterizzato gli anni settanta. Le esponenti del movimento affermavano con convinzione che ogni aspetto personale dell'universo femminile potesse costituire argomento di lotta politica. Non quindi unicamente il mondo del lavoro, ma anche quello della famiglia e soprattutto della salute. Sotto quest'aspetto si esasperò il diritto assoluto della donna alla gravidanza. Al grido di Off Our Bodies (fuori dai nostri corpi, titolo anche di una diffusa rivista radicale del periodo), le donne pretesero la legalizzazione dell'aborto. La lotta si sarebbe conclusa solo nel 1973, con la sentenza Roe v. Wade che lo avrebbe permesso almeno nei primi mesi della gravidanza.

Come accennato in precedenza, i movimenti femministi avevano cominciato la propria attività nell'ambito dei diritti civili, per poi allontanarsene velocemente. Ciò non è del tutto vero per le esponenti nere del movimento. Le donne nere continuarono ad avere grande importanza prima nel Movimento per i Diritti Civili poi nel Black Power e persino nelle Pantere Nere. Ciò è dovuto al fatto che negli anni quaranta e cinquanta, esse erano le uniche in famiglia ad avere un lavoro ben retribuito, spesso come cameriere o governanti presso famiglie bianche. Con il progressivo inasprimento della rivolta razziale e la conseguente detenzione degli uomini neri, le donne raggiunsero più facilmente posizioni di potere che conservarono con estrema abilità. Tra esse è d'obbligo citare Fannie Lou Hamer.

Nata nel 1917 nello stato del Mississippi, uno dei più segregazionisti di tutta la nazione, aveva dovuto cambiare vita quando spinta dal desiderio legittimo di partecipare al voto, si era iscritta nelle liste elettorali, essendo successivamente licenziata per tale motivo dal proprio datore di lavoro. Da quel momento in poi si batté con vigore per un'eguaglianza razziale piena, attraverso la creazione del Mississippi Freedom Democratic Party (Partito democratico per la libertà nel Mississippi) e l'organizzazione, anche a livello giovanile e studentesco, della protesta nera contro lo status quo. Gli anni sessanta furono doppiamente importanti per le donne nere. Non solo poterono ottenere importanti vittorie per il loro sesso, ma anche per la loro razza. Infatti, con il Civil Rights Act del 1964, alle donne nere, finalmente equiparate alle bianche, si aprirono nuove e inesplorate possibilità nel campo del lavoro e dell'istruzione che consentirono un miglioramento delle condizioni di vita a livello esponenziale. Con l'aumentare delle risorse economiche e del livello d'istruzione, però, si evidenziò ancor più la grave discriminazione sociale in cui stava vivendo la minoranza nera negli Stati Uniti. Per tale ragione, le rivendicazione delle donne nere confluirono gradatamente in quelle degli afroamericani in genere, diventandone una componente imprescindibile.

Fonti:

W. O'Neill, Coming Apart, An Informal History of America in the 1960;
Giuseppe Mammarella, Storia degli Stati Uniti dal 1945 a Oggi, editori Laterza;
Peter N. Carroll e David W. Noble Storia Sociale degli Stati Uniti, Editori Riuniti;
E. Vezzosi, Società e Cultura" in "Gli Stati Uniti dal 1945 a oggi, Editori Laterza.

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