Gli anni sessanta negli Stati Uniti - Seconda parte

di Gianluca Turconi

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Dai movimenti studenteschi e di piazza per i diritti civili interrazziali all'affermazione del femminismo e delle droghe come fenomeno sociale, passando per eventi traumatici quali la guerra in Vietnam e gli omicidi politici dei Kennedy e di Martin Luther King. Analizziamo le basi per ambientazioni noir e punti di digressione per opere di storia alternativa.

Il "Black Power" e gli altri movimenti neri per l'uguaglianza razziale

In uno stato in cui vige una segregazione razziale di carattere istituzionalizzato, la separazione tra le razze avviene innanzi tutto nella vita di ogni giorno. Si tengono distinti i bagni pubblici, i posti sull'autobus, le scuole, gli ospedali, i lavori, persino le istituzioni religiose e le chiese. Chi avesse aspirato a un livello di lotta politica superiore (per la parità di voto, di retribuzione, etc.) avrebbe dovuto prima combattere queste quotidiane ingiustizie che rendevano invivibile l'esistenza di più di venticinque milioni di uomini e donne nere che vivevano negli stati del Sud. Ciò che parrebbe ottenibile attraverso una semplice disobbedienza sociale, cioè l'equiparazione civile tra uomini neri e bianchi, era un vero atto di coraggio per ogni individuo che intendesse esercitarla. Difatti, la resistenza della comunità bianca ad atti di aperta disobbedienza alle regole prestabilite era particolarmente tenace e, a volte, persino truce. Ciò non soltanto da parte di quei gruppi reazionari estremisti come il Ku Klux Klan, ma pure per opera della gente comune. Non era bastato il riconoscimento del diritto all'istruzione sancito nel 1954 dalla Corte Suprema nella sentenza Brown v. Board of Education per dissipare in un lampo convinzioni vecchie di secoli.

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La scrittrice e femminista americana Betty Friedan - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

La scrittrice Betty Friedan fu una delle colonne portanti del movimento femminista americano. Nella lotta per la parificazione nei diritti civili, la componente femminista nera seppe fondere le proprie rivendicazioni sessuali con quelle razziali.

Proprio per combattere il colpevole e silente perbenismo dilagante tra la classe media bianca degli Stati del Sud, il 1 febbraio 1960, Franklin McCain, Ezell Blair, Joe McNeil e David Richmond, giovani studenti del North Carolina A&T College, cominciarono la loro personale lotta contro il proprietario di un ristorante (il Woolworth) della cittadina di Greensboro, sede dell'università. Quel giorno, i quattro si presentarono nel ristorante, si sedettero nella zona riservata ai bianchi e pretesero che gli fosse servito il pranzo. Di fronte al rifiuto secco di una scandalizzata cameriera, i giovani rimasero tranquillamente al loro posto dichiarando che non si sarebbero più spostati di lì se non avessero ricevuto un trattamento eguale a quello riservato ai bianchi. L'azione era stata concordata solo pochi giorni prima e doveva limitarsi a una dimostrazione della determinazione con cui gli attivisti neri lottavano per le piccole cose quotidiane. Era stata scelta Greensboro perché le autorità municipali erano conosciute per l'illuminata conduzione di una politica di equiparazione razziale che però non si esprimeva in nulla di concreto. Il sit-in improvvisato richiamò centinaia di altri studenti neri nei giorni successivi e quando finalmente la direzione del locale si piegò alla richiesta e servì il pranzo, la piccola vittoria si trasformò in un simbolo della forza della comunità nera.

L'estate e l'inverno di quell'anno rappresentarono un vero punto di svolta per i giovani neri che si organizzarono nello Student Nonviolent Coordinating Committee (Comitato non violento di coordinazione studentesca, SNCC) che avrebbe raggiunto i 70.000 iscritti. La lotta contro la segregazione non vedeva impegnati unicamente i giovani. A combattere contro la discriminazione razziale vi erano anche gli anziani come Rosa Parks che rifiutandosi di ottemperare a un'ordinanza municipale della città di Montgomery nell'Alabama che vietava ai neri di sedere nei posti anteriori degli autobus si fece arrestare, portando ancora una volta alla ribalta nazionale la questione razziale. I membri del SNCC e del CORE (Congress of Racial Equality, congresso dell'uguaglianza razziale, movimento nato nelle grandi metropoli del Nord degli Stati Uniti e composto anche da militanti bianchi) si attivarono per tutto il 1961 per ottenere la scomparsa della segregazione nei servizi pubblici nei tre stati del Sud più restii ad attuare le direttive del governo federale e cioè Alabama, Mississippi e Georgia. Furono progettate le cosiddette Freedom Marches o Freedom Raids, azioni di protesta non violenta che andavano dal sit-in alla disobbedienza a ordinanze locali.

Dopo una prima fase di sbigottimento, la comunità bianca cominciò a reagire in maniera sempre più intransigente, aumentando l'attrito con la controparte nera moderata. Come nel caso delle proteste studentesche anche le manifestazioni del SNCC e del CORE furono dapprima osteggiate e poi represse con la forza dalla polizia statale. Se le autorità locali del Sud erano naturalmente contrarie a qualunque tentativo di desegregazione, l'opinione pubblica nazionale, informata prontamente dalla stampa, cominciava a sentire come necessario un cambiamento che portasse all'equiparazione razziale anche in quelle regioni. L'afflusso pressoché incontrollato di giovani studenti bianchi che desideravano partecipare alla lotta per i diritti civili rese la situazione incontrollabile. Gli arresti dei membri del Movimento riempivano a cicli continui le prigioni della provincia americana, senza che vi fossero dei sostanziali cambiamenti in quelle realtà chiuse e rurali che rappresentavano la maggior parte degli stati in cui ancora vigeva la segregazione di fatto.

Il reverendo Martin Luther King jr. - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

L'assassinio del reverendo Martin Luther King coincise, contrariamente alle aspettative, col tramonto dei movimenti estremisti neri, anche armati, e non della corrente moderata per la parificazione razziale.

Nel 1963 il reverendo Martin Luther King Jr, importante personaggio della lotta anche negli anni cinquanta, con la sua Southern Christian Leadership Conference organizzò un'imponente rivendicazione dei diritti civili nella città di Birmingham in Alabama. Gli scontri seguiti agli attacchi della polizia portarono in prigione buona parte dei leader della congregazione, compreso King che poche settimane prima aveva ricevuto a Stoccolma il Premio Nobel per la Pace. E' di quel periodo di detenzione la sua "lettera dalla prigione di Birmingham", un elogio della tattica non violenta per il raggiungimento dei fini di parità sociale. L'agosto 1963 fu teatro di una delle più imponenti marce di proteste mai viste a Washington D.C. 250.000 persone parteciparono alla "Marcia su Washington per il Lavoro e la Libertà", organizzata dal sindacato dei lavoratori automobilistici. Fu in quel memorabile momento che Martin Luther King pronunciò il suo I have a dream, il discorso in cui ritraeva il suo ideale sociale in cui "un giorno i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni potranno sedersi insieme al tavolo della fratellanza". Il livello di attrito sociale aveva raggiunto un grado così elevato che anche il presidente Kennedy dovette pubblicamente pronunciarsi per un suo impegno attivo nel rimuovere le cause di quella diseguaglianza. L'arena politica si animò di nuovi progetti di riforma che sfociarono nell'approvazione del Civil Rights Act del 1964 (sotto la presidenza Johnson), che prevedeva anche l'uso della forza per consentire a chiunque di accedere ai servizi pubblici, e del Voting Right Act, che estendeva il libero diritto di voto a tutta la minoranza nera degli stati del Sud.

A prima vista, tutti i punti che il Movimento per i Diritti Civili si era prefisso erano stati raggiunti: l'inno We shall overcome (Noi vinceremo) poteva finalmente considerarsi realtà. Il 1965 che sarebbe dovuto essere l'anno della vittoria definitiva, fu invece l'inizio di una profonda revisione degli obiettivi del movimento degli afroamericani. Mentre Ella Baker, Martin Luther King e tutti gli altri leader della generazione precedente avevano lottato per una "integrazione" nella società bianca, a parità di diritti e di doveri, i giovani non erano più di quell'opinione. L'eguaglianza formale sancita dal Civil Rights Act non era più sufficiente per uomini come Malcolm X. Egli, convertitosi all'Islam, predicava con fervore l'orgoglio nero, richiamandosi a un neo marxismo veramente originale. Sulle stesse posizioni era anche Stokely Carmichael che avrebbe ereditato il ruolo di leader riformista dopo l'assassinio di Malcolm X nel febbraio 1965. Egli fu il padre spirituale del "Black Power", l'ala oltranzista del movimento per i diritti civili, costituito dal CORE e dal SNCC in contrapposizione con la National Urban League di King. Carmichael, pur riconoscendo le vittorie del reverendo, credeva che il tempo della conciliazione fosse passato. Ne aveva avuto una prova durante la Convention Democratica per le elezioni presidenziali del 1964, quando il Mississippi Freedom Democratic Party, anziché veder riconosciuta la propria qualità di partito democratico della popolazione nera era stato sconfessato dagli esponenti liberal. I politici bianchi avevano operato le riforme più per la spinta popolare che non per effettiva volontà di uguaglianza. Se gli afroamericani volevano migliorare le proprie condizioni non potevano ricercare un'integrazione, ma creare una società a se stante.

I durissimi discorsi di Carmichael esasperarono nuovamente gli animi preparando il campo a una nuova stagione di violenza che non si fece attendere. Tra l'11 e il 16 agosto 1965, il quartiere di Watts a Los Angeles fu teatro di una sanguinosa rivolta della comunità nera. I dati ufficiali parlarono di 34 morti e 864 feriti oltre a incalcolabili danni materiali. Però le conseguenze maggiori si ebbero sul consenso dell'opinione pubblica nei confronti delle rivendicazioni del "Black Power". Il cittadino medio americano non comprese le ragioni per cui la popolazione nera di quella zona si fosse ribellata. Dopo il Civil Rights e il Voting Rights Act, cos'altro potevano volere gli afroamericani? Il pensiero comune della borghesia bianca poteva essere riassunto in questa semplice domanda. Altrettanto semplice era la risposta, colpevolmente ignorata dalla maggioranza della popolazione. La comunità nera di Watts voleva esattamente la stessa cosa che gli altri abitanti di Los Angeles avevano già ottenuto: la prosperità economica. Secondo stime demoscopiche (tratte da W. O'Neill, Coming Apart, An Informal History of America in the 1960), il tasso di disoccupazione di Watts era del 30% e quel quartiere era uno dei più ricchi tra quelli neri degli Stati Uniti. A Chicago e Detroit la situazione era molto peggiore.

Il proliferare delle idee radicali propugnate dal Black Power fu maggiore nelle regioni suburbane delle grandi città, dove il tradizionale mezzo di aggregazione della popolazione nera, cioè la chiesa, era meno diffuso. Nel 1966 fu fondato il Black Panther Party che si dimostrò fin dai suoi esordi la formazione più intransigente. Tra il 1966 e il 1968 si moltiplicarono le rivolte e gli scontri nei quartieri neri del Nord degli Stati Uniti, con gravi conseguenze anche per la credibilità dei leader più moderati come Martin Luther King. La sua vicinanza con esponenti dell'amministrazione Johnson gli alienò ben presto il favore di quella parte del movimento nero che si rifaceva alle idee del Black Power. In particolare non gli erano perdonati i rapporti, anche di amicizia personale, con persone che sostenevano apertamente la guerra in Vietnam, dove il numero di richiamati neri era di gran lunga superiore ai bianchi a parità di condizione sociale.

L'aumento vertiginoso degli iscritti al Black Power Movement e al Black Panther Party mise in allarme persino il FBI che, con l'avallo presidenziale, costituì unità di sorveglianza speciale per i due gruppi. Fu istituita anche una commissione del Congresso per i disordini civili che ottenne, quali risultati delle proprie ricerca, la chiara sensazione che la popolazione nera degli Stati Uniti si stesse organizzando per creare una società minoritaria e separata dal resto della nazione. Queste avvisaglie di rivoluzione avrebbero avuto un fondamento di verità se i leader del Black Power fossero stati più abili politici che non carismatici trascinatori di popoli. Un movimento che si prefiggesse di fondare una nuova società doveva necessariamente passare attraverso una fase rivoluzionaria che comportava la ricerca di altre componenti sociali che potessero divenire alleate nel sovvertimento dell'ordine costituito. Nell'America degli anni sessanta, l'unica corrente che avrebbe potuto aiutare il Black Power era la Nuova Sinistra studentesca degli Sds che però era composta in larga maggioranza da bianchi. Fino al 1966 la convivenza era stata possibile perché il movimento antisegregazionista credeva in una piena integrazione sociale. Tuttavia, con il nascere delle nuove teorie separatiste, i moderati bianchi non erano più visti come alleati, ma piuttosto come un peso di cui liberarsi alla svelta. Tra il 1966 e il 1967 tutti i sostenitori bianchi della causa nera furono allontanati, di fatto, se non ufficialmente.

Malcom X - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Malcom X, pur non appartenendo all'ala più violenta dei movimenti rivendicazionisti neri, propose una nuova via radicale per la soluzione della questione razziale negli Stati Uniti: la creazione di una società distinta dai bianchi.

Nel 1968 il Black Power poteva contare su un'ampia base popolare che se fosse stata convogliata in una lotta politica, forse avrebbe garantito qualche possibilità di vittoria nel progetto di una società separata. Mancavano però, come detto, delle menti politiche all'altezza. A Carmichael erano succeduti H. Rap Brown, Eldrifge Cleaver e Angela Davis, tutti incapaci di trasformare le ideologie in concrete azioni di lotta. King era ancora l'unico uomo a rappresentare la minoranza nera a livello nazionale. L'attentato che lo uccise il 4 aprile 1968 può farsi coincidere con il definitivo declino delle rivendicazioni del Black Power. Nessuno seppe raccogliere la sua eredità di uomo giusto, né fornire alla gente una nuova via da seguire che si allontanasse dagli insegnamenti del reverendo. Negli anni settanta del vento rivoluzionario portato da Malcolm X e dai suoi seguaci rimaneva solo la grande innovazione culturale. In ambito letterario, culturale e musicale si devono ricordare l'autobiografia di Malcolm X, i cosidetti "Black Studies", corsi universitari di approfondimento delle origini africane, nonché il nuovo jazz di Miles Davis e John Coltrane che si richiamavano ai ritmi tribali originari.

Gli indiani americani e i Chicanos

Una conseguenza indiretta della diffusione del Black Power fu il risveglio delle altre minoranze etniche statunitensi che erano rimaste mute per molti decenni. I nativi americani confinati nelle loro riserve, avevano subito le concessioni dell'uomo bianco più che lottare per un'equiparazione sociale. Nel 1924, gli indiani erano stati ufficialmente dichiarati cittadini, ma nel 1934 era stata riconosciuta la loro diversità culturale e gli era stato permesso di costituire governi tribali in piena autonomia. Le concessioni non potevano però nascondere la realtà che parlava di suicidi di massa tra i giovani indiani, del 40% di disoccupati nelle riserve e di un progressivo abbandono dell'identità etnica e culturale indiana. Nel 1961 ci furono i primi tentativi di organizzare un vero movimento per i diritti dei nativi americani. Seguendo le indicazioni del Nacional Congress of American Indians che si era battuto per il rispetto dei trattati firmati dal governo federale con le tribù, i giovani si unirono nel Indian Youth Council che fu l'antesignano di quel "Red Power" (letteralmente "potere rosso") che per tutti gli anni sessanta avrebbe sostenuto la necessità di una lotta non violenta per il riconoscimento dei diritti basilari degli indiani.

Le rivendicazioni indiane ebbero anche delle degenerazioni radicali come l'American Indian Movement che organizzò alcune azioni eclatanti durante i primi anni settanta: l'occupazione del Bureau of Indians Affairs a Washington D.C. e della cittadina di Wounded Knee, dove si era svolta la famosa battaglia contro il Generale Custer. In genere, però, i nativi americani conservarono una tranquillità e una determinazione dettata dalla consapevolezza di essere una nazione, sebbene parcellizzata in un gran numero di tribù più o meno numerose. I leader, come Vine Deloria jr., sostenevano che la loro lotta era assimilabile a quella, contemporanea, della nazioni africane per l'indipendenza dalle potenze coloniali. Gli americani anglosassoni erano i colonizzatori e gli indiani i colonizzati.

Contemporaneamente al Red Power prese forza anche il movimento dei chicanos cioè di quella parte di popolazione che era di lingua spagnola. Essa era concentrata in massima parte negli Stati del sud ovest (Texas, Arizona, New Mexico e California), ma durante gli anni sessanta cominciarono a crescere le comunità di New York e Miami per la forte immigrazione da Porto Rico e Cuba. I chicanos erano sia cittadini americani, specialmente in Texas, sia immigrati (legali e non) che dovevano sbarcare il lunario sobbarcandosi i lavori più duri nelle coltivazioni di tabacco e pomodoro oppure nelle industrie tessili del Sud della California. La loro protesta si indirizzò in due vie ben distinte: la prima, che trovò largo seguito tra i braccianti agricoli, aveva come esponente di spicco Cesar Chavez che organizzò sindacalmente i contadini e i piccoli proprietari terrieri. La seconda si prefiggeva di raggiungere un peso politico a livello nazionale e si espresse nella fondazione del partito La Raza Unida, il cui miglior risultato fu l'introduzione dell'insegnamento della lingua spagnola nelle scuole pubbliche. Come nelle altre minoranze, pure tra i chicanos si svilupparono dei gruppi paramilitari denominati "Berretti Marroni" che, comunque, ebbero scarso appeal sulla popolazione.

Cosa è rimasto di quel decennio?

Nei dieci anni di cui abbiamo parlato, gli Stati Uniti furono certamente scossi da grida rivoluzionarie provenienti da più parti. Il mito del sogno americano fu attaccato alla luce delle diseguaglianze sociali e razziali e messo in difficoltà. Eppure negli anni settanta di quel gran baccano era rimasto ben poco. Certo, vi fu un notevole rinnovamento in ambito culturale e sessuale, ma la strada verso una piena integrazione e tolleranza non era giunta neppure a metà del cammino. Anzi, per quel che riguarda la comunità nera si ebbe una netta inversione di tendenza, con la creazione di quartieri borghesi separati. I gay che finalmente potevano mostrarsi alla luce del sole senza temere il pubblico ludibrio, erano ancora fortemente discriminati nei lavori pubblici. Le donne furono probabilmente l'unica categoria che ebbe la forza di ottenere e conservare delle importanti vittorie, quasi certamente perché si trattava non di minoranza, ma di maggioranza silenziosa. Le esperienze vissute da dimostranti negli anni dell'università furono molto spesso nascoste dai laureati che entravano nel mondo del lavoro e coloro che avevano lottato contro la guerra nel Vietnam si riciclarono con maggiore o minore successo nell'altrettanto ardua lotta in difesa dell'ambiente, senza mutare le idee che li muovevano. Il sempre crescente uso della droga, divenuta d'uso quotidiano, si sarebbe segnalato, purtroppo, come la conseguenza più duratura degli anni sessanta.

Fonti:

W. O'Neill, Coming Apart, An Informal History of America in the 1960;
Giuseppe Mammarella, Storia degli Stati Uniti dal 1945 a Oggi, editori Laterza;
Peter N. Carroll e David W. Noble Storia Sociale degli Stati Uniti, Editori Riuniti;
E. Vezzosi, Società e Cultura in Gli Stati Uniti dal 1945 a oggi, Editori Laterza.

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