I giganti e i ciclopi nella tradizione, mitologia e cultura

a cura di Selena "Elfwine" M.

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I miti e le leggende che costellano la lunga marcia dell'umanità, dalla preistoria fino alla moderna società postindustriale, hanno spesso riguardato esseri infinitamente piccoli o invisibili (elfi, folletti, troll) oppure infinitamente grandi (Giganti, ciclopi).

Immagine del ciclope Polifemo - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Il ciclope Polifemo, di pura stirpe italica, è solo uno dei molti appartenenti alla razza dei giganti, con le sue sottospecie e parentele, che popolano miti e leggende fin dall'antichità.

E' interessante notare come tali miti, pur nella loro fantasia e a volte manifesta irrazionalità, si siano radicati nell'essere umano quali espressioni di eventi ancestrali, come se l'uomo insomma avesse cercato di rendere razionalmente comprensibili alcuni fenomeni altrimenti inspiegabili. Oltre a rappresentare una "dimensione parallela", il mito si configura allora quale espressione di una delle qualità più eminentemente umane: la fantasia, il potere di sognare e creare, e in qualche modo sostituirsi alla Forza Creatrice in cui ogni uomo crede.

Le forze della Terra, nell'immaginario degli antichi, assumevano volti e corpi; uno dei più usati era quello dei Giganti. Essi compaiono nei miti ora come nemici degli Dei, ora come razza che va scomparendo, ora come corpo da cui la vita stessa ha origine.

Talvolta i viaggiatori si vantavano di averne visti, e nei loro racconti riportavano avventure incredibili. I crani degli elefanti, sbiancati dal tempo, facevano pensare a immani esseri con una sola cavità oculare... e furono i Ciclopi, compagni di Polifemo.

Furono Giganti, primi figli degli Dei.

"La figura dei Giganti è nata probabilmente da molteplici rappresentazioni originarie", presume lo scrittore e divulgatore scientifico Ernst Probst. Secondo lui la fonte è da cercarsi "nei criteri di misurazione assai diversi che esistevano allora, nel vedere in insoliti fenomeni della natura la manifestazione di creature dalla forza eccezionale (si pensava che l'avversario sconfitto avesse proporzioni sovrumane: tali concezioni avevano un loro ruolo nelle storie di draghi), forse anche nelle allucinazioni dovute al consumo di droghe". E ancora: "Quasi ogni Paese aveva un tempo il suo Gigante nazionale, che risaliva quasi sempre al ritrovamento di ossa di elefanti, la cui vera natura era sconosciuta."

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Tra i numerosi miti, ci soffermeremo ora su quelli riguardanti i "giganti" nati in un delimitato ambito geografico, il bacino del Mediterraneo.

Generalmente, parlando di Mediterraneo, si pensa alle sole civiltà greca e romana, con i loro vastissimi repertori mitici; la mitologia romana è però frutto della commistione tra quella greca e quella italica ed etrusca, e più a ritroso nel tempo non si esclude che uno tra i più antichi cantori del mito greco, Esiodo, nella metà del VII a.C., sia stato influenzato dalle culture micenee o persiane, per citarne solo un paio, come si vedrà in seguito a proposito di uno dei suoi testi più famosi, la Teogonia.

Presso gli antichi popoli Italici, in epoca antecedente all'avvento di Roma, esisteva per esempio un etimo particolare: "Volcanus, Volkanus o Vulcanus"; si ritiene che sia di origine indoeuropea, e veniva associato a una divinità messa in relazione col fuoco vulcanico, se è vero che il suo culto conservava uno dei principali centri a Pozzuoli, nei Campi Flegrei (luogo che incontreremo, non a caso, in uno dei miti più importanti, la Titanomachia), secondo quanto ci racconta il geografo greco Strabone (64 a.C - 21 d.C.). I Romani ereditarono questo culto dagli Etruschi e finirono per identificare questa divinità con il dio greco Efesto. In particolare, a Roma assunse forte rilevanza il culto di Vulcano nel corso dell'età monarchica, tanto che Servio Tullio - uno tra gli ultimi re - era ritenuto diretto discendente di tale dio.

A loro volta i Greci derivarono il mito di Efesto dai popoli stanziati in Asia Minore e nelle isole Cicladi, quindi da una sorgente diversa da quella italica del dio Vulcano. E' risaputo, infatti, che i popoli mediorientali ebbero a che fare con le eruzioni dei vulcani delle Cicladi e dell'Anatolia.

Il tratto dominante dell'area mediterranea, dunque, è questa sorta di sincretismo mitologico che trova ragion d'essere in una delle caratteristiche fondamentali dei popoli stanziati nella zona: la voglia sempre viva di esplorare lo sconosciuto. L'opera di Omero in tal senso ne è l'emblema.

Il viaggio, lo spostamento, è l'attività privilegiata di questi popoli, di quello greco in particolare; viaggi principalmente a scopi commerciali, per aprire rotte più vantaggiose e sicure, e scovare mercati vergini dove poter vendere i propri prodotti: nulla di nuovo, in fondo. I viaggi marittimi avvenivano prevalentemente tra la stagione primaverile e quella estiva, e in ogni caso era raro che ci si allontanasse dalla costa; accadeva quindi che, durante la navigazione, con un occhio si sfiorasse l'immensità delle acque, ma con l'altro si rimanesse attaccati alla Madre Terra. A questo punto, bisogna considerare un fattore per così dire "geologico" dominante del bacino mediterraneo: la presenza di eventi vulcanici primari (soprattutto) e secondari. Tra il XIV e il VII secolo a.C. si ritiene che tali fenomeni dovessero presentarsi in numero ed entità maggiori rispetto ai giorni nostri.

La combinazione di navigazione a vista e vulcani deve aver prodotto nell'immaginario dei marinai la credenza nell'esistenza di Giganti, enormi esseri viventi i cui occhi erano scambiati per quegli enormi fuochi che ardevano sulle coste. Purtroppo, a causa del sincretismo e delle stratificazioni culturali succedutesi nel corso dei secoli, non è possibile gettare uno sguardo unitario sul panorama mitologico complessivo dell'epoca: basti citare il caso della quasi sconosciuta civiltà micenea, cui subentrò quella ben più famosa dei greci. Certo è che in tutte le culture mediterranee esistono riferimenti a culti specifici correlabili a quello primordiale del fuoco sotterraneo: tra i vari esempi ci sono quello delle Vestali romane, o dell'antichissima dea Hestia nel pantheon greco, passata poi in quello romano appunto come Vesta.

Il carro di Zeus - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Zeus, appartenente anch'egli alla stirpe dei giganti, fu il primo esempio di rivoluzionario cosmico, nella sua lotta contro il dispotico genitore, Crono.

Il panorama mitologico mediterraneo è strettamente legato al tema del "fuoco", inteso come forza insopprimibile, la quale può essere creatrice o distruttrice: tra i miti più famosi si possono inserire la distruzione di Atlantide, la guerra fra i Giganti e Zeus, Prometeo che ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini, il ciclope Polifemo e Ulisse, la Fucina di Vulcano, fabbro di Zeus, l'Averno e la porta degli Inferi, mito vivo addirittura al tempo della Commedia dantesca!

In area greca esiste una leggenda nella quale si vede riflesso il legame tra eventi vulcanici e Giganti: quella che narra del Gigante Talo. Di questo mostro si parla soprattutto nelle Argonautiche, poema epico redatto da Apollonio Rodio (290 - 260 ca a.C) in età ellenistica nel tentativo di rivitalizzare un genere oramai agonizzante. Ci troviamo nel corso del viaggio di ritorno degli Argonauti; Giasone ha già raggiunto il suo obiettivo, recuperare il vello d'oro, ed è riuscito a sedurre la maga Medea (la seduzione era un tema caro alla cultura ellenistica) quando, nei pressi di Creta, si erge innanzi alla sua nave (l'Argo) un immenso Gigante di bronzo, Talo appunto. La forza vitale di quest'ultimo risiede in un'unica vena che corre dalla testa alla caviglia, dove è situato una specie di tappo. Il Gigante cerca di staccare delle rocce da scagliare contro l'Argo, ma Medea riesce, con le sue arti magiche, a provocargli visioni malefiche, che gli fanno perdere l'equilibrio; nella caduta la caviglia si scalfisce, determinando la rottura della vena cosi che il sangue inizia a sgorgare a fiotti. Talo si abbatte morto sulla riva.

Apollonio usa il mito come semplice spunto narrativo (retaggio anche questo della cultura ellenistica) ma le informazioni riguardanti Talo sono numerose, e in genere riconducibili a eventi vulcanici: il Gigante manifestava appunto tale costituzione "vulcanica" scagliando massi contro gli intrusi, bruciandoli, arroventandosi e stringendoli in un abbraccio mortale, e lui stesso aveva lava al posto del sangue.

In mitologia esistono varie storie legate a Talo: per dovere d'informazione bisogna aggiungere che, oltre a un Gigante di bronzo, in altre versioni si tramandava che fosse un toro fabbricato o donato a Minosse dal dio Efesto, per custodire Creta. Il mito narra che egli compisse tre volte al giorno il giro dell'isola, o che visitasse tre volte l'anno i villaggi di Creta, recando tavolette di bronzo con sopra incise le leggi; è presente un legame tra Gigante e cupa oppressione, il che rafforzerebbe l'ipotesi che nell'immaginario collettivo dell'epoca Talo fosse la personificazione del vulcano di Santorini, la cui esplosione si ritiene abbia avuto conseguenze devastanti per la civiltà cretese. Un'altra versione ancora racconta che Talo, nella veste di Gigante di ferro costruito da Efesto, fu da Zeus posto a guardia di Creta quando vi lasciò la ninfa Europa.

Rimanendo sempre nello stretto ambito ellenico, trattando di Giganti non si può tacere circa uno dei testi sul quale si fondano gran parte dei miti che li riguardano: la Teogonia. Si presenta nella forma tradizionale dell'epoca, il poema, ed è composta di 1022 esametri epici: con quest'opera Esiodo tenta di ordinare l'immensità del materiale tradizionale e popolare che circolava fin dalla notte dei tempi circa la generazione degli dèi e l'origine dell'Universo. Per dare un esempio della diversità che si poteva riscontrare nei miti, basti ricordare che per Esiodo la coppia di divinità generatrici è rappresentata da Gea e Urano - scelta obbligata per chi intendesse presentare una sistemazione razionale del materiale mitologico; quale coppia migliore di Terra/Cielo? - mentre per Omero, (il quale, da alcuni passi dell'Iliade, pare essere a conoscenza di cose relative agli dèi che però non sembra aver avuto interesse a trattare nella sua narrazione), tale coppia è rappresentata da Oceano e Teti. Dunque, in ogni autore che si apprestava a trattare argomenti mitologici (e sicuramente ce ne saranno molti le cui opere sono perdute) si nota un'estrema libertà nello scegliere o tralasciare fatti e personaggi.

Va presa con le pinze la definizione di Erodoto (480 - 430 a.C. ca) "pròtoi heuretaì" dedicata a Esiodo e Omero, che tradotta suona quasi come "primi scopritori" [delle cose relative agli dei]. Infatti, il progresso degli studi e le più recenti scoperte archeologiche hanno permesso di capire quale ingente quantità di materiale cosmologico vi fosse alle spalle di Esiodo, materiale risalente per lo più a civiltà anteriori e diverse da quella greca (quella del Vicino Oriente per esempio), e poi passato nella civiltà ellenica per quel fenomeno di sincretismo già accennato prima. Bisogna ricordare che lo stesso Esiodo era figlio di un colono che aveva abitato per lungo tempo a Cuma, una città affacciata sulla costa dell'Asia Minore; inoltre il poeta era originario della Beozia, regione che in tempi anteriori era stata il maggior centro di sviluppo della cultura micenea.

E' interessante osservare come, nella Teogonia, Esiodo abbia in un certo modo "classificato" i Giganti in varie stirpi, tutte discendenti dalla coppia Urano-Gea; i due procrearono dapprima i Titani: "l'Ocèano profondo, e Coio, Crio, Giapèto, Mnemòsine, Tèmide, Rea, Iperione, Tea, l'amabile Tètide, e Febe dalla ghirlanda d'oro" e il più importante di essi, "il fortissimo Crono... di scaltro consiglio, fra tutti i figliuoli il piú tremendo; e d'ira terribile ardea contro il padre". Il motivo di tanto odio è presto detto, e ce lo narra lo stesso Esiodo: "Uràno come nascevano, tutti li nascondeva giù nei bàratri bui della Terra, non li lasciava a luce venire".

La seconda stirpe è quella dei Ciclopi (propriamente dal greco kuklops = dall'occhio rotondo): "...[Gea] generava [i Ciclopi] dal cuore superbo, Stèrope, Bronte, e Arge dal cuore fierissimo: il tuono diedero questi a Giove, foggiarono il folgore... solamente un occhio avevano in mezzo alla fronte ed ebbero quindi il nome di Ciclopi". In età arcaica i mitografi distinguevano a loro volta tre stirpi di Ciclopi: i figli di Gea e Urano, appartenenti alla prima generazione di giganti; i Ciclopi "costruttori", artefici di tutti quei monumenti presenti in Grecia o in Sicilia formati da blocchi di pietra così giganteschi che non erano creduti frutto di attività umana (da qui le "mura ciclopiche"); infine, i Ciclopi "siciliani", resi famosi dalla letteratura greca, quella omerica in particolare (ad esempio Polifemo).

Si diceva che essi occupassero le zone più calde dell'Etna, gli antri più inaccessibili e sperduti della Sicilia e delle Eolie, e che fossero, agli ordini di Efesto, i fabbri degli dèi ai quali procuravano le armi. Relativamente al legame dei Ciclopi con il fuoco, bisogna aggiungere che nella Grecia primitiva esisteva una sorta di "corporazione" dei mastri fabbri ferrai, i quali portavano tatuati sulla fronte dei cerchi concentrici, simboli del Sole e del fuoco. Nell'immaginario collettivo, dunque, il simbolo del tatuaggio (che poi diventò l'unico occhio centrale) si legò quindi indissolubilmente al "fuoco".

Mi sembra opportuno evidenziare due importanti conseguenze legate al mito dei Ciclopi: in primo luogo si deve rilevare ancora una volta la relazione "vulcanica", poiché essi abitavano in caverne sotterranee, dove i colpi delle loro incudini e il loro ansimare faceva brontolare appunto i vulcani della zona, mentre il fuoco della loro fucina arrossava la cima dell'Etna. Inoltre, c'è uno stretto legame tra Ciclopi e Natura che sarà avvertito in maniera particolare in età ellenistica, quando l'imponente fenomeno di inurbamento spinse autori come Teocrito (315 - 260 ca a.C.) a riscoprire i valori della natura, seppur in un'atmosfera sognante e idealizzata (insomma, ben lontana da quella delle Georgiche virgiliane). Proprio a questo autore, per esempio, si deve un idillio incentrato sulla figura di un Ciclope, innamorato della bella Galatea, che tuttavia non riesce a conquistare pur sfoderando tutte le sue arti "seduttive"; si assiste, insomma, a una profonda frattura, ormai consolidata, tra mondo cittadino e naturale. La terza stirpe di Giganti figli di Gea e Urano furono gli Ecatonchiri: "...Cotto, Gía, Briarèo, figliuoli di somma arroganza. A essi cento mani spuntavan dagli òmeri fuori, indomabili, immani, cinquanta crescevano teste fuor dalle spalle a ciascuno..."

Oltre alla versione mitica, bisogna registrare anche la posizione assunta dai cosiddetti "evemeristi", seguaci cioè della teoria portata avanti dal filosofo Evemero di Messene (III a.C.): secondo questi, gli dèi altro non erano che uomini leggendari (come potevano essere, per i Romani, Muzio Scevola o la guerriera Camilla) realmente esistiti e divinizzati dalla fama popolare. Secondo tale ottica, dunque, gli Ecatonchiri erano uomini che, in un tempo lontanissimo, avevano occupato la città di Ecatonchiria e avevano porto il loro aiuto agli abitanti di Olimpia (gli olimpici) nella guerra per cacciare i Titani dalla regione.

Ovviamente, non si tardò ad accusare chi appoggiava le tesi di questa vera e propria "filosofia della storia" quali propugnatori dell'ateismo.

Lo stato di equilibrio tra queste tre stirpi venne rotto a opera del Titano più intraprendente, Crono, alleatosi con la madre Gea (disperata per la sorte dei propri figli) contro il padre Urano.

Gea gli offrì lo strumento: "generò del cinerèo ferro l'essenza, una gran falce..." ma lo spirito vendicativo e punitivo era tutto di Crono: "O madre, io ti prometto di compier l'impresa ché nulla del tristo mio padre m'importa: ché egli ai nostri danni rivolse per primo la mente". La ribellione di Crono segna l'inizio di quell'immane lotta che prende il nome di "Titanomachia", una guerra combattuta tra generazioni successive di Giganti (Urano, Crono, Zeus) per la conquista del potere sull'Universo. La detronizzazione di Urano avvenne in maniera molto cruenta: con la falce prodotta dalla madre, Crono evirò il padre, lasciando che i genitali cadessero nel mare (e da qui prende avvio il famoso mito di Venere nata dalla spuma del mare).

Crono divora uno dei suoi figlio - Dipinto di Goya - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Tutta la violenza e la crudeltà di Crono che divora uno dei suoi figli, in un'opera di Goya.

Dopo aver precipitato negli Inferi i fratelli Ciclopi ed Ecatonchiri, ed essersi congiunto con la sorella Rea, Crono ottenne il pieno potere; siamo nel pieno della seconda generazione di Giganti. Ben presto, però, Crono cadde nella cattiva usanza di divorare i propri figli, indotto a ciò dalla predizione dei genitori - depositari di saggezza e conoscenza - secondo cui egli era destinato a venire a sua volta deposto da un figlio: "...aveva saputo dalla Terra, da Uràno fulgente di stelle, che era per lui destino soccombere al proprio figliuolo." In tal modo, a mano a mano che Rea generava i figli, Crono"...l'inghiottiva, come ciascuno dall'utero sacro su le ginocchia della sua madre cadesse...", e questa fine fecero Estia, Demetra, Era e Ade. In una società patriarcale, quale doveva essere quella greca dell'epoca, il timore di venire spodestati dai propri figli doveva essere molto sentito, tanto da aver prodotto una mitologia incentrata proprio su tale "pratica". In tempi più recenti il tema è stato efficacemente trattato da Goya attraverso un affresco eseguito nella fase terminale della sua carriera, nella "Quinta del Sordo": mi riferisco a "Saturno che divora uno dei suoi figli"(1821 - 1823), esposto ora al museo del Prado, a Madrid. Tale affresco è stato riconosciuto dai critici quale emblema della disperazione e della più cupa bestialità del potere che non esita a compiere l'atto più vile per un genitore pur di mantenere il predominio.

Con la nascita di Zeus si giunse al momento della definitiva resa dei conti e allo spiegamento della terza generazione di Giganti. Rea, in procinto di mettere al mondo Zeus, l'ultimo dei suoi figli, su suggerimento dei genitori Gea e Urano fuggì a Creta, dove partorì; in seguito presentò a Crono una pietra avvolta di fasce, che egli prontamente divorò senza accorgersi dell'inganno. A tal proposito, Esiodo ci dice: "...concertarono insieme quanto era segnato dal Fato... la mandarono a Litto, fra il popolo ricco di Creta... [Rea] lo nascose in un antro inaccesso, con le sue mani, sotto santissimi anfratti terrestri... una gran pietra ravvolta di fasce, la porse all'Uranide [figlio di Urano] grande...con le sue mani quello la prese, la cacciò nel ventre, né gli passò per la mente [che] era rimasto immune dal danno l'invitto suo figlio, che con le forti sue mani doveva ben presto domarlo..."

Ecco come ha origine la terza generazione di Giganti, quella che avrà più fama nella mitologia greca: la stirpe olimpica. Ben presto, infatti, la Titanomachia entrò nella sua fase più dura e violenta, lo scontro tra Zeus e gli alleati Ciclopi ed Ecatonchiri, liberati dalla prigione in cui li aveva gettati il fratello ("del suo beneficio poi memori furono sempre") contro Crono unitosi ai fratelli Titani. Il mito racconta che Atlante e suo fratello Menezio si coalizzarono con Crono (il "tempo", ovvio nemico degli dèi immortali) e agli altri Titani nella loro guerra contro gli dei dell'Olimpo. Da parte sua, Zeus, tramite una pozione, indusse Crono a vomitare i figli divorati in precedenza, i quali divennero i suoi alleati più forti.

"E Giove non frenò la sua furia, ma subito il cuore a lui di negra bile fu colmo; e di tutta la forza sua fece mostra..." dice Esiodo. La lotta durò dieci anni, e vide alla fine vincere Zeus e i suoi alleati in accordo al responso di un oracolo, il quale gli aveva predetto che sarebbe riuscito vincitore se avesse liberato i fratelli di Crono - Ciclopi ed Ecatonchiri - imprigionati nel Tartaro.

Anche in tale mito è ravvisabile un legame con eventi vulcanici, basti pensare al modo in cui combattevano Zeus e i suoi: "...ben trecento massi lanciavan dai pugni gagliardi sempre via via piú fitti, copriano i Titani con l'ombra dei colpi...", terribilmente simile a un'esplosione vulcanica. Inoltre il mito narra che la battaglia decisiva si svolse nel cielo sovrastante la già citata area vulcanica dei Campi Flegrei. Al fatto che gli eventi naturali, che all'epoca sferzavano l'area mediterranea, col tempo non si attenuarono, è probabilmente legata l'ultima prova che gli olimpici dovettero sopportare. Il mito prosegue narrando, infatti, la nascita di 24 nuovi Giganti, figli della Terra, nei pressi di Flegra, in Tracia (zona caratterizzata non casualmente dalla presenza di vaste distese ignee) che avrebbero nuovamente dato l'assalto al cielo degli dei, per vendicarsi di Zeus.

Ognuno di tali Giganti venne sconfitto e sepolto vivo sotto i massi scagliati da Zeus o da qualche altro dio olimpico. Il legame più evidente con l'attività vulcanica si nota osservando i luoghi in cui tali Giganti vennero sepolti: Tifone o Encelado nell'Etna, Tifeo a Ischia, altri sotto i Campi Flegrei.

Dunque anche nella "Titanomachia", uno dei miti più famosi e importanti legato ai Giganti, s'intravede riflesso il legame tra leggenda e attività vulcanica, evidente nel modo di affrontare la battaglia (con il lancio di massi e tizzoni ardenti) oppure nella scelta dei luoghi chiave, devastati da cataclismi vulcanici.

Esiste, per la precisione, anche una versione differente del mito, elaborata secondo interpretazioni orfiche, seguendo la quale si assiste a una successiva riconciliazione tra Zeus e Crono, con quest'ultimo che assume la veste di re buono e magnanimo.

In ambito latino, Crono passò come Saturno (divinità tipicamente italica, cui è legato anche un particolare metro arcaico della latinità, il saturnio appunto) con una propria importanza: era usanza, infatti, porre in Campidoglio, come buon auspicio, il trono di Saturno, creduto opera diretta di Romolo.

Presso i Celti e nelle leggende nordiche i ritrovamenti dell'agire dei Giganti, più che a ossa di elefanti, erano probabilmente legati all'esistenza dei dolmen, o all'attività degli elementi naturali (solo esseri eccezionali potevano rappresentare il lavorio delle forze che muovono la Terra).

Re Artù contro un gigante - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

La figura mitica dei giganti sopravvive e si arricchisce anche nel Medio Evo. Nell'immagine vediamo Re Artù in uno scontro epico contro un rappresentante di questa razza.

In Irlanda un'intera area, la Giant's Causeway, si ritiene sia stata costruita dal leggendario Gigante Finn MacCool per permettere a un Gigante scozzese, Benandonner, di raggiungere la terra d'Irlanda e sfidarlo. Secondo altre fonti, Finn avrebbe costruito il ponte per raggiungere la donna amata attraverso il mare. Una serie di lunghe colonne di basalto s'innalza dal terreno, lungo la costa, e pare tendere verso terre lontane. La zona, creata da una catena di eruzioni vulcaniche e dall'erosione del mare in milioni di anni, è tuttora meta di turisti.

Anche nell'Edda, saga nordica per eccellenza che fu messa per iscritto nel primo Medioevo, troviamo presenza dei Giganti. I Giganti nordici sono assimilabili per alcuni profili ai Titani delle leggende mediterranee (per esempio anch'essi sono collegati all'elemento fuoco), per altri sono invece più simili ai Troll.

L'inizio dei tempi è scandito dalla nascita di due esseri, uno dei quali è Ymir il Gigante. Da Ymir discende una razza di giganti, e solo in seguito la razza degli uomini. Tra uomini e Giganti, malvagi di natura, nasce una lotta vinta dai primi e dai loro Dei. Dal corpo di Ymir, Odino e i suoi fratelli creano il mondo: dalla carne la terra, dal sangue mare e fiumi, dalle ossa le montagne, dai capelli gli alberi, dal cranio la volta celeste e dal cervello le nuvole.

Il rapporto tra uomini e Giganti è raramente pacifico; come gli antichi dèi (Zeus, Odino) così gli eroi delle leggende bretoni e scozzesi affrontano i Giganti come nemici, sconfiggendoli più spesso con l'astuzia che non con la forza. In Scozia, due Giganti del Loch Shiel vengono gabbati da un uomo: con la scusa di stabilire chi sia il più forte tra loro, vengono convinti a lanciare le rocce di un glen, un appezzamento di terreno, il più lontano possibile. Gli sciocchi finiscono poi per perdersi per sempre agli estremi del mondo, una volta giunto il momento di recuperarle, lasciando agli uomini un campo eccezionalmente privo di rocce.

Dietro alla costruzione dei maggiori cerchi di pietre ci sono leggende di Giganti: di fronte a quei massi colossali infissi nel terreno, ci si chiedeva quali forze immani fossero state in grado di erigere tali opere. Lo stesso cerchio di Stonehenge viene chiamato "danza dei giganti".

Anche la Bibbia parla spesso di Giganti. Nel "Deuteronomio" gli Ebrei, giunti nella Terra Promessa, trovano a Rabbath il letto di ferro di un Gigante scomparso, "era lungo nove cubiti e largo quattro...", o li incontrano: "vedemmo i giganti, i figli di Anak che discendono dai giganti e ai nostri occhi noi eravamo di fronte a essi come dei grilli - e ai loro occhi eravamo come dei grilli". In Genesi 4,1.4: "in quel tempo sulla terra vi erano dei Giganti e in seguito quando i figli di Dio si unirono alle figlie degli uomini ed ebbero dei figli, questi figli divennero uomini potenti e furono celebri eroi nell'antichità".

Senz'altro il più famoso tra i Giganti biblici è Golia, e la sua vicenda diviene il simbolo della vittoria del bene sul male, dell'astuzia sulla forza violenta. Benché non altrettanto celebre, Og è un altro dei Giganti citati nella Bibbia meritevole di richiamo. Mosè lo sconfigge durante la conquista di Canaan, e secondo la mitologia ebraica esso faceva parte dei numerosi Giganti antidiluviani, l'unico a sopravvivere al diluvio perché l'acqua gli arrivava appena fino alle ginocchia.

Un altro episodio biblico narra che nei dintorni di Ebron vivesse una stirpe di Giganti, discendenti da Anak: gli Anakiti. Tre figli di Anak (Achiman, Sesai e Talmai) gettarono nel panico gli israeliti durante il loro cammino verso la Terra Promessa.

Probabilmente da questi Giganti prendono il nome quelli che nel mondo greco erano venerati come stirpe di dèi e di antichi re, gli anachi.

In Austria e in Germania i Giganti si muovono in selve, grotte e boschi. Aimone, per esempio, era un gigante che aveva dimora vicino alle sorgenti del Reno. Scontratosi con un suo simile di nome Tirso, che abitava la valle dell'Inn, l'aveva ucciso. La cosa non era piaciuta agli abitanti locali, tant'è che Aimone fu costretto a riparare al proprio misfatto affrontando una creatura mostruosa che funestava la zona.

Il Bayernkonigsloch (tana del re bavarese), una località situata nel nord del Tirolo, secondo alcune leggende locali deve il suo nome ai Giganti che avevano cura di sorvegliare "l'ingresso ai padiglioni dell'imperatore". Molte leggende narrano di Riibezahl, il genio del monte dei Giganti, che aiutava i viandanti ma si vendicava senza pietà di chi osava dileggiarlo.

Nelle saghe del Reno i Giganti sono numerosissimi.

Un Gigante di nome Tannchel avrebbe fatto saltare le rocce che facevano ristagnare le acque del Reno nella zona della Foresta Nera.

Cronache medioevali infine raccontano che l'imperatore Massimiliano in persona abbia sconfitto l'ultimo Gigante dell'Odenwald, in un torneo svoltosi nella città di Worms, situata sulla riva occidentale del Reno. In epoca medioevale un uomo particolarmente grosso e alto non poteva che far pensare ai caratteri del mito.

Non c'è area del mondo conosciuto in cui i Giganti non abbiano avuto un qualche ruolo.

Espedienti nella crescita del personaggio, o spiegazione di fenomeni inspiegabili, queste leggende sorgono dappertutto, perfino in America Latina (alcuni studiosi parlano a riguardo di una razza vera e propria, teorizzandone l'esistenza... in qualche luogo).

Il Gigante pare dunque rispondere a un'esigenza umana, quella di dare alla natura un volto razionale simile a quello umano. Un archetipo quindi, un mito per spiegare quanto non è o non era possibile spiegare.

Testo riprodotto su autorizzazione della redazione di Terre di Confine e apparso sul numero 2, gennaio 2006, della rivista

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