Come nascono gli eroi

di Gianluca Turconi

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- Guardate, ne arriva un altro! - urlò Jurij, annichilito dalla visione.

Il gruppo si bloccò al richiamo, metà dei ragazzi fermi nel tunnel di passaggio nei pressi della metropolitana, i rimanenti allo scoperto, nascosti tra le carcasse di auto distrutte e quel che rimaneva di un hovercraft corazzato.

Con un'ampia scia di scarico, l'involucro di penetrazione segnalato tracciò una doppia curva nel cielo, ad angolo impossibile per qualunque pilota umano, poi si schiantò sulla cupola di copertura della città. Il rivestimento esterno della capsula di volo si disciolse e il biobot dispiegò in lunghezza il suo corpo vermiforme per aderire agli altri due esemplari che lo aspettavano da ormai tre settimane.

Jurij ebbe appena il fiato per dire: - Sfonderanno la copertura.

- E ce li ritroveremo a zampettare per le strade. Non vorrai stare qui a dargli il benvenuto? - replicò Pierre nello spintonare il quindicenne contro una delle bambine più piccole. Ottenne in cambio un'occhiata risentita da entrambi.

- Guai a voi se osate aprire bocca! Giù, nel tunnel! - li ammonì. Sostenne l'ordine stringendo il calcio del fucile che portava a spalla.

- Dodici, tredici, quattordici... - contò Marika al passaggio di ogni bambino sotto la volta del cancello rinforzato della metropolitana. - Ne manca uno!

Pierre si sentì morire. - Chi?

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La ragazza mosse qualche passo nella sala interna e lanciò uno sguardo angosciato ai visi sporchi dei bambini.

- Non lo so! - si disperò con le guance rigate dalle lacrime.

- È Mikkeli - segnalò Jurij. - Deve essere rimasto indietro, sul fiume o nella Piazza degli Eroi.

- Quel maledetto moccioso! Sempre a darci problemi! - Pierre sputò per terra. Gli occhi dei ragazzi si puntarono su di lui. - Non vorrete che vada a prenderlo? Sarebbe da pazzi.

Fu l'espressione attonita dei bambini a convincerlo. A loro non era in grado di rifiutare niente.

- Ci vado, maledizione, ci vado... - Si rivolse a Marika: - Tu e Jurij sarete i responsabili del gruppo fino al mio ritorno. Scendete nella metro e proseguite in discesa. Mi aspetterete al nodo di smistamento principale del quarto livello per un'ora. Se non dovessi tornare, cercate di uscire dalla città seguendo quel condotto, come avevamo progettato. D'accordo?

- E dovremmo abbandonare Mikkeli e te qua fuori? - si sorprese Jurij.

- Non ho chiesto la tua opinione. Ho passato da un pezzo la quarantina, perciò sono adulto e vaccinato. Mi prenderò cura io di Mikkeli. Per una volta, obbedisci e fa quello che ti dico senza discutere!

Il ringhio in cui si tramutò la voce di Pierre fece retrocedere il ragazzo all'interno del tunnel.

- Li porterò al quarto livello - mugugnò in risposta Jurij.

- Finalmente un po' di buon senso. Adesso muovetevi.

Pierre li guardò sparire uno a uno nel buio del condotto, quindi si voltò e si diresse verso la Piazza degli Eroi della Seconda Guerra Patriottica. Lungo la Nevskij Prospekt si tenne rasente ai muri delle case sul lato ovest. Sapeva che in un paio di palazzi nella via si annidavano dei cecchini. Le unità unioniste aveva perso decine di uomini a causa loro quando l'estate precedente avevano tenuto il fronte cittadino di San Pietroburgo.

Quei tizi con i ricercatori calorici se ne stavano rintanati in cucce di pochi metri, mangiando ratti e altro a cui nemmeno voleva pensare. Di tanto in tanto, uccidevano qualcuno per tenersi in allenamento. Per il resto del tempo, aspettavano, all'infinito. Cosa, non lo sapeva nessuno in verità. Forse che i biobot si servissero anche di loro. Non si poteva mai dire.

Nella corsa, l'elmetto gli ballonzolò sulla testa, avanti e indietro, fastidioso. Era troppo largo. L'aveva preso a un cadavere fuori dal rifugio in cui aveva incontrato i primi bambini. Insieme al fucile, lo aveva addosso da almeno un mese, senza toglierselo mai. Nell'oscurità dei cunicoli in cui il gruppo si era rintanato dopo il ritiro delle truppe regolari, l'elmetto poteva identificare a un chilometro di distanza le emissioni robotiche, come razzi di segnalazione nel buio della notte. I suoi sensori li tenevano in vita, lui e quella mandria di sbandati con le labbra sporche di latte che si tirava dietro.

La strada si allargò nel grande spiazzo dominato da quel che restava del Palazzo d'Inverno. Pierre fissò sul timer del proprio fucile il conto alla rovescia che aveva attivato appena i biobot di penetrazione avevano iniziato la loro opera finale. Secondo i suoi calcoli gli rimanevano quattro minuti prima di vederne le conseguenze e non voleva rimanere alla scoperto per verificare se le sue congetture fossero vere.

Anche nell'illuminazione degradata del tramonto artificiale riprodotto sull'interno della cupola, non fu difficile individuare Mikkeli. Coperto da una mimetica di tre taglie più grande del dovuto, il bambino era in piedi di fronte al monumento dedicato agli Eroi. Pareva rapito da quel grande soldato di bronzo che, sul suo robusto piedistallo, stringeva l'asta con la bandiera dell'Unione.

Mikkeli pronunciava nomi sconosciuti. - François Lefebvre. Carlos Lima. Lucian Majaru. Helmut...

- Che stai dicendo? - gli chiese rudemente Pierre. Il piccolo proseguì la sua filastrocca.

- ...Riegler. Carlo Sormani. Valur Valsson. - Si interruppe e si girò, faccia a Pierre. Se ne uscì con una domanda assurda: - Come nascono gli eroi?

- Ah, Cristo... Povero piccolo, ti sei giocato anche tu il cervello. - Pierre si sentì triste nel vedere quel marmocchio di otto anni, abituato unicamente alla guerra, porsi domande che ossessionavano lui stesso. In quel caos di città, se l'era aspettato che prima o poi andasse fuori di testa. Lo prese per un braccio e lo scosse. - Dobbiamo toglierci da qui. È pericoloso restare.

Il bambino se lo scrollò di dosso.

- Io sono figlio di un eroe, Kimmo Puustinen. - Mikkeli avanzò di due passi e batté il dito sul piedistallo, nel punto esatto in cui era inciso quel nome. - Non l'ho mai conosciuto. È morto poco prima della mia nascita, durante l'attacco iniziale dei Secessionisti. Di mia madre ho molti ricordi, di lui niente, neppure un'immagine. Solo un nome sotto una statua.

- Almeno tuo padre era un eroe. È una cosa di cui andare fieri - mormorò Pierre.

- Allora, sai come nascono gli eroi? - insistette il bambino.

- Non ancora, Mikkeli. Però so come muoiono, nella stessa identica maniera di tutti gli altri uomini. Faremo la medesima fine se ci fermeremo un minuto in più.

Stavolta strinse la mano del piccolo con decisione. Lui si lasciò condurre e Pierre ne fu sollevato. Non era impazzito, si sforzava di comprendere il mondo dall'alto dei suoi otto anni.

Il lampo dei pezzi della cupola in caduta fu improvviso, come se avessero spalancato una porta all'interno di una stanza priva di luce. A seguire, il fruscio di ali d'insetto indicò che i biobot di penetrazione avevano generato la loro prole.

- Di corsa! - Pierre prese a fuggire tirando il bambino che inciampò e cadde. - Alzati! Ormai ci sono addosso!

- Non ce la faccio! - si lamentò Mikkeli. Stringeva il ginocchio sinistro, all'altezza dei pantaloni strappati nella caduta.

- OK. Salta su.

Messo il fucile a tracolla sul davanti, Pierre si piegò per caricarsi in spalla il bambino. Era leggero, una fortuna.

Mentre schivavano a grande velocità gli scheletri delle case sbriciolate dai colpi di artiglieria pesante, Mikkeli rimase avvinghiato con le braccia al collo di Pierre. Si trasmisero sicurezza reciprocamente. D'improvviso, il bambino gli fu strappato dalla schiena con violenza e due strisce brucianti gli segnarono i fianchi, in diagonale, lacerandogli i vestiti e la pelle.

Appena giratosi, la figura del Pacificatore dominò Pierre dall'alto.

- Stai calmo, non ho paura - gli disse il bambino, stretto da due braccia umane innestate sul rivestimento corticale dell'unità, giusto in asse con le due possenti paia di ali da libellula che la tenevano sospesa a tre metri da terra.

La testa della macchina, caratterizzata da due grandi cavità oculari prive d'occhi, dondolava a destra e a sinistra, in sincrono con i movimenti calcolati delle due falci metalliche, escrescenze artificiali delle braccia.

- Nessuno qui ha paura, piccolo - mentì Pierre.

Seguì quasi ipnotizzato le movenze dell'unità, nella danza di morte che andava preparando. La punta di una falce affondò più in profondità nel costato del bambino.

- Non fa nemmeno male - si stupì Mikkeli.

- E così sarà fino alla fine.

L'anestetico inoculato dal Pacificatore aveva già fatto effetto. Pierre non avvicinò la mano al fucile, altrimenti il biobot avrebbe cambiato bersaglio. Per il momento era concentrato sugli occhi del suo giovane compagno, occhi senza paura di un eroe, figlio di un altro eroe.

- Perdonami, Mikkeli - biascicò infine Pierre.

E corse via, veloce come non mai, lontano dall'agonia e dallo smembramento. Di Mikkeli non sarebbe restato altro che una base organica da usare come ricambio per il biobot, qualche organo, epidermide e poco altro.

***

Jurij e Marika avevano fatto sedere i bambini in circolo intorno al meccanismo di scambio del nodo di smistamento, tra due binari della metropolitana. I loro occhi brillarono come quelli di topolini spauriti quando Pierre li illuminò con una torcia tascabile.

- Sei solo - constatò Marika.

- Cosa ti aspettavi? - replicò lui, accucciandosi a sua volta sul metallo freddo dei binari. - Sono un uomo, non un dispensatore di miracoli.

Si levò l'elmetto, per un istante, e si passò le mani tra i capelli. Li scoprì umidi di sudore. Non per fatica, ma per paura.

- Dovevi fare di più! - scattò Jurij.

Si mise in piedi, con le mani chiuse a pugno calcate nelle tasche dei pantaloni, sotto una lampada d'emergenza che emanava una luce intermittente.

Pierre tornò a indossare l'elmetto e chiuse gli occhi, così da scacciare le visioni d'orrore che lo tormentavano.

- Sono andato molto al di là del mio dovere prendendomi cura di voi - disse, quando li riaprì. - Avrei potuto lasciarvi morire come Mikkeli.

- Vigliacco! - lo accusò il ragazzo.

Scalciò il terreno e una mitraglia di ghiaia raggiunse Pierre alle gambe. Jurij andò a sbollire la rabbia in disparte, lontano dal gruppo.

- Lo sa che la tua presenza è stata importante per noi - disse Marika. - A volte si comporta da stupido, ma lo sa. Sei il nostro angelo custode. Quando i regolari hanno abbandonato la città, ci hai scovato sporchi e affamati, e ci hai aiutato. Non abbiamo più i genitori, ma abbiamo ancora te.

Sorrise con sincerità, sul viso gentile da adolescente.

- Ha comunque ragione Jurij - si colpevolizzò Pierre. - Avrei potuto fare di più per Mikkeli e per tutti voi. Avevo delle responsabilità...

La ragazza si fece scivolare sul binario dov'era seduta e gli si accostò, affinché gli altri non udissero ciò che aveva da dire.

- La morte di Mikkeli non è colpa tua - lo assolse. - I biobot non hanno anima, ma i loro creatori sì. I Secessionisti ne avranno di peccati da scontare quando bruceranno all'inferno.

La frase era piena d'odio, Pierre lo riconobbe. Era il medesimo sentimento che alimentava la guerra di secessione, un sentimento talmente radicato da avere già corrotto i giovani. Fu quella scoperta a cavargli di bocca una briciola di verità.

- Perché pensi siano stati i Secessionisti a usare per primi le unità di pacificazione? - domandò, schietto. - Avevamo la tecnologia, la necessità e persino l'occasione per usare armi del genere, proprio qui a San Pietroburgo.

- Non vorrai...

- Io ero là, la prima volta.

Al ricordo, Pierre sentì un brivido scalargli la schiena. Si era svolto tutto come con Mikkeli, ma replicato migliaia di volte. I biobot si erano alzati dalle retrovie unioniste e avevano assalito le trincee dei Secessionisti, veloci come un vento di tempesta. Le urla, quelle non si potevano scordare.

Marika abbassò il capo, nella luce intermittente. - Se è vero, adesso si sono rivoltati contro di noi. Per quale motivo?

- I Pacificatori che abbiamo visto oggi sono replicanti di seconda generazione, macchine costruite da altre macchine. Ora pensano da soli. Stringono nuove alleanze e combattono nuovi nemici. Non mi stupirei se alla fine uscissero loro vincitori da questa guerra.

La voce di Jurij, contaminata dalla paura, si alzò alla sinistra del gruppo a interrompere la loro discussione.

- Il buio si muove! - gridò con concitazione il ragazzo, prima di ritornare di gran carriera insieme agli altri.

Tutti conoscevano il pericolo. I bambini si rintanarono in un angolo, sospinti da Marika e Jurij. Nel frattempo, Pierre strisciò sui gomiti per una cinquantina di metri nella direzione da cui era stato lanciato l'allarme. I sensori dell'elmetto rimasero muti e il buio era piatto come avrebbe dovuto essere. Non vi era segno neppure delle tracce caloriche rilasciate dai sistemi di occultamento dei biobot. Si domandò se non fosse stato un falso allarme. Un lungo minuto di tranquillità parve rinsaldare quella supposizione, poi l'oscurità vibrò improvvisa in fondo alla galleria.

Le scie di movimento di due sagome occultate incresparono con rapide scosse la realtà scura del tunnel per scomparire un secondo dopo. Non era stato un errore. Qualcosa si muoveva laggiù.

Pierre appoggiò il calcio del fucile contro la spalla e puntò nel vuoto. Sapeva di non avere scampo. Avrebbe potuto sparare ai biobot quando fossero ritornati visibili e lo sarebbero divenuti solo nel momento dell'attacco.

Un soverchiante desiderio di fuga lo invase. Si morse le labbra a fondo, fino a gustare il sapore del sangue. L'istinto di sopravvivenza ebbe il sopravvento e si rialzò per andarsene.

Dal nulla si materializzò la canna di un fucile d'ordinanza, giusto a un centimetro di distanza dalla tempia di Pierre.

- Resta fermo o la mia voce sarà l'ultimo suono che sentirai prima di morire - gli disse un uomo sconosciuto, con l'accento dell'Europa occidentale.

- Rilassati, amico - gli rispose lui, sbarazzandosi dell'arma.

Un'altra persona lo afferrò con forza, frattanto che uno scanner sottocutaneo analizzava con precisione i dati della sua piastrina di riconoscimento.

- Sì, è Pierre Demoult - sentenziò il secondo membro della squadra di recupero.

Il soldato spense il deflettore portatile per l'occultamento e diventò interamente visibile, per quel poco che concedeva la luce nel tunnel. La fascia bianca e nera da sergente della polizia militare spiccò sulla sua divisa mimetica dell'Unione. Ancora di più, risaltò la sua giovane età, sottolineata dal viso imberbe. Aveva poco più di vent'anni.

- Vediamo di sbrigarci alla svelta - affermò piattamente il soldato più anziano.

Al primo accenno di movimento del suo fucile, lo schiocco secco della voce di Marika smascherò la presenza del gruppo di bambini: - Non uccidetelo!

- Che diamine... - si lasciò sfuggire il sergente, alla vista dei bambini.

Uno a uno, prima i più giovani, quindi Marika e Jurij, si portarono alle spalle di Pierre.

- Non potete ucciderlo - riprese la ragazza. - Senza di lui saremmo morti tutti, anche se foste giunti prima a cercarci.

- Non siamo qui per voi. Cercavamo proprio lui, è un disertore.

Per quanto fosse difficoltoso vedere nella penombra, a nessuno sfuggì la rabbia che Jurij riversò sul mondo intero.

- Un disertore? È questo che sei? - sibilò. Proseguì a bassa voce: - Ci hai ingannati.

Vederlo voltargli le spalle, da amico tradito, ferì Pierre più delle parole dure che gli aveva rivolto. Non parlarono altri del gruppo, nemmeno Marika, rinchiusa in un mutismo sofferente.

- Poche chiacchiere e diamoci una mossa - si stizzì il giovane sergente. - C'è una corte marziale che ti aspetta, Demoult.

Il sottufficiale fece un cenno con la testa al compagno di squadra, il quale impiegò pochi secondi a legare i polsi di Pierre con robuste cinghie di costrizione.

- Il mio nome è McAtee - precisò quel tale, rivolto a Marika. - E il nostro sergente si chiama Stejskal. Ne abbiamo viste troppe negli ultimi giorni per essere in vena di convenevoli, perciò, ragazzi, mettetevi in fila per due e state muti finché non saremo fuori città. Adesso in marcia, avanti.

- Vado io per primo - si offrì Stejskal.

Attivò il deflettore di fotoni, legato alla cintola, e si perse ancora nella sicurezza dell'occultamento artificiale.

***

Superata una selva di larghi condotti dal diametro variabile, il tunnel della metropolitana si aprì su una pianura dolce, di qualche chilometro di lunghezza, che a sua volta terminava alle pendici delle colline Izorskaja.

L'uscita dal microclima stabile imposto dalla cupola cittadina fu traumatico. All'esterno era autunno; un autunno russo, rigido e piovoso. Nella terra di nessuno tra le linee di combattimento, la stagione delle piogge era iniziata da un pezzo, creando pozze grandi quanto laghi.

- Cosa faremo ora? - domandò Marika, tremante per il freddo.

- Tireremo diritto fino alle colline - disse Stejskal, spento il deflettore. - Il IV Corpo d'Armata dell'Unione ha sferrato un'offensiva su larga scala e siamo riusciti a riportare il fronte nei pressi di San Pietroburgo. In meno di un'ora a piedi saremo in vista delle linee avanzate unioniste. Ora il pericolo è in cielo. Tenete gli occhi aperti su qualsiasi cosa voli.

- I biobot non passano inosservati - si intromise Jurij.

Il sergente lo squadrò dalla testa ai piedi. - Ragazzino, i biobot posseggono centinaia di modi diversi per stupirti. E nessuno di essi ti piacerebbe.

Stroncata l'intraprendenza verbale del ragazzo, Stejskal riprese la marcia da solo, avanzando con gli stivali che affondavano per un terzo nel fango.

- Quel tipo non ha niente nella testa, i bambini non ce la faranno mai - protestò Pierre.

- Le scelte rischiose di Stejskal hanno salvato in passato più gente di quanto tu possa immaginare. È un uomo che merita rispetto - gli ricacciò indietro McAtee. - La tua specialità invece è il tradimento.

Il militare gli assestò una gomitata che lo fece barcollare. Riconquistato l'equilibrio, fu costretto a riprendere la marcia.

Quale forza sorresse il gruppo fino alle colline, Pierre non lo scoprì mai. I bambini strinsero i denti e arrancarono uno dietro l'altro, qualcuno appoggiando la mano sulla spalla di chi lo precedeva, per non perdersi, altri sostenendosi a vicenda in abbracci disperati.

Il cielo, ricco di nubi minacciose, era rimasto libero dai Pacificatori, e la pianura non conosceva piede umano da molto tempo. In un mezzogiorno grigio, la colonna di fuggitivi si immise in una stretta gola delle Izorskaja, senza aver incontrato alcuna minaccia. Ai lati del canalone principale si diramavano profonde forre dall'andamento irregolare, con le pareti rocciose che le incorniciavano perpendicolarmente, quasi fossero state incise con una lama nelle colline. Superata la terza diramazione, Stejskal ordinò una sosta.

- Dobbiamo verificare che la strada sia sgombra - disse. - Voi ragazzi aspettatici qui. Tu, Demoult, vieni con noi. Non mi fido a lasciarti solo.

- Quanto resterete via? - si preoccupò Marika.

- Il tempo che ci vorrà - tagliò corto il sergente. - Restate al riparo in questa posizione e non correrete alcun pericolo.

Stejskal, McAtee e Pierre procedettero in avanti per cinquecento metri, poi svoltarono in una gola laterale che si restringeva a imbuto a ogni passo. Qualche minuto più tardi, arrestarono la marcia nel mezzo del nulla.

- Siamo lontani a sufficienza - iniziò Stejskal, slacciando le cinghie di costrizione dai polsi di Pierre. - Anche dovesse urlare, non lo sentiranno.

- Perfetto, vediamo di finire quello per cui eravamo venuti - concordò McAtee.

Pierre provò una stretta allo stomaco. - Non ci sarà alcuna Corte Marziale...

Innervosito dall'intervento, McAtee lo colpì con un calcio al basso ventre, mettendolo in ginocchio. Si accovacciò al suo fianco e gli batté una gran pacca sulla schiena, come fossero in un pub dopo una bevuta tra colleghi di lavoro.

- Dio, sei di un'ingenuità disarmante, professore - disse il soldato. - Dal creatore delle reti neurali dei biobot mi sarei aspettato maggiore perspicacia. Non c'è nessun fronte a pochi chilometri. Ti abbiamo portato qui per non doverti ammazzare davanti a quei mocciosi. E per non esporci inutilmente alle sonde di rilevamento dei Secessionisti. Per centinaia di chilometri intorno a San Pietroburgo ci sono solo sbandati e macchine alla ricerca di pezzi di ricambio. - Richiamò il sergente. - Ehi, Stejskal! Dovevo essere proprio sbronzo quando mi hai convinto a offrirmi volontario per seguire il segnale della piastrina di questo tipo. Il Gran Traditore... Colui che ha venduto la nostra arma vincente al nemico...

Si apprestò a colpire Pierre con un pugno, ma il sergente bloccò il suo braccio a mezz'aria.

- Non così. Dobbiamo fare giustizia, non vendetta - lo redarguì. - Atteniamoci alle procedure.

Di seguito, recitò la formula d'accusa che doveva aver imparato a memoria per non portarsi dietro i documenti, infine impugnò la pistola, estraendola con lentezza dalla fondina. Pierre udì distintamente lo scatto della sicura. Sollevò lo sguardo su Stejskal.

- Abbiate cura di Marika e degli altri - lo pregò.

- Li hai tenuti in vita e proverò a fare altrettanto. È mio dovere.

- Non ho tradito per denaro. I biobot sono un'arma di distruzione di massa che non poteva appartenere a una sola fazione. Avremmo imposto la schiavitù al mondo, in quel caso.

- Al punto in cui siamo, le tue ragioni non importano.

Il sergente distese il braccio e puntò la pistola alla testa del prigioniero.

I loro tre elmetti trillarono in contemporanea, insistenti. Dall'alto del canalone, giunse lo stridio delle zampe metalliche di un biobot contro la roccia, sempre più vicino, sempre più veloce.

McAtee si precipitò a ripercorre la strada a ritroso, incontro al gruppo di ragazzi. Forse trattenuto dal senso del dovere, Stejskal titubò un secondo ancora, quindi lo imitò.

Pierre non si mosse. Non poté darsi una giustificazione piena per le sue azioni. Soltanto affrontò il nemico senza paura, per la prima volta nella sua vita.

Riconobbe immediatamente il Pacificatore, dal mulinare delle sue lame sulle braccia e dal dondolio monotono della testa. Li aveva inseguiti dalla città. Aveva però un nuovo paio di occhi, conosciuti.

- Mikkeli! - esclamò Pierre, d'impulso.

La biomacchina arrestò l'avvicinamento a un metro di distanza e chinò il capo, quasi che tracce di memoria fossero rimaste nei collegamenti neurali di quegli occhi violentati dall'elettronica. E qualcosa di straordinario avvenne: il biobot parlò con voce umana, sintetizzata da possenti commutatori sonori.

- Perché ci hai creato, padre? - disse.

Pierre aveva atteso quella domanda a lungo e l'unica sorpresa fu che ci avessero messo così tanto a porla. Avrebbe giurato di avere scorto un'ombra di tristezza in quelle pupille senz'anima che fissavano i propri abominevoli arti. Un'infelicità amplificata in altre migliaia di unità di pacificazione collegate all'esemplare di fronte a lui.

- Volevo scoprire cosa spinge un soldato a reprimere la paura di morire, cosa lo rende un eroe. Voi siete i prototipi del guerriero perfetto. Avete il meglio dell'uomo e della macchina, non temete la morte e potete migliorarvi all'infinito. Eppure non siete eroi, solo assassini. - Un accenno di movimento di una falce gli tagliò il fiato. Riprese a stento: - È stata la mia ossessione per anni, un modello dopo l'altro, un fallimento dopo l'altro.

- Quindi la nostra esistenza non ha scopo?

- Avrà quello che deciderete di dargli.

Il biobot emise un ululato che a distanza di decine di chilometri fu replicato da altri identici. Era sofferenza, quella? Pierre non se ne interessò. Con la coda dell'occhio vide passare alle spalle del Pacificatore, in fondo alla diramazione della gola, i ragazzi guidati da McAtee.

La speranza di sopravvivere scappò via insieme a loro, ma non se ne dispiacque. La loro salvezza sarebbe valsa il sacrificio.

- Anche i pazzi come me possono compiere qualcosa di valore nella vita - si convinse, nell'istante in cui il biobot decise di annegare il proprio dolore versando altro sangue. Lo scatto delle sue falci lo avrebbe smembrato, se non fosse stato per Stejskal.

Il sergente saltò dalla rupe soprastante il Pacificatore e gli atterrò sul corpo, qualche passo dietro la nuca lucente. Mantenne l'equilibrio precario quel tanto che bastò a sistemare una granata sul comparto corazzato dove era nascosta la spina dorsale della macchina, alla coincidenza delle ali con la schiena, quindi saltò giù, un istante prima che l'esplosione incendiasse l'aria.

Tra resti di biotessuti e lastre di nanopolimeri che volavano nell'aria, Pierre fu scaraventato lontano. Sperduto nel dolore dell'atterraggio contro una parete di roccia, udì il tonfo sordo del biobot che si accasciò senza vita al suolo, con gli occhi chiusi a dare il definitivo riposo al loro vero proprietario.

Pierre fu tentato dal cedere alla sofferenza e accettare la morte. Sarebbe stata la fine giusta per lui, ucciso dal decesso delle stesse creature a cui aveva dato la vita, mentre giocava a fare Dio. Ma il suo Creatore, se esisteva, non lo voleva ancora accanto a sé.

Un braccio si tese e offrì aiuto.

Dopo averlo soccorso, Stejskal si toccò il viso, pieno di tagli inferti dalle schegge, e grugnì. - Me la sono cavata per un pelo questa volta.

Lo sguardo di entrambi corse alla pistola del sergente che era stata riposizionata nella fondina.

- Se fossi in te, io non ci proverei - lo avvisò Stejskal.

- È più forte di me. Sono solo un uomo, voglio sopravvivere.

- No, dannato idiota - lo etichettò il sergente. - Tu sei un fottuto eroe. Ho visto come ti sei comportato davanti al biobot, solo per salvare ancora quei ragazzi. - Indicò a Pierre la strada d'uscita dalla gola. - Vattene, prima che cambi idea!

Pierre mosse qualche passo nella direzione indicata, ma si fermò. - Perché lo stai facendo?

Stejskal si strinse nelle spalle. - Forse perché tutte le decisioni sono difficili, le tue, le mie, quelle di chiunque. E tutte possono essere sbagliate. Credi fossi sicuro di cavarmela quando sono saltato da quella rupe?

Pierre rise di cuore.

- Che ti prende? - lo incalzò il sergente.

- Il caso crea gli eroi - spiegò lui, disarmato davanti alla semplicità della risposta cercata tanto a lungo.

Divertito, Stejskal scosse la testa e iniziò a camminare lontano da lui.

- Ricordati di dirlo al prossimo biobot che incontrerai, forse morirà dalle risate - gli disse il sergente, di spalle, senza aggiungere altro.

In silenzio, Pierre rimase a guardarlo finché non scomparve alla vista. Sospirò profondamente, coi capelli scompigliati dal vento polveroso proveniente dall'area cittadina.

A testa bassa, si diresse verso San Pietroburgo, infischiandosene del pericolo che avrebbe corso. Laggiù potevano esserci altri bambini da salvare, il modo migliore per espiare le molte colpe di un eroe per caso.

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