Cinema horror: le nuove frontiere

a cura di Andrea Moretti

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Salve a tutti, la rubrica mensile si apre - in questo nuovo anno per il quale vi rinnoviamo i nostri più sinceri auguri, con la speranza di lasciarci presto alle spalle l'incubo del Covid-19 - con un bilancio di quelli che sono i registi i quali, negli ultimi tempi, si sono dimostrati in grado di apportare cambiamenti significativi al genere horror. Genere cinematografico che, da sin troppo tempo, vuoi per una intrinseca riduzione e banalizzazione di temi e schemi reiterati negli anni, vuoi per un inaspettato successo al botteghino che lo ha costretto a piegarsi a certe dinamiche, ha registrato una sorta di appiattimento.

L'assassino mascherato di "Scream" - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

L'assassino mascherato di "Scream".

Oggigiorno, chiunque guardi un horror sa già cosa aspettarsi sin dai titoli di coda.

Sinceramente, è persino difficile comprendere sino a che punto questa cosa costituisca un difetto, dal momento che la ripetitività di pattern e di dinamiche lamentata da chi aborra l'horror è, di fatto, il motivo stesso per il quale gli appassionati continuano immancabilmente a seguirne ogni nuova e prevedibile evoluzione.

Tuttavia, che oggettivamente il genere horror sia caduto in una sorta di ripetitività e standardizzazione di contenuti narrativi, che rende ogni opera quasi identica all'altra, talmente anonima da non riuscire a distinguerne veramente il regista, è ormai un fatto.

Accanto a lavori osannati e inarrivabili che continuano a essere menzionati in qualunque articolo che narri di film horror - parliamo de L'esorcista, di Venerdì 13, Nightmare on elm street, Candyman - ci troviamo invischiati in un marasma di opere identiche, omologate in lunghezza, fabula e intreccio, della profondità di una pozzanghera.

A fronte di questa situazione, noi che scriviamo non possiamo che muovere due importanti riserve.

La prima, ovviamente, è che questo decadimento di linguaggio è riscontrabile molto più facilmente in campo cinematografico - dove, sappiamo, ritmo e durata appaiono decisamente incalzanti e non concedono troppo spazio all'autore - che in quello della narrativa.

Nel mondo dei libri, infatti, il genere horror continua a mostrare le sue innegabili potenzialità rispetto all'espressione di temi molto più alti e ampi di quanto non sembri: pensiamo a King e al Palahniuk degli ultimi libri, con le sue digressioni esistenziali e di satira sociale rispetto alla società americana.

La seconda considerazione che possiamo fare nasce dall'eventualità, piuttosto chiara e lampante, che non tutti i tentativi di cambiamento innescano, per la verità, degli effetti benefici.

Inconsapevoli sviluppi

A rivedere un po' l'evoluzione che questo filone cinematografico ha subito nel corso del tempo scopriamo, per l'appunto, che l'affossamento standardizzato di cui si sta disquisendo scaturisce dall'uscita nelle sale di un film che, sebbene in negativo, ha segnato sicuramente una vera rivoluzione stilistica nel mondo della paura in movimento su celluloide.

Scream (1996), nato dalla penna del padre di Freddy Krueger, narra di un killer mascherato che terrorizza un gruppo di liceali in una cittadina californiana.

Con il primo film dello storico franchise, Wes Craven rilancia il genere slasher - un sottogenere dell'horror a cui è stato dato l'abbrivio da film come Halloween (1978) e Non aprite quella porta (1974) - negli anni novanta, alleggerendolo con gag comiche, amori adolescenziali e festini da college americano.

La novità che introduce Craven funziona e va riconosciuta; ma si presta, anche, a un certa evoluzione in negativo, che si registra nel genere horror per tutto il periodo degli anni novanta e oltre. Parliamo, in questo caso, dei vari So cosa hai fatto (1997), Urban Legend (1998), Ripper-Lettera dall'inferno (2001), la cui vista ci fa pensare un po' a una puntata, a tema Halloween, di Dawson's Creek.

Insomma, tutti i teen movie in voga in quel periodo, di cui ancora oggi se ne registrano i singulti.

Un vero peccato, perché le intenzioni di Wes Craven, di certo, non dovevano essere queste: il suo Scream viene, a tutt'oggi, additato come il padrino di certe terribili parodie horror.

Il caso James Wan

Altro esempio emblematico di come alcuni cambiamenti del genere horror possano essere accolti nel modo sbagliato è sicuramente il caso di James Wan.

Creatore della serie Saw (2004-2017), Insidious (2010-2018) e The conjuring (2013-2015), il giovanissimo Wan ha introdotto in questo genere dei ritmi e dei registri narrativi decisamente più stretti e serrati: un alternarsi continuo di jumpscare e momenti di tensione.

Peccato che queste piacevolissime innovazioni si siano risolte in negativo con la produzione virale di film caratterizzati da un ricorso ossessivo, e quasi fastidioso, di sequenze jumpscare insonorizzate al massimo, a volte persino futili ai fini della trama.

Se non altro, certi continui mutamenti non fanno che confermarci quanto questo genere sia fresco e per nulla statico: una corrente cinematografica sempre giovane, evergreen, e pronta ad accogliere, con entusiasmo, ogni innovazione.

Una "tranquilla" famigliola dell'horror moderno - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Una "tranquilla" famigliola dell'horror moderno.

Le nuove frontiere dell'horror

La svolta in positivo avviene, forse, con i talentuosi cineasti degli ultimi anni.

Per primo, ci sovviene abbastanza naturale citare Andy Muschietti, che con i suoi La madre (2013) e i due It (2017-2019) ha dato il via a un horror inedito, che materializza i nostri incubi con un comparto tecnico eccezionale, una inquietante cgi e una patina nostalgica e retrò che fa molto Stranger things.

Altro lavoro magistrale è quello del regista statunitense Robert Eggers con The witch (2015): un horror filosofico dai risvolti introspettivi spaventosi e siderali. Un lavoro destinato a essere un caso isolato, giacché rivolto a un tipo di spettatore più riflessivo che non cerca il mero intrattenimento. Un horror, quindi, più di nicchia.

Altra opera che segna decisamente una virata rispetto ai canoni stilistici tipici di questo genere è l'inquietante Autopsy (2016), del regista norvegese André Ovedral. Un lavoro low budget che dimostra come, quando si possiedono buone idee, non sia importante disporre di finanziamenti gargantueschi.

Di certo, la cosa che impressiona più di questo film è il fatto che, a interpretare la parte del cadavere, non vi sia un manichino, bensì un'attrice in carne e ossa: in una rigida e terrificante staticità davvero da pelle d'oca.

In ultimo, impossibile non menzionare il comico e regista Jordan Peele che, con i suoi film Scappa-Get out (2017) e Noi (2019), si serve del linguaggio horror per affrontare tematiche sociali scottanti e scabrose quali la segregazione razziale, e il modo in cui è strutturato il potere nella nostra società. Argomento, quest'ultimo, che soprattutto in certi periodi, in cui si registra un aumento sconfinato di persone ridotte allo stato di povertà a seguito della pandemia, appare sempre più attuale.

Tali innovazioni danno l'idea di come l'horror sia un genere dinamico e, a suo modo, sempre aperto al cambiamento, nel suo inglobare ogni aspetto del contemporaneo in un tessuto eterogeneo di linguaggi, fatto di accenni di riflessione, momenti incalzanti e improvvisi balzi dalla poltrona.

Noi di Letture Fantastiche speriamo, insieme a chi legge, che queste innovazioni possano essere valorizzate come dovrebbero.

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