Esterno giorno

di Fulvio Poglio

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Esterno giorno.

Vento che soffiava sulle alture rocciose, coperte di erba verdissima, sottile che si agitava sui colli. Orizzonte lontano, ampio, nubi basse, rade e sfilacciate che correvano in fretta producendo ombre rapidamente variabili; alternanze di sole giallo a ombre fredde, macchie scure mutevoli sul verde basso agitato dal vento. I colli rocciosi si estendevano fino all'orizzonte; verde morbido e cangiante nelle sfumature, più chiaro o più scuro secondo la direzione del vento, e grigio scabro della pietra dipingevano il paesaggio. Sibilo di erba che cantava.

Lui era lì.

Imponente, osservava dall'alto di un colle in sella al suo stallone grigio ferro pesantemente bardato, panciera in metallo e copritesta d'acciaio finemente cesellato che lasciava scoperti solo gli occhi rotondi, aperti dall'eccitazione, le nari che sbuffavano attraverso la copertura metallica e la schiuma della stanchezza che colava dalla bocca attraverso il morso. La sella era di cuoio scuro, consumato, con borchie d'argento, il sottosella un drappo rosso istoriato con l'immagine del drago d'oro a tre teste, proteso nell'atto di spiccare il volo, simbolo e bandiera del clan. Anch'essa come i fianchi era coperta dalla bianca schiuma dello sfinimento.

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Il cavaliere indossava un'armatura d'acciaio completa, di fattura eccelsa, lo stesso motivo in rilievo del drago ne adornava il petto, inserti fini d'argento sulle spalle, i gomiti i fianchi e i gambali. Un mantello rosso con il drago nell'atto di balzare ne drappeggiava le spalle, sfilacciato in più punti e sporco di fango, sangue e chissà che altro. L'elmo era forgiato a guisa di testa di drago, il volto era incorniciato dalle fauci spalancate e da una dorata cresta cranica metallica che scendeva ad adornare la testa e le spalle. Solo gli occhi erano visibili. Al suo fianco era allacciato uno spadone a due mani, l'impugnatura di acciaio terminava con un teschio sogghignante, due rubini ne illuminavano le orbite di una luce rossastra. Il fodero era di cuoio comune, consunto e sfilacciato soprattutto all'altezza dell'elsa, indice dell'uso molto frequente.

Il cavaliere ansimò e piegò le spalle, sospirò, anche lui era molto stanco. Parecchia strada era stata percorsa dalla battaglia del Passo Nero. L'armatura era sporca e incrostata di sangue e fango, parecchie ammaccature e larghi spacchi arrossati lungo i bracciali e il tronco denotavano la violenza della battaglia appena sostenuta. Aveva voglia di togliersi l'elmo, ma non si fidava e poi un capo clan non lo faceva mai. Almeno il vento fresco delle alture portava un po' di sollievo alle ferite brucianti a contatto con l'acciaio bagnato di sangue e sudore.

Davanti a sé aveva delle basse rocce grigie, semisommerse dal verde dell'erba, disposte a semicerchio.

Fu allora che la vide. Sbucata da una delle rocce davanti a lui, si mise a correre velocemente giù dall'altura dopo una rapida occhiata rivolta a lui e al cavallo. Era avvolta unicamente di un drappo bianco, un peplo che ne lasciava scoperte la maggior parte delle forme bianche. Fu un attimo, una sola occhiata alla figura snella e formosa che gli si allontanava davanti. Un intrecciarsi di sguardo spaventato, baluginio di occhi azzurri riflessi alla luce, capelli biondi lunghi fino alle spalle che frustavano il volto e le spalle nell'atto di voltare la testa e che si agitavano poi morbidi nell'atto della corsa. Il corpo: i fianchi che si muovevano, le gambe tornite e muscolose, che flessuose articolavano il passo veloce, i piedi nudi. I polpacci che si contraevano a ogni falcata e le cosce che disegnavano la curva dei glutei stretti nel movimento. Fu un attimo, ma nella sua mente bastò.

Era Venere. Il sogno fisico di un miliardo di fantasie erotiche di una vita. Era lei: il Corpo, l'Ideale fisico, perfetto, abbigliato solo nei punti giusti, che si muoveva come da teoria, i capelli e il corpo flessuoso, morbido, tornito, perfetto.

La sua erezione arrivò improvvisa ed enorme, premendo contro la conchiglia d'argento dell'armatura. La voleva. La amava, la bramava, era la donna della sua vita, il suo ideale di tanti sogni fatto realtà. La somma dei pregi fisici di diecimila donne incontrate e possedute o solo viste. La sua personale Utopia femminile.

Era fatto: neanche il pesante vino speziato Borrghoniano avrebbe potuto ridurre un uomo in siffatto stato. Scese, o meglio, caracollò giù da cavallo cercando di slacciarsi e togliersi ciò che aveva addosso. L'elmo finì immediatamente nell'erba e iniziò a correrle dietro cercando di sfilare il pettorale dell'armatura, incurante delle ferite al petto e alle braccia che simile operazione gli allargava, peggiorandole.



Tutti i segnali sui monitor che in tempo reale riportano i parametri fisici sono quasi impazziti: pressione sanguigna, battito cardiaco, attività cerebrale, attività metabolica e quant'altro. Penombra, gli avvolgibili abbassati quasi completamente nella stanza al quinto piano del più grande complesso ospedaliero della Città.

Due persone osservano i monitor, atmosfera densa di fumo di sigarette, due sedie, completi scuri, cravatte su camicie bianche, giacche appese a un attaccapanni in un angolo e distintivi in vista appesi a esse.

- Certo che si è intrippato di brutto questo - fa uno.

- Mi sa di sì. Mi sa che addirittura rischia l'infarto se lo stimoliamo ancora.

- Affari suoi, continuiamo comunque.



La Fanciulla ricomparve dinanzi a lui da dietro una roccia, come una visione. L'armatura era stata quasi completamente tolta, il corpo gli bruciava come se si stesse rotolando sui carboni ardenti, ma il desiderio era più bruciante di qualunque ferita.

Pochi metri ormai separavano la sua disperata ed eccitata corsa dall'oggetto del suo immenso desiderio. Lei inciampò e cadde prona. Il velo si sollevò nella caduta mostrando a pieno le sue forme voluttuose, le natiche sode e il ciuffetto dorato che sporgeva tra esse. Tentò di rialzarsi, ma lui con un disperato tuffo riuscì ad afferrarle un piede. Lei gridò per la sorpresa e lo spavento, lui per il dolore e l'eccitazione. La ragazza iniziò a scalciare, mostrando in interezza ciò che si nascondeva tra i glutei bianchi e alla vista lui non capì più nulla. Stringeva nella mano ancora avvolta dal guanto chiodato la caviglia snella e tornita, aspirando avidamente il profumo voluttuoso che proveniva dalla creatura che tra poco, volente o nolente, sarebbe stata sua. Inchiodati al suolo, lei prona, una gamba prigioniera e l'altra allargata, a fare leva sull'erba verde per cercare di allontanarsi e lui carponi, ricoperto di sangue, seminudo, l'erezione vistosa, che cercava di avvicinarla per possederla a qualunque costo.

Si rese conto che la fanciulla tra le grida stava dicendo qualcosa:

- Cavaliere, abbi pietà di me, so che dovrò essere tua, ma ti prego, almeno ripagami!

Ansimando come un mantice lui le disse: - Tutto quello che vuoi, farò tutto quello che vuoi, amore, ti amo, ti sposerò, ti amerò per sempre, fino alla morte, morirò per te!

- No! - oppose lei, pronta. - Non chiedo tanto, solo qualche coordinata bancaria.

La sua voce era dolce e spaventata, il corpo contratto e proteso nel tentativo di fuggire, le gambe allargate.

Fu la fine. Il cavaliere avrebbe fatto qualunque cosa per averla; gli uscirono cose che neanche sapeva di sapere, che neanche avevano senso, almeno non in quella realtà: - Sì! Tutto, ti dico tutto, amore, tesoro!

E lo disse, senza tralasciare nulla.



- Ok. E anche questo è andato - dice uno dei due uomini. L'altro si alza, si avvicina a un tavolino basso sul quale poggiano due tazze e un bricco di caffè e se ne riempie una fino all'orlo. Era stata una faticaccia e quel brivido di caffeina se l'era meritato.

C'è anche una vetrata nella stanza, al di là della consolle che dà su una specie di sala operatoria. Sul tavolo un corpo si agita coperto di elettrodi. È un sessantenne, madido di sudore, gli elettrodi trasmettono ai due uomini quello che prova, ciò che gli hanno imposto di sognare.

- Due cose non mi piacciono di questo lavoro, sai - dice il tizio del caffè. - La prima è che per beccare gli evasori fiscali ormai si ricorra a questi sistemi e la seconda è che almeno gli si dovrebbe permettere di completare la loro scopata virtuale prima di staccarli dalla rete metareale.

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