Il crepuscolo dell'impero austro-ungarico - Prima parte

di Gianluca Turconi

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La vita dell'imperatore austriaco Francesco Giuseppe che condusse le sorti dell'impero Austro-Ungarico dal 1848 fino alla sua nemesi durante la Prima Guerra Mondiale. Dall'amore contrastato verso la famosa principessa Sissi alla disfatta dell'Impero cominciata con l'attentato di Sarajevo nel 1914, passando per una possibile alleanza anglo-austriaca anteriore al conflitto, scopriamo i molti punti in cui la storia mondiale avrebbe potuto cambiare il proprio corso.

Una vita triste

L'esistenza dell'imperatore austriaco Francesco Giuseppe è stata definita da molti storici con aggettivi tra i più svariati e contrastanti: scialba, eroica, contraddittoria, tradizionale, mistica e mondana. Ogni aggettivo citato può descrivere alcuni aspetti di questo personaggio che resse le redini del potere dell'impero viennese dal 1848 fino al 1916, ma lo farebbe solo parzialmente, tralasciando la globalità di una figura che può certo dirsi tragica, nel senso letterale della parola. Più correttamente si può affermare che la sua vita fu triste e solitaria, molto più di quanto ci si potrebbe attendere per un sovrano nato nel diciannovesimo secolo, educato alle idee di supremazia divina degli imperatori e che vide sgretolarsi a poco a poco ogni suo principio sotto l'azione inarrestabile del progresso politico e sociale.

Francesco Giuseppe imperatore di Austria Ungheria

Un tardo ritratto dell'imperatore d'Austria-Ungheria Francesco Giuseppe (Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia)

Eppure gli inizi sembravano di tutt'altro genere. Nato il 18 Agosto 1830 dall'Arciduchessa Sofia e dall'Arciduca Francesco Carlo, trascorse una serena giovinezza, senza preoccupazioni o ansie. L'imperatore era suo zio e il primo erede al trono in linea retta era suo padre, pertanto il momento in cui si sarebbe dovuto preoccupare degli affari di stato pareva ancora decisamente lontano e solo eventuale. Si dedicò pertanto alla sua prima e più grande passione, la vita militare, e ciò in contrasto con gli anni in cui fu adolescente, pacifici in quasi tutta Europa. Fu molto vicino al fratello minore Massimiliano Ferdinando, di soli due anni più giovane, che condivideva le sue stesse preferenze per l'esercito e la disciplina. Tutto sommato in gioventù non ebbe mai nessun serio problema, anche grazie alla forza e al temperamento della madre, donna energica e risoluta.

Il vero cambiamento avvenne nel 1848, quando Francesco Giuseppe aveva solo diciotto anni. I venti rivoluzionari che avrebbero soffiato su l'intero continente europeo si fecero sentire anche nei territori austriaci. In particolare, nelle regioni dell'Italia settentrionale (Lombardia, Trentino, Veneto e Friuli), allora sottomesse all'autorità imperiale, la scintilla rivoluzionaria eruppe pressoché istantanea. Prima in piena autonomia, poi con l'aiuto della casa di Savoia e del Piemonte, la rivolta dilagò in fretta, riuscendo ad allontanare le truppe austriache da larghe zone della Lombardia. Francesco Giuseppe, giovane cadetto dell'esercito, ebbe il suo battesimo del fuoco proprio sul fronte italiano, il 6 Maggio 1948, durante la battaglia di Santa Lucia. L'impressione che il cruento scontro ebbe sul futuro imperatore non fu immediatamente evidente, ma emerse a più riprese durante il suo regno. Sebbene continuò ad amare il cameratismo militare e le forze armate in genere, Francesco Giuseppe ebbe sempre negli occhi le carneficine di quella prima guerra moderna e cercò con tutte le sue forze di mantenere l'Austria il più possibile lontano dai conflitti, con pochissima fortuna.

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L'avanzata dei rivoltosi italiani era stata fermata in Lombardia, ma le idee di libertà politica avevano valicato le Alpi raggiungendo ben presto persino la capitale. L'impero asburgico fu per tutta la sua durata, un insieme di molti popoli ed etnie, spesso in contrasto se non in lotta tra loro. Italiani, Croati, Ungheresi, Cechi, Slovacchi, Sloveni, Bosniaci, Tedeschi furono cittadini dello stesso stato, ma non per volontà popolare. Li teneva uniti solo il mito dell'Imperatore che dalla sua corte di Vienna sapeva conciliare i diversi interessi in un unicum. Ciò almeno fino a quando a regnare furono sovrani d'intelligenza superiore come il nonno di Francesco Giuseppe, Francesco I, coadiuvati da statisti di assoluto valore come Metternich. Purtroppo lo zio imperatore era di tutt'altra fattura. Poco propenso ad ascoltare le esigenze popolari e molto intransigente, non seppe vedere le avvisaglie della rivoluzione e si fece cogliere impreparato. La famiglia imperiale dovette fuggire da Vienna e rifugiarsi nella tenuta di Olmütz, in attesa del proprio destino.

La soluzione classica per salvare la linea dinastica era l'abdicazione. Si preferiva lasciare la responsabilità del governo ad altri, nella speranza che il popolo trovasse nel nuovo governante un personaggio di proprio gradimento. Perciò Ferdinando I abdicò in favore del fratello Francesco Carlo, padre di Francesco Giuseppe. La soluzione sarebbe stata ideale se l'uomo scelto avesse avuto più coraggio, ma Francesco Carlo non aveva mai pensato di diventare Imperatore, sicuro che a governare ci avrebbe pensato suo fratello maggiore e in quel frangente così disperato, con tutta la casata in fuga e col pericolo di perdere l'impero, non si sentì pronto a governare. La scelta di Francesco Carlo è criticabile per due ordini di ragioni, uno di carattere politico e uno di carattere morale. Politicamente parlando, il rifiuto di diventare imperatore allungò, anche se di sole ventiquattr'ore, il periodo di vuoto di potere in Austria, consolidando i poteri dei governi nazionali provvisori. Inoltre, egli fuggì dai propri doveri addossandoli al giovane figlio, comportamento che non mette in luce una figura di padre modello.

Così, all'improvviso, il 2 Dicembre 1848, dopo essere stato dichiarato maggiorenne in tutta fretta, Francesco Giuseppe divenne imperatore d'Austria. La situazione era alquanto infelice. La capitale era perduta, in mano ai rivoluzionari. In ogni parte dell'Impero il popolo dichiarava la propria sovranità a scapito del potere imperiale. La famiglia degli Asburgo sembrava destinata all'esilio, tanto più dopo che un adolescente era stato nominato imperatore. Francesco Giuseppe ebbe la fortuna, la sola forse della sua vita, di trovare un consigliere dalle qualità fuori dall'ordinario: il principe Felix Schwarzenberg. Egli, con l'aiuto e la direzione di uomini di potere quali Stadion, Bach e Bruck, salvò il trono e la monarchia. Represse con la forza la ribellione popolare, là dove essa non si radicava in richieste proveniente dalla borghesia commerciale. Concesse delle costituzioni liberali per soddisfare le pretese delle classi medie, prima per ogni popolazione che componeva l'impero e poi una unica e generale.

Fu così possibile per Francesco Giuseppe rientrare in tutta tranquillità a Vienna, come simbolo della ritrovata unità nazionale. Le improvvise aperture liberali furono soltanto momentanee, poiché Schwarzenberg suggerì al nuovo imperatore di abrogare la costituzione già nell'agosto del 1851. La monarchia assoluta ritornò in tutta la sua grandezza nel gennaio dell'anno seguente. L'imperatore divenne tale non solo di nome, ma anche di fatto. A ventidue anni, Francesco Giuseppe governava una delle nazioni più grandi d'Europa. A turbare i sogni di gloria degli Asburgo giunse la morte del Principe Schwarzenberg, avvenuta il 20 Aprile 1852. Il giovane imperatore fu solo per la prima volta davanti al potere assoluto.

Amore a prima vista?

Non è dato sapere quali idee passassero per la testa di Francesco Giuseppe dopo la scomparsa del suo fidato consigliere, ma un dato è certo: esse erano alquanto confuse. Trovatosi a dover governare in piena solitudine, l'imperatore parve non esserne per nulla capace. Allontanò tutti i ministri che lo avevano accompagnato nei quattro anni precedenti, senza alcuna plausibile ragione se non per restaurare un'assolutezza di potere che poteva paragonarsi solo a quella di Luigi XIV. A metà dell'ottocento una simile visione del governo di una nazione non era più proponibile, ma ciò non sembrò turbare più di tanto Francesco Giuseppe. Però non tutte le sue azioni furono farina del suo sacco. La madre Sofia conservava in quel tempo ancora tutta la sua influenza sul figlio, sebbene solo in rispetto di un amore figliare che non accennava a diminuire col passare degli anni.

L'imperatrice Elisabetta d'Austria, meglio conosciuta come Sissi

L'imperatrice Elisabetta d'Austria, meglio conosciuta come Sissi. La sua morte in un attentato segnò profondamente la vita dell'Imperatore Francesco Giuseppe. (Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia)

Fu proprio l'Arciduchessa Sofia che, vedendo crescere nell'animo del figlio una irrequietezza che minacciava di minarne la stabilità emotiva, pensò di trovargli una moglie. La prima scelta fu Anna, nipote del re di Prussia. La sorella di Sofia, Elisabetta, era divenuta per matrimonio regina di Prussia e si pensava perciò che il matrimonio concordato non fosse altro che una questione di intese tra famiglie regnanti. Non si badò al fatto che la prescelta fosse già fidanzata con un principe tedesco e che ella non nutrisse alcun interesse nei confronti di Francesco Giuseppe. Se ci fossero state solo ragioni del cuore a impedire l'unione, probabilmente il matrimonio sarebbe stato celebrato comunque, ma vi si opposero motivi strettamente politici. La Prussia in quel decennio stava estendendo la propria influenza su tutta la Germania occidentale e un matrimonio tra le famiglie regnanti delle due nazioni avrebbe impedito un allargamento del regno a scapito della vicina Austria. Non si poteva fare guerra a parenti appena acquisiti!

Sofia non si perse d'animo e sempre all'oscuro del figlio programmò un nuovo incontro. Essendo figlia del re Massimiliano di Baviera, regione che a quel tempo era uno stato autonomo, pensò a un matrimonio in famiglia con una delle cinque figlie della sorella Ludovica, duchessa di Baviera, come l'ideale per evitare ulteriori ritardi nel trovare una degna imperatrice per il figlio. La primogenita Elena, della stessa età di Francesco Giuseppe, fu ritenuta la più adatta. Poiché i futuri sposi si erano visti molto raramente e solo in tenera età, fu giudicato opportuno organizzare un incontro prima delle nozze. Fu predisposta una riunione di famiglia a Ischl, residenza estiva dell'imperatore, affinché si raggiungessero gli ultimi accordi in vista delle nozze. Sennonché nell'estate del 1853, la duchessa Ludovica si presentò a Ischl non soltanto in compagnia di Elena, ma anche della secondogenita Elisabetta, più conosciuta col nomignolo di Sissi. La ragazza aveva solo sedici anni e aveva accompagnato la madre e la sorella per motivi di etichetta.

Albert Friederich von Margutti ebbe modo di raccogliere testimonianze dirette di personaggi che vissero di persona l'incontro tra Elisabetta e Francesco Giuseppe e ci racconta come al solo vederla, l'imperatore avesse accantonato l'idea di sposare la sorella, tanta era la bellezza della giovane. Se di vero amore si trattò, fu certamente travagliato. L'Arciduchessa Sofia non riuscì mai a comprendere per quale motivo il figlio si fosse invaghito di quella che ella considerava null'altro che una bambina, capricciosa per giunta. Infatti, Sissi possedeva certamente molte qualità oltre alla bellezza, ma non l'amabilità. Aveva ereditato dai Wittelsbach, la famiglia cui apparteneva la stessa Sofia, un'inconciliabilità con la vita che si teneva all'Hofburg, la corte austriaca. Ciò risultava tanto più irritante per la madre di Francesco Giuseppe, giacché la giovane Elisabetta non faceva nulla per nasconderlo. In definitiva, le mancavano quelle doti di diplomazia che le avrebbero permesso di divenire una buona moglie e imperatrice. Dopo tutto però non si poteva pretendere che a sedici anni si potesse distinguere il divertimento dalla ragione di stato.

Nonostante l'ostruzionismo della madre, Francesco Giuseppe fu irremovibile. Aveva compiuto la sua scelta e nessuno gli avrebbe fatto cambiare idea. Si erano conosciuti nell'agosto del 1853 e già nell'aprile del 1954 furono celebrate le nozze imperiali. I primi giorni di regno della nuova imperatrice-bambina hanno poco da spartire con la favola che è stata ritratta in alcune pellicole cinematografiche girate in epoche differenti, le quali solitamente si fermano allo sfarzo del matrimonio, senza raccontare cosa avvenne in seguito. La convivenza con la suocera fu impossibile.

Sofia credeva di avere un'altra figlia da educare e a ogni occasione era prodiga di consigli non richiesti, mal digeriti da Elisabetta, testarda e riottosa come tutti gli adolescenti. Se a questo fatto si aggiunge una continua assenza di Francesco Giuseppe per gli impegni che gli derivavano dal proprio ruolo, si può comprendere come la sposa si stesse creando un destino di solitudine. Naturalmente, avrebbe potuto cercare degli alleati nella grande famiglia degli Asburgo dove alcuni individui sopportavano a fatica il potere che l'anziana Arciduchessa esercitava in ogni occasione. Tuttavia, sia la giovane età sia il carattere particolare le impedirono di stringere amicizie che andassero al di là di una cortesia di facciata. Fu così che seppure ci fu amore in quel matrimonio, quasi sicuramente dovette scemare nel breve volgere di qualche anno, spingendo Elisabetta verso comportamenti sul principio infantili, poi sempre più "eccentrici", dove per eccentricità nelle case regnanti si dovevano intendere delle forme maniacali se non addirittura di pazzia conclamata.

Il Risorgimento Italiano e la supremazia Prussiana

Il 1854, oltre a essere l'anno del matrimonio, sarebbe stato anche l'ultimo anno felice per l'Imperatore. Dalla data delle nozze si susseguirono per tutto il resto della sua vita una serie di calamità e sciagure personali sommate a gravi insuccessi nella politica austriaca che ci possano far pensare come Francesco Giuseppe, oltre a una innata carenza d'abilità, dovesse essere anche estremamente sfortunato, sempre che qualcuno tra i lettori creda all'esistenza della fortuna.

Nel 1854 scoppiò la crisi di Crimea che avrebbe causato un vero e proprio sconvolgimento nei rapporti di forza nei Balcani. Lo zar russo Nicola I, nel suo tentativo di allargare i confini a scapito dell'Impero Ottomano, si era avvicinato tanto allo stretto dei Dardanelli che la Francia e la Gran Bretagna si erano sentite minacciate nei propri interessi commerciali nel Mediterraneo, così da invadere la Crimea per colpire la Russia sul proprio territorio. Più volte durante il conflitto l'Austria era stata invitata a unirsi alla Russia contro i Turchi, nemici tradizionali, ma Francesco Giuseppe, consigliato dall'ottuagenario Metternich, tornato a Vienna per morirvi in pace, aveva preferito rimanere neutrale. L'idea prospettata dallo zar di ricreare una lega dei Tre Imperatori nello stile della Restaurazione post napoleonica, affascinava l'imperatore austriaco che ciononostante si dimostrò molto più amante della pace. Fu un errore grave. La guerra di Crimea si concluse con un nulla di fatto, ma con il consolidamento dello status quo nei Balcani. Il territorio di espansione naturale dell'Austria-Ungheria, cioè l'Impero Ottomano in disfacimento, era ora protetto dalla Gran Bretagna e dalla Francia, mentre una nuova minaccia si profilava all'orizzonte.

Alla campagna in terra russa aveva partecipato anche un nutrito contingente di truppe piemontesi che si erano comportate con grande onore, portando il piccolo regno italico allo stesso tavolo della pace dove sedevano le grandi potenze europee. Il lavoro diplomatico compiuto dal Conte di Cavour per ritagliarsi l'attenzione delle altre nazioni fu colpevolmente ignorato a Vienna. Il Regno di Piemonte aveva già combattuto nella guerra del 1848 contro l'Austria e non si era mai giunti a una vera definizione del problema dei territori italiani ancora in mano austriaca. Avendo versato il sangue dei propri soldati in Crimea, il re piemontese Vittorio Emanuele II poteva dichiararsi con pieno diritto un buon alleato nei confronti della Francia e pretendere dal potente vicino un aiuto in caso di bisogno. L'occasione per restituire il favore si presentò già nel 1859, quando in una riedizione della prima guerra d'indipendenza italiana, l'esercito piemontese si produsse in un'offensiva in grande stile contro le linee di difesa austriache in Piemonte. Questa volta, i soldati erano più esperti e meglio armati rispetto a dieci anni prima e soprattutto avevano l'appoggio diretto dell'esercito francese che combatté al fianco degli italiani in quasi tutte le battaglie. Il disastro austriaco fu completo. La Lombardia fu abbandonata in mano piemontese, perdendo la parte finanziariamente più ricca dell'Impero.

Il raggiungimento parziale, l'anno successivo, dell'unità italiana con la cacciata dalla Toscana della casata degli Asburgo-Lorena, parenti di Francesco Giuseppe, e la conquista del Regno delle Due Sicilie crearono una nuova entità nazionale che aveva mire espansionistiche proprio nella stessa area adriatica, da sempre zona d’influenza dell'Austria. La fluidità della situazione e l'isolamento in cui si stava rinchiudendo l'Impero asburgico si rivelarono in tutta la loro gravità nel 1866. La Prussia, tradizionalmente amica dell'Austria fin dai tempi della lotta contro Napoleone I, decise di rompere gli indugi e di dichiarare guerra all'Impero in alleanza con il neonato Regno d'Italia per dare origine a quel Reich (impero) tedesco che era sempre stato nei sogni dei sovrani prussiani. Le vittorie ottenute contro gli italiani non servirono ad arrestare l'avanzata prussiana in Boemia e una pace ignominiosa costrinse Francesco Giuseppe a riconoscere il predominio prussiano in Germania e l'annessione del Veneto all'Italia.

Dolori familiari e insuccessi politici

La perdita della maggior parte delle province italiane e la dura sconfitta subita dall'Austria nei confronti della Prussia, rinvigorirono i nazionalismi interni all'Impero, specialmente quello ungherese che mai si era sopito dal 1848. L'avanzata dell'esercito di Bismarck verso Vienna aveva fatto fuggire buona parte della famiglia imperiale, ivi compresa l'Imperatrice Elisabetta, per il timore di un'occupazione nemica. Sebbene Francesco Giuseppe fosse rimasto nella capitale, l'abbandono della stessa da parte dei suoi più stretti congiunti fu a ragione visto come un segno di debolezza. I leader dei nazionalisti ungheresi, Deak e Andrassy, addirittura condannati a morte durante le rivolte del 1848 e poi graziati, si sentirono in dovere di riproporre le stesse richieste già avanzate durante la prima rivolta e cioè una divisione giurisdizionale tra l'Austria e l'Ungheria con la creazione di un parlamento autonomo a Budapest che si occupasse del diritto interno della nazione ungherese.

Francesco Giuseppe era conscio del fatto che concedere tali privilegi all'Ungheria significava la fine dell'Impero austriaco così come lo aveva conosciuto. Infatti, la maggioranza della popolazione dell'Austria era di lingua tedesca e la recente sconfitta con la Prussia aveva infranto ogni sogno di unità pangermanica con i principati più occidentali e i liberali tedeschi avrebbero preteso anche loro un parlamento al pari degli ungheresi, altrimenti la situazione sarebbe degenerata. Per salvare almeno nominalmente l'Impero fu escogitata una soluzione di compromesso la quale, col tempo, avrebbe scontentato entrambe le fazioni, ma che sul momento pareva l'unica via d'uscita. All'Ungheria furono garantite tutte le libertà richieste, all'Austria fu dato un parlamento con gli stessi poteri dell'assemblea di Budapest e a capo del neonato Impero Austro-Ungarico fu nominato Francesco Giuseppe che, incredibilmente, portava sulla propria testa due corone, quella di Imperatore d'Austria e quella di Re di Ungheria.

La divisione sostanziale dell'impero in due parti fu una sconfitta personale di Francesco Giuseppe. Egli fin dai primi anni di regno si era dimostrato un degno erede dei monarchi assoluti e doversi sottomettere a una costituzione distruggeva i principi basilari del suo credo politico. Ovviamente, vista la situazione critica, egli deve aver pensato di poter ripetere le stesse mosse del 1848: concedere una costituzione, rinsaldare la propria posizione di governo, anche con la forza se necessario, e poi revocare le concessioni liberali con una restaurazione assolutistica. I tempi erano però mutati. Le idee liberali delle nazioni facenti parte dell'Impero si erano saldamente radicate nella borghesia commerciale che era la spina dorsale dell'economia austriaca, anche grazie all'esempio dato dal Piemonte e dalla Prussia, i quali combattendo contro l'Austria avevano costituito due regni nazionali e indipendenti. Nel 1867 se Francesco Giuseppe avesse tentato una Restaurazione, l'Ungheria avrebbe difeso la propria libertà con le armi. La separazione ufficiale tra le due nazioni fu sancita il 18 Febbraio 1867 con la nomina del primo governo autonomo ungherese.

Massimiliano Ferdinando, fratello minore di Francesco Giuseppe e futuro imperatore del Messico

Massimiliano Ferdinando, fratello minore di Francesco Giuseppe e futuro imperatore del Messico (Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia)

Nel medesimo anno si concluse tragicamente un'altra vicenda iniziata tre anni prima. Il protagonista del nuovo dolore inferto a Francesco Giuseppe fu l'amato fratello Massimiliano Ferdinando. Egli, pur rispettando il fratello maggiore, non aveva mai accettato di vivere all'ombra dell'Imperatore. Avrebbe desiderato diventare egli stesso sovrano, ma come secondogenito ciò sarebbe stato possibile solo alla morte del regnante. Il conflitto tra amore fraterno e ambizione personale di Massimiliano Ferdinando sembrò risolversi quando l'imperatore francese Napoleone III lo convinse, nel 1864, a intraprendere un'impresa che rasentava l'assurdo. Con l'appoggio dell'esercito francese, Massimiliano Ferdinando sarebbe diventato imperatore del Messico. Un uomo meno bramoso di potere avrebbe riflettuto profondamente sull'opportunità di accettare l'offerta di governare un paese di cui non conosceva nulla, nemmeno la lingua. Al contrario, Massimiliano Ferdinando accolse con grande entusiasmo l'offerta che gli era stata proposta. Rinunciò al ruolo di Arciduca e si trasferì a Città del Messico con tutta la famiglia, credendo di poter ricreare in terra d'America una corte di stampo mitteleuropeo. La realtà si dimostrò molto differente.

La rivolta del popolo messicano fu inevitabile. Esso non sopportava un dominatore straniero, quale che fosse la sua origine. Massimiliano non si rese conto della gravità della minaccia finché non fu arrestato dalle truppe repubblicane di Benito Juarez. Francesco Giuseppe provò a salvare il fratello attraverso pressioni diplomatiche, ma fu tutto inutile. Come in ogni rivoluzione, colui che incarna la figura del despota e del tiranno doveva essere sacrificato per placare l'odio popolare e così avvenne per Massimiliano che fu fucilato nel villaggio messicano di Querentaro il 19 giugno 1867.

Il dolore di Francesco Giuseppe per la perdita del fratello dovette essere solo una piccola parte di quanto egli provò alla scomparsa del figlio primogenito Rodolfo. Erede al trono per diritto dinastico, il giovane rampollo degli Asburgo era tanto amato dal padre quanto egli odiava il suo ruolo di Arciduca. Non sopportava, in particolare, le idee poco liberali del padre e non mancava occasione di esternare questa sua visione politica in ogni manifestazione pubblica. Francesco Giuseppe avrebbe anche potuto sopportare tutto ciò se Rodolfo non si fosse immischiato in alcune cerchie rivoluzionarie che andavano formandosi a Vienna. Non poteva tollerare che il Kronprinz si mischiasse con cospiratori di bassa lega. Dapprima giunsero i rimproveri severi del prozio Carlo, eroe delle guerre d'Italia e fedele consigliere di Francesco Giuseppe, che però non sortirono l'effetto voluto. Poi arrivò, forse inaspettato, il richiamo dello stesso Imperatore. E' difficile capire se Rodolfo fu più colpito dalla minaccia di essere relegato al comando di una guarnigione nelle desolate lande della Galizia oppure dal fatto che tale minaccia provenisse dalla persona che più l'amava al mondo, ma il rimprovero avrebbe segnato il suo destino e quello del mondo intero. Soffocato da una crisi depressiva, egli si tolse la vita nel gennaio 1889, aprendo la strada della successione al cugino Francesco Ferdinando, l'uomo di Sarajevo.

La morte di Rodolfo fu il colpo di grazia per la precaria stabilità dell'Imperatrice Elisabetta. Da quel luttuoso giorno, ella andò estraniandosi dalla realtà in via definitiva, soggiornando sempre più raramente a Vienna, disinteressandosi di ciò che accadeva a corte. Per ironia della sorte, proprio colei che meno si interessava di politica fu oggetto di un attentato anarchico che la uccise nel 1898. Francesco Giuseppe, ormai vecchio, stanco e solo, ancora non sapeva che gli anni peggiori dovevano arrivare nei primi tremendi decenni del ventesimo secolo.

Fonti e letture consigliate:

"L'imperatore Francesco Giuseppe", Alberto Friederich von Margutti, Fratelli Melita Editore;
"Il tramonto di un impero: la fine degli Asburgo", Edward Crankshaw, Mursia Editore;
"Cecco Beppe regnò per 68 anni, ma non in casa sua.", Sergio Stocchi, Historia Editrice Quadratum.

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