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Perversione e moralità comune sono separate
dalla sottile barriera della fantasia.
Se la rimuovessimo, ogni più tenero agnello
si trasformerebbe in lupo famelico.
(Oscar Wilde)
La sala d'aspetto si era svuotata ed erano
rimaste solo loro due.
- Preferirei andarmene - confessò Roberta.
Alessia si spazientì: - Sentimi, Roby, sono appena le sei
meno venti. C'era una montagna di ragazze prima di noi e non
potevi aspettarti che ci lasciassero passare avanti. Te l'ho
già detto, conosco il regista. Ci presentiamo, superiamo
il provino ed è fatta.
- Se non fosse per i soldi...
- Oh, gioia, che strazio! - L'amica perse per un istante la sua
consueta calma. - Quando ti ci metti, sei di una noia mortale.
Non vorrai per caso riattaccare con la solita storiella? Me la
ripeti in continuazione: sei rimasta incinta a quattordici anni,
hai un figlio di diciotto mesi, te ne sei dovuta andare di
casa... Sono stufa del tuo infinito blah... blah... blah...! -
Mimò il chiacchiericcio col movimento della mano. - Credi
di essere l'unica nell'universo alla quale servono soldi? Le
abbiamo tentate tutte. O prendiamo questo lavoro o andiamo a
battere sul marciapiede.
Roberta abbassò gli occhi sulla punta delle proprie
scarpe. Le aveva prese per l'occasione a centocinquanta euro in
un negozio di periferia, spuntando uno sconto non male. Erano
rosse e lucide, con tacco alto e allacciatura a snodo.
Scarpe da puttana, pensò.
Ritornò a fissare Alessia negli occhi: - Per te la vita
è facile, Ale. Vivi ancora con i tuoi genitori. Ti puoi
appoggiare a loro.
- Ah! La mia vita sarebbe facile? - Si incupì, seria. -
Secondo te è facile essere la sedicenne perfetta a scuola,
l'orgoglio di mamma e papà che poi è costretta a
tirarsi su la gonna e mostrare il culo da teenager a quei bavosi
dei loro amici e colleghi di lavoro, soltanto per alzare la cifra
che mi serve ogni mese?
- Potresti smettere.
- Ecco che salta fuori Roberta la saputella! - Alessia
scattò in piedi, sbollì la rabbia aggirandosi
inquieta nella sala e si risedette. - Non posso smettere. Ho una
necessità fisiologica.
La conosco bene la tua necessità fisiologica, si
disse tra sé e sé Roberta.
Alessia era passata svariate volte a drogarsi nel suo
appartamento per non essere scoperta dai genitori. Era una
tossica della peggior specie. Riusciva a sballare con qualunque
droga le capitasse a tiro, ma aveva una predilezione per la
metadrenalina replicata geneticamente. Si faceva pompare il cuore
da quella merda e, nella migliore delle ipotesi, la si ritrovava
a compiere equilibrismi su un cavo dell'alta tensione. Roberta
l'aveva pescata a bucarsi persino davanti a suo figlio Riccardo.
Anche dopo averla buttata fuori a calci per quella faccenda, non
aveva resistito e le aveva telefonato per sapere come
stava.
Nonostante tutto, Alessia era sua amica. La sua migliore amica.
La stessa che l'aveva sostenuta appena lasciata la scuola,
pagandole l'affitto nei mesi difficili. Amicizia o non amicizia,
a Roberta quel posto non piaceva e cercò una scappatoia
per evitare l'appuntamento: - Potrei chiedere gli alimenti a
Sergio.
- Hai superato il limite, Roby! Vuoi che ti racconti nuovamente
come è andata la storia? Pare che te la sia
dimenticata.
- Il concepimento di Riccardo si era risolto in una scopata
appoggiata alla porta del bagno a scuola. Sergio non si era preso
neppure la briga di sfilarle le mutandine, le aveva scostate di
lato e si era servito. Di seguito era passato ad Alessia. - Per
ottenere l'ordinanza dal tribunale sei disposta a dire a tuo
figlio, quando sarà grande, che suo padre si stava
sbattendo due ragazze e soltanto la più sfigata si era
dimenticata di prendere gli inibitori dell'ovulazione? Sarebbe
ora che tu aprissi gli occhi, piccola! Non sognare un amore che
non è mai esistito.
- La mia futura star ha temperamento da vendere... - intervenne
un uomo affacciatosi alla porta dell'ufficio provini.
- Alberto, finalmente! - Alessia gli si gettò al collo. Si
conoscevano da tre giorni, ma il calore del saluto la fece
sembrare un'amicizia di vecchia data. - Ti presento Roberta,
l'amica di cui ti ho parlato.
Il regista le si avvicinò per stringerle la mano.
- Piacere di conoscerti. Alessia non ti ha reso giustizia quando
mi ha riferito che eri carina. Sei bella. - Le sorrise
amabilmente, tanto che lei arrossì. - Vogliamo accomodarci
in ufficio e iniziare?
L'ufficio era una stanzetta spoglia, con un terminale olografico
sul soffitto, una scrivania ricoperta di cavi da innesto neurale,
qualche locandina hard alle pareti e due seggiole pieghevoli, su
una delle quali era seduto un cinquantenne, grasso, calvo e con
borse accentuate sotto gli occhi; un bue che l'ironia di madre
natura aveva dotato di sembianze umane.
Alberto spiegò la sua presenza: - Questo è il
signor Cataldi, il nostro produttore esecutivo. - Dopo di che si
sedette a sua volta sulla sedia libera e le invitò: - Se
non vi dispiace, spogliatevi completamente.
Cominciarono a svestirsi e ad appoggiare gli indumenti su un
termosifone spento, unico spazio libero per poterli riporre. Si
gelava là dentro. Pareva di essere in una cella
frigorifera. Dopo essersi sfilata reggiseno e slip, Roberta
sentì accapponarsi la pelle nuda e avanzò verso il
centro della stanza tenendo una mano sul pube.
- Ehi, ragazzina! - la riprese Cataldi con voce aspra. - Leva
quella mano.
Detestava essere chiamata ragazzina. Sergio era solito
affibbiarle quell'appellativo ogni volta che la incontrava: "La
mia ragazzina", "Sciocca ragazzina!", "Ciao, ragazzina..." Era in
grado di condire il vocabolo in tutte le salse della sua limitata
capacità linguistica. Roberta avrebbe voluto riprendersi i
suoi vestiti e mandare al diavolo Cataldi, Alberto e Alessia, ma
aveva bisogno di contanti per conservare l'appartamento al
residence. Una sbandata per strada, con un figlio di un anno e
mezzo, non sarebbe andata molto lontano. Ingoiò il rospo e
tolse la mano.
- Ottimo! - Alberto simulò un applauso. - Per favore,
potreste girare su voi stesse? Sì, brave... Un altro giro,
grazie... Tu, Roberta... - Era insoddisfatto di lei. - Alza le
braccia, raccogliti i capelli dietro la testa e incrocia
leggermente le gambe.
Seguì le indicazioni alla lettera e Alberto ne fu
entusiasta: - Fantastica! Hai l'aria da bambina che andavo
cercando. Cataldi, non è perfetta?
Il produttore sovrappose il labbro inferiore a quello superiore e
valutò il corpo di Roberta, soffermandosi a lungo sui
fianchi e sul seno. Infine si espresse: - Può darsi. Mi
auguro sia tutta roba naturale.
Alessia si batté una pacca sul sedere e confermò,
vivace: - Produzione casalinga garantita per entrambe. Né
un innesto hardware di supporto né un miglioramento
microbiologico.
Dopo aver sgomberato la scrivania, le ragazze persero altri venti
minuti misurandola centimetro per centimetro in decine di pose
che furono scrupolosamente riprese dal terminale olografico.
Stavano già lavorando e ancora non avevano visto il becco
di un quattrino.
- OK, può bastare. Rivestitevi pure - le avvisò il
regista. Roberta lo fece alla svelta, prima di buscarsi una
polmonite.
Cataldi aprì un cassetto della scrivania: - Per quel che
mi riguarda, potete considerarvi assunte. Dobbiamo soltanto
chiarire alcuni dettagli contrattuali. - Poggiò sul
pianale uno scansore per chip di credito.
- Ad esempio, quanti anni avete? - si intromise Alberto.
Alessia si sistemò il colletto della divisa scolastica e
mentì con l'arte affinata dalla pratica costante a cui si
sottoponeva: - Diciotto.
- Una buona notizia - disse Cataldi. - Su, venite. Per
dimostrarvi che siamo gente seria, vi anticiperò sul
vostro chip sottocutaneo il dieci per cento del compenso
concordato con Alberto.
- Non ho il chip - si lasciò scappare Roberta.
La bugia di Alessia morì lì.
- Cristo! Altre minorenni! - Cataldi lanciò lo scansore
contro il muro, frantumandolo. - Io produco pornografia
professionale. Saremo in diretta on-line sul circuito nazionale
tra quattro ore e mi avevi garantito di avere le ragazze adatte.
E' questa la maniera in cui lavori, dilettante? - L'accusa era
per Alberto. - Ne abbiamo scartate alcune che sarebbero andate
benissimo! Se mi beccano con questi due pulcini, mi gioco la
licenza di distribuzione. Dovrò trovarmi un'agenzia
migliore che non mi combini casini. - Li lasciò di stucco
abbandonando l'ufficio.
Roberta rimase attonita: - Cosa significa?
- Che non ci pagherà - le rispose Alberto. Mosse un passo
in direzione della porta, intenzionato a seguire il
produttore.
Lei lo bloccò per il polso: - Ho bisogno di quei
soldi.
- Non è un mio problema.
La ragazza gli affondò le unghie nella pelle.
- Ho detto che ne ho bisogno!
Alessia la tirò indietro e le mise un braccio intorno alle
spalle: - Lascia che gli parli da sola. Ho un certo feeling con
lui e non vorrai mettere in discussione il mio sex appeal? - Si
aggiustò un ciuffo di capelli biondi che le era caduto
sulla fronte e sbatté con ostentazione le ciglia per
strapparle una risata. Un mezzo sorriso stentato affiorò
sulle labbra dell'altra. - Avremo quel lavoro, Roby. Vammi ad
aspettare alla fermata. Qualche minuto e arrivo.
Roberta si convinse che sarebbe stata la soluzione migliore.
Alessia aveva fiuto per gli affari e col rischio imminente di
cadere in una crisi di astinenza da metadrenalina, avrebbe
concluso patti col demonio per ottenere il posto. Scese in strada
seguendo il suggerimento.
All'aperto rimpianse il freddo dell'ufficio. Nel corso dei suoi
brevi studi al liceo, aveva scoperto che i poeti romantici
tedeschi definivano l'Italia come la terra dei limoni e del sole.
Evidentemente, nessuno di loro aveva soggiornato in Brianza in
gennaio.
La monorotaia magnetica che conduceva a Milano le passò a
un metro di distanza, giù dalla banchina della fermata a
cui stava attendendo, investendola con una ventata gelida che la
intirizzì. Dovevano esserci tre o quattro gradi sotto zero
ed erano le sei del pomeriggio, al massimo qualche giro in
più della lancetta dei minuti.
La brina derivata dal vapore acqueo di scarico delle auto di
passaggio aveva sparso una patina biancastra sull'asfalto, simile
a una sottile coltre di neve. Bastava guardarla per rabbrividire.
Roberta si avvolse la sciarpa intorno al collo e si
appiattì all'interno dell'incrocio tra la parete
posteriore e quella laterale della pensilina.
Un'antenna flottante per telefonia mobile le volò sopra la
testa, voltando all'angolo del viale, in base a un percorso
prestabilito. Erano le sei e un quarto, non c'era
possibilità d'errore. Quelle macchine che veleggiavano a
mezz'aria erano puntuali quanto la morte. Ne passava una ogni
quarto d'ora a garanzia della copertura della zona di ricezione.
L'ultima corsa della linea per il sobborgo metropolitano di Rho,
dove abitava, era prevista in venti minuti e la baby-sitter di
Riccardo, che aveva pagato anticipatamente, se ne sarebbe andata
alle sette. Alessia doveva darsi una mossa. L'amica sopraggiunse
contemporaneamente alla monorotaia che avrebbero preso. Si
sbracciò dall'altra parte della strada per segnalare al
tranviere che doveva salire. Mentre contavano una per una le
monetine a saldo del biglietto, si sorbirono i mormorii scocciati
degli altri passeggeri.
- Ci sei riuscita? - le chiese.
Alessia sgranò gli occhi: - Stai offendendo le mie
capacità. - Le scrisse un indirizzo sulla mano. - E' la
casa di Alberto. Presentati stasera alle dieci in punto.
- Lavoreremo per Cataldi?
- Sì. Inizieremo le riprese come previsto. Non ci saranno
ritardi. Alberto assumerà un tecnico specializzato
nell'occultamento dei volti per lo streaming on-line in diretta e
spingerà Cataldi ad accettare la soluzione. Il rovescio
della medaglia è che ho dovuto abbassarmi a un
compromesso. Ci daranno solo cinquemila euro a testa.
- E gli altri duemila?
- Non potevo tirare la corda...
- Gli hai spiegato che non farò stranezze e, soprattutto,
nessun lavoro di bocca?
- Sì. Sarà sesso regolare, con partner muniti di
certificazione di buona salute. Lo giuro sul mio onore! - Alessia
si produsse in una comica imitazione del giuramento scout.
Nell'udirla, un'adorabile vecchietta, seduta due posti più
avanti, inorridì, quasi avesse visto una monaca fornicare
col demonio. Borbottò un commento severo sulla
moralità delle ragazze delle nuove generazioni e si
spostò lontano da loro. La riprovazione non le
sfiorò minimamente.
Roberta stimò la proposta. - Pagamento in contanti? - si
premurò di chiedere.
- Finita la serata ce li daranno uno sull'altro.
- Se è così, ci sto.
Non c'era nulla da aggiungere e rimasero in silenzio. La fermata
di Alessia arrivò in un minuto. Scese dai gradini della
pedana tenendosi un lembo della gonna lunga alla maniera delle
dame ottocentesche. Roberta la invidiò. Aveva una classe
innata, peccato la stesse sprecando in una corsa senza freni con
la droga.
Chiusesi le porte, l'amica bussò sul finestrino del posto
in cui era seduta lei e rincorse per qualche metro la monorotaia
in movimento, gridando: - Stasera alle dieci a casa di Alberto.
Non mancare! - La sua figura sfuggì via con
l'accelerazione del mezzo.
Ci sarò, cara, ruminò Roberta. Dove altro
potrei andare?
Si interessò all'ambiente esterno.
L'inverno da quelle parti non includeva il tramonto. Si passava
direttamente dalla penombra delle giornate uggiose
all'oscurità delle notti gelide, senza soluzione di
continuità. Erano notti anticipate che si mangiavano la
sera alle cinque e mezza, se si era fortunati.
Il suo volto, illuminato dalle luci fuori dal finestrino, si
rifletté sul vetro. Non le piacque ciò che vide:
una bambina cresciuta prematuramente, con un figlio a carico e un
appuntamento per partecipare a una trasmissione hard-core sul
web, la sera stessa.
Un oggetto ovoidale schizzò a un palmo dal suo naso,
spaventandola a morte.
- Porca...
Era una di quelle stupide antenne per cellulari. Viaggiava in
sincrono con la monorotaia. Vi si era agganciata per sostenere la
telefonata dell'impianto di un passeggero. Non si poteva dire chi
fosse. Qualcuno parlava col vicino, certi biascicavano parole
indistinte a tempo con la musica dei diffusori di bordo, qualche
altro dormicchiava tenendo un occhio aperto per dissuadere i
borseggiatori.
Si riconcentrò sul panorama. Non aveva nulla di poetico.
L'hinterland milanese si era spopolato, decadendo al rango di
periferia fantasma con la costruzione dell'Alveare. In una curva
lunga lo distinse dagli altri palazzi, un gigante tra nani, nella
magnificenza dei suoi quindici chilometri di lunghezza, unico
esempio europeo di edilizia popolare autosostenibile.
La memoria le giocò un brutto scherzo. Si ricordò
una mattina negli interminabili tunnel di quel mostro in cemento
mentre scendeva dall'abitazione dei suoi al cinquantaduesimo
piano per andare alla scuola media del livello dieci, a due
chilometri in linea d'aria. Zigzagava tra i cadaveri dei
disgraziati che non erano riusciti a rincasare alla sospensione
serale del servizio di sicurezza interna e non avevano avuto
soldi per soddisfare le bande di rumeni che controllavano il
settore.
A seguito dell'entrata della Romania nell'Unione Europea, si
sarebbe detto che tutta la popolazione di quel paese, dal Danubio
ai Carpazi, si fosse trasferita in pianta stabile nell'Alveare.
La criminalità non dipendeva interamente dagli stranieri,
dato che le bande italiane erano altrettanto pericolose, ma i
rumeni avevano meno pazienza ed erano più propensi a
tagliare gole piuttosto che attendere il mattino per svuotare il
chip di credito del malcapitato di turno. Roberta rammentò
anche una porta aprirsi, una mano che la invitava insistentemente
a entrare e lei che poggiava il piede sullo zerbino con scritto -
Benvenuto -. Poi un ragazzo l'aveva urtata nel corridoio. Se
l'era impresso nella mente: diciotto anni circa, grandi occhi
marroni, un cespuglio ispido di capelli castani e due poliziotti
che lo inseguivano. Si erano incrociati forse per un secondo e
non lo aveva più scordato.
Gli agenti avevano sentito il tanfo proveniente dall'appartamento
e si erano fermati.
- Lascia perdere quel rumeno - aveva ordinato il caposquadra al
collega. Si era quindi interessato al tizio sulla porta: -
Spostati. Dobbiamo perquisire il tuo blocco.
Quell'altro aveva provato a sprangare l'entrata. Roberta era
rimasta immobile con la cartella in spalla, assistendo
all'irruzione che aveva portato alla scoperta del laboratorio per
trapianti clandestini. Di tutta quell'azione concitata, aveva
ancora negli occhi il tavolo operatorio su cui era stato adagiato
un bambino per asportargli il cuore. Lo avevano lasciato col
torace aperto. Secondo le intenzioni dell'arrestato, anche lei
avrebbe dovuto chiudere i suoi giorni sullo stesso tavolo.
Quand'è accaduto? Contò a ritroso. Meno
di cinque anni fa. Un'altra epoca della sua vita, un altro
mondo. La monorotaia si immise sulla sopraelevata, lasciandosi
alle spalle l'Alveare. La portò a pochi metri dalla sua
destinazione. Erano passate le sette e la baby-sitter le avrebbe
conteggiato il ritardo come straordinario. Digitò il
codice personale sulla serratura di casa e all'apertura della
porta si trovò di fronte sua madre.
- Mamma...
La donna aveva in braccio Riccardo e la investì d'impeto
con una sequela di parole: - Era ora che ti facessi vedere! Tuo
figlio non ha smesso di piangere da quando sono arrivata. Lo
lasci con delle sconosciute e pretendi che cresca bene? Roberta
prese il figlio che le si strinse al petto: - Maria Luisa non
è una sconosciuta. E' la baby-sitter di Riccardo,
referenziata e ben retribuita. - Mise il bambino ormai
tranquillizzato nel suo lettino.
- Sicuramente ben retribuita... Ho dovuto pagarle il tuo ritardo
o non se ne sarebbe andata.
- Nessuno ti ha chiesto di farlo - puntualizzò
Roberta.
- Bel ringraziamento!
- Per cosa dovrei ringraziarti? Per essere scesa dal tuo
piedistallo ed essere venuta a portarmi i suoi
soldi?
- Che hai contro tuo padre per odiarlo tanto da non
nominarlo?
Certe questioni non si spiegavano né alle amiche,
né alle madri: - Lui lo sa benissimo. Per cominciare, mi
ha messo in mezzo alla strada con un neonato. Sono stata
emancipata legalmente e non mi potrai costringere a rivederlo o a
pronunciare il suo nome.
- Non sono venuta per litigare. Devo parlarti.
- Fallo.
- Vorrei che tu tornassi a casa nostra.
Roberta rallegrò l'ambiente con una risata. Si tolse
sciarpa e cappotto e li buttò su una poltrona.
- Mi potete offrire di meglio? - Allargò le braccia a
mostrare l'arredamento elegante. - Lo potete offrire a mio
figlio? No. Perciò smettila di annoiarmi.
- Stai sbagliando. Non ti puoi permettere l'affitto di questo
posto.
- Mi vieni a fare i conti in tasca? - Si levò le scarpe e
si massaggiò i piedi. Quel modello di calzature la stava
uccidendo. Tuttavia le avrebbe dovute indossare per la serata. -
Vi chiedo solo di lasciarmi vivere. - Scansò la madre ed
entrò nel bagno ad aprire l'acqua della vasca. - Devo
prepararmi per il lavoro e dal momento che Maria Luisa se ne
è andata, dovrò telefonarle e pregarla di
ritornare.
- Fare la spogliarellista in quel locale di terz'ordine non
è un lavoro. - Roberta la compatì per la sua
ordinarietà da popolana.
Se sapessi che mi hanno licenziato sei settimane fa e che per
mantenermi dovrò facilitare le seghe di milioni di
spettatori sul web, ti piglierebbe un colpo. Se lo tenne per
sé e le spiegò: - L'ho cambiato, ne ho uno
migliore. La madre non le chiese ulteriori spiegazioni. Aveva
smesso di pretenderle il giorno in cui le aveva detto di essere
incinta e che avrebbe tenuto il bambino.
- Soddisfatta, mamma? Mi hai parlato. Ora devo chiamare la
baby-sitter.
Il videotelefono lampeggiò a vuoto per sessanta secondi.
Nessuna risposta. Richiamò tre volte, ottenendo risultati
identici. Frustrata, sbatté il pugno sulla tastiera: - Non
è in casa!
Oppure filtrava le chiamate in entrata, sapendo chi la cercava.
Se Roberta avesse avuto il chip di credito, avrebbe potuto
anticiparle il denaro, appoggiandosi a una banca, e magari
convincerla che non ci avrebbe rimesso le ore di lavoro. Troppo
facile. Quell'ipocrita del giudice, nell'emanciparla, le aveva
proibito innesti hardware fino alla maggiore età. - Per
riservare la decisione a una tua scelta consapevole - le aveva
annunciato all'udienza, socchiudendo i suoi occhietti miopi. La
conseguenza era stata l'esclusione da qualsiasi impiego
decente.
Gli eventi avevano deciso per lei. Trascrisse su un foglietto
l'indirizzo che le aveva dato Alessia e accantonò
l'orgoglio: - Mamma, puoi rimanere con Riccardo? E' importante
che vada.
- Dovresti... - cominciò la madre, per fermarsi subito
dopo. - Quando rientrerai?
- A mezzanotte, forse l'una. - Il lavoro era veloce e se la
sarebbe cavata alla svelta.
- Va bene, mi fermo a dormire da te. Chiamo tuo padre per
avvisarlo.
- No! - Roberta divenne ansiosa. - Ti conosco. Mi tormenteresti
per salutarlo, ma io non voglio vederlo. Non costringermi ad
essere scortese anche quando mi stai facendo un favore. Aspetta
che sia uscita.
La madre premette il pulsante di interruzione della chiamata: - A
voi due serve un chiarimento profondo.
- Se mai lo avremo, sarai la prima a esserne informata. -
Uscì dal salotto e si rinchiuse in bagno.
Accese lo stereo e il primo concerto brandeburgese di Bach
animò la stanza distribuendo colori psichedelici. I
riflessi olografici punteggiarono l'aria con armonie studiate per
innalzare l'anima umana a Dio. Roberta non sapeva nulla di musica
classica, tranne che era estremamente rilassante e le permetteva
di godersi appieno l'immersione nell'acqua calda.
Finito il bagno, ebbe pochi dubbi sulla scelta degli abiti dal
guardaroba. Tralasciò la biancheria intima, non sarebbe
servita. Indossò una gonna di jeans che le arrivava una
spanna sopra il ginocchio e una maglietta leggera col simbolo di
Superman sul davanti. Si apprezzò allo specchio. La
maglietta era stata un colpo di genio. Le metteva in risalto il
seno e avrebbe fatto un figurone quando se la fosse tolta.
A completamento della mise, optò per un giubbetto
in piuma d'oca che sapeva tanto di ventesimo secolo. Avrebbe
compensato la mancanza di altri abiti pesanti. Ebbe un moto di
sconforto nel doversi rimettere le scarpe nuove. Le avrebbe
bruciate se ne avesse avute un paio decenti di ricambio. Due
scarpe da ginnastica le occhieggiarono dal fondo dell'armadio.
Considerò i pro e i contro e se le infilò.
Sospirò di soddisfazione molleggiandosi su di esse. Non
serviva il trucco. La sua giovane età era più che
sufficiente a garantirle un viso attraente.
Otto e mezza, si accorse dando un'occhiata all'orologio da
parete. Sono in ritardo sulla tabella di marcia.
Passò da Riccardo per un abbraccio. Il bambino era
assonnato e lo accettò di malavoglia.
- Dormi bene, tesoro mio - gli sussurrò ugualmente in un
orecchio.
La madre l'aveva osservata standosene contro lo stipite della
porta della cameretta.
- Questa sera, stai attenta - consigliò alla figlia con
timore materno.
- L'ho sempre fatto. - Le diede un bacio.
- Questo per cos'è?
- Perché mi vuoi bene, mamma.
Roberta uscì portandosi dietro gli ultimi soldi che aveva.
Le sarebbero serviti per raggiungere la casa di Alberto col taxi
che aveva chiamato. Finiti quelli, sarebbe stata al verde, ma
avrebbe viaggiato comoda.
Che quel tale non si azzardi a darmi una fregatura, altrimenti
gli cavo gli occhi, si ripropose salendo sull'auto.
Attraverso la feritoia nel divisore centrale, porse il foglio con
l'indirizzo al tassista, il quale lo lesse rapidamente e
l'avvertì: - Non ho l'autorizzazione per arrivarci.
- Fin dove può portarmi?
- Lesmo.
- Vada per Lesmo, il resto della strada la farò a
piedi.
Evitarono il traffico sfruttando le corsie preferenziali della
sopraelevata. Sulla monorotaia, gli ultimi pendolari della
giornata si trascinavano stancamente ai quartieri dormitorio
della cintura industriale.
Il taxi la depositò ai cancelli dell'area residenziale di
Lesmo. Roberta fu rassicurata nel varcarli. Finalmente un
luogo dove posso passeggiare di sera senza lasciarci la
pelle.
Dalla chiusura dell'autodromo di Monza, la fascia tra le ex
strutture sportive e l'area del Sestese era stata notevolmente
rivalutata. Chi contava qualcosa nella vita abitava
laggiù. Ritagliarsi un posto per sé e per suo
figlio in quei quartieri era anche la sua meta.
Una villetta a schiera avrebbe garantito a Riccardo un'infanzia
normale, una nella quale non si sarebbe dovuto guardare le spalle
da macellai che volevano tagliarlo a pezzi perché i suoi
organi costavano meno di quelli prodotti dalle aziende
farmaceutiche. Per ottenere la sicurezza finanziaria, Roberta
avrebbe dovuto rimboccarsi le maniche e aprire le gambe a
richiesta. Un sacrificio pesante, ma sopportabile a suo
giudizio.
Camminò tranquilla, a testa alta. Voleva dare
l'impressione della ragazza di buona famiglia che passeggiava per
svagarsi.
Una luce abbagliante la accecò.
- Qualificati! - ingiunse una voce maschile. Roberta conosceva la
procedura.
- Mi chiamo Roberta Perani, documento di identificazione AQ
58326125.
La luce diminuì, svelandone il portatore. Aveva un elmetto
a visiera calcato sulla testa e la scritta APP, agente di
protezione privata, in vista sulla divisa. Le persone "a modo",
rifletté lei, disponevano dei soldi per pagare la
sorveglianza notturna. Fu ipnotizzata dal fucile automatico che
le puntava contro.
- Quale livello di autorizzazione hai? - fu la domanda seguente
che le pose l'agente.
- Dovrei andare a questo indirizzo... - gli andò incontro
per mostrargli il foglio.
- Indietro! - Il sorvegliante azionò il puntatore del
fucile. - Dimmi il livello di autorizzazione. Non aveva risposte
da dare.
La salvò un volto conosciuto: - La ragazzina è con
me.
- Signor Cataldi... - L'APP lo riconobbe quale residente. -
Garantisce per lei?
- E' ovvio. - La prese sotto braccio e la tirò vicina,
incamminandosi lungo la strada. L'agente si disinteressò e
proseguì nel giro di ronda.
- Deve smetterla di chiamarmi ragazzina. - Roberta si
divincolò dalla presa del produttore. Non era il tipo
d'uomo a cui avrebbe concesso il permesso di toccarla.
- E' giusto. Sei una donna. Me lo vuoi dimostrare? - La
cacciò con le spalle al muro in un angolo non coperto
dalle telecamere di sorveglianza e armeggiò con la mano
sotto la gonna. - Sì, lo sei.
Da parte sua, Roberta attivò il personale protocollo di
difesa urbana. Al posto dell'indiscriminato calcio, adottò
una sana strizzata di testicoli, maggiormente controllabile in
quanto a forza di pressione. In fondo, voleva toglierselo dai
piedi, non mandarlo all'ospedale, giocandosi il posto. Una mossa
e Cataldi si piegò in due sulle gambe.
- Stronzo! - lo insultò. - Mi paghi, ma non ti appartengo.
Se ti viene duro quando mi vedi, vai a toccare quella troia di
tua madre, non me. - Lo lasciò a pensare ai suoi preziosi
beni maltrattati.
Roberta arrivò alla residenza di Alberto in dieci minuti.
Era una villa con giardino che poteva valere milioni di euro.
Deve rendere parecchio lavorare nel mercato del porno, fu
la sua considerazione.
L'aspettavano. Erano presenti Alberto, Alessia, due bei ragazzi
che sarebbero stati i loro partner per la trasmissione e colui
che immaginò essere il tecnico dello streaming. Si
chiamava Matteo, un tipo distinto che le sembrò inadatto
per quel lavoro.
- Manca Cataldi. Senza di lui non si parte - disse Alberto.
- L'ho incontrato arrivando. Tarderà - gli rispose lei.
Roberta si era pentita di esserci andata pesante col produttore.
Se era permaloso, ci sarebbero stati guai.
Alessia la distolse dalle altre preoccupazioni. Si vedeva che era
drogata di metadrenalina fino al midollo. Vagava per il salone
che li ospitava con l'andatura di una tigre in gabbia. Respirava
visibilmente dalle narici ed era in cerca di una valvola di sfogo
in cui scatenare la carica d'energia che la pervadeva. Il sesso
avrebbe fatto al caso suo. Era uno spettacolo deprimente.
- Non puoi resistere senza neppure per un giorno? - la
bacchettò Roberta, accompagnandola a sedere su un divano.
Alessia l'aveva ascoltata di sfuggita: - Farò faville
questa sera!
- Finirai con l'ucciderti. Passa a una sostanza sintetica,
è meno pericolosa.
- Efedrina? Sarebbe come bere acqua fresca dopo aver assaggiato
l'ambrosia. La metadrenalina è identica alla mia
adrenalina naturale, componente per componente. E' prodotta su
richiesta. Il laboratorio in cui la replico me la vende a peso
d'oro per questo.
- Ma crea dipendenza...
- Lo dice chi non l'ha provata. Ne vuoi una dose, Roby? Usare il
prodotto derivato da un'altra persona non è il massimo, ma
ti darà l'idea. - Le mise in mano una fiala di un
centimetro con ago ipodermico incorporato. - Se ti vuoi fare, ti
copro io.
La restituì. - Quando sarò disperata al punto da
volermi suicidare, te la verrò a chiedere.
- Mi metti i brividi tanto sei pessimista.
Cataldi entrò con un'aria da funerale. Scambiò uno
sguardo con Roberta, standosene zitto.
- Tutti presenti - sentenziò Alberto. Il regista
controllò il conto alla rovescia sul proiettore
olografico. - Siamo in anticipo per il collegamento. -
Aprì il mobile bar e si versò un bicchiere di Old
Midleton. - Non c'è niente di meglio di un buon whisky
irlandese per brindare all'esordio sulle scene delle nostre
giovani amiche. - Riempì altri bicchieri, aiutato dal
tecnico.
- Non per me - rifiutò Roberta. - Non bevo alcolici a
stomaco vuoto. - Non aveva toccato cibo dall'ora di pranzo.
- Nemmeno un vino bianco frizzante? La sua gradazione non supera
i dieci gradi. - Alberto agitò la bottiglia che
tintinnò scontrandosi col cavatappi che stringeva in mano.
Lei ebbe l'impressione che sarebbe stata esclusa da un rituale se
avesse rifiutato.
- Solo un goccio. - Gli segnalò la quantità
allargando indice e pollice in una fessura. Matteo le porse il
vino. Ne bevve a piccoli sorsi. Era buono sul serio.
Il respiro le rallentò all'improvviso, i sensi le si
annebbiarono e cadde di lato sul divano. Aveva la mente leggera.
Le palpebre erano rimaste aperte e vedeva oltre a sentire, eppure
non poteva né muoversi né parlare.
- L'uccellino è finito in gabbia! - si divertì
Cataldi.
Alessia si spaventò: - Non l'avrete ammazzata? Nei nostri
patti dovevate addormentarla.
I vostri patti..., ripeté silenziosamente
Roberta.
Alberto accompagnò i due ragazzi alla porta. Avevano
esaurito il loro ruolo di comparse. Matteo ne approfittò
per tastarle la giugulare: - E' viva. Mi sarei incazzato di
brutto se l'avessi persa per una reazione allergica
all'anestetico. Non commetto errori del genere. Sono un bravo
chirurgo.
Un chirurgo!
L'urlo le nacque nel ventre, le salì in gola e vi si
esaurì a causa dell'impossibilità di utilizzare
qualsiasi muscolo. L'avrebbero squartata e rivenduta a pezzi come
un'auto rubata, ne era sicura.
Fatemi piangere.
Non versò una lacrima. Il chirurgo le abbassò del
tutto le palpebre e permise che l'anestesia si completasse.
Roberta si svegliò facendo sesso.
Era in un letto a baldacchino. Arazzi antichi realizzati con
intreccio a mano abbellivano la povertà delle pareti in
pietra. Un elmo, il piastrone frontale di una corazza e una spada
lunga con fodero si incastonavano a lato di un camino enorme in
cui bruciava vera legna. L'insieme aveva l'aria di essere un
castello medioevale.
L'uomo anziano che era sopra di lei la stava penetrando tenendole
sollevate le gambe, appoggiandosi con le mani nell'incavo
posteriore delle sue ginocchia. Ansimava e sbuffava ritmicamente.
Il suo corpo flaccido e pesante le opprimeva l'inguine. Doveva
scrollarselo di dosso o l'avrebbe soffocata.
Partì dal cervello l'ordine di fuggire, ma il suo
organismo non trasmise il messaggio. Non vedeva chi fosse quel
porco. La sua faccia era grigia e piatta, i lineamenti del viso
assenti. Nessuna maschera li ricopriva; era un non-volto. L'uomo
ebbe l'orgasmo, spargendo il suo seme dentro e su di lei. Si
rialzò e le si rivolse.
- Hai soddisfatto egregiamente lo ius primae noctis di mia
spettanza. Torna pure da tuo marito - dichiarò
pomposamente. Roberta sentì i collegamenti nervosi
riattivarsi.
- Bastardo! - Sputò contro di lui e la saliva lo
trapassò mentre il vecchio sbiadiva,
volatilizzandosi.
Gli arazzi, l'armatura e il caminetto scolorirono come acquerelli
su un foglio bagnato. Il castello scomparve per essere
rimpiazzato da una stanza ordinaria. File di libri erano disposti
su ripiani in legno. Modelli di aerei da combattimento pendevano
dal soffitto legati a fili metallici, ondeggiando spinti dal
soffio di una brezza leggera che entrava dalla finestra
aperta.
Un altro non-volto la salutò: - Ciao!
Aveva la voce di un adolescente. Un coetaneo.
Le passò delicatamente una mano nei capelli, lasciandoli
ricadere sul cuscino in ordine sparso.
- La tua bellezza mi toglie il fiato. - le svelò.
Abbassò la testa con l'intenzione di baciarla. Roberta si
ritrasse e scivolò fuori dal letto. Le concedeva di
muoversi.
Il non-volto fu deluso: - Se non ti va, smetto.
- Cos'è questo posto, perché sono qui e che ci
faccio con questi vestiti addosso? - Era stretta in una gonna
verde a pieghe e un maglione a collo alto col nome Chiara
ricamato sul lato del cuore a piccole lettere dorate.
- Chiara... - abbozzò l'altro.
- Non sono Chiara! - Un'emicrania montante le inviò una
fitta frontale. - Chi sono? - si domandò con sgomento. -
Roberta - si confortò.
L'emicrania le inferse una seconda stilettata, violenta e
insopportabile. Si strinse la testa tra le mani e la
slanciò all'indietro, a scacciare il dolore.
La disconnessione dalla rete lo lenì.
Successivamente, la pressione dell'umore acqueo sul nervo ottico
le precluse l'elaborazione delle immagini. Era cieca. Il disagio
decrebbe man mano che il processore provvedeva a ricalibrare le
sinapsi.
Poté mettere a fuoco il mondo sensibile: quattro pareti,
un soffitto e un pavimento senza suppellettili, omogeneamente
dipinti in una tinta blu oltremare che le irritava la vista. In
tutto, la cella poteva avere una superficie di quindici metri
quadrati per un'altezza di due lineari.
Roberta portava gli stessi abiti che si era scelta a casa e i
suoi organi stavano al posto giusto. Un bruciore alla base del
collo, nella parte posteriore del capo, le suggerì di
alzare un braccio per toccarsi.
Appena lo vide, lo identificò. Un cavo da impianto le
usciva dal polso sinistro e saliva il braccio legato da fascette
elastiche, terminando dietro le spalle. Le dita tastarono la zona
incriminata e i polpastrelli percepirono la presenza di un
connettore d'inserimento circolare, posizionato tra le vertebre
cervicali.
Sapeva fare due più due: era rinchiusa in una scatola per
fantasie digitali e le avevano impiantato un'interfaccia di
collegamento neurale con uscita sul web.
- Criminali! Aborti mal riusciti! Figli di puttana! - urlò
a nessuno in particolare.
Era sola. Lei, la scatola e... Alessia che stava raggomitolata in
posizione fetale sul pavimento. L'avevano dotata del suo stesso
impianto. A un'occhiata di sfuggita, se l'era spassata alla
grande.
- Traditrice! - Le appioppò un calcio sulle costole.
Alessia non diede segno di averne sofferto. Infastidita, si
limitò a biascicare: - Lasciami in pace.
Si crogiolava nel classico effetto pendolo. Era andata su di giri
con la metadrenalina, aveva impazzato nelle fantasie on-line e
per finire in bellezza era precipitata nel baratro depressivo
post-dose.
- Perché mi hai ingannata? - Roberta la scosse con vigore,
fino a voltarla. All'altezza delle ghiandole surrenali dell'altra
ragazza spuntava un secondo impianto. Era piccolo e discreto
rispetto al connettore neurale. Si limitava a un tubo di cinque
millimetri che fuoriusciva dal corpo di Alessia per rientrarle
direttamente nell'arteria subclavia.
- Dio santo, mi hai venduta per l'adrenalina.
Alessia aveva barattato la loro libertà col sogno di
qualsiasi drogato: farsi quando e quanto voleva. Era nella
scatola insieme a lei per pagarsi l'operazione del chirurgo.
Roberta soffrì più per la fine della loro amicizia
che non per la situazione grave in cui l'aveva invischiata.
- Ale, sei una stupida! - l'apostrofò. - Qualunque cosa ti
abbiano promesso, non ne usciremo vive...
Le scatole erano illegali. Le ragazze esperte con cui aveva
lavorato al locale, l'avevano messa in guardia contro i clienti
che chiedevano appuntamenti fuori orario.
Stai attenta, Roberta, a non farti friggere il cervello in una
scatola per fantasie, le avevano detto. In connessione
continua e con un fisico resistente, dureresti una
settimana.
Aveva uno scopo da perseguire con dedizione assoluta: - Devo
uscire.
Nella scatola non esistevano porte o finestre. Spinse i palmi
delle mani su una parete. Cedette come gomma, ma uno sfolgorio la
ustionò leggermente. I muri non erano reali. Una
proiezione digitale sfruttava la sua carica elettrica basale per
imprigionarla. Metodo subdolo ed efficace.
Cautela. Ci vuole cautela, ragionò.
Sfilò una scarpa e la sfruttò per proteggersi la
mano. Il contatto non generò scariche.
Spinse con forza.
Niente.
Raddoppiò la spinta.
Non ci siamo ancora.
Il muro non aveva nessuna intenzione di cedere. Si tolse la
seconda scarpa e si protesse l'altra mano. Prese una discreta
rincorsa e si lanciò contro il muro.
La parete rinculò, s'incrinò e riprese la forma
originaria.
- Non sei indistruttibile! - esclamò, fiduciosa.
Misurò una rincorsa più lunga e
caricò.
All'impatto, un'ombra scura si allargò dalla crepa,
diffondendosi sul muro alla velocità di un cancro
linfatico. Le aggredì le scarpe e risalì il braccio
per infilarsi nel connettore.
La ragazza non stava uscendo, rientrava in rete.
In quel collegamento incontrò la persona che cambiò
la sua vita.
Nella digitalizzazione, Roberta aveva ancora le scarpe in mano,
seppur differenti: marroni e con una fibbia di metallo. Sapeva il
motivo per cui le aveva tolte. Scalza non avrebbe fatto rumore
sul pavimento del tunnel nel quale stava fuggendo.
Era un corridoio dell'Alveare, in uno dei livelli sotterranei. Lo
capì dal calore circostante e dai tonfi cadenzati delle
pompe idrauliche che azionavano l'impianto di teleriscaldamento.
A ogni riflusso del liquido, le tubature ciclopiche sul soffitto
vibravano.
I suoi persecutori la incalzavano d'appresso. Le parlavano in una
lingua straniera, probabilmente rumeno, che l'eco, rimbalzando
sui muri, tramutava in boato. L'elaboratore del suo innesto si
surriscaldò per adeguare la velocità di calcolo
alla potenza richiesta dalla traduzione simultanea.
- Fermati! Non ti faremo del male - la tentò il
primo.
- Ci divertiremo! - disse il secondo.
- Eccola là - indicò l'ultimo.
Erano in tre e l'avevano individuata. Roberta si rifugiò
nel locale del bruciatore, appiattendosi sotto una delle
condutture. Il non-volto la scovò. Infilò un
braccio nel pertugio e le catturò un piede. Lei
scalciò e si dimenò, ma fu trascinata allo
scoperto.
Il non-volto richiamò gli altri: - Devo pensare a tutto
io? Tenetela ferma!
- Ehi, Adrian! Comandi sempre... - si lamentò uno.
Le ghermì lo stesso le braccia. Soffocò il suo
"Basta!" infilandole in bocca gli slip che le aveva strappato nel
frattempo. I due che agivano con il non-volto avevano una
fisionomia precisa, con faccia da ragazzi e sguardo da adulti.
Per resistere allo stupro, Roberta serrò le gambe. Erano
troppo forti per lei e la resistenza a oltranza le avrebbe
causato sofferenza aggiuntiva. Si arrese. Il non-volto si fece
strada aiutandosi con le ginocchia e la violentò.
Il caldo era opprimente. Gocce di sudore dalla fronte di Adrian
le caddero sulla pelle. La verità le si dischiuse in
un'illuminazione.
Non era una fantasia. Si trattava di un ricordo.
La precisione dei dettagli, la nitidezza dei volti dei complici,
il comportamento della vittima, ciascun passaggio era stampato
indelebilmente nella memoria del non-volto.
- Dai, Adrian, togliti. Tocca a me - richiese con forza chi le
teneva le braccia.
- Quando avrò finito - troncò lui. - Girala.
Non portò a termine i suoi propositi.
Il terzo assalitore rientrò nel locale dopo una
perlustrazione: - Una pattuglia della polizia ci ha localizzato!
E' supportata da una squadra di APP. Dobbiamo risalire nei
cunicoli ai piani superiori o ci chiuderanno in trappola. Adrian
non ebbe esitazioni. Aprì un coltello a scatto e
colpì Roberta al petto, per tre volte. Quello che aveva
richiesto di partecipare al festino orgiastico perse il sangue
freddo.
- Che cazzo combini? Era necessario?
- Non ci devono essere testimoni.
L'espressione del complice precipitò in una paura profonda
quando realizzò che Adrian si riferiva anche a lui e al
tale all'entrata.
Su quella frase, dopo averla uccisa, il ricordo sfumò e
l'ambiente ricadde nell'oscurità della scatola in
stand-by. Il non-volto digitale rimase fermo in piedi.
Le andò vicino: - Come ti chiami?
Roberta non gli rispose.
- Abbiamo una dura, signori!
Un artiglio invisibile le scandagliò il cervello
insinuandosi dal connettore.
Il non-volto analizzò i risultati della ricerca: - Il tuo
processore ti chiama Roberta. Tredici anni? - Il programma sonda
rimestò in profondità. - Io ne conto sedici dalla
data della tua nascita... E' plausibile. Mettono informazioni
false perché più siete giovani più attirate
potenziali clienti. - Richiuse il coltello. - Bene, Roberta. Io
sono Adrian Radu. Dal mio punto di vista, sei un tipino
interessante. C'è molto da scoprire dietro la spessa
muraglia che ti sei costruita attorno. Mi piaci e ci
rivedremo.
La rigettò fuori dalla rete.
La ragazza annaspò, aspirando ossigeno nei polmoni
vuoti.
- E' rinvenuta - si tranquillizzò Matteo, sospendendo il
massaggio cardiaco. Alberto e Cataldi stavano un metro indietro,
come avvoltoi intorno a una carogna.
- Mi hanno assalita in tre... - Roberta pescò
l'informazione dalla memoria.
- Impossibile! - negò Cataldi. - Le fantasie sono
trasferimenti punto a punto. Ci può essere un solo utente
collegato per volta.
- Avete una spiegazione migliore per i lividi? - Mostrò
loro le macchie bluastre nella parte interna delle sue cosce e
sulle braccia, souvenir della violenza subita.
- L'aggressore deve essersi servito di bot - concluse il
chirurgo.
Cataldi cadde dalle nuvole: - Bot?
- Sono applicazioni artificiali che replicano il comportamento di
esseri umani. Ne ho visto qualcuno all'opera e il sovraccarico
emozionale può condurre a shock neurogeni con insorgenza
di reazioni psicosomatiche. Vi consiglio di staccarla
dall'elaboratore centrale e di sbrigarvi a rinforzare il sistema
contro gli attacchi di questo genere. Con un pizzico di fortuna,
potremo bruciare chi si diverte a giocare con le vostre
proprietà. - La ragazza si considerò perduta.
Una proprietà. E' tutto ciò che sono per
loro.
Il produttore non volle sentire ragioni: - Perderei cifre a sei
zeri accettando un fermo tecnico. Questa troietta è la
fantasia più ricercata al di fuori del sud-est asiatico.
Ho decine di prenotazioni per i prossimi giorni. Farà il
suo dovere fino in fondo.
- Sistemiamola alla meglio e ricolleghiamola - propose
Alberto.
- Ve ne assumete la responsabilità - si impuntò
Matteo.
- Rimorsi di coscienza? - insinuò il regista.
Il chirurgo lo guardò di traverso. - Ho una reputazione
professionale da proteggere e una morte prematura per
sovraccarico neurale non andrebbe a vantaggio del mio
curriculum...