Il libro Malazan dei Caduti - Analisi

saga fantasy

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Il Libro Malazan dei Caduti di Steven Erikson è una serie fantasy di dieci romanzi iniziata nel 1999 con I Giardini della Luna e conclusa nel 2011 con Il Dio Storpio; questo per quanto riguarda il percorso della versione originale. Quello della versione italiana è stato più travagliato: è iniziato nel 2004 con il primo romanzo della saga, per poi interrompersi nel 2013 con la pubblicazione della prima parte de I Segugi dell'Ombra, l'ottavo libro, a causa del fallimento della casa editrice che pubblicava la serie, il Gruppo Editoriale Armenia. Dopo un periodo d'incertezza, dove si era temuto che non si giungesse a conclusione della traduzione, la casa editrice che lo pubblicava è stata acquisita dal gruppo editoriale Il Castello ed è tornata con il nome di Armenia; nel 2015 è ripresa la pubblicazione della saga Malazan: oltre a I Segugi dell'Ombra, questa volta in forma completa, sono stati riproposti anche i precedenti sette volumi nella nuova edizione. In questa versione, oltre a essere utilizzate le copertine originali e a non spezzare più alcuni romanzi in due volumi come avveniva in quella precedente, sono cambiati il tipo di carta usato per le pagine, il materiale della copertina e la rilegatura; il nuovo formato è decisamente più economico e meno qualitativo del precedente. Un compromesso, vista la situazione del panorama fantasy italiano (e non solo questo), se si vuole necessario: per avere un buon prezzo (19 euro il costo dei tomi di maggior fogliazione, superiori alle 1200 pagine; tra i 14 e 18 euro gli altri, a seconda del numero di pagine, che va dalle 660 alle 1180 pagine), volumi interi e le belle copertine originali, la realizzazione del cartaceo non è potuta essere come l'edizione precedente, con qualità di carta e rilegatura di livello decisamente inferiore.

Copertina de "Il Dio storpio" - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Inoltre, il poco tempo a disposizione prima della stampa della nuova edizione non ha permesso di fare un lavoro curato di editing che un'opera di questo livello meriterebbe: in poche settimane non si possono revisionare totalmente libri con così tante pagine, occorrerebbe molto più tempo. Va notato tuttavia che ne Il Dio Storpio, come per La polvere dei sogni, ultimi due volumi della saga, il numero degli errori è molto inferiore rispetto ai precedenti della nuova edizione (nella vecchia, andando a memoria, i refusi non raggiungevano il numero di quelli presenti nella nuova). Alcuni termini, nell'edizione più recente, sono stati cambiati durante il processo di revisione: per esempio da Grande Mago si è passati a Sommo Mago, ma quello che risalta di più ovviamente è il nome della saga che passa da La Caduta di Malazan al più appropriato Il Libro Malazan dei Caduti. Sono stati cambiati/tradotti anche i nomi di alcuni personaggi: per esempio Fiddler nella nuova edizione diventa il Violinista.

Analizzata la realizzazione cartacea italiana della saga Malazan (conclusasi nell'autunno del 2016 con la pubblicazione del decimo e ultimo volume, Il Dio Storpio), è giusto dare spazio al giudizio su questa monumentale serie.

Anche se può sembrare poco ortodosso, occorre partire dalla dedica fatta da Steven Erikson nel nono volume della serie, La Polvere dei Sogni.

Dieci anni fa ho ricevuto
il sostegno inaspettato di uno scrittore
che ho sempre rispettato e ammirato.
Da allora tengo molto a cuore l'amicizia
che ne è nata. È con affetto e gratitudine
che dedico questo romanzo a
Stephen R. Donaldson.

Stephen R. Donaldson (che Erikson non ha mancato di ringraziare anche in altri romanzi della serie Malazan) è uno scrittore apprezzato all'estero, meno in Italia: delle sue opere, sono state tradotte nel nostro paese le prime due trilogie che vedono come protagonista Thomas Covenant (Le cronache di Thomas Covenant l'incredulo, pubblicate da Mondadori tra il 1989 e il 1990, e riproposte da Fanucci tra il 2006 e il 2009, e Le seconde cronache di Thomas Covenant l'incredulo pubblicate da Mondadori tra il 1991 e il 1993), Lo specchio dei sogni (Interno Giallo, 1994), I cavalieri dello specchio (Interno Giallo/Mondadori, 1995) e La scatola della follia (Mondadori, 1995). L'essere poco conosciuto in Italia non toglie però valore e spessore alle sue opere: Donaldson sa creare mondi affascinanti, anche se non complessi come quello Malazan (chi ha conosciuto la Landa sa a che cosa ci si riferisce); soprattutto sa dare profondità ai suoi personaggi, mettendo in risalto i loro lati più travagliati, quelli che più li tormentano. Un modo di fare che si denota anche in Erikson, dove praticamente tutti i suoi personaggi hanno qualcosa che li tormenta nel profondo, che muove il loro agire e non gli fa trovare pace; questo non è certo un caso, dato che le opere di Donaldson hanno avuto una certa influenza sullo scrittore canadese. Erikson in un'intervista ha voluto sottolineare l'importanza avuta dal collega in quello che ha scritto.

R: Do you have any favourite authors? Other than Gardner?

S: Well, Glen Cook definitely... He was a huge inspiration for me. Stephen Donaldson was probably the biggest because I came to it in my late teens, early twenties... the Chronicles of Thomas Covenant, and suddenly it was as if, with that series, fantasy had grown up. It was no longer straddling YA sort of approach to the genre. With Donaldson, it really grew up. So those two definitely were huge inspirations for me.

Si può dire che il lavoro di Donaldson è stato uno dei semi che ha dato il via a quella che sarebbe stata una delle opere più grandi e complesse nell'odierno panorama fantasy. Se ci si pensa, uno scrittore nasce dall'essere un lettore e c'è sempre qualcosa o qualcuno che ispira e influisce nel modo di scrivere e creare storie.

Logicamente, questo non è l'unico elemento che ha avuto influenza sulla saga: è impossibile non notare come gli studi di archeologia e antropologia dello scrittore canadese hanno aiutato ad avere un certo approccio alla saga. Oltre al comparire di personaggi che scavano per trovare reperti perduti, che sono alla ricerca del passato per rivelare i suoi misteri, è evidente che il modo di mostrare ai lettori gli elementi per comprendere l'intreccio creato sono tipici dell'archeologo: con calma, lo studioso di questa materia, strato dopo strato riporta alla luce ciò che è sepolto, lo analizza, per poi partire in cerca di altri reperti che lo aiutino a rimettere insieme il quadro completo di ciò che è stato. Erikson opera in questo modo; un lavoro meticoloso e metodico, che dà i suoi frutti, ma non nell'immediato. Chi si approccia a leggere la saga Malazan deve tenere conto di questo: non è una lettura facile e immediata. Richiede pazienza, attenzione ai dettagli e non pretendere di capire tutto e subito: a Erikson non piace dare la pappa pronta. Il lettore si deve impegnare, si deve guadagnare la comprensione della storia del mondo di Malazan, proprio come fa un archeologo quando cerca di riscoprire le usanze di una civiltà scomparsa.

Copertina de "Memorie di ghiaccio" - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

La trama della saga non procede linearmente: la realtà non viene svelata in ordine, un volume dopo l'altro. Le vicende del primo romanzo sono riprese nel terzo; quelle del secondo sono continuate nel quarto; il quinto è praticamente a sé stante, non avendo a che fare con territori e personaggi visti nei primi quattro libri. Dal sesto romanzo si cominciano a tirare e mettere insieme tutti i fili finora tessuti, andando a creare il grande arazzo che verrà mostrato in una delle più maestose ed epiche convergenze finali narrate.

Anche dilungandosi, riassumere tutta la storia de Il Libro Malazan dei Caduti non è facile, perché si rischia di lasciar da parte qualcosa e non è corretto, data l'importanza che hanno molte delle vicende di questo mondo. Si è di fronte a una serie che narra una guerra combattuta su più piani, con svariati fronti e fazioni, ognuna delle quali ha un proprio fine da portare avanti. Una guerra che ruota attorno al Dio Storpio e che solo nel romanzo conclusivo della saga si scopre chi è realmente.

Ma classificare Il Libro Malazan dei Caduti come una storia di guerra sarebbe limitante, perché c'è la scoperta del passato di un mondo, delle ragioni che hanno spinto certe razze ad agire in un certo modo; ci sono gli dei, nuovi e antichi, con il loro agire non solo per ottenere potere, ma anche per preservare il mondo che è stato costruito. Affascinante il modo in cui Erikson ha creato il sistema magico che caratterizza la serie, con i Canali e le Fortezze, ognuno caratterizzato da un particolare tipo di potere; ancora più affascinante è il Mazzo dei Draghi e come permette di capire quali sono le forze in gioco nella grande scacchiera Malazan (e non solo, ma si lascia al lettore scoprire che altro c'è).

Erikson sorprende quando fa scendere in campo le forze che ha creato: basti vedere quando Icarium si scatena o quando Ben lo Svelto entra in azione, per non parlare degli Eleint. Eppure, quello che va a colpire di più di quanto scritto dallo scrittore canadese sono la profondità e i punti di vista con i quali va ad affrontare certi elementi; forte è la riflessione che fa verso le religioni, il sistema economico, la società.

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«Non mi sorprenderebbe se tutti gli dei fossero solo aspetti di un unico dio e se tutto questo combattere dimostrasse semplicemente che quell'unico è pazzo.»
«Pazzo?» Heboric tremava. Sentiva il cuore martellare come un orribile demone alla porta della sua anima.
«O forse solo confuso. Tutti quegli adoratori litigiosi, ognuno convinto che la propria versione sia quella giusta. Immagina che cosa vuol dire ricevere preghiere da dieci milioni di credenti, nessuno dei quali crede alla stessa cosa di quello inginocchiato al suo fianco. Immagina tutti quei Libri Sacri, nessuno dei quali concorda su niente, ma tutti professano di essere la parola di quell'unico dio. Immagina due eserciti che si annientano a vicenda, in nome di quel dio. Chi non ne uscirebbe pazzo?» (nota 1)
«Che tu sia, o meno, il più ricco cittadino, Tehol Beddict, il tuo obiettivo non è l'ostentazione di tale ricchezza, né lo sfruttamento del potere che ti garantisce. No, tu miri al crollo della struttura economica di questo impero. E ancora non riesco ad afferrarne il motivo».
Tehol si strinse nelle spalle. «Alla fine, il potere distrugge sempre se stesso, Janath. Sei d'accordo?».
«Sì. Quindi, mi stai dicendo che tutto questo è un esercizio di potere? Un esercizio che culminerà in una lezione che nessuno potrà fare a meno di riconoscere per quello che è? Una metafora trasformata in realtà?».
«Ma Janath, quando parlavo del potere che distrugge se stesso, non parlavo in termini di metafora. Lo intendevo realmente. Allora, quante generazioni di Indebitati devono soffrire, proprio mentre i simboli esteriori di ricchezza si moltiplicano e abbondano ovunque, con una proporzione sempre crescente di quelle stravaganze materiali al di fuori della loro portata economica? Quante, prima che tutti quanti ci fermiamo e diciamo: "Alt! Adesso basta! Basta sofferenza, per favore! Basta con la fame, la guerra, le ingiustizie!". Be', per quanto mi è dato di capire, non ci saranno mai generazioni a sufficienza. Non facciamo che grattare e raspare, divorando tutto quello che troviamo a portata di mano, inclusi quelli come noi, come se tutto ciò non fosse niente più che un'innegabile espressione di una qualche legge naturale, e come tale non fosse soggetta né a un contesto morale né a una restrizione etica».
...
Lei restò in silenzio per una dozzina di battiti di cuore e Tehol vide i suoi occhi perlati, deliziosi, spalancarsi lentamente. «Tu sei la metafora trasformata in realtà».
Tehol sorrise. «Non ti piaccio? Ma non ha senso! Come posso non essere piacevole? Forse addirittura ammirevole? Sono diventato la personificazione del trionfante desiderio di acquisire, la vera icona di questo grande dio privo di nome! E se non faccio niente con tutta la mia vasta ricchezza, be', me ne sono guadagnato il diritto. Stando a ogni norma citata nella litania sacra, me ne sono guadagnato il diritto!». «Ma allora dove sta la virtù nel distruggere tutta quella ricchezza? Nel distruggere innanzitutto il sistema che hai sfruttato per crearla?». «Janath, dove sta la virtù nel sistema? Il possesso è una virtù? Lavorare tutta la vita per qualche ricco bastardo è una virtù? Una leale attività nella casa di un mercante è una virtù? Ma leale a che cosa? A chi? Oh, e qualcuno ha forse pagato un centinaio di dock alla settimana per quella lealtà? Come per qualsiasi altra merce? Ma poi, quale versione è più vera: la virtù dell'egoistico desiderio di acquisire o la virtù della lealtà al proprio datore di lavoro? I mercanti appollaiati sulle loro ricchezze non sono spietati e crudeli come si addice a quei privilegi che hanno presumibilmente guadagnato? E se è giusto per loro, perché non lo è per il servo più umile della loro casa? Dov'è la virtù in due insiemi di norme in disaccordo l'una con l'altra, e perché parole stravaganti come "morale" ed "etico" sono le prime a essere pronunciate dalla bocca di coloro che hanno perso di vista entrambe nella loro scalata verso la vetta? Da quando l'etica e la morale sono diventate armi di sottomissione?». (nota 2)
Per governare un impero, per governare un centinaio di imperi, era necessaria una certa obiettività. Tutto doveva essere usato, doveva essere rifatto in qualunque modo lui gradisse. Aveva avviato importanti progetti edilizi per glorificare il suo governo, ma pochi capivano che l'importante non era il completamento, ma il lavoro stesso e ciò che implicava: il suo controllo sulla loro esistenza, la loro lealtà, il loro lavoro. Poteva farli sgobbare per decenni, vedere generazioni di quegli idioti passare uno a uno, tutti obbligati a lavorare ogni singolo giorno della loro vita, e ancora continuare a non capire che cosa significasse per loro dare a lui, a Kallor, così tanti anni della loro esistenza mortale, così tanta parte che, in verità, qualsiasi anima razionale avrebbe ululato per la crudele ingiustizia di una vita simile.
Per quanto lo riguardava, quello era il vero mistero della civiltà, e per quanto la sfruttasse, alla fine non era più vicino a comprenderla. Quella disponibilità di persone per altri versi intelligenti (be', ragionevolmente intelligenti) a impacchettare e poi svendere raccapriccianti percentuali delle loro limitatissime esistenze, totalmente al servizio di qualcun altro. E la ricompensa? Ah, un po' di certezza, forse. Il cemento che era la stabilità. Un tetto sulla testa, qualcosa nel piatto, l'amata prole, ognuno di loro destinato a ripetere l'intero ciclo. Ed era uno scambio equo?
Per lui non lo sarebbe stato. Lo sapeva, lo aveva sempre saputo. Lui non avrebbe mai svenduto la sua vita. Non avrebbe servito nessuno, non avrebbe piegato il suo lavoro alla costruzione della ricchezza sempre crescente di qualche idiota che riteneva che la sua parte dell'accordo fosse profonda nella sua generosità e fosse, senza alcun dubbio, il più prezioso dei doni. Che riteneva che lavorare per lui o lei fosse un privilegio. Per tutti gli dei! Che presunzione!
Ma quante norme del comportamento civile erano studiate per perpetuare tali notevoli schemi di potere e controllo dei pochi sui molti? Norme difese fino alla morte (solitamente dei molti, raramente dei pochi) con leggi e guerre, minacce e repressioni brutali. Ah, quelli erano giorni, no? Ah, come si era gloriato in quell'oltraggio!
Non sarebbe mai stato uno tra i tanti. E lo aveva provato, più e più volte. E avrebbe continuato a provarlo. (nota 3)
Non esiste né è mai esistito un artista più vero di un bambino libero di fantasticare. Quella confusione di legnetti nella polvere, che un adulto prenderebbe a calci senza nemmeno badarci, sono in realtà le ossa di un vasto mondo, vestito e animato, di una fortezza, di una foresta, di una grande muraglia contro la quale si abbattono orde terribili e vengono respinte da un pugno di coraggiosi eroi. Un nido di draghi, e quei lucidi ciottoli levigati sono le loro uova, ognuna di esse la dimora di un futuro feroce, glorioso. Nessuna creazione è mai stata così gioiosamente trionfante e tutte le macchinazioni e manipolazioni degli adulti sono ricordi fantasma dell'infanzia e delle sue meraviglie, il maldestro accoppiamento con argomentazioni convincenti, obiettivi ragionevoli; e ogni facciata ha una storia da raccontare, una leggenda da osservare in stilizzato decoro. Le statue nelle nicchie esibiscono espressioni severe, indifferenti ai passanti. L'irreggimentazione governa queste menti rigide, immobili nell'abitudine e nella paura.
Trascinare i bambini a lavorare significa uccidere gli artisti, significa cancellare per sempre la meraviglia, il guizzo dell'immaginazione, bramosa come un passero di saltare da un ramo all'altro, e tutto viene schiacciato al servizio dei bisogni degli adulti e delle loro spietate aspettative. L'adulto che pretende tutto ciò è morto dentro, svuotato dei colori brillanti della nostalgia, così soffici, così delicati, così colmi di desiderio dolce e al contempo amaro. Sì, un adulto simile è morto dentro e anche fuori. Cadaveri in movimento, colmi del risentimento che i defunti nutrono per tutto ciò che è ancora vivo, per ciò che è ancora caldo, che respira ancora.
Questi esseri vanno forse compatiti? No, mai e poi mai, fintanto che trascinano orde di bambini in orrendi lavori, e poi consumano indifferenti i premi delle fatiche dei piccoli.
Questi esseri pasciuti osano lanciarsi in duri giudizi? Oh, certo che sì. Un mondo costruito con un pugno di bastoncini può provocare lacrime nei piccoli occhi, mentre l'artista su mani e ginocchia canta canzoni senza parole, parla con mille voci e figure invisibili nell'ampio panorama della tela della mente (fermandosi solo una volta per pulirsi il naso su una manica). E osa giudicare tutto ciò! E vorrebbe affrettare la fine di un crudele abuso. (nota 4)

I brani riportati sono lunghi, ma servono, più di dissertazioni varie, a far capire qual è lo stile dell'autore e lo spessore dei testi che si hanno di fronte: sono solo alcuni frammenti di un'opera grandiosa, perché ci sono tanti altri frammenti di tale livello che rendono la serie più di una narrazione di guerra. Seppur tratti di argomenti difficili e presenti personaggi spesso tormentati, la saga non è qualcosa di cupo, il tormento non è certo il centro di questa serie (come magari lo era l'opera di Donaldson su Thomas Covenant, personaggio malato ed emarginato), anzi, a voler ben vedere uno dei temi dominanti è la redenzione, quello che cercano i personaggi per gli errori commessi, per come hanno vissuto o non hanno saputo vivere, per espiare colpe altrui. Una redenzione che non dipende da sacerdoti, sacerdotesse, dei, dee, ma dove forse basta fare qualcosa, essere qualcosa, qualcuno, e sentire il cambiamento dentro di te; sei tu a redimere te stesso. E l'opinione degli altri non ha alcuna importanza.(nota 5)

Può sembrare alle volte che Erikson si dilunghi nello scrivere di certi argomenti o situazioni, ma nulla di quello che scrive è superfluo: i dettagli sono necessari per la comprensione di tutta la storia. Si prenda a esempio Dragnipur, la spada di Anomander Rake, creata da Draconus.

Alla schiena, aveva legata una spada da reggere con entrambe le mani; il pomo d'argento a forma di teschio di drago e l'elsa a croce, di foggia arcaica, sporgevano da un fodero di legno lungo sei piedi e mezzo abbondanti. L'arma trasudava potere, che macchiava l'aria come l'inchiostro nero una pozza d'acqua. Nel posarvi lo sguardo, Baruk quasi barcollò, vedendo, per un attimo, una vasta oscurità spalancarsi davanti a lui, fredda come il cuore di un ghiacciaio, da cui venivano il puzzo dell'antichità e un debole gemito. (nota 6)

Fin dalla sua prima apparizione si è capito che non è una spada come le altre: Dragnipur incute paura al solo guardarla, emana un'aura inquietante e la morte avvenuta tramite essa è tra le peggiori (al punto che Baruk, Alto Alchimista di Darujhistan, preferisce consegnare la testa dei maghi traditori di Pale ad Anomander Rake piuttosto che il Tiste Andii li giustizi con la sua spada).

Copertina de "I Giardini della Luna" - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Dragnipur ha un potere soprannaturale e solo pochi possono impugnarla e soprattutto portarla. La sua creazione ha uno scopo ben preciso, che va ben oltre l'essere brandita in battaglia, ed è rivelato in I Segugi dell'Ombra e La Polvere dei Sogni: non si aggiunge altro per non rovinare la lettura del romanzo e privare il lettore di qualcosa di epico e grandioso (ci si ricordi però della descrizione riportata sopra, specialmente dei termini "oscurità" e "gemito"). Tuttavia, si può fare una breve riflessione sul nome che le è stato dato per capire con che cura Erikson ha lavorato alla sua opera.

Drag, in inglese, tra i suoi significati ha "erpice pesante" e questo fa capire come questa spada, più che a tagliare, sia atta a frantumare, un po' come l'Ammazzadraghi (la spada di Gatsu) nel manga Berserk di Kentaro Miura (era un oggetto troppo grande per chiamarlo spada. Troppo spesso, troppo pesante e grezzo. Un enorme blocco di ferro. (nota 7)). Ma non ci si ferma solo a questo: to drag significa, tra le altre cose, trascinare, tirare, ed è pertinente a qualcosa che la caratterizza, ma che non può essere rivelato per non rovinare la lettura a chi ancora non conosce la saga.

Nip in inglese significa morso, freddo intenso, e anche qui non è difficile cogliere quanto questo sia legato alla natura della spada: il morso della morte, il fatto che quello che è in lei non è certo caldo.

Il Libro Malazan dei Caduti è una lettura adulta e matura, non di semplice intrattenimento; è qualcosa di epico e drammatico, in certi passi addirittura geniale (basti pensare a com'è fatta l'armatura di Rhulad Sengar e che cosa simboleggia). Ma non mancano certo i momenti ironici e comici; come non sorridere di fronte ai siparietti tra Mogora e Iskaral Pust o tra quest'ultimo e i suoi seguaci Bhokarala; come non ghignare dinanzi ai lamenti di Ublala Pung per come viene considerato e utilizzato dalle donne; o quando Coltaine, credendo di dare una promozione, invece degrada un ufficiale.

In definitiva, a questa saga non manca nulla. Chi ricerca una buona e lunga lettura troverà nel lavoro di Erikson una vera miniera.

Note

[1] I Cacciatori di Ossa - Parte Prima, Steven Erikson, Gruppo Editoriale Armenia 2009, pag. 414.

[2] Venti di Morte - Parte Seconda, Steven Erikson, Gruppo Editoriale Armenia 2011, pag. 276-278.

[3] I Segugi dell'Ombra - Prima Parte, Steven Erikson, Gruppo Editoriale Armenia 2013, pag. 244-245.

[4] I Segugi dell'Ombra. Parte Prima - Steven Erikson, Gruppo Editoriale Armenia 2013, pag. 468.

[5] I Segugi dell'Ombra, Steven Erikson, Armenia 2015, pag.1181.

[6] I Giardini della Luna, Steven Erikson, Gruppo Editoriale Armenia 2006, pag. 186.

[7] Berserk Collection 1. Planet Manga maggio 2000. Kentaro Miura.

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