Andata e ritorno

di Mauro Petrelli

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Scaldammo le moto mentre facevamo colazione in un bar della statale. In silenzio.

Il sole non era affatto alto e non era per niente una bella giornata. La moto mi aveva dato problemi il giorno prima, si era intasato il rubinetto della benzina, una stupidaggine che non mi metteva affatto di buon umore.

Guardai fuori, c'erano operai della manutenzione stradale che chiacchieravano, parlavano di calcio, fumavano, ridevano. Tornai alla mia colazione.

Camulè pagò, uscimmo e partimmo.

- Prima o poi ci fregheranno le moto! - urlai a Camulè che mi rispose con un sorriso, aprendo il gas.

La terza entrò, la moto non sussultò, mi sentivo già meglio. Camulè m'indico un distributore di benzina, segnalammo e svoltammo nel piazzale.

- Il pieno, please! - disse Camulè, che amava usare spesso espressioni anglosassoni o filoamericane come "Ok, baby" o "Thanks" o merdate del genere.

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- Tredici e ottanta - conteggiò l'uomo del distributore. Alto più di uno e novanta, aveva un'espressione da duro più di Camulè, Rambo e Terminator messi insieme.

- Fai quattordici - disse con tono da uomo vissuto Camulè.

- Non entrano, potrebbe uscire fuori.

- Ma come non entrano! Entrano eccome! - E si mise a dondolare la moto, destra, sinistra, destra, sinistra, bacino, gambe, il livello si abbassò e l'omone fece quattordici.

Dopo dieci minuti la benzina era uscita dal tappo e bagnava il serbatoio della moto di Camulè. A me era già successo un paio di volte, poi avevo deciso di seguire i consigli del benzinaio, cosa che non faceva mai lui e dava puntualmente la colpa all'omino dei carburanti. Dopo un'oretta ci fermammo a bere qualcosa, Camulè ordinò due birre, pagò e bevemmo, poi toccò a me, pagai e bevemmo.

- Dobbiamo essere a Napoli per le due, ne sei cosciente? - mi disse sorridendo.

Gli sorrisi di rimando, come a sottolineare che le due birre che stavamo bevendo alle undici di mattina erano come acqua minerale. Annuì di rimando mentre si alzava per andare a prendere altre due birre. Ce ne andammo un po' intontiti, un bambino sui cinque o sette anni ci guardava serio, gli feci un ciao con la mano, ma sbattei contro una sedia, mi ripresi e inforcammo le moto.

- Ora faremo tutta una tirata, mettiamo benzina e arriviamo dritti fino a Napoli - commentai io tirando fuori una sigaretta.

- Offrimene una - chiese Camulè senza guardarmi, fumammo e perdemmo altri dieci minuti.

Dopo venti chilometri incontrammo un distributore, Camulè svoltò, io non mi accorsi di nulla e fermai la moto parecchi metri dopo l'uscita del distributore. Feci un'inversione a U spettacolare e mi rifornii anch'io. Stessa scena ancheggiante di Camulè per la benzina, stessa storia. Mi piaceva quella vita, o meglio non mi dispiaceva per niente, ero libero, a modo mio, ma lo ero.

Arrivammo all'appuntamento con circa venti minuti d'anticipo, in una zona disboscata dei monti intorno al Vesuvio. Aspettammo e intanto ci fumammo un altro paio di sigarette. Camulè muoveva una gamba avanti e indietro, stando in piedi, poi si batteva le cosce come se stesse suonando un tamburo, mi rendeva particolarmente nervoso.

Arrivarono in due, su una vecchia Seat Ibiza grigio topo. Scesero, guardandosi intorno mentre si avvicinavano, avevano un aspetto peggiore del nostro, il più magro dei due disse:

- Fatto buon viaggio?

- Dolce e confortevole - rispose Camulè.

- Questa è per voi. - proseguì l'altro continuando a guardarsi intorno con aria preoccupata e viscida, e ci porse una borsa nera, piccola ma pesante. La presi e l'aprii, sembrava non mancasse niente.

- Ok, e questo è per voi - dissi io e gli diedi un pacco regalo. Il più magro lo aprì, sorrise e disse:

- Guagliò, quando volete.. sempre a disposizione!

Sentimmo un fruscio, lo sentimmo tutti distintamente e in un decimo, sbucò un tipo col viso coperto da una calza e con una pistola in mano,

- Datemi tutto!

- Cazzo, questo è d'accordo con loro! - sbottò il tipo magro guardandoci in cagnesco. Fu lì che capii che Camulè non era completamente sano di mente.

- Vaffanculo! Spara! Spara! - lo sfidò Camulè.

- Guarda che io non scherzo! - lo avvertì l'incappucciato.

- Non mi fai paura! Spara! Io non ti do un cazzo! Spara! Spara!

Il tipo tentennò. Bisognerebbe aver paura di un tipo insicuro con la pistola in mano, ma Camulè gli si avvicinò, io rimasi paralizzato con la piccola borsa in mano, poggiò la fronte sulla canna della pistola e urlò:

- Dai coglione, spara! Spara!

Tremavo.

Il tipo tentennò un attimo di troppo tanto che Camulè gli si gettò contro disarmandolo, mentre il magro e l'altro si avvicinarono tra loro.

Camulè raccolse l'arma e sparò a una gamba del rapinatore.

Cristo!, pensai. Siamo nella merda!

Il tipo continuava a urlare e Camulè come se nulla fosse gli sparò in testa e sempre con un'indifferenza unica sparò al tipo magro e al suo amico. Caddero uno sopra l'altro.

- Che cazzo di motivo c'era? - gli urlai.

- Raccogliamo tutto e andiamo! - mi disse lui, semplicemente. Presi il pacco scartato e la borsa, e li sistemai nelle tasche laterali della moto. Tremavo ancora, non avevo mai avuto tanta paura. Non dissi niente. Tornammo sulla strada e imboccammo verso Roma. Non capivo, ma mi andava bene cosi.

Ci fermammo a un distributore,

- Il pieno, please! - richiese Camulè.

Stessa storia... solo più ricchi.

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