I Celti tra storia e leggenda - Prima parte

a cura di Stefano Baccolini

La religione e la cultura celtica si sono spesso intrecciate con eventi storici di grande importanza, da Alessandro Magno alla caduta dell'Impero romano, passando per la conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare. Scopriamo quale rilevanza storica e mistica ha avuto questo popolo spesso sottovalutato unicamente per non aver creato grandi regni duraturi.

Le origini

Mappa della collocazione dei Celti in Europa nel terzo secolo avanti Cristo - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Mappa della collocazione dei Celti in Europa nel terzo secolo avanti Cristo.

Appiano (Anabasi, I, 4) racconta che Alessandro Magno, ancor prima di intraprendere la sua vittoriosa campagna in Asia, incontrò alcuni "Galati" e, alla sua domanda su quale fosse il loro più grande timore, essi gli risposero sfacciatamente che avevano paura soltanto che il cielo, cadendo, li schiacciasse.

Questo aneddoto, vero o falso che sia, è una testimonianza palese del rispetto che le loro capacità guerriere incutevano tra le genti vicine.

Il percorso dei Galati inizierebbe, però, da lontano. Gerhard Herm, con una certa fantasia, li identifica con i filistei di biblica memoria, sconfitti dal faraone Ramsete III attorno al 1165 a.C. (Gerhard Herm, Il mistero dei celti, 1975, p. 131).

L'ipotesi, assai intrigante, si fonda semplicemente sulla presunta corrispondenza tra i pittoreschi copricapi che essi sfoggiavano e le chiome irrigidite dai bagni di calce, abitudine nordica più volte descritta nelle fonti. Che il gigantismo di Golia fosse effettivo, dunque? Sta di fatto che la prestanza fisica di questi barbari dovette fare davvero grande impressione ai più minuti Greci, dal momento che questi ultimi li ritennero dei discendenti di Eracle e inventarono la leggenda della fondazione di Alesia da parte dell'eroe. Stando al mito, una principessa locale si sarebbe, quindi, invaghita del muscoloso semidio e il frutto della loro unione sarebbe stato un certo Galàtes. Da ciò deriverebbe, appunto, la denominazione di Galati.

Abbandoniamo per ora il campo delle ipotesi e dei miti e immergiamoci nella realtà storica.

Per la prima età del ferro ci soccorrono soltanto le fonti archeologiche: sappiamo che essi erano diffusi nell'Europa del Nord e che praticavano l'inumazione a differenza delle popolazioni precedenti. Si definisce cultura di Hallstatt il periodo tra VIII secolo a.C. e all'incirca il 450 a.C., mentre per gli anni compresi tra il 450 a.C. e il 50 a.C., epoca in cui le fonti scritte ci offrono informazioni più complete, si parla di cultura di La Tène (località svizzera sede di un importante rinvenimento archeologico). Nulla di certo, invece, si può dire per la precedente età del bronzo. Le domande al vaglio degli studiosi sono, infatti, molteplici: da dove venivano i Galati? Erano una popolazione autoctona o arrivarono dall'esterno?

Probabile che questi interrogativi rimarranno anche in futuro senza risposta.

Furono Greci e Romani ad alimentare la fama dei Galati, commerciando ma soprattutto scontrandosi in battaglia con questa popolazione. "Celti" era l'altra denominazione con cui erano conosciuti, come li chiamarono gli abitanti della greca Marsiglia, tra i primi a incontrarli e ad averli come vicini. Tale denominazione sarà poi quella che si affermerà anche nelle fonti antiche, arrivando a qualificare l'intero popolo nel suo complesso. Ma quante erano le tribù dei Celti? Non lo sappiamo con precisione: Greci e Romani, essendo entrambi l'espressione di una civiltà "cittadina", avevano grosse difficoltà a comprendere le realtà a struttura tribale. Conosciamo, tuttavia, la loro area di espansione che è rappresentata all'incirca dall'Europa centro-settentrionale, dal territorio danubiano, dalla Spagna e dalle isole britanniche, con significative propaggini in Italia e nell'odierna Turchia. Gli studiosi moderni hanno, invece, individuato due aree linguistiche che si possono esemplificare con l'uso delle lettere"Q" e "P". Per "cavallo", ad esempio, coloro che parlavano il celtico-Q utilizzavano il termine equos; all'opposto nell'altra area era invece adoperato il termine epos. Il celtico-Q dovrebbe essere la forma più antica ed era parlato in Irlanda, Scozia e Spagna, mentre in Gallia e in Britannia prevaleva la forma "P".

I Celti e il mondo greco-ellenistico

Come dicevo, già Alessandro Magno ebbe a che fare con i Celti: attorno al 335 a.C. li troviamo alleati dei Macedoni contro gli Illiri. Strabone ci riporta la formula del loro giuramento che si presenta straordinariamente simile a quello dei Gaeli irlandesi, più di mille anni dopo: "Vogliamo mantenere fede al giuramento, o possa il cielo abbatterci e annientarci, la terra aprirsi sotto di noi, il mare sollevarsi e sommergerci" (Strabone, VII, 3, 8). In epoca ellenistica (III-I sec. a.C.), un periodo in cui il mondo greco era profondamente turbato e privo di una guida unitaria, i Celti arrivarono come una burrasca. Tra i primi a cadere sotto il loro giogo furono i Traci, abitanti dell'odierna Bulgaria, barbari e ubriaconi agli occhi dei civili Elleni, ma anche valenti combattenti, che pure rimasero sottomessi per più di cinquant'anni. A Tylys, l'odierna località bulgara di Tulowo, i Celti costruirono un vero e proprio regno che crollò definitivamente nel 212 a.C. per mano degli stessi Traci.

Anche Greci e Macedoni vennero gettati nel panico di fronte a questo inedito pericolo, e neppure la tanto celebrata falange parve in grado di arrestare la violenza delle cariche celtiche. Il re macedone Tolemeo Cerauno morì addirittura in battaglia contro di loro nel 279 a.C.; li guidava un certo Brenno, nome che accomuna questo condottiero a un altro grande capo celta di cui vedremo in seguito le imprese.

In quei tumultuosi anni, anche il celeberrimo oracolo di Delfi venne messo a sacco e parte dell'immenso bottino venne poi ritrovato a Tolosa dai Romani nel 106 a.C. I Celti, infine, passarono in Asia Minore (l'odierna Turchia) e lì rimasero partecipando come mercenari alle varie lotte che opposero i sovrani ellenistici di Siria ed Egitto. Quando Pergamo si rese indipendente dai Seleucidi di Siria, i Celti, che intanto si erano insediati nella regione che verrà poi chiamata Galazia, divennero vicini scomodi di questo regno costringendolo a pagare tributi. Attalo I, nel 235 a.C. rifiutò di fornire ai Galati, come erano di solito identificati i Celti di Galazia, il consueto pagamento: ne seguì una guerra che i Pergameni riuscirono a vincere. In seguito a questo successo, Attalo I dedicherà ad Atena "Portatrice di vittoria" a Pergamo un gruppo scultoreo in bronzo, il così detto "Grande donario", di cui noi conosciamo le copie marmoree di età romana. Ne fanno parte il "Galata morente" che ora si trova ai Musei Capitolini e il "Galata che uccide la moglie e se stesso" conservato a palazzo Altemps a Roma. Un analogo monumento celebrativo, eretto nel 160 a.C. ad Atene e definito "Piccolo donario" mette a confronto due eventi mitici: la vittoria degli Ateniesi sulle Amazzoni e la vittoria degli dei sui giganti, rispettivamente con il successo di Maratona sui Persiani e la vittoria dei Pergameni sui Celti. Insomma una celebrazione della civiltà che prevale sui barbari.

I Galati furono, infine, alleati di Antioco III di Siria contro i Romani, ma vennero sconfitti con le truppe siriache a Magnesia sul Sipilo nel 189 a.C. Da questo momento essi entreranno nell'orbita di Roma partecipando a molte delle principali vicende politiche che la interessarono. Il re di Galazia Deiotaro nel 48 a.C. combatté, ad esempio, al fianco di Pompeo contro Cesare, il quale, una volta sconfitto il rivale, utilizzò i Galati come alleati nella guerra contro Fornace re del Ponto. Cesare fu clemente, dunque, con l'antico nemico, ma tolse a Deiotaro alcuni territori e quest'ultimo, per vendicarsi, ordì nel 45 a.C. una congiura fallita ai danni del condottiero romano.

Egli venne difeso da Cicerone nella così detta Pro Deiotaro e si salvò, ma, ancora una volta, nella battaglia di Filippi del 42 a.C. si trovò dalla parte sbagliata, quella dei cesaricidi. Dopo la morte di Cassio, però, passò dalla parte di Augusto e conservò per questo l'indipendenza per il suo regno sotto forma di stato cliente. Quando la sua dinastia si estinse, nel 25 a.C. la Galazia divenne una provincia romana.

I Celti in Occidente: l'Europa e l'Italia

Arte ornamentale, nodo celtico - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Arte ornamentale celtica. La rappresentazione di nodi in complicate figure geometriche costituisce una peculiarità dell'artigianato dei Celti. Nella rivisitazione moderna di tali rappresentazioni, sono stati loro attribuiti dei significati magici e mistici che non si è sicuri appartenessero in origine alla cultura di questa popolazione.

A partire dal VI-V sec. a.C. le fonti letterarie integrano le scarse informazioni provenienti dai rinvenimenti archeologici; questi ultimi, però, già ci testimoniano lo stanziamento dei Celti in Spagna, in Francia e nelle isole britanniche. Tito Livio (Historiae V, 33 e seguenti), a proposito del loro arrivo in Italia, ci racconta che al tempo del re Tarquinio Prisco la tribù dei Biturigi aveva il predominio in Gallia (l'odierna Francia) e per risolvere il problema dell'eccesso della popolazione il loro re inviò i figli Segoveso e Belloveso a colonizzare nuove terre. Il primo si stabilì nella selva Ercinia (Germania Centrale) il secondo ebbe la ben più ricca Italia. La cosa strana è che, nella storia che Livio ci riferisce, Belloveso si sarebbe stabilito in Nord-Italia, nel territorio della locale tribù degli Insubri, proprio a causa della somiglianza tra il nome di questa popolazione e quella di un'analoga "ripartizione" della tribù degli Edui. I moderni studiosi si sono, dunque, chiesti se esistessero già dei Celti autoctoni in Italia prima del VI secolo a.C. e hanno trovato nella così detta Cultura di Golasecca (IX-V sec. a.C.) la conferma dell'ipotesi, essendo stata chiaramente definita come "celtica" la lingua di un'iscrizione appartenente a tale cultura. Diversa la versione dell'arrivo dei Celti da parte dello storico Giustino, che si rifà alla monumentale opera del gallo-romano Pompeo Trogo (Storia universale, XXIV, 4, 1). Egli racconta che 300.000 Celti, spinti dalla fame e seguendo il volo degli uccelli, migrarono, alcuni diretti in Pannonia (Ungheria), altri verso le Alpi stabilendosi in Italia.

Il trasferimento verso la penisola trova riscontri nei rinvenimenti archeologici della zona prealpina, dove si osserva da un lato un incremento significativo delle tombe di donne che non potevano seguire gli uomini e sopportare i rigori di un trasferimento, dall'altro un aumento notevole delle zone devastate da incendi: Cesare ci racconta, infatti, che gli Elvezi, prima di iniziare la loro migrazione bruciarono le proprie case (Cesare I, 5). Una volta stabilitisi nella pianura padana, essa assunse il nome di Gallia Cisalpina in contrapposizione con la Gallia Transalpina (cioè al di là delle Alpi). L'Italia conobbe altri movimenti migratori celtici attorno al V secolo a.C., data solo presumibile dal momento che Livio non ci fornisce dati sicuri a riguardo. All'incirca attorno a questo periodo, dunque, i Galli (latinizzazione di Galati) terminarono l'occupazione dell'Italia del nord sottomettendone i precedenti abitanti e scacciando gli Etruschi dalle loro propaggini più settentrionali. Livio ci parla delle tribù dei Libui e dei Salluvii, che si stabilirono in Piemonte, e dei Boi e dei Lingoni che si stanziarono nella pianura padana meridionale. Una stele trovata a Bologna testimonia la resistenza esercitata dagli abitanti di Felsina contro gli invasori, ma fu una opposizione vana se la città arrivò, in età romana, a chiamarsi Bononia, chiaro legame con i suoi precedenti conquistatori, la tribù dei Boi. I Celti non si fermarono certo all'Italia centro settentrionale, arrivando a toccare anche le odierne Campania e Puglia, mettendo dunque in crisi l'assetto di varie popolazioni italiche come i Piceni, abitanti delle Marche, che dovettero lasciare il posto alla tribù gallica dei Senoni. La migrazione dei Senoni, avvenuta nel IV sec. a.C. fu l'ultima e segnò il momento di massima espansione dei Celti in Italia.

Furono i Romani i più acerrimi avversari dei Galli, contro i quali entrarono in guerra in varie occasioni. Il primo scontro fu tragico per Roma, che si vide sconfitta da un'orda di Senoni sul fiume Allia nel 390 a.C.

Livio, a questo proposito, racconta tante belle storie, pregne di patriottismo ed eroismo: ci descrive la resistenza romana nel Campidoglio, le oche che avvertirono i difensori di un tentativo di attacco a sorpresa, il pagamento di un tributo di 1000 libbre d'oro con la famosa frase del condottiero senone Brenno "Vae victis" (guai ai vinti) e il tempestivo arrivo di Furio Camillo che con un esercito raccogliticcio scacciò i Galli da Roma. C'è ben poco di vero in tutto questo, a parte il pagamento del tributo, cosa credibile dal momento che i Senoni erano scesi nel Lazio come razziatori. Certo non si può escludere che i Romani di Furio Camillo abbiano sconfitto i Galli, ignari di un'eventuale reazione e carichi di bottino, ma è anche possibile che questi episodi siano serviti per annacquare nella memoria dei cittadini di Roma quella che fu una delle loro più umilianti sconfitte.

Gli avvenimenti successivi, che portarono i Romani alla conquista dell'intera penisola, videro invece questi ultimi sempre vincenti sui Galli. Come impareranno alcuni secoli dopo anche i Cartaginesi, Roma era, però, una città vendicativa e, dopo aver prevalso a Sentino nel 295 a.C. su un'ampia coalizione di cui facevano parte anche i Senoni, perpetrò un vero e proprio eccidio, massacrando la popolazione celtica del Piceno e fondando la colonia di Senigallia. Alcuni anni dopo, i Galli, bistrattati e battuti ripetutamente anche nella pianura Padana, si allearono con Annibale dopo che, invasa l'Italia in occasione della seconda guerra Punica, il condottiero cartaginese aveva dato prova di poter battere i Romani con le sue vittorie al Ticino e al Trebbia.

A questo proposito esiste una vulgata secondo la quale il condottiero punico sarebbe rimasto impressionato non solo dalle loro qualità belliche, ma anche da certe cosce di maiale salato con le quali si rimpinzò. L'episodio, assai pittoresco, non ha a quanto mi consta alcun riscontro preciso nelle fonti antiche; oltretutto si fa riferimento alla battaglia del Trebbia (218 a.C.) e alla città di Parma che doveva ancora essere fondata (183 a.C.), ma è certo che nella pianura Padana l'allevamento del suino e la conservazione delle sue carni fosse una attività importante.

La sconfitta di Annibale portò alla definitiva sottomissione dei Galli del Nord Italia: Insubri e Cenomani vennero a patti con Roma, mentre i Boi vennero sterminati e allontanati (si parla addirittura di una loro migrazione in Boemia). Con Silla, infine, la Gallia Cisalpina divenne provincia romana. In Spagna i Romani entrarono in contatto con i Celti locali (noti come Celtiberi) proprio in conseguenza della seconda guerra punica, terminata la quale sostituirono i Cartaginesi nel dominio di quel territorio. La spietata politica coloniale da loro condotta creò, tuttavia, un moto di rivolta guidato dal capo locale Viriato che scatenò contro i Romani una durissima guerriglia. Viriato venne poi ucciso per mano di un membro del suo stesso esercito nel 139 a.C. Il centro della resistenza celtiberica contro Roma fu Numanzia, che, dopo ripetuti fallimenti, venne infine espugnata nel 133 a.C. La Spagna, comunque, fu completamente sottomessa solo sotto Augusto, nel 26 a.C.

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