Il bibliotecario che sfidò lo Stato Islamico in nome della cultura

a cura di Gianluca Turconi

Il lavoro di bibliotecario è generalmente considerato tranquillo, al limite del noioso. Non tuttavia nello stato africano del Mali e non sicuramente per Abdel Kader Haidara, protagonista di una delle più avventurose azioni di protezione culturale mai realizzate al mondo e, di conseguenza, salvatore di un’importante parte del patrimonio di tradizioni africane e dell’intera Umanità.

Le antiche mura di Timbuktu in Mali - Immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic, fonte Flickr, utente Emilio Labrador

Le antiche mura di Timbuktu in Mali, con una carovana di muli che avranno una grande importanza nella storia di Abdel Kader Haidara.

Abdel Kader Haidara si innamora dei manoscritti antichi

Nato nel 1964, Haidara aveva solo 17 anni quando prestò giuramento di proteggere la magnifica collezione di antichi manoscritti raccolti dalla sua famiglia e da altre a Timbuktu, un’esotica città maliana famosa nella storia per essere stata uno dei maggiori centri culturali dell’Africa per diversi secoli. Quell’importante decisione personale non era tuttavia priva di influenze esterne. Il padre di Abdel Kader, Mohammed Haidara, curiosamente soprannominato Mamma, aveva a lungo collaborato in posizioni di prestigio con Muhammed Zubair, direttore dell’Ahmed Baba Institute, fondato nel 1967 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), al fine di salvaguardare il patrimonio di manoscritti rari di quella regione dell’Africa. Fu quindi naturale per Zubair chiedere al giovane Haidara di sostituire il padre come capo-conservatore, quando venne il momento.

Nonostante l’iniziale interesse di Haidara fosse stato per gli affari, l’enorme onore che gli era stato concesso lo convinse a dedicarsi appieno a quel nuovo e imprevisto compito. Invece di limitarsi a considerare il valore patrimoniale dei manoscritti, certamente incalcolabile, il giovane capo-conservatore cominciò una lenta, ma inesorabile attività di convincimento presso le ricche famiglie del Mali per concedere i loro libri e manoscritti, conservati gelosamente come vere e proprie eredità di famiglia, all’Istituto. In una decade di lavoro, Haidara riuscì quasi a raddoppiare il numero di documenti conservati presso l’Ahmed Baba Institute, portandolo a circa ventimila esemplari.

Il bibliotecario comincia a essere conosciuto a livello internazionale

Quest’instancabile attività di conservazione, portata avanti recuperando manoscritti anche da altri stati africani quali il Ciad, il Sudan e l’Egitto, fu importante soprattutto per mostrare al resto del mondo la realtà della cultura africana e non ciò che gli Europei, nel corso della loro conquista del continente, avevano lasciato credere alla nostra opinione pubblica. I “selvaggi” africani erano stati sminuiti persino da giganti della filosofia come Kant, Hegel e Hume, i quali avevano affermato che quei popoli non sapevano nulla di scrittura, figurarsi delle branche superiori del sapere. I manoscritti maliani erano lì per smentire fino in fondo questo preconcetto errato.

Tra questi documenti preziosissimi conservati da Haidara vi erano resoconti delle battaglie combattute dai re maliani medievali, trattati di medicina tradizionale, di giurisprudenza islamica e di matematica, volumi di poesia romantica e studi coranici che testimoniano la società complessa e intellettualmente stimolante fiorita a Timbuktu per centinaia di anni, fino all'invasione dell’esercito marocchino alla fine del XVI secolo che saccheggiò la città e portò i suoi studiosi in schiavitù a Fez.

Alla morte del padre, in suo onore, Abdel Kadel fondò la Mamma Haidara Library che, nel 2012, conservava documenti tra i più prestigiosi raccolti in Africa e, di passaggio, rese Haidara un apprezzato studioso del sapere antico, aggiungendo molto altro al suo ruolo di bibliotecario.

Sembrava tutto perfetto, l’ideale per una vita pacifica dedicata interamente alla cultura.

Arriva un imprevisto catastrofico

Tuttavia, senza che Haidara se ne accorgesse, proprio in Mali nel 2012 si stavano addensando nubi di conflitti pronti a esplodere, portando la catastrofe nella vita del tranquillo bibliotecario.

All’inizio di quell’anno, il Movimento nazionale per la liberazione dell'Azawad (i ribelli nomadi Tuareg) e il gruppo islamista Ansar Dine (alleato della famigerata al Qaida) annunciarono l’unione delle rispettive forze e la creazione di un organismo per governare il nord del Mali come Stato Islamico indipendente. Dopo aver preso con la forza vaste aree settentrionali maliane, inclusa Timbuktu, i due movimenti organizzarono un Consiglio di transizione dello Stato Islamico dell’Azawad preparandosi a governare in autonomia quanto conquistato.

Per sua fortuna, quando i ribelli islamici si impossessarono di Timbuktu con le armi, Haidara era in viaggio nel vicino stato del Burkina Faso. I nuovi padroni non si interessarono di lui, nemmeno quando rientrò furtivamente a Timbuktu nonostante l’occupazione degli insorti. D‘altra parte, tuttavia, il neonato Stato Islamico si interessò, molto, alla cultura locale, non solo religiosa. Prima vennero distrutti antichi luoghi di culto dell’area, considerati centri di idolatria, poi i fondamentalisti passarono direttamente ai libri e ai manoscritti. Nella loro visione ristretta dell’Islam, contaminata anche da un odio viscerale per la cultura altra da sé, consideravano qualsiasi aspetto culturale che non rientrasse nell’ortodossia islamica come deleterio per la fede e perciò da distruggere.

Un bibliotecario maliano mostra le ceneri di un antico manoscritto distrutto dalla furia dei fondamentalisti islamici - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Un bibliotecario maliano mostra le ceneri di un antico manoscritto distrutto dalla furia dei fondamentalisti islamici.

Vista la loro attitudine verso la cultura tradizionale maliana, Haidara intuì il pericolo mortale che correva la grande raccolta di documenti a cui aveva dedicato la propria vita. Prima si organizzò per nascondere gran parte dei manoscritti raccolti nelle decine di biblioteche cittadine e quando non lo ritenne più sufficiente, sistemò i più preziosi nelle case delle famiglie facoltose che all’inizio li avevano donati per creare la collezione, credendo che bastasse per proteggerli dalla furia distruttiva dello Stato Islamico.

Si sbagliava.

Haidara se ne accorse dopo pochi mesi di occupazione militare, quando i ribelli cominciarono a incendiare biblioteche e luoghi di conservazione di Timbuktu, distruggendo migliaia di inestimabili tesori della cultura maliana e africana in generale. Fu allora che il bibliotecario divenuto conservatore di valore internazionale comprese che doveva trovare una soluzione radicale al problema: portare l’intera collezione di antichi manoscritti ancora intatti fuori della città verso la capitale maliana di Bamako, saldamente in mano alle truppe governative.

L’inizio del salvataggio

Era tuttavia un compito più facile a dirsi che a farsi.

I documenti da trafugare erano centinaia di migliaia e dovevano essere conservati in sicurezza per tutto il tragitto di centinaia di chilometri fino alla capitale. Uno spostamento del genere presentava problemi enormi di tipo diverso.

I primi, strettamente pratici, consistevano nelle modalità di trasporto di una tale mole di delicati documenti. In una città occupata da truppe fondamentaliste dedite alla ricerca e distruzione dei manoscritti non si poteva procedere con le necessarie cautele che quel prezioso carico necessitava. Bisognava innanzi tutto mantenere la segretezza del trasporto, tramite l’occultamento.

Haidara, insieme al nipote Touré, anch’egli bibliotecario e conservatore, risolse questa parte del problema recuperando un’enorme quantità di scatole di metallo in qualsiasi mercato conosciuto. In esse furono riposti i manoscritti e a loro volta le scatole inserite in fusti vuoti di olio esausto da trasportare di notte tramite auto a trazione integrale o su carri trainati da muli, mezzi adatti a strade e sentieri insicuri e malridotti, fino ad arrivare alla città fluviale di Mopti, dove venivano legati a canoe (alcuni testimoni affermano che in certe occasioni furono ancorati persino a tronchi galleggianti) per compiere l’ultima parte del tragitto via fiume sul Niger, così da raggiungere le zone controllate dai soldati governativi.

Soldi, tanti soldi

Questo spostamento nascosto di beni preziosi all’apparenza funzionò con la precisione di un orologio svizzero, ma in realtà sappiamo da un’intervista di Touré al National Geographic che non solo ci furono intoppi durante la realizzazione del piano, ma addirittura tutte le persone coinvolte rischiarono la propria vita.

Touré raccontò che una notte, mentre si apprestava a lasciare Timbuktu con un carico di manoscritti destinati al viaggio verso Bamako, fu fermato da una pattuglia del gruppo islamista Ansar Dine, comandata da Oumar Ould Hamaha, uno dei peggiori estremisti del nord del Mali. Vistolo carico di fusti pieni di documenti antichi, Hamaha accusò Touré di furto e non era un’accusa di poco conto nella Timbuktu di quei tempi. Infatti, già da alcuni mesi i fondamentalisti avevano cominciato ad applicare in toto la legge tradizionale coranica che prevedeva il taglio delle mani per i ladri. Solo la preparazione culturale di Touré lo salvò dalla crudele punizione.

Con scaltrezza ed erudizione, il conservatore si difese citando versetti del Corano e hadith (narrazioni tradizionali legate alla vita di Maometto) in cui si affermava che non si poteva applicare la pena a un uomo senza dare piena prova della sua cattiva condotta. A sostegno delle parole del nipote, in un’incredibile corsa a perdifiato, Haidara portò dichiarazioni di imam esperti del Corano sulla veridicità di quanto dichiarato. Incapace di dare la piena prova richiesta e non potendo eseguire la pena contro le parole del Profeta, Hamaha fu costretto a rilasciare Touré, pur trattenendo i manoscritti.

Alcune pagine dei preziosi manoscritti salvati da Haidara e dal suo gruppo di volontari - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Alcune pagine dei preziosi manoscritti salvati da Haidara e dal suo gruppo di volontari.

In molte altre occasioni, Touré fu fermato ai posti di blocco governativi sulla strada verso Bamako. Si direbbe un contrattempo di poco conto, a prima vista, ma non lo era affatto, in quanto la corruzione era un male largamente diffuso tra le truppe in controllo di quelle strade e se non fossero state pagate opportune tangenti ai soldati, i manoscritti sarebbero stati trattenuti e, nel peggiore dei casi, distrutti. Ogni volta, a soccorrere il nipote giungeva Haidara che pagava quanto richiesto dando fondo a tutti i soldi a sua disposizione.

Il problema del denaro divenne quindi impellente, sia per l’acquisto delle casse sia per il trasporto e il pagamento di tangenti. Inizialmente, Haidara si rivolse a trentacinque importanti famiglie di Timbuktu che finanziarono l’intera operazione, ma ben presto quel denaro risultò insufficiente dato il gran numero di manoscritti da trasportare e viaggi da compiere in segretezza. Fu così costretto a un’opera di raccolta fondi a livello mondiale. Grazie anche all’aiuto di Stephanie Diakité, avvocato e conservatrice culturale a sua volta, il nostro impavido bibliotecario seppe ottenere denaro dalla Fondazione Principe Claus olandese, dal Ministero degli Esteri tedesco e persino dalla piattaforma di crowdfunding Indiegogo, sulla quale colleghi bibliotecari e conservatori di tutto il mondo riuscirono a raccogliere oltre 60.000 dollari in un solo mese.

Giungono in soccorso i Francesi

Gli eccessi dei fondamentalisti islamici nelle aree occupate convinsero il governo della Francia, di cui il Mali era un’ex colonia, a intervenire militarmente per la liberazione dello stato africano. Nel gennaio 2013 le forze armate francesi condussero con successo una campagna militare che permise, alla fine di quel mese, di vedere un trionfante presidente François Hollande recarsi a Timbuktu per celebrare la vittoria. In questa fase confusa dell’intervento armato europeo, Haidara dichiarò che per poco un elicottero da guerra francese non fece saltare in aria un convoglio carico di manoscritti antichi, scambiando le casse che li contenevano per rifornimenti di munizioni e armi destinate ai rivoltosi.

A dispetto di qualche altro “piccolo” contrattempo di questo genere, in nove pericolosi mesi di occupazione, Haidara, Touré e centinaia di altri volontari erano riusciti a trasportare da Timbuktu e città limitrofe fino a Bamako oltre 350.000 documenti, perdendone per varie cause non più di duemila, più altre poche migliaia distrutte nel tremendo incendio dell’Ahmed Baba Institute da parte dei gruppi di rivoltosi, in concomitanza con l’intervento straniero. Fu quindi un successo eclatante della cultura sull’oscurantismo fondamentalista, talmente miope da non comprendere che quei manoscritti raccontavano non solo il passato del Mali, ma anche il ruolo di quel paese nell’ambito culturale islamico africano, in cui occupava un posto di assoluto rilievo.

Nonostante questo avventuroso salvataggio fosse stato coronato da successo, esso fu solo la prima parte dell’enorme lavoro portato avanti da Haidara. Difatti, i manoscritti erano così numerosi e delicati, da risultare di difficile conservazione nei centinaia di luoghi della capitale maliana in cui erano stati risposti. La preziosa carta su cui erano in maggior parte scritti, di presunta produzione rinascimentale veneziana, avrebbe necessitato di stanze dall’aria climatizzata e controllata, nonché contenitori certamente migliori delle casse di metallo utilizzate nel corso del viaggio.

Abdel Kader Haidara intento a illustrare un manoscritto coranico - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Abdel Kader Haidara intento a illustrare un manoscritto coranico.

Il definitivo salvataggio e la diffusione dei contenuti

Haidara si dedicò quindi ad altre raccolte di fondi che permisero l’effettivo salvataggio del materiale con una conservazione adeguata. Come se non fosse bastata quest’opera monumentale di salvaguardia culturale, il bibliotecario si attivò per un ulteriore passo: diffondere il patrimonio letterario maliano in tutto il mondo attraverso la digitalizzazione dei documenti da lui salvati. Grazie al suo interessamento e all’Hill Museum & Manuscript Library (HMML) della Saint John’s University negli Stati Uniti, già pochi anni dopo il rocambolesco viaggio da Timbuktu a Bamako dei manoscritti, fu possibile creare un archivio digitale di oltre ventimila documenti di grande interesse storico e culturale.

Quest’iniziativa, insieme al salvataggio, valsero ad Abdel Kader Haidara l’inserimento nel “Giardino delle Giuste e dei Giusti”, creato in Abruzzo nel 2019 per iniziativa del Convitto Nazionale “Domenico Cotugno” e dell’Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea (IASRIC), a fianco di altre donne e altri uomini che misero a rischio la propria vita in gesti d’altruismo senza eguali.

Di certo, Haidara se l’è meritato, perché non è da tutti sfidare lo Stato Islamico mettendo in gioco tutto sé stesso in nome della cultura.

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