Amiens, 1905

di Simone Conti

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"Veicoli per andare sott'acqua? Servirebbero solo ad annegare gli equipaggi."
(H.G.Wells)

"Ho letto i suoi libri: molto strano, molto inglese..."
(Jules Verne)

23 marzo

Risalendo rue des Ostages la carrozza imboccò boulevard de Longueville, e dopo averne percorso un breve tratto si fermò davanti a una casa di mattoni rossi, disposta su due piani, prospiciente alla ferrovia. Il solo tempo alla ribalta di aprirsi, e al passeggero di scendere, che la frusta del vetturino schioccò e la vettura, scivolando sul selciato umido, si allontanò in tutta fretta nella notte.
Il passeggero, un uomo dall'aspetto severo e posa militaresca bussò alla porta, stringendosi nel nero pastrano che lo riparava dal vento gelido della Somme. Per sua fortuna l'attesa fu breve, e quando la porta si aprì, cigolando, si ritrovò ad incrociare il volto gentile di un giovane di bassa statura che mostrando un tiepido sorriso sotto folti baffi neri si presentò come Zilippimus Nadar, il domestico. - Buona sera - sussurrò, sporgendosi in avanti. - Vi stavamo aspettando.
L'uomo si produsse in un leggero inchino; di rimando Zilippimus Nadar si fece da parte pregandolo di entrare.
- Come sta? - chiese senza preamboli l'uomo, assaporando nel contempo il tiepido calore che regnava all'interno della casa.

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Il domestico scosse il capo, sconsolato. - Le sue condizioni sono peggiorate. - Dopo una breve pausa, aggiunse: - tuttavia c'è tempo.
Subito dopo invitò l'ospite a porgergli il pastrano, e nell'esatto momento in cui egli se lo tolse, gli occhi di Zilippimus Nadar si posarono sull'uniforme da ufficiale dell'esercito coloniale francese, che l'uomo indossava con evidente orgoglio.
- Avete fatto buon viaggio? - chiese, cercando di stemperare la tensione del momento.
L'uomo gli posò una mano sulla spalla. - Avrei preferito arrostire al sole del deserto, pur di non rientrare in Francia in un giorno come questo.
- Lui sarà felice di vederla - lo rincuorò Zilippimus Nadar, ricacciando nello stomaco il groppo che gli si era formato in gola.

L'oscurità era attenuata dal bagliore tenue di candele di sego che ardevano su un candelabro a tre fiamme posato sopra a un cubo metallico, accanto a una caraffa e un bicchiere sbeccato. Nonostante l'ottima qualità dei moccoli, la luce non era sufficiente a illuminare per intero la figura di un vecchio morente.
Dopo aver bussato, Zilippimus Nadar entrò nella stanza precedendo l'uomo giunto dalle assolate terre d'Africa. Quest'ultimo - non appena fu dentro - si tolse il berretto, che rilasciò nell'aria una leggera nube di polvere. Il domestico notò che anche i capelli dell'ufficiale, ricciuti e di un nero corvino, erano ricoperti da un sottile velo di sabbia.
Tutto a un tratto dal fondo della stanza si levò una flebile voce: - Chi è?
- Ci sono visite... - rispose Zilippimus Nadar.
Il vecchio fu colto da un violento attacco di tosse. Allora il domestico si precipitò al suo capezzale, pronto a qualsiasi evenienza, ma il Maestro, ignorandolo, ordinò all'uomo di avvicinarsi.
Con passo incerto, e il cuore che gli batteva all'impazzata, l'uomo venne avanti. In vita sua aveva affrontato avventure incredibili e pericoli di ogni genere, ma adesso - in quel luogo e in quel momento - sentiva di aver smarrito la sua proverbiale sicurezza.
- Avvicinatevi - ordinò nuovamente il Maestro.
L'uomo si sporse sul letto. - Sono qui per servirla - sussurrò.
Fu allora che Jules Verne si ritrovò a incrociare il volto di un caro e vecchio amico. - Ettore Servadac! - esclamò. - Mon Dieu, siete esattamente come vi ho immaginato...
Gli occhi del capitano Servadac si accesero di nuova luce. - Anche voi siete tale e quale all'uomo che pensavo sareste stato: un vecchio barbuto, d'aspetto docile, creatore di mondi straordinari.
Jules Verne scosse il capo, come a rifiutare l'alta considerazione espressa dal capitano Servadac. - Sto morendo e non c'è nulla che io possa fare per impedire al destino di compiersi. - Era un diabete mal curato ad averlo ridotto in quelle condizioni. - Ma come si dice... sapersi rassegnare quando non si può fare altrimenti.*
Ettore Servadac sorrise. - E questo è il nostro caso* - aggiunse. - Ben-Zuf: capitolo ottavo, pagina cinquantaquattro!
Nella mente di Jules Verne presero forma i ricordi di un felice passato. - Scrivendo quel dialogo non sospettavo che un giorno sarebbe risuonato così profetico.
Il capitano Servadac avrebbe voluto rispondere, ma il Maestro lo anticipò. - Quando si è prossimi alla morte è tempo di bilanci - disse. - Non posso andarmene da questa terra col dubbio di aver deluso i miei viaggiatori.
Ettore Servadac gli strinse la mano e per qualche istante la sua mente tornò alle mirabolanti avventure vissute tra le pagine del libro. - Ho viaggiato attraverso il mondo solare - dichiarò con enfasi - e al contrario di altri non l'ho fatto in ottanta giorni, per scommessa o per confutare teorie scientifiche.
Non sono stato sparato da un cannone, tanto meno costretto a esplorare gli abissi marini rinchiuso in un angusto sommergibile ai comandi di un uomo in guerra con il mondo intero. - Quella che esprimeva era sincera gratitudine. - Lei mi ha donato la vita! - Servadac scosse il capo. - Io non ho lo spessore morale e l'eleganza di Phileas Fogg o le capacità scientifiche del capitano Nemo. Sono soltanto un semplice ufficiale di una sperduta guarnigione militare, protagonista di un sogno che si ripete ogni qualvolta si aprono le pagine del libro. - A quel punto strinse la mano del Maestro. - Io esisto grazie alla sua smisurata fantasia: in tutta sincerità cosa potrei chiederle di più?
Il volto di Jules Verne si accese di una gioia ormai sopita. In cuor suo sapeva che le gesta di Servadac non avevano raggiunto la notorietà di avventure ben più famose; tuttavia era orgoglioso di aver dato alle stampe "Le avventure del capitano Servadac attraverso il mondo solare".
- Sono contento che tu sia qui - confessò Jules Verne. - E Ben-Zuf, il tuo prode attendente, come se la passa?
Il capitano Servadac alzò gli occhi al cielo. - A Montmartre, tra le gambe di qualche grassa sgualdrina! Jules Verne annuì. Poi chiamò a sé Zilippimus Nadar, ma il domestico era già uscito dalla stanza: qualcuno, di sotto, bussava alla porta.

Vestiva abiti eleganti l'uomo che dopo esser sceso dalla carrozza, e averla vista allontanarsi nell'oscurità della notte, gettò l'ennesima occhiata al quadrante del suo antico orologio da tasca; oggetto di raffinata fattezza. Con gesto repentino lo ricacciò nella tasca del doppiopetto, si aggiustò sul capo la tuba che calzava con gran classe, e riprese a picchiettare la porta con la punta metallica del suo bastone da passeggio la cui impugnatura, in avorio scolpito, riproduceva il globo terrestre. Al suo fianco un uomo di bassa statura, certamente il domestico, lanciava maledizioni alla servitù della casa, colpevole a suo avviso di non essere all'altezza della situazione.
- Non ricordo l'usanza francese di far attendere gli ospiti all'addiaccio! - protestò il domestico. In quel preciso istante la porta si aprì, e il nobiluomo impugnò nuovamente l'orologio. - Trentasette secondi: un ritardo inqualificabile!
- Buona sera, signori - rispose Zilippimus Nadar, come se nulla fosse. - Entrate pure.
Il nobiluomo si fermò al centro di un piccolo salotto arredato con esotica eleganza. Le pareti erano adornate con splendidi quadri raffiguranti scene di viaggi straordinari, il pavimento ingentilito da tappeti orientali di rara bellezza. Il nobiluomo si guardò attorno mentre il suo domestico si bloccò di colpo, il volto contratto in un'espressione di puro stupore.
- Lo vede anche lei? - borbottò. - Quel tizio è tale uguale a me!
Il nobiluomo non parve meravigliato dall'incredibile somiglianza tra i due. - Direi che abbiamo scoperto quale sia stata la fonte d'ispirazione del Maestro nel crearti - constatò, porgendo a Zilippimus Nadar mantello, tuba e bastone. - Lui come sta? - chiese infine.
- E' debole e malato - rispose Zilippimus Nadar - ma sarà molto felice di incontrarvi. - Detto questo invitò entrambi a seguirlo al piano di sopra.

- Phileas! - esclamò Jules Verne, contenendo a fatica l'emozione del momento. - Passepartout, anche tu qui!
- Sempre al fianco del signor Fogg! - rispose con un certo orgoglio il domestico.
Jules Verne si passò la lingua sulle labbra screpolate. - Ho sete!
Zilippimus Nadar prese la caraffa sul comodino, riempì il bicchiere e si precipitò al capezzale dell'illustre padrone il quale, dopo essersi dissetato, si scusò con loro. - Mi spiace di aver interrotto la vostra impresa - disse.
Phileas Fogg, uno dei più stimati membri del "Reform club" di Londra, scrollò le spalle. - Non importa. Basta tener conto della differenza* - rispose.
Jules Verne sorrise nel sentir pronunciare quelle precise parole dalla viva voce di Fogg che, nel frattempo, aveva gettato un'occhiata infastidita al capitano Servadac.
Nell'immaginario di Jules Verne, Phileas Fogg avrebbe mal sopportato il dover condividere lo stesso spazio vitale con un personaggio il cui viaggio straordinario aveva venduto un quarto delle copie del ben più famoso "Il giro del mondo in 80 giorni". Ora, la fantasia sembrava aver lasciato posto alla cruda realtà; quindi Jules Verne decise di rassicurarlo. - Resti sempre uno dei miei favoriti - disse, trattenendo a fatica l'ennesimo attacco di tosse.
- Non lo metto in discussione - precisò Phileas Fogg - ma rimango della mia idea!
Jules Verne si rese conto che era inutile intavolare una discussione con un uomo pervaso da una supponenza tipicamente anglosassone, anche se era egli stesso ad averlo creato così. - Dimmi la verità - riprese, incrociando il volto infastidito di Phileas Fogg - avremmo potuto farcela in meno di ottanta giorni se solo avessimo escogitato qualcosa di più rapido e futuribile, non credi? Allora sì che non saremmo stati battuti!
Passepartout rimase di stucco: quelle sul volto del suo padrone erano forse lacrime?
- Non sarà una Yankee a mettere in discussione la nostra impresa straordinaria! - rispose Phileas Fogg.
- Il viaggio di miss Bly1 è del tutto privo di fascino e classe!
Durante la notte, Zilippimus Nadar scese numerose volte al piano di sotto. Nel giro di poche ore, infatti, in boulevard de Longueville giunsero viaggiatori straordinari di ritorno da viaggi straordinari: dal professor Otto Lindembrok, suo nipote Axel e il gigante islandese Hans - riemersi in tutta fretta dalle profondità della terra, equipaggiati di piccozze, pile di Bunsen, declinometri e inclinometri - al capitano John Hatteras, imbacuccato in pelli di foca, di ritorno dalle lande ghiacciate del polo.
V'erano gli eleganti membri del Gun Club di Baltimora, capeggiati dal giovane Michel Ardan, come eleganti apparivano il professor Samuel Fergusson, il suo domestico Joseph Wilson e l'amico cacciatore Richard Kennedy, di rientro dai cieli dell'Africa equatoriale. Gli occhi di un incredulo Jules Verne inquadrarono sul fondo della stanza la figura severa dell'ingegner Robur, l'unico a non essere giunto in carrozza. Improvvisamente il vecchio romanziere sentì crescere dentro di sé una strana eccitazione all'idea che la popolazione di Amiens avrebbe scorso nel cielo della città, in perfetto volo stazionario reso possibile dalle numerose eliche di sospensione, quella meraviglia di tecnologia aeronautica chiamata Albatros. Accanto a Robur, Jules Verne intravide la sfuggevole sagoma del Professor Ox che, spalle alla parete, era intento a progettare il modo più rapido ed efficace per immettere ossigeno nella stanza. Illuminati dai tenui barbagli delle candele, Verne incrociò i volti sorridenti del capitano Harry Grant e dei suoi inseparabili figli Mary e Robert, mentre alle loro spalle Michele Strogoff, che aveva interrotto il suo avventuroso viaggio attraverso le steppe ghiacciate della Russia pur di non mancare all'appuntamento, disquisiva di chissà quali argomenti con Sèbastien Zorn, giunto ad Amiens in compagnia dei colleghi del quartetto orchestrale di Miliard-City.
A pochi passi dalla finestra, Cèsar Cascabel e il conte Mathias Sandorf, discutevano sulle condizioni di salute del Maestro. In verità i due sembravano nutrire un certo pessimismo mentre dello stesso parere non sembrava l'uomo in djellaba e turbante che stava al loro fianco: era Kèraban, il mercante turco famoso per aver compiuto a piedi l'intero periplo del Mar Nero pur di non dover pagare un pedaggio irrisorio imposto a chi voleva attraversare il Bosforo da Scutari a Costantinopoli. Accanto a lui, un giovane bretone meglio noto come mastro Antifer non sembrava interessarsi oltremodo delle condizioni di salute del Maestro. Il ragazzo era impegnato in un'accesa discussione con Sauk - figlio del Kamylk-Pascià - riguardo a una generosa eredità mentre accanto a loro Ben-Omar, ambiguo notaio, gesticolava animatamente nel disperato tentativo di far valere il proprio diritto di mettere le mani sul prezioso lascito del Califfo egiziano.
Jules Verne non fu capace di trattenere l'emozione nello scoprire che amici di una tale risma gli sarebbero restati accanto nell'ultimo viaggio straordinario della vita.
Per tutta la notte Zilippimus Nadar fece la spola tra le cucine e la stanza, dispensando a quegli ospiti straordinari stuzzichini appetitosi e ottimo vino: anche in quelle ore dolorose, casa Verne era un luogo accogliente e raffinato.
D'improvviso, Jules Verne notò un uomo che sino a quel momento si era mantenuto in disparte. Sembrava quasi che si fosse materializzato dal nulla; certamente quel tizio non aveva intrapreso alcun viaggio straordinario. Resosi conto di essere stato scoperto, l'uomo - col volto celato da bende e occhiali con lenti oscurate - si avvicinò al letto e, togliendosi rispettosamente il suo nero cappello a larghe tese, disse: - E' un vero onore poterla incontrare di persona.
- Lei chi è? - balbettò Jules Verne, mantenendosi sulla difensiva.
- Uno come tanti - rispose l'uomo - giunto ad Amiens a proporle un affare vantaggioso.
Jules Verne sospirò. Non era certo la prima volta che riceveva la visita di un avvoltoio in cerca di soldi. - Per queste cose si rivolga al signor Jules Hetzel, il mio editore.
Il signor Griffin, questo era il suo nome, trasse un respiro profondo prima di esporre il vero motivo di quella visita. - Mi perdoni ma forse sono stato frainteso. Il mio Maestro, la cui fama è ben nota nel resto del mondo, mi ha inviato qui per offrirle la possibilità di ritornare al passato! - Dopo essersi sincerato di aver ottenuto la sua attenzione, continuò:- Egli vi concede l'opportunità di rimediare a una morte che, mi scuso per l'irrecusabile franchezza, sembra imminente.
La mente di Jules Verne rifiutava una cialtroneria come quella. Tuttavia, il vecchio romanziere decise di stare al gioco. E così, fissando il non-volto del signor Griffin, chiese quale sarebbe stato il prezzo da pagare per sfuggire alla morte.
- In cambio di un secondo giro di giostra, Lei si impegna a non scrivere i suoi "Viaggi Straordinari"! - rispose il signor Griffin, sporgendosi sul letto. - Poiché è obiettivo del mio Maestro l'essere ricordato come il solo e unico precursore di una narrativa straordinaria...
- Io non ho nulla da spartire con lui - dissentì Jules Verne. - Le mie storie si basano su teorie scientificamente plausibili, mentre i libri del suo cosiddetto "Maestro" abbracciano la sfera dell'immaginario e del fantastico; come lo è, e non poterebbe che non esserlo, il viaggio nel tempo.
Poiché lui stesso era la prova inconfutabile della possibilità di muoversi attraverso la quarta dimensione, il signor Griffin si guardò bene dello scardinare le ferme convinzioni del suo illustre interlocutore. - Vogliamo parlare allora dell'esotica e inverosimile discesa nel centro della terra? - ribatté all'improvviso. - Dinosauri antidiluviani, oceani sotterranei; senza dimenticare che i protagonisti finiscono per essere sputati dalla bocca di un vulcano, a bordo di una zattera! - Attese qualche istante prima di sferrare la seconda stoccata. - Per non parlare di un veicolo subacqueo che compie addirittura ventimila leghe sotto la superficie del mare sfruttando l'energia fornita da batterie di sodio-mercurio! - Il signor Griffin sapeva bene che una macchina come quella sarebbe stata realizzata in futuro, il 3 agosto 1958 avrebbe navigato sotto i ghiacci del polo, tuttavia non mollò la presa. - Andiamo, vuole farmi credere che tutto questo è scientificamente plausibile?
Infastidito, Jules Verne decise di mettere fine allo spiacevole teatrino. - Non ho intenzione di intavolare una discussione con Lei. - Il vecchio romanziere si sforzò di apparire tranquillo. - La ringrazio per la cortese visita, ma il nostro incontro è terminato.
Preso atto del rifiuto, il signor Griffin decise di togliere il disturbo. - Nel ventinovesimo secolo quest'affare funzionerà alla grande - disse, fermo sulla porta, riferendosi al cubo di metallo che fungeva da comodino. - Parola di un amico viaggiatore...
- E' un piano-calcolatore-elettronico2 - rispose Jules Verne. - Un regalo di un vecchio amico giornalista. Dovrebbe essere una macchina in grado di risolvere complicate equazioni matematiche in brevissimo tempo, ma non ne ha mai voluto sapere di funzionare...
Attraverso una grata metallica, posta sul lato frontale del cubo, il signor Griffin intravide rotori meccanici, rulli e schede perforate: il cuore stesso della macchina calcolatrice. - Saranno macchine come questa a gestire il mondo, ma lei non vivrà abbastanza da goderne i benefici. - affermò infine il signor Griffin, per poi dileguarsi con la stessa rapidità con cui era apparso.

Quando gli occhi di Jules Verne misero a fuoco il mondo circostante, si ritrovarono ad incrociare il dolce volto di Honorine, la moglie devota che gli era rimasta accanto per tutta la vita.
- Ho fatto un sogno bellissimo - sussurrò, fissando il soffitto della stanza. - Il migliore che si possa fare in punto di morte.
Honorine deglutì nervosa. - Non devi parlare così, Jules - disse con la voce rotta dall'emozione. - Erano qui, lo sai? - continuò il marito. - I miei viaggiatori straordinari erano qui, intorno a me! Honorine cercò di non piangere; ultimamente le accadeva spesso. Si sforzava di apparire tranquilla agli occhi del suo Jules, pur sapendo che la morte glielo avrebbe portato via.
- Phileas Fogg è il gentiluomo che ho sempre immaginato che fosse - riprese Jules Verne. - Mi ha perdonato il suo matrimonio con la giovane Aouda che, è stato lui stesso a confessarmelo, odia sin dalla pagina del loro primo incontro. - Passandosi una mano sul volto, continuò. - C'erano anche il capitano Servadac, il professor Fergusson, Robur...
In pochi secondi elencò i nomi di tutti i presenti, stando bene attento a non svelare lo strano incontro con il fantomatico signor Griffin.
- Ma non sembri pienamente soddisfatto - lo interruppe Honorine, decisa ad assecondarlo. - Qualcuno non si è presentato all'appello, vero?
- Nemo! - confessò Jules Verne mordendosi le labbra.
Honorine trasse un profondo sospiro. Per lei, che aveva trascorso tutta la vita accanto ad un uomo di profondo intelletto, era insopportabile constatarne l'inarrestabile degrado psichico. In ogni caso decise di sostenerlo fino alla fine. - E' probabile che non sia riuscito ad attraccare in un porto sicuro - ipotizzò con scarsa convinzione.
- No - replicò Jules Verne. - Lui non è uomo che commette errori, e poi dimentichi che possiede la nave più incredibile che si possa immaginare. - La sua mano strinse dolcemente quella della moglie. - Morirò senza potergli dare l'ultimo saluto, ecco la verità! - Il volto del vecchio romanziere rivelò il dolore del momento. - Non mi perdonerà mai di averlo creato in quel modo: un uomo dannato, solitario, in guerra con il mondo intero!
- Ora è meglio che riposi - lo redarguì Honorine rimboccandogli le coperte. - Non ti fa bene agitarti in questo modo.
Esausto, Jules Verne chiuse gli occhi e riflettendo sulla bieca offerta del signor Griffin sussurrò: - Solo la morte cancella i sogni, e un giorno Wells lo capirà.
La donna rimase accanto al letto per alcuni minuti. Poi si alzò dalla sedia e raggiunse la finestra. Il tramonto scendeva sulla città mentre Honorine Morel, ammirando la magnifica cattedrale di Notre Dame, chiese al Signore di terminare il lavoro.

24 marzo

Jules Verne morì nelle prime ore del pomeriggio. Accanto a lui i famigliari, la moglie e la sorella Marie. In seguito Marie dichiarò alla stampa che le ultime parole del fratello erano state per Lei. - Sono contento di vederti, hai fatto bene a venire...**

MORTO JULES VERNE
Il romanziere scriveva due opere all'anno per $4.000 (articolo apparso sulle pagine del New York Times del 24 marzo 1905)

Londra, 1946

- C'era da aspettarselo da un Francese! - tuonò Herbert George Wells dopo aver gettato a terra l'ennesima copia ingiallita del New York Times. - Lo ucciderei con le mie stesse mani se con il mio gesto non provocassi un'alterazione irreparabile nel continuum spazio-tempo!
L'insigne romanziere, ormai gravemente ammalato, era costretto a letto da diverse settimane. I medici non gli avevano lasciato molte speranze riguardo una possibile guarigione. Respirando a fatica, lanciò una gelida occhiata agli amici seduti al suo capezzale. - Non posso costringerlo ad accettare l'affare, ma incoraggiarlo sì! - Chiuse gli occhi, e il suo volto assunse un'espressione grave. - Portate con voi un Morlok e un ibrido di Moreau: sono creature dotate di un indiscutibile potere dissuasivo...
- E se non accetta neanche stavolta? - azzardò l'uomo invisibile.
- Quando vedrà la moglie fatta a pezzi - rispose H.G.Wells - gli sarà più facile comprendere il quadro generale della situazione...
- Bene, allora si parte - concluse il viaggiatore del tempo, preoccupato all'idea di raggiungere nuovamente l'anno 802,701.

Amiens, 23 marzo 1905

In piena notte un uomo bussò alla porta. Zilippimus Nadar fece appena in tempo a presentarsi che un felino dalle fattezze umane gli si scagliò contro. Il domestico si ritrovò improvvisamente faccia a terra con artigli affilati alla gola. Un istante dopo, il signor Griffin comparve sulla soglia. - Gran brutta notte, eh? - ridacchiò, prima che la voce gli si tramutasse in sibilo. - Sono qui per affari...
Zilippimus Nadar cercò di liberarsi dal ferino aggressore senza riuscirvi. Ormai era rassegnato a morire, quando da un angolo buio del salotto si materializzò la possente figura di un uomo che, imbracciando uno strano fucile a propulsione pneumatica, fece fuoco. L'ibrido di Moreau fu raggiunto da una sventagliata di pallini a carica elettrica che lo fulminarono all'istante. Subito dopo l'uomo puntò l'arma verso la porta e fece nuovamente fuoco. Questa volta a cadere fu il Morlock che il viaggiatore del tempo teneva alla catena. Con incredibile destrezza, l'uomo ricaricò nuovamente l'arma - sul cui calcio metallico era impressa la frase " Favet Neptunus eunti3 " - e premette il grilletto. Ma il signor Griffin e il viaggiatore del tempo, a quel punto, erano già scomparsi.
- Alla buon'ora, Capitano Nemo! - protestò Zilippimus Nadar, ferito e dolorante. - Il Maestro sarà felice di vedervi...

LONDRA - H. G. Wells, famoso scrittore, storico e sociologo inglese, considerato una delle più importanti figure della letteratura contemporanea, è morto questo pomeriggio nella sua casa in Hannover Terrace, Regents Park, Londra, all'età di 79 anni.
(stralcio dell'articolo di Forrest J. Ackerman & Arthur Louis Joquel apparso sulle pagine del New York Times il 13 agosto 1946***)

IN MEMORIAM
HERBERT GEORGE WELLS (1866 - 1946)
JULES VERNE (1828 - 1905)

Note:

* Brani tratti da "Le avventure di Ettore Servadac attraverso il mondo solare" e "Il giro del mondo in ottanta giorni".

** Le ultime parole di Jules Verne sul letto di morte. Da "Jules Verne, sognatore e profeta di fine millennio", Herbert R. Lottman, Le scie Mondadori.

*** L'articolo di Forrest J. Ackerman & Arthur Joquel, tradotto e adattato da Emilio Di Gristina, è reperibile sulle pagine del sito uraniasat.altervista.org

1 - Nel 1899 la giornalista del "World" Elizabeth Cochrane, con lo pseudonimo di Nellie Bly, compie il giro del mondo di Phileas Fogg in 72 giorni, 6 ore e 11 minuti. A finanziare l'impresa è il proprietario del giornale lord Joseph Pulitzer.

2 - Computer d'ispirazione Verniana che appare nel racconto "Una giornata di un giornalista americano nell'anno 2889".

3 - Nettuno favorisce il viaggiatore

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