Cliff

di Fabrizio Carollo

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Non sapeva quanto tempo era trascorso da quando tutto ciò era iniziato.

La testa gli ronzava come un alveare... le pareti del magazzino sembravano essersi deformate ai suoi occhi... gli pareva addirittura che si muovessero come anguille impazzite. La nebbia che avvolgeva lo sguardo come una coperta non se ne sarebbe andata, anzi si sarebbe fatta ancora più densa. Questo lo sapeva bene.

I contorni delle suppellettili che lo circondavano non erano più definiti come in principio. Sarebbe stato bello si fosse trattato solo di una sbronza colossale.

Sarebbe stato fantastico se avesse potuto tuffarsi sopra un soffice materasso e dimenticarsi tutto. Avrebbe dormito come un bambino fino a tarda mattinata del giorno dopo.

Se fosse stata una sbronza, quel martellante mal di testa sarebbe sparito all'arrivo del giorno. Evaporato, come i ricordi di un incubo.

Sarebbe stato semplice in fondo.

Ma non era una sbronza. E non era un brutto sogno.

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L'impatto dell'acqua gelata sulla faccia lo destò un poco e lenì il dolore per il tempo sufficiente ad ascoltare la voce cavernosa dell'uomo in piedi davanti a lui:

- Non mi sembri in gran forma, Cliff.

La crudele risata che seguì la considerazione evidenziò il sarcasmo. Le sue condizioni di salute non rappresentavano affatto motivo di ansia o di pietà, solo di sadico divertimento.

- No, non hai proprio una bella cera, ragazzo. Eppure non puoi biasimare che te stesso per questa faccenda. Ti sei fregato con le tue mani, non puoi negarlo. E sapevi anche che non sarebbe stato né breve né indolore.

Era la sacrosanta verità, purtroppo. Ciò che stava accadendo era solo a causa sua. Avrebbe potuto evitarlo.

In realtà, dipendeva dai punti di vista.

Ogni situazione offriva sempre svariate vie d'uscita, ognuno poteva dare diverse interpretazioni di qualsiasi cosa. Tutte potevano essere giuste o sbagliate. Ma a volte si finiva col pensare di non avere scelta, di dover per forza imboccare un sentiero di cui si conosceva già lo sbocco.

Cliff se ne era convinto.

Del resto, la sua vita non gli aveva mai concesso troppe scelte. Non aveva mai avuto nulla da essa. O meglio, non aveva mai avuto soddisfazioni.

Delusioni a bizzeffe, invece.

Delusioni, sacrifici e tante lacrime. Si era fidato troppe volte della gente sbagliata che lo aveva raggirato, aveva commesso errori che l'avevano fatto sprofondare ancora di più nel baratro.

E aveva fatto sempre più fatica a rialzarsi, soprattutto senza l'aiuto di qualcuno.

Qualche giorno prima era arrivato al punto di guardarsi allo specchio e vedere un volto vuoto riflesso.

Non aveva un soldo in tasca e nemmeno più la voglia di speranza.

Il solo sognare una vita diversa gli faceva male, gli causava fitte al petto, gli dava la nausea.

Non immaginava che si potesse essere tanto perdenti.

Che la vita fosse dura l'aveva scoperto da bambino, ogni volta che si affacciava dalla finestra del monolocale in cui viveva assieme alla sua famiglia e poteva vedere il vicolo sporco e stretto che ospitava dozzine fra tossici, prostitute e senzatetto accasciati in prossimità dei cassonetti dei rifiuti.

Quella era la sua vita e non sarebbe mai cambiata, anche se ci aveva provato.

Dio, se ci aveva provato!

Non voleva diventare come quell'ubriacone di suo padre, sempre dentro e fuori di galera. Aveva desiderato essere migliore e soprattutto avere un lavoro rispettabile che potesse offrire un futuro anche a sua madre e alle sue sorelle.

Non era andata così, anche se un lavoro l'aveva trovato, forse non proprio buono né fortunato, guardandolo dal suo punto di vista in quel dock portuale.

Ma quali alternative aveva avuto? Nessuna.

Era solo un ragazzino, in fin dei conti, e le sue scelte ormai le aveva fatte, giuste o sbagliate che fossero.

Per giorni, aveva sentito sua madre piangere sommessamente la notte e spesso anche lui bagnava il cuscino, e lo mordeva nel disperato tentativo di trattenere la rabbia che lo tormentava.

Erano arrivate le amicizie sbagliate, il rifugio nella droga e nell'alcol, le molte altre strade errate che aveva imboccato prima di ritrovarsi lì, legato su quella sedia, a soffrire più di quanto avesse mai creduto possibile.

Tutti i suoi sogni erano già stati presi da altri. Non ne rimaneva nessuno per un diciassettenne sbandato come lui. Gli restava un ultimo desiderio che non poteva reprimere come aveva fatto con gli altri della sua adolescenza, quello di una morte veloce che mettesse fine alle sofferenze e alle lacrime, quelle presenti, ma soprattutto quelle passate.

Lo stesso dio che tanto aveva pregato da bambino era sordo anche da quell'orecchio.


La fitta acuta ai polsi lo strappò ai suoi pensieri; il filo spinato che glieli bloccava alla sedia di legno aveva scavato bene nelle carni...

Fu sorpreso che non avesse reciso i tendini. Pareva che il torturatore sapesse il fatto suo e non poteva essere altrimenti, dal momento che l'uomo trasudava esperienza in quel campo in ogni suo gesto.

Si era divertito così molte volte prima e ci avrebbe perso il suo tempo anche in futuro, quasi fosse un hobby.

Cliff trovò strano che la sua prima preoccupazione fosse il dolore ai polsi, perché i piedi erano messi molto peggio. Considerò buffo come reagiva il fisico umano quando una parte veniva seviziata fino a intaccare il sistema nervoso. I centri del dolore cessavano di funzionare di botto e non si sentiva più nulla in quella posizione.

Desiderò che si fosse arrivati a quel limite anche per il resto del corpo. In fondo, il massacro dei suoi piedi aveva messo fine al dolore, laggiù.

Le martellate date con vigore avevano spappolato e in alcuni casi staccato le dita dalle estremità degli arti inferiori. Entrambi i piedi avevano assunto l'aspetto di hamburger cotti al sangue, con base di carne ben macinata e pronta a essere servita.

Le martellate le aveva sentite, eccome, ma non aveva urlato fino alla fine. Dopo le prime tre dita del piede sinistro, il fiato l'aveva già terminato e una volta passati al destro non aveva avuto più la forza di aprire la bocca.

Era stata necessaria un'iniezione di adrenalina dritta in vena per non farlo svenire e una trasfusione per non farlo dissanguare prima del tempo. Il suo amico martellatore sapeva occuparsi di lui, in tutti i sensi.

Poi era arrivato il fuoco appiccato sotto la pianta dei piedi. All'inizio aveva sperato di morire così, alla svelta, ma si era ricreduto quando le fiamme si erano propagate fino alle caviglie e lo scoppio delle bolle gonfie di pus sulla sua pelle aveva raggiungevano le orecchie. Una sensazione di freddo aveva attraversato il suo corpo, come un ago gelido che aveva risalito ogni terminazione nervosa sopravvissuta. Il dolore si era espanso di nuovo e lui aveva pregato che si spegnesse il fuoco, di non affrontare quel tipo di morte, di subire una dose di dolore diverso, cosa che in definitiva il torturatore aveva voluto dall'inizio del suo rogo personale.

Dolore e urla, compagne di giochi in quel magazzino sperduto.

E dire che Cliff aveva pensato di non avere più fiato in corpo. Eppure le urla strazianti che sentiva rimbombare sulle pareti sudice appartenevano a lui, senza alcun dubbio.

Non sapeva dove l'avessero portato, era stato bendato una volta costretto a salire in auto. Ovunque fosse, non aveva senso preoccuparsene, tanto non ne sarebbe mai uscito vivo.

Di colpo, il dolore si fermò. Una pausa di quiete, prima che l'uragano riprendesse forza.

- Da bravo, torna a respirare regolarmente o il tuo cuore cederà, Cliff - si premurò il torturatore. - Da qui in avanti non sarà peggio di come è stato. Sono bruciati i nervi, è per questo che non senti più male... Adesso prenditi una pausa e respira con calma. Sì, così, lentamente... Non continueremo subito, sono stanco anch'io. Quando tornerò passeremo a qualche altra cosa... non mi posso più divertire con i tuoi piedi.

Le luci si erano spente e Cliff era rimasto solo.

Sentì il proprio respiro. Era vivo, per poco ancora.


Aveva il rimpianto di non aver mai guidato. Come poteva prendere la patente, se non aveva i soldi nemmeno per mangiare?

Qualche volta aveva accarezzato l'idea di rubare un'auto e andare a farsi un giro solo per scoprire cosa si provava.

Avrebbe potuto andare fuori città con tutta la sua famiglia e fuggire con loro verso un luogo dove la vita sarebbe stata diversa.

Un luogo dove sarebbe stato possibile ricominciare da capo. In fondo, l'assistente sociale che veniva a casa ogni settimana per controllare che non fossero morti di stenti in quella topaia diceva sempre che l'America era il paese delle opportunità.

No, non avrebbe mai potuto rubare. Qualsiasi cosa, ma non rubare.

Suo padre era il ladro, non lui. Si vergognava al solo pensiero che quel topo di fogna lo avesse messo al mondo. Si stava bene solo quando era in galera. L'appartamento perdeva la puzza di bourbon di cui era impregnato quello scalcinato individuo e si respirava meglio.

E poi, se lo avessero arrestato, anche Cliff avrebbe umiliato sua madre e le sue sorelle, nello stesso modo in cui lo aveva fatto quel padre che preferiva non nominare. Conosceva troppo bene il peso dell'umiliazione per rendersene responsabile.

Ma le auto non le poteva dimenticare.

In giro per strada a mendicare un lavoro, Cliff ne aveva viste tante sfrecciare accanto a lui.

Belle, veloci, dai colori brillanti e dal rombo eccitante. A volte erano guidate da veri coglioni che se ne andavano, dopo averla parcheggiata, lasciando le chiavi attaccate al quadro. Ricconi che non si sarebbero mai disperati se avessero subìto il furto dell'auto. Potevano comprarne un'altra e pagare in contanti. Si fermava a fissare quei bolidi che potevano portarlo via dallo schifo in cui sguazzava dalla nascita.

Avrebbero potuto portarlo lontano, dove forse avrebbe capito cosa significasse sorridere.

Un bel sogno, ma non voleva più farlo, perché alla fine un'auto si era davvero fermata e lo avevano fatto salire. E da lì in poi non era stato un sogno, affatto.

A ricordarglielo c'erano i suoi piedi-hamburger e altro ancora. La vita vera, dentro il magazzino.


L'adrenalina aveva terminato il suo effetto. Questo spiegava il dolore che si era ripresentato puntuale. In tutto il corpo, ma non ai piedi, per fortuna.

L'acqua gelata che gli colava ancora sul volto rappresentò un'insperata benedizione. Bevve avidamente le gocce che gli scivolavano lungo gli zigomi rotti e il naso spaccato dai tanti pugni e schiaffi che avevano rappresentato il punto di partenza.

Gocce d'acqua che si mescolavano al sangue sulla faccia e davano un retrogusto dolciastro quando arrivavano a bagnare la gola. Dolce e amaro, come la sua vita divisa tra la madre e le sorelle che lo amavano e il resto del mondo che lo aveva scelto come bersaglio preferito della propria insofferenza.

La luce si riaccese. Bianca, forte e puntata agli occhi.

La grossa sagoma di nuovo davanti a lui.

- Hai resistito bene, Cliff. Sono contento, non mi capitava da parecchio. Sai da quanto tempo sei qui?

Bella domanda. Impossibile rispondere.

Il tempo si era liquefatto, divenendo un continuo dolore, dove non esisteva né un prima né un dopo, solo il presente.

Cliff scosse la testa con vigore.

- È normale che tu abbia perso la cognizione del tempo, ragazzo. Resisti da due ore e non ci sono andato leggero - recitò l'altro uomo, battendogli due leggere pacche su quel che rimaneva di una guancia. - Complimenti.

Sebbene avesse voluto rispondere a quell'insistente sarcasmo, Cliff non poté. In mezzo al resto, si era quasi scordato il motivo di quell'impossibilità.

Gli fu sufficiente gettare lo sguardo sul tavolino di ferro alla destra per vedere la sua lingua ancora incastrata fra le pinze appoggiate lì dopo aver fatto una visita dentro la sua bocca. Era stata la fase successiva dopo i pugni iniziali. Un deciso salto di qualità.

Una precauzione necessaria, gli aveva spiegato l'uomo:

- Quello che interessa sono le tue urla e le tue lacrime, Cliff. La lingua è di troppo in quest'ottica... Se tu parlassi durante il gioco, rovineresti l'atmosfera, il pathos della rappresentazione, capisci?

Ovviamente non capiva, ma era lo stesso. Non aveva chiesto la sua opinione sulle procedure.

Due ore.

Sembrava trascorso meno tempo. Ma non per questo voleva che andasse avanti ancora a lungo. Sperava che si stesse per giungere al gran finale.

L'uomo indossava ancora il cappuccio nero. Lo aveva portato dall'inizio. A vederlo così, sembrava rendesse difficile la respirazione e non si sposava affatto con il concetto di comodità.

Ma era doveroso portarlo. Ogni boia che si rispetti deve averlo e deve portarlo fino al termine del suo compito.

Lo vide camminare verso il tavolino e voltargli le spalle una volta arrivato. Sentì le mani muovere gli oggetti in cerca di quello ideale. Aveva l'imbarazzo della scelta.

La pistola, lo invitò mentalmente Cliff. Perdio, scegli la pistola e facciamola finita!

Veloce e definitiva.

Invece, il frastuono meccanico dell'attrezzo che si accese e l'odore pungente del cherosene per la sua alimentazione innescarono il più grande rimpianto.

Aveva conosciuto una ragazza a quindici anni.

Non ne aveva conosciute molte che si fossero interessate a lui, ma lei era stata la più dolce di tutte. Non gli aveva dato neppure un nome da ricordare, solo quattro chiacchiere in un cortile, qualche risata cristallina alle sue battute stupide fatte per vederla felice e il ricordo dei suoi capelli biondi, confuso dal buon profumo della sua pelle.

Lavanda, quel profumo doveva essere lavanda.

Lei sarebbe stata perfetta per perdere la verginità, come molti ragazzi del suo quartiere avevano già fatto. Quasi tutti per merito di prostitute che avevano abbassato la tariffa per fare un regalo di compleanno da ricordare.

I commenti erano stati comunque positivi. Stare con una donna era incredibile a quanto dicevano.

Fare l'amore.

Ma Cliff non voleva immischiare una prostituta in una qualunque faccenda che includesse l'amore. Non era naturale quell'abbinamento.

Pagare per un'esperienza unica di tale portata significava togliergli qualunque significato.

Lei sarebbe stata perfetta per fare quel passo, non avrebbe mai potuto sperare in meglio. Ed era rimasta sempre perfetta, anche se l'aveva vista per mezzora soltanto e non ci aveva mai fatto l'amore, se non nei suoi sogni.

Cliff respirò profondamente. Finalmente stava per finire tutto.

La sega elettrica si avvicinò al suo collo. Sorrise mentre la lama cominciò a tagliare la carne tenera.

Leggera. La testa iniziò a diventare leggera, mentre il suo sangue scorreva a inzuppare i vestiti sul resto del corpo.

Un ultimo pensiero alla dolcezza di sua madre e al sorriso delle sorelle prima che finisse davvero.

E dalle narici, nel tempo liquefatto e infinito che ora non era più di dolore, se ne andò il puzzo della propria carne bruciata, del cherosene combusto, del sudiciume di quel magazzino.

Al suo posto, lo sentì, vivo più della vita che se ne andava dal suo corpo.

Profumo di lavanda, stupendamente dolce.

E fu allora, nel passaggio, che fu sicuro di aver fatto la cosa giusta per regalare a sua madre e alle sorelle quella felicità che aveva sempre cercato.

Nessun rimpianto, davanti alle risate cristalline, i capelli biondi, la fragranza della pelle. Lei era lì, con lui, per sempre.


L'inquadratura della videocamera portatile si strinse gradualmente, proponendo un primo piano traballante della testa di Cliff sul pavimento, mentre i titoli di coda preconfezionati si andavano ad aggiungere in automatico alle sequenze girate.

L'uomo magro che l'aveva azionata per tutto quel tempo si decise finalmente ad abbassarla dopo averla spenta. Fece un gesto col braccio al tecnico delle luci che agì immediatamente.

Tornò la penombra nel magazzino.

- Com'è venuta? - chiese l'assassino, quasi ci tenesse a mostrare emozioni che in realtà non possedeva.

Il tipo con la telecamera guardò prima il tecnico, poi il torturatore, quindi disse:

- Cristo! Questo è il migliore video snuff che abbia mai girato, si venderà come il pane a qualunque prezzo. Niente di paragonabile con la spazzatura messa insieme usando puttane e barboni come protagonisti. Ha resistito, lottato, sofferto, per poi arrendersi. È stato reale. I cinquantamila dollari che questo ragazzino ha voluto consegnassimo alla sua famiglia sono stati i meglio spesi della mia vita.

- Il cadavere sempre all'inceneritore? - fece l'incappucciato, già impegnato con la mente in altre faccende più importanti di Cliff.

- Come al solito. - Ci fu una pausa, prolungata, frattanto che il registra rivedeva la scena finale sul display della videocamera. - Da urlo, veramente una scena da urlo. Dovrò solo trovargli un buon titolo, questa volta.

(Editing di Gianluca Turconi)

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