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.:: L'Altare ::.

di Gianluca Turconi


"Il buio della foresta non è l'oscurità più profonda del Creato."
(saggezza orale amerindia)


La musica da centoquaranta battiti al minuto gli martellava i timpani, passando attraverso il rivestimento "quasi" insonorizzato dell'uscita secondaria dell'Excalibur. Dum... Dum... Dum... Un suono sordo ripetuto all'infinito. La sua cadenza asfissiante e la pioggia continua misero Andrea in apprensione. Scartata una caramella alla fragola, la masticò con movimenti nervosi, mentre si appiattiva meglio sotto lo stretto porticato. Il peso della Browning automatica nella tasca destra del giubbetto e il silenziatore nella sinistra lo rassicurarono.
- Ciao, bel tipo! Cosa combini qui tutto solo? - gli disse una brunetta uscita d'improvviso dalla porta della discoteca. Aveva i capelli striati di un fucsia punk e degli occhi nocciola dalle pupille dilatate. Nelle vene doveva scorrerle più droga che sangue. - Se vuoi ti faccio compagnia.
Lo agganciò con una mano alla cintura per tirarsi contro di lui. Dal contatto concreto col suo corpo, Andrea valutò che la compagnia sarebbe valsa la pena.
Invece rispose: - Non ora. Devo lavorare.
- Sono brava, sai? Specialmente in alcuni giochi... - Con un movimento ipnotico, lasciò scorrere la punta della lingua sulle labbra color rubino, dal superiore all'inferiore e ritorno. - Niente soldi. Te lo faccio gratis. Mi serve solamente un aiutino per proseguire in bellezza la nottata. Un tiro e basta. Ti va? - La ragazza inspirò profondamente. Tracce di cocaina le erano rimaste sul bordo interno di una narice che si dilatava e contraeva in spasmi accattivanti.
- Non adesso! - La spinse lontana da sé, la mano inconsciamente pronta a scattare sulla pistola. Lei lo fissò come fosse un inutile soprammobile di ceramica in una gioielleria. Nel nocciola dei suoi occhi si dipinse il disprezzo.
- Testa di cazzo! - gli affibbiò, e rientrò nel locale.
L'appellativo se l'era meritato, considerò Andrea. Era un'emerita testa di cazzo, armata e in attesa di ammazzare un uomo. Guardò l'orologio da polso. La lancetta dei minuti correva, Dio come correva! Puntava dritta alle tre di una notte merdosa in cui il cielo si era messo a pisciare acqua al ritmo di musica techno. Tanto per gradire, quell'idiota di Samuele non si vedeva.
Ecco, Samuele era giusto il tipo che si sarebbe ficcato in un cesso con la brunetta per barattare i suoi servizi in cambio di una pista di coca. Averlo come contatto nel giro gli faceva tremare i polsi. Doveva trovarlo.
Si incamminò nella strada deserta, diretto all'entrata sulla provinciale. Non voleva che lo vedessero passare dal retro. Alle spalle unicamente il buio. Innanzi, altro buio, per via di un lampione scheletrico morto da anni, ucciso da un sovraccarico sulla rete comunale.
La pioggia gli impregnò i capelli di un fluido untuoso, della consistenza di un olio non raffinato. Non pioveva nemmeno più da cristiani, con quelle nuvole cariche di polveri sottili. Nella camminata si distrasse seguendo un rivolo limaccioso nel suo lento defluire a curve serpentine incontro alla grata del sistema di scarico. Ci fu un rotolare di lattine vuote. Andrea estrasse la pistola.
- Metti via il cannone o preferisci tappezzare la via col mio cervello? - gli rimandò Samuele, nascosto a lato di un cassonetto per l'immondizia, colmo fino all'orlo. Stava urinando contro il muro.
- Ho una gran voglia di scegliere la seconda. - Lo spintonò alle spalle, dopo aver messo a nanna la Browning.
- Quasi me la facevi fare sulle scarpe... - si lagnò lui. Andrea udì lo zip metallico della cerniera dei pantaloni richiusa.
- Sei in ritardo di mezz'ora - disse.
Samuele lo avvicinò. Aveva un'aria stralunata sotto i capelli biondi. - E che è colpa mia? Il boliviano continuava a mandar giù quella porcheria liquida a base di manioca fermentata. Non la smetteva più. Ti scorre direttamente dallo stomaco all'uccello saltando l'intestino. Tra un brindisi e l'altro mi sono gonfiato come un gommone.
Andrea si concentrò sugli affari: - Quanta coca ha?
- Quattro chili. E' atterrato in serata e ha una seconda consegna dopo quella all'Excalibur. Tutto regolare, te l'ho promesso. La roba se la coccola come fosse un bambino in fasce.
- E' solo?
- No, si è portato un compaesano. - Una bestemmia di Andrea ritardò i dettagli. - E' lui che ha il carico, in una borsa marrone. Si fa chiamare el Buscador, il Cercatore. Per me non ha tutte le rotelle a posto, dovresti vedere come va in giro vestito... - Samuele si lisciò la frangia sulla fronte bagnata. - Non possiamo toglierci da qui? Sono fradicio.
Sovrappensiero, Andrea lo ignorò: - Ce la possiamo fare.
- Oh, non ci siamo capiti. La faccenda si è complicata e io non ho nemmeno un temperino in tasca. A guardarlo, il tizio con la borsa ti fa cacare sotto.
- Uno o due uomini per me è lo stesso. Da morti non fanno mai paura. - Era stranamente calmo. Andrea era certo che ogni cosa sarebbe filata come preventivato. - Con quale scusa sei uscito?
- Nessuna scusa. - Delle chiavi tintinnarono. - Devo portare la loro auto sul retro.
- Ottimo, meglio del previsto. Allora si improvvisa. - Abbrancò Samuele per un polso e se lo tirò ancora più vicino. - Ascoltami...
Un minuto dopo si erano accordati sul comportamento da tenere, a grandi linee. La pioggia era notevolmente diminuita di intensità e la buona stella di Andrea sembrò sorridergli da uno squarcio irregolare tra le nubi. Anche in nottate come quella la fortuna poteva girare nel verso giusto.
- Avanti, ripetimi la parola da corsa - insistette a un certo punto con Samuele.
- L'ho capita. Non sono scemo.
Con le palpebre strette a fessura, Andrea digrignò i denti. - Ripetila.
- Maradona... OK? Maradona. Questa storia è davvero una stronzata.
- La parola da corsa e... - Andrea mulinò una mano per invitarlo a proseguire nell'esposizione.
Samuele sbuffò. - Parcheggio l'auto distante dall'uscita. Mentre distraggo il boliviano, tu fai fuori il suo gorilla con la coca, prendendolo alle spalle. Poi pensi anche al chico di La Paz. Ti bastano pochi secondi. Se credo che qualcosa possa andare storto...
- Qualunque cosa, intesi?
- Sì, sì! Se qualcosa si mette ad andare storto grido la parola da corsa e ci sganciamo volando dal casino che abbiamo combinato. E ognuno va per la sua strada.
- Hai più cervello di quanto pensassi - disse Andrea, battendogli una pacca sulla schiena. - Dai, sbrigati a chiamarli prima che mangino la foglia.

Al tramonto i Federali brasiliani avevano sconfinato risalendo il Rio Abuná nella parte boliviana. I cocaleros se li erano visti piombare addosso su lance a motore e non erano rimasti là a chiarire il loro punto di vista sulle miserie di quella parte del mondo. Si erano dispersi per ogni dove urlando quanto maiali al macello. Il motivo era conosciuto: i poliziotti avevano l'abitudine di sparare ad altezza uomo con le mitragliette montate a bordo.
Ai primi strepiti, Ricardo si era rinfilato i bermuda, andando ad affacciarsi alla porta della baracca proprio nel momento in cui la prima imbarcazione del convoglio militare aveva raggiunto il molo dove erano legate le barche cariche di pasta di coca grezza. I Federali erano sbarcati a frotte.
Come spiegare che lui era un trafficante a tempo perso e che non era lì per spedire i pacchi destinati a Manaus e al mercato della costa atlantica, ma solo per recuperare tra gli indios nuove puttane da portare a Riberalta, maledettamente al di qua del confine? Era stato avventato. Soprattutto, non avrebbe dovuto perdere tempo a iniziare di persona la ragazzina alla professione mentre Alvarez contrattava il prezzo d'acquisto con la madre.
- Sangre del Diablo! - aveva imprecato Ricardo alla vista delle armi automatiche. Alvarez non si era disturbato ad aspettarlo. Era saltato sul vecchio Volvo col cassone scoperto di cui si servivano per trasportare le donne in città e aveva risalito a tutto gas la mulattiera che gli amministratori provinciali si ostinavano a chiamare estrada municipal.
La scelta tra finire in una galera brasiliana e giocarsela a modo suo si era risolta alla svelta. Tirandola per i capelli, aveva trascinato la ragazza dalla stuoia usata come letto all'entrata. Quanto aveva strillato la piccola... Si era dibattuta, aveva lottato, alla fine pianto.
Di passaggio, Ricardo si era impossessato del machete appeso al muro in un fodero di cuoio. Nella lama si era riflessa una fantasmagoria dal fascino selvaggio, tinte rossastre del sole morente. Aveva sentito un potere smisurato in sé.
Arrivato ai tronchi scortecciati appena fuori la baracca, aveva costretto il suo ostaggio a inginocchiarsi e a piegare la testa da una parte, scoprendo il collo indifeso, esposto al machete tenuto alto.
Quindi Ricardo aveva avvertito i Federali: - No disparen o yo voy a matar esta puta!
La chiara minaccia di morte era stata seguita da alcuni commenti secchi in quel portoghese imbastardito che solo nelle province subamazzoniche riuscivano a comprendere. Lui non aveva capito una parola.
Ma le pallottole che erano rimbalzate sui tronchi le aveva capite, eccome.
Il suo machete aveva sibilato nell'aria ed era atterrato sul corpo della ragazza, nell'incrocio tra il collo e la spalla. Non c'era stato altro a cui pensare. Anche i poliziotti avevano avuto quel minimo di compassione necessario per fermarsi a soccorrerla, nonostante fosse spacciata.
Da parte sua, Ricardo si era rituffato nella sicurezza della baracca e aveva sfondato a spallate la parte posteriore, rotolando in avanti giù per la scarpata che finiva nell'intrico della foresta.
Rimessosi in piedi, aveva corso, solo corso, senza meta.
La vegetazione aveva preteso il suo tributo di dolore e gli aveva morso la carne, sulla faccia, sul petto, sulle gambe. Tuttavia non si era fermato. Quando si era infittita, si era servito del machete per aprirsi un varco. Così l'aveva pulito dal sangue. Si era arreso unicamente al buio della notte. I versi degli abitanti animali della foresta, divenuta spessa e onnipresente, lo avevano fatto rabbrividire. Il sudore gli era corso sulla pelle, freddo per l'altitudine a cui si era ritrovato, bruciante nelle ferite aperte. Si era perso.
Forse il mattino gli avrebbe rivelato dov'era il nord, la direzione da prendere per raggiungere il fiume e poi la civiltà. L'imperativo era stato attendere l'alba, per quanto fosse lontana. Aspettare, con gli insetti affamati. Avevano punto, succhiato e si erano riprodotti, come le mosche intente a depositare le proprie uova sotto la pelle in attesa della schiusa. Era un'unica notte in fondo, si era detto, rannicchiato su se stesso.
Allora i bagliori erano giunti, da lontano. Avevano ballato in piroette aeree, tra una fetta e l'altra di quell'impenetrabile muraglia notturna, tanto da fargli pensare che fossero state le fotoelettriche dei Federali al suo inseguimento. Si era alzato o aveva provato a farlo, per fuggire, però le luci si erano spente e riaccese innanzi a lui. E intorno, e sopra, e sotto.
- Qué pasa aquí? - si era chiesto, stordito. Qualcuno si era mosso in quei bagliori. Migliaia di figure abbozzate in malo modo, dalle mani forti, per trattenerlo, per non farlo avanzare. Ricardo aveva menato fendenti spaventosi col machete. - Malditos!
Era stato versato altro sangue, molto, finché la lama non si era spezzata su una lastra di granito, liscia, levigata, con bassorilievi di creature senza volto dai copricapi piumati a ornamento della base. Aveva veduto l'Altare nei riflessi delle luci di nuovo distanti, incapaci di portare a termine la loro missione, e su di esso la punta del machete orfana dell'impugnatura, a contorno i teschi scarnificati dei sacrifici umani che vi si erano svolti. Quando? Migliaia di anni prima o nell'istante precedente il suo respiro appena emesso.
La pietra era stata in quella foresta, su quella bassa montagna, da sempre. Prima dell'uomo, con l'uomo, dopo l'uomo. Era scritto tanto nella condensa che fuoriusciva in sospiri dalle bocche dei teschi ammonticchiati a formare piramidi alte un braccio quanto nella voce proveniente dal masso senza tempo.
L'Altare aveva atteso. Non un uomo qualunque, ma proprio lui, le sue esperienze, la sua volontà. Per parlargli.
Una frase in un idioma universale, che non aveva avuto bisogno di traduzioni, incarnato nella terra stessa. Non si era trattato di assiro, tolteco, mongolo, inca, spagnolo o italiano. Le parole erano state pronunciate nella lingua degli esseri umani, in un'espressione della loro essenza.
Apri gli occhi e guarda la verità, lo aveva tentato la voce.

- Dimmi che ti piaccio, forza... - Strusciandosi sul boliviano, la brunetta si era espressa un poco lamentosa, da cagnolina alla quale era stata rifiutata una carezza. Sebbene non lo avesse mai creduto possibile, Andrea aveva sopravvalutato il cervello di Samuele. La distrazione a cui aveva pensato si era concretizzata nell'assoldare la donna per tener buono il corriere. A giudicare da come era su di giri e da quanto si impegnava, la prestazione gli era costata più di una pista di coca.
- Sei una ragazza muy bonita - rispose l'uomo, fermo vicino alla porta secondaria. Aveva impastato la erre e le zeta come ogni sudamericano. Non c'era sentimento nelle sue parole. Meno ancora ne aveva il viso, ricco di lineamenti spigolosi su una carnagione olivastra. Era un fottuto professionista.
Nascosto in un rientro del muro, a venti metri di distanza, Andrea cominciò ad avvitare il silenziatore sulla canna della pistola. Dovette forzare una rotazione perché la filettatura era leggermente abrasa, ma infine il prolungamento dell'arma si innestò a dovere.
Un colpo alla nuca, da dietro, al portatore della borsa; due o tre, facendosi scudo del morto, contro il boliviano. Aveva già agito così in passato. Pazientò.
- Il tuo amico non arriva più? - chiese Samuele, denunciando un principio di agitazione. Il boliviano passò un braccio intorno ai fianchi della brunetta per poi dire: - Hai fretta di buttarci fuori?
- No...
- Bene, perché non mi piace il tuo tono. El Buscador ha i suoi tempi. Se dice di aspettare, io aspetto. Entiendes?
- Non volevo offenderti - si scusò Samuele.
- L'ho capito, altrimenti mi sarei potuto arrabbiare. Non sono divertente quando mi arrabbio.
Lo stridio della porta in apertura li interruppe. Andrea vide spuntare i capelli neri del Cercatore poco sotto l'architrave. Si aveva già soggezione della sua sola altezza, eppure essa, insieme alle braccia muscolose con mani ossute che sorreggevano la borsa con la coca quasi fosse una foglia secca, costituiva un misero antipasto della sua faccia. La guance erano tese, segnate da brevi cicatrici, come di scudisciate; il mento squadrato incorniciava labbra inespressive. Tutto il resto era inghiottito da un paio di occhiali da sole integrali che non permettevano di vedere nulla di ciò che celavano. Lo si poteva immaginare, ed era sufficiente.
- Vi accompagno all'auto - si offrì Samuele. Aprì la colonna in spostamento, seguito dal boliviano e dalla ragazza; qualche passo dietro, il Cercatore.
Venti metri, quattro secondi di corsa. Tanto separava il primo bersaglio da Andrea, che trattenne il fiato, caricandosi per lo slancio. Aveva già messo un piede fuori dal nascondiglio, quando il Cercatore si voltò nella sua direzione.
Si era bloccato per metà dentro la zona d'ombra del lampione morto e l'oscurità dei suoi occhiali si era stagliata sullo sfondo, più nera e profonda del buio circostante. Era quel genere di oscurità che di notte grattava dall'interno sulle porte chiuse dei ripostigli nelle camere dei bambini, quella precisa qualità che ti guardava dai sottoscala in una cantina senza luce, la stessa in grado di seguirti in un vicolo di periferia e farti drizzare i peli del collo col suo fiato gelido.
Andrea si sentì come se lo avessero sondato nelle viscere. Si rincantucciò nell'angolo, un occhio ancora sulla strada. Non lo aveva visto. Un brivido ostinato tardò ad abbandonare la sua schiena.
- Qualcosa non va? - si interessò Samuele, solerte.
- Nada - replicò il Cercatore, in un gracchiare di corvi dalla bocca. Ruotò su se stesso, dando l'impressione di riprendere il cammino. Invece, allungò la mano libera dalla borsa per afferrare la gola di Samuele, sbatterlo contro il muro e tenercelo ben saldo.
- Lasciami andare! Non respiro! Lasciami! - Il Cercatore non mollò la presa. - M... M... - prese a mugolare Samuele, incapace di emettere la parola da corsa.
Quattro secondi, oltre a non voler perdere la coca. Queste furono le giustificazioni che si diede Andrea nel divorare i ventri metri che lo separavano dai due in lotta. Nella foga, il piano originale fu accantonato. Sparò due proiettili alla schiena del Cercatore. Schiamazzi in spagnolo, doppiati da urla di donna, gli segnalarono che il boliviano era troppo lontano. Avanzò di altri venti metri, senza voltarsi. Erano all'auto, l'uomo protetto dallo sportello aperto, la ragazza gettata a terra dalla sua irruenza. In uno scambio breve di colpi, il lunotto posteriore esplose in schegge taglienti. Il boliviano finì riverso sull'asfalto.
Era fatta.
- Non c'entro niente... Io... Io... non c'entro niente... - singhiozzò la brunetta. Le si erano strappati i collant sulle ginocchia sbucciate e un torrente di lacrime le sbavava il trucco degli occhi fin sugli zigomi. Guardò Andrea. Per la seconda volta dopo quella all'uscita posteriore. Due volte di troppo.
- La tua nottata termina qui - le disse. Gli sbuffi dei gas di sparo smorzati dal silenziatore si videro a stento.
Restava da togliersi di lì anticipando l'uscita di qualche curioso dall'Excalibur, recuperare la borsa e sbarazzarsi del testimone rimasto che sapeva persino dove abitava. Samuele non avrebbe gradito quell'ultima parte, poiché lo riguardava. Andrea strizzò gli occhi. Una sagoma alta, di un'altezza non congruente con chi era rimasto vivo, si ergeva nei pressi del lampione guasto.
- Non puoi andare contro la natura delle cose - gli portò alle orecchie il gracchiare di corvi del Cercatore. Quella massa d'uomo si mosse verso di lui. Se era stato un errore di mira, Andrea vi avrebbe posto rimedio.
- 'fanculo! - Gli scaricò addosso mezzo caricatore, percependo le vibrazioni della mano con la pistola. Non bastò a fermarlo, ma convinse Andrea che fosse giunto il momento di darsela a gambe anche senza parola da corsa.

Ricardo era affondato in sabbie mobili inesistenti. Aveva intuito ciò che l'Altare avrebbe voluto mostrargli. Intuito e non compreso appieno, perché altrimenti sarebbe stato perduto.
- Non voglio vedere! - aveva implorato.
Lo farai.
- No! No! No!
Giungerà il momento.
- Perché io? Perché ora?
Non servono ragioni per ciò che esiste.
La luce dei bagliori era andata concentrandosi in un cilindro e in seguito in un cono, stretto, sempre più stretto, man mano che la sua testa si era infossata nel gorgo che lo attraeva sul fondo. Adesso la desiderava, la luce!
Un cerchio, uno spicchio, un punto di fulgore in esaurimento. Da ultimo sotto, nel nulla. Era riemerso sputando fango dalla bocca, una speranza o piuttosto un fallimento. Non v'era stata salvezza laggiù.
Nell'ultimo tentativo di non vedere, Ricardo si era sfogato urlante, accanendosi sul fango, dando sfogo a tutta la sua forza, lacerando e strappando. Una futile opposizione all'inevitabile.
Le tenebre definitive erano giunte comunque e la verità dell'Altare gli aveva spento l'anima e aperto gli occhi.

Ci vollero tre tentativi per infilare la chiave nella serratura di casa. Era pericoloso passarci, tuttavia Andrea aveva bisogno dei documenti. Li aveva comprati per partire e iniziare da capo, in un luogo dove i soldi ottenuti dalla vendita della cocaina sarebbero durati a lungo. Adesso non aveva né coca né soldi. In compenso, era inseguito da qualcuno o qualcosa.
Tirò diritto fino al salotto. Aveva attaccato il passaporto col nastro adesivo dietro al televisore.
Ancora prima di svoltare nella camera, l'assoluta certezza che il Cercatore fosse all'interno ad aspettarlo a luci spente gli bloccò lo stomaco.
Sedeva su una poltrona, sprofondato nella morbida imbottitura verde. L'illuminazione stradale che filtrava dalle finestre generò strani giochi di ombre sul suo corpo, percorrendolo come se fossero nate per trovarvi dimora. Allora Andrea seppe. Aveva davanti una malvagità soddisfatta di se stessa, orgogliosa di esistere.
- Sei venuto per me - disse al Cercatore, incredulo. Ebbe l'impulso di scaricargli addosso quel che restava del caricatore. Ciò che era nel suo salotto lo ammonì: - Ti ho riconosciuto questa notte. Tu vedrai perché lo hai scelto. - Il Cercatore depositò gli occhiali su una mensola e accese la lampada poggiata sopra. Andrea vide i suoi occhi e in essi l'Altare.
- Geeesù Cristooo! - Era un orrore che non apparteneva a quel mondo, un abominio che annichiliva la ragione.
Le cavità oculari erano state svuotate del loro contenuto. Erano ancora visibili i segni delle unghie che avevano strappato quegli occhi. Una mutilazione autoinferta per difendersi dalle tenebre che vi si erano annidate, aprendo un varco su ciò che era stato dentro quel corpo, nel profondo. La verità vi era contenuta, Andrea la scorgeva, sfocata, dietro la pietra dell'Altare, in un universo turbolento.
Essa lo prese e lo fece suo. Egli visse l'esperienza di impalare Turchi sulle montagne di Valacchia in un medio evo crepuscolare, di lustrare teschi in un campo di rieducazione cambogiano e di uccidere con un machete una bambina violata. Fu anche in quella strada dietro l'Excalibur per sparare a una ragazza fragile, il dubbio sulle proprie azioni lungo neppure un secondo.
Era una verità da cui non si poteva scappare, contro cui nessuna parola da corsa lo aveva messo in guardia, perché non poteva fuggire da ciò che era dentro di lui, in attesa, parte minuscola seminata in un essere di carne, ma partecipe di un fluire cosmico che non aveva tempo o età.
Di fronte a quell'essere, Andrea pianse: - Tu sei il Male! Il Male che è dentro l'uomo!
- Noi siamo il Male, tu e io. E altri. Sull'Altare abbiamo sacrificato il resto della nostra umanità, conservando solo quel seme che è cresciuto e ha dato frutti. Continueremo a trascinarci su questa terra per rendere consapevoli della verità quelli come noi, sino alla fine, qualunque essa sia.
Sopraffatto, Andrea trasse dalla disperazione le ultime energie che gli servirono per affondare le dita nei propri occhi. Già da molto la luce li aveva abbandonati, per non tornare.

- Ricardo, prima ho creduto davvero che volessi strangolarmi - disse Samuele dal finestrino abbassato, massaggiandosi i lividi sul collo. - Ti vengo a raccontare che vogliono fregarti e questo è il ringraziamento? Ho rischiato molto a fare il doppio gioco con Andrea. Quello avrebbe tagliato la gola a sua madre per una manciata di euro. Spero abbia sofferto come un cane quando l'hai ammazzato. - Ghignò.
Il Cercatore si accomodò nell'auto, sul sedile del passeggero, gli occhiali al loro posto. Gettò un'occhiata a Samuele. Quell'uomo non aveva compreso il rituale del sacrificio preparato per Andrea. - Metti in moto - gli ordinò. Il motore partì tossendo.
- Devi avere un signor giubbotto antiproiettili. Le pallottole non ti hanno fatto un graffio, a parte i buchi nella giacca - divagò Samuele. - Quasi dimenticavo, la coca è sul sedile posteriore. Avresti dovuto avvisare il tuo socio di quello che sarebbe successo. Non sono affari miei però...
- Troverò un nuovo socio. - Ricardo si voltò a guardarlo. - Nel traffico di cocaina ci sono molti uomini che sanno vedere cose che altri trascurano.
- Potresti anche toglierti gli occhiali quando mi parli. Non puoi avere occhi così brutti - scherzò un po' a disagio Samuele.
Da dietro le lenti nere, Ricardo lo studiò. Era un candidato promettente, sebbene la luce fosse ancora viva in lui.
- Un giorno vedrai i miei occhi, forse - disse, e gli si accese un sorriso cupo sulle labbra esangui. Avrebbe atteso per istruirlo, come l'Altare al principio. Il tempo non gli mancava. Davanti a sé aveva un'eternità da dannato.

(Racconto vincitore della XXVIII Edizione del NeroPremio per la narrativa horror e della XIII Edizione del Premio Lovecraft per la narrativa horror e fantastica)

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