Il paradigma di Asimov

di Demian Loki

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Nebbia e brina. Null'altro.

Il limbo attorno a Gregorio ne era imbevuto.

Poi qualcosa... qualcosa spezzò rudemente lo schema, lo stridio delle gomme, il fango scivoloso, lo schianto dell'auto.

Vide un flash bianco, poi cremisi. Poi... la sua carne che annaspava, i muscoli che si tendevano contro il ferro ammaccato, i nervi che spingevano per permettergli di sopravvivere.

Uscì dall'abitacolo, col corpo dolorante in ogni centimetro conosciuto.

L'auto era rovesciata. Provava una fitta costante al fianco e il braccio destro era immobilizzato, probabilmente rotto. Al bordo della strada provinciale fuggivano sinuose una serie di viuzze affiancate da caseggiati simili a monoliti neri. La maggior parte avevano l'aria di essere abbandonati.

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E su quella maledetta strada non aveva incrociato un'auto per chilometri.

Gregorio si tastò le tasche alla ricerca del cellulare e lo trovò spezzato in due punti.

- Grandioso! - urlò contro il nulla.

Avrebbe voluto imprecare contro qualunque Dio si stesse prendendo gioco di lui a quella maniera, ma i colpi del volante ricevuti allo sterno e alle costole, allo scoppio dell'airbag, lo convinsero che fosse meglio risparmiare fiato per cercare aiuto.

Sempre che lo meriti davvero, disse a mente, ricomponendo gli avvenimenti di quella sera.

Iniziò a camminare, sostenendosi il braccio con una mano per evitare le stilettate dolorose provocate da ogni minimo movimento. Barcollava, lo sguardo fisso sulle crepe dell'asfalto sulla via che aveva scelto a caso di seguire. Venature riempite di tenebre. Gli facevano ala una serie di rustici in pietra nera, dai tetti aguzzi. Le porte inchiodate con assi sudicie e le finestre infrante avevano un'aria di totale abbandono.

A ogni passo, raggi di dolore scattavano dal gomito. Perdeva sangue, ma non molto. Non sarebbe morto dissanguato, per quanto il destino si fosse impegnato a fargli pagare i suoi peccati.

L'aria era talmente inzuppata di umidità da essere oleosa, i pochi lampioni in ferro battuto erano spenti. L'unico chiarore era la muraglia color perla della nebbia che in alcuni tratti si ricomponeva in losanghe del buio più intenso.

Mentre si trascinava sulla stradina in salita, ebbe i primi flashback della serata. Quei ricordi non se ne volevano andare.

Era iniziata normalmente: la discoteca, l'ecstasy, quel tipo con la faccia da mollusco che al bar aveva mostrato un portafoglio pieno. Troppo pieno, per sua sfortuna.

Il seguito era stato un vortice di luci martellanti, un secondo incontro nel buio del parcheggio del bar. Poi un paio di fotogrammi dove Gregorio sferrava la coltellata mortale all'altro, recuperava il portafoglio e fuggiva in auto, inosservato. Gregorio si era disfatto del coltello dopo qualche minuto, alla prima curva incontrata. Grande imprudenza.

Bam!

Sfidare un platano con un'auto guidata con una sola mano in curva? Vince sempre il platano.

La salita su quella vietta non finiva più. Ansimando, si guardò intorno. La fila di case proseguiva uniforme, l'unica cosa che si muoveva erano le spire della nebbia.

Pensò di tornare indietro, sulla provinciale, e proseguire da lì, ma si accorse di non essere in grado di riconoscere la strada da cui era venuto. Tutto era piatto e uguale a sé stesso. Poteva andare solo avanti, perciò proseguì nella salita.

A un tratto, Gregorio fu scosso da una tosse convulsa. Dovette abbandonare il braccio rotto per portarsi di riflesso la mano alla bocca. Il dolore causato dalla frattura, fatta sussultare dalla tosse, fu minore della paura che provò quando ritrasse le dita sporche di sangue. Poteva essersi perforato un polmone nell'incidente e stare affogando nel proprio sangue.

Quel sentimento, la paura, divenne dominante. Era solo, ferito e perso nella nebbia di una periferia di provincia in cui la gente non si sarebbe curata minimamente dell'ennesima morte bianca del sabato sera. In particolare se fosse stata quella di un assassino.

Si appoggiò al muro scrostato di un magazzino da cui sporgevano lamiere arrugginite e vetri anneriti. Ebbe la sensazione di essersi smarrito nelle segrete di un castello, circondato da mura sinistre.

L'affanno gli opacizzava la mente di istante in istante. Adrenalina, ecco cosa lo spingeva avanti. Solo le sue incessanti sferzate gli impedivano di svenire, di lasciarsi andare nel fiume notturno di case nere per aspettare di morire in silenzio.

Sentì qualcosa sdrucciolare dietro di lui, sugli scalini divorati dall'edera.

- C'è qualcuno? - domandò speranzoso. - Sono ferito... ho bisogno di aiuto. Per l'amor di Dio, aiutatemi!

Intravide minuscole ombre agitarsi tra i vapori lattiginosi, accompagnate dai rimbalzi sonori di pesanti gocce di umidità condensata che cadevano da una grondaia sferzata dal vento.

Le piccole ombre si mossero come per aggirarlo sulla sinistra e poi scomparvero nella nebbia. Una paura diversa, più profonda, da bambino alle prese con una notte tempestosa nella solitudine della propria camera da letto, si impossessò di lui.

Qualcosa nel corso della sua lunga camminata era mutato. Tra la nebbia, in mezzo alle case, davanti a lui, pur non visto, qualcosa si era avvicinato.

- Cazzo, non ho paura! - urlò alto, per darsi coraggio. Ma di paura ne aveva da venderne all'ingrosso.

Riprese a camminare, più veloce, il braccio rotto lasciato penzolare lungo il fianco nonostante il dolore, per non essere rallentato dalla postura innaturale.

Era ancora seguito.

Un tetto aguzzo ferì la nebbia, lasciando intravedere un abbaino dai vetri talmente opachi da scoraggiare ogni pensiero di entrare in quella casa abbandonata per trovarvi rifugio.

Gregorio inciampò in una pietra fuori posto della strada e cadde in avanti, battendo la spalla. Dietro sentì tre gridolini acuti, inumani quanto inidentificabili, e un rapido fruscio di esseri in avanzata, poi tornò il silenzio.

Si rialzò tossendo, troppo affaticato per darsi immediatamente alla fuga. Si guardò attorno e dietro un camino sgretolato per un attimo vide due minuscole gemme verdi, piccoli occhi scintillanti.

- Che cosa...

Sbatté ripetutamente le palpebre per scacciare quegli smeraldi brillanti, ma non se ne andarono, anzi si mossero nella nebbia, moltiplicandosi.

Non attese altre risposte, l'istinto di sopravvivenza riprese il sopravvento e lo lanciò in corsa su per la strada in salita.

Il suo corpo cominciò a dare segni di estrema sofferenza. Oltre alle fitte di dolore al braccio e al costato, Gregorio si sentiva febbricitante e c'era la paura... Quella paura montante che gli scendeva dentro nelle ossa, quasi fosse una mano che gli attraversasse la carne, la sensazione che da un momento all'altro dalle pareti nere dei rustici sarebbero usciti dei tentacoli per sbranarlo.

- Sono allucinazioni. Solo allucinazioni dell'ecstasy - si incoraggiò, mentre voltava un angolo per lasciarsi alle spalle quella nidiata di occhi verdi.

Si ritrovò in una strada identica a quella precedente, soltanto in discesa. Fu come se avesse raggiunto la sommità di quella collinetta insignificante e invece di trovare il futuro, fosse incappato, assurdamente, ancora nel passato: stessa nebbia, casupole nere, occhi verdognoli in movimento.

Infatti, quegli sguardi minacciosi erano ora dietro e davanti a lui. Fu sopraffatto da quell'assurdità. La sua mente cercò una spiegazione, senza trovarne alcuna razionale.

Dominò a stento i conati di vomito quando sentì nuovamente quei versi emessi dalla nebbia, come grida infantili di neonati affamati. Distolse lo sguardo, ma inutilmente. Gli occhi erano ovunque.

Un refolo di vento strappò la nebbia un paio di metri in fronte a lui e gli mostrò i possessori di quegli occhi.

Erano decine, forse centinaia di creature dal pelo più scuro della notte.

Gatti, credette, randagi che in concerto presero a graffiare la pavimentazione stradale.

Lo fissavano con lucenti occhi di smeraldo, mentre con le zampe artigliavano le pietre della strada. Dopo aver prodotto quel suono che era come una scarica elettrica, le creature soffiarono e si dispersero, rientrando nella nebbia. Tutti tranne uno che rimase con orgoglio davanti a lui per mettergli addosso il più insano terrore che Gregorio avesse mai sperimentato in vita sua.

Guardò nel fondo di quegli occhi, in quelle paludi malsane che avrebbe dovuto appartenere a un innocuo micio affamato, e vi trovò un'essenza, sì animale, ma non certo di un gatto.

E mentre Gregorio guardava in quegli occhi, essi lo valutarono. Ciò che videro dovette piacere all'essere a cui appartenevano, perché emise ancora quel verso strano, tanto dissimile dal comune miagolio quanto una voce umana lo è dalle grida delle scimmie.

Parlava, il maledetto, e chiamava i suoi compagni.

Sbigottito, Gregorio si decise a raccogliere una manciata di terra e ghiaia che lanciò contro quell'intruso nella sua realtà.

- Vattene via! - Ripeté il lancio una seconda volta. - Andatevene via tutti!

La terra fu come rigettata indietro dal vento, ma i piccoli sassi raggiunsero il bersaglio, finendo come inglobati dal pelo nero dell'animale. Non rimbalzarono, non lo oltrepassarono, furono semplicemente assorbiti dal suo corpo.

Gregorio capì solo trenta secondi dopo di stare ancora correndo in salita. La sua mente si era presa una pausa necessaria per sopportare quei fatti e ora stava ancora salendo su una collina di cui sapeva di aver raggiunto la sommità in precedenza.

Ora capisco perché c'è gente che arriva a cavarsi gli occhi quando flippa per l'ecstasy, disse il suo io cosciente al resto di se stesso che tremava come una foglia nel tentativo di sfuggire ai suoi inseguitori. Questo è il peggior viaggio che mi sono fatto con questa roba.

Ma i gatti non gli diedero l'impressione di sapere cosa fosse l'ecstasy. Si muovevano decisi e volevano lui.

Nella nebbia, solo versi lamentosi, di attesa e impazienza, puntini di luce verde in un manto biancastro, a tratti la sagoma di una coda ondeggiante o di zampe in movimento. Gregorio si domandò come avrebbe potuto difendersi da loro, perché avrebbe dovuto farlo su questo non c'erano dubbi.

Era ferito, abbastanza gravemente, eppure li riusciva a tenere a distanza, quasi che il loro scopo primario non fosse sopraffarlo, ma piuttosto sfiancarlo, come un branco di lupi in caccia della preda.

Passò sotto un'arcata sbrecciata, un enorme portale di una minuscola cittadina col centro storico medievale, dimenticata dal tempo lassù, sulla collina in mezzo alla nebbia. Non riuscì nemmeno a decidere quale via imboccare tra le molte ora a disposizione. A impedirglielo, fu un gatto nero che sbucò dal niente e fulmineo lo graffiò alla gamba, poco sopra il tallone, portandosi via un brandello dei pantaloni e della carne che vi stava sotto, insieme al suo grido di dolore.

Fu come se quell'animaletto avesse artigli da leone, ben nascosti in quelle sue zampette all'apparenza innocue.

E bruciavano come il fuoco dell'inferno, quegli artigli.

Altri assalti mancarono miracolosamente il bersaglio, andando a grattar via l'intonaco di una casa e producendo solchi mostruosamente larghi sulla facciata dell'edificio.

- Vi prego, svegliatevi! - sentì la propria voce frignare, mentre coi pugni chiusi batteva su ogni porta e finestra che incontrava nella cittadina. Nessuno rispose.

Gregorio corse terrorizzato finché non vide nella nebbia una debole luce, come un faro costiero nel pieno della tempesta. Si avvicinò ansimando a un'elegante villetta liberty, con le luci accese all'interno. Pieno di disperazione batté sulla porta, imprecò, gridò e pregò per istanti lunghi una vita intera.

Infine la porta si aprì. Un uomo esile, dalla statura importante, con capelli e barba brizzolati a caso dall'età avanzata, gli si parò davanti.

- Che le è capitato? - gli domandò lo sconosciuto. - Sembra sconvolto.

- Pos... Posso entrare? - balbettò lui, col fiatone. - Ho avuto un incidente in curva sulla provinciale a causa della nebbia e...

Si guardò alle spalle, là dove ci sarebbero dovuti essere i gatti. Nulla.

- Ma certo. Non è il primo, a quella maledetta curva della Bassa si schianta sempre qualcuno durante l'anno e questa parte della città è semiabbandonata. - L'uomo si scostò dall'entrata per lasciargli libero il passaggio. Nel farlo, guardò anche lui verso il fondo della strada. - È solo? Ho visto che cercava qualcuno... Un amico? Sua moglie?

- No, sono solo - rispose Gregorio sedendosi sulla prima poltrona che trovò, senza chiedere alcun permesso.

Nella discesa sulla via, la realtà pareva essere tornata tale, forse al momento dell'evaporazione di parte degli effetti dell'ecstasy.

Il suo ospite chiuse la porta e dopo essersi voltato verso di lui, sostò per un secondo a guardare il pavimento. Nella camminata, Gregorio aveva creato un semicerchio di sangue rosso brillante, rimasto aperto sul fronte della poltrona.

- Lei è ferito - costatò l'altro uomo. - Chiamo subito un'ambulanza.

Il solo movimento verso il telefono, mise in agitazione Gregorio. Era difficile nascondere una rapina e un omicidio quando ci si presentava al pronto soccorso con una ferita che pareva da arma da taglio. Decise di rischiare parte della verità.

- No, per favore, non telefoni! - Deglutì a fatica, nel tentativo di cancellare l'apprensione dalla propria voce. - Ho assunto della droga e mi sospenderebbero la patente se mi facessero il test dopo questo incidente. La prego, non chiami nessuno.

- Capisco - gli fu risposto, laconicamente, con una punta di rimprovero. - È fortunato che io sia un medico in pensione. Sarebbe contro il giuramento che ho fatto lasciarla senza cure, perciò vediamo cosa posso fare...

Recuperò una borsa medica in pelle che, dalla polvere che la copriva, aveva l'aria di essere stata aperta di rado negli ultimi tempi. Ne furono cavate forbici, una siringa e una fiala, seguite da filo per sutura e ago.

Mentre estraeva il contenuto della fiala con la siringa, calcolando la quantità della sostanza in controluce, l'uomo disse a Gregorio:

- A proposito, mi chiamo Federico Cospelli.

- Gregorio Marra - si presentò lui, a denti stretti. - È un piacere averla incontrata questa sera.

- Altrettanto. Dovrà gettarli, poi, questi pantaloni.

Senza altri avvertimenti, il medico sforbiciò fino al ginocchio la parte terminale dei pantaloni sulla gamba ferita e iniettò sotto pelle il contenuto della siringa.

- Ci vorranno un paio di minuti prima che faccia effetto - disse Cospelli. - Come si è procurato la ferita?

Gregorio rifletté prima di rispondere: - Non lo so. Davvero, non lo so.

- Non importa, sul serio. Intanto ci occupiamo del braccio, va bene?

La fasciatura stretta che preparò servì a lenire finalmente il dolore al gomito.

- In quale paese ci troviamo? - Gregorio si sentì sciocco nel chiederlo.

- A Patibola, una frazione di Lamia, provincia di Milano.

- Una cittadina con una frazione dall'abitato così antico in provincia di Milano... un vero miracolo.

- C'è molto di antico qua attorno - obiettò Cospelli.

Gregorio si accorse solo allora dell'immensa libreria che occupava una parete della stanza, distante da lui. Era piena di libri moderni e antichi. Sulla destra, volumi di autori classici della narrativa fantastica tra i quali spiccavano Isaac Asimov, H.G. Wells, Mary Shelley, Bram Stoker. Sulla sinistra, manoscritti vecchi di almeno qualche secolo e pomposamente rilegati, via via sempre più consumati e cadenti più ci si spostava verso la fine degli scaffali. Il latino era la lingua più comune dei titoli leggibili sui loro dorsi.

Appoggiato sullo scrittoio, incastonato nella parta bassa della libreria, c'era un blocco per appunti con una penna abbandonata sopra. La sedia era spostata dal pianale.

- Mi dispiace avere interrotto il suo lavoro - disse Gregorio, indicando scrittoio e sedia. - Sta scrivendo qualcosa? Un romanzo forse? - Il medico parve sorpreso.

- Per via della mia biblioteca? - Ridacchiò. - Niente del genere, per carità. Non è il mio mestiere. Sono appunti per un saggio scientifico. Ero un medico specializzato in biochimica. Sa, medicinali e intrugli vari...

- Interessante - mentì lui.

- Il libro dovrebbe intitolarsi "Il paradigma di Asimov", quando sarà finito - Fece una pausa prima di aggiungere: - Se me ne rimarrà il tempo.

- Cosa sarebbe il paradisma di... - Gregorio non riuscì a terminare la domanda. I suoi sensi avevano cominciato ad appannarsi. Ombre grigie si allungarono ai margini del campo visivo.

- Paradigma, amico mio - gli venne in soccorso Cospelli. -Paradigma di Asimov. È stato lui il primo a formulare in forma compiuta il concetto che molti uomini possono immaginare una tecnologia futura e quindi scoprirla, ma solo pochissimi eletti possono anticipare le conseguenze di tale scoperta sul mondo.

- Sul mondo?

Il medico ricominciò a parlare, con tono più vivace: - Giovanotto, questo mondo non l'annoia? Con le sue nebbie, le sue macerie, i suoi fallimenti? La teoria... meglio, le scoperte che esporrò in quel saggio possono svincolare un uomo da questa fanghiglia.

La luce del lampadario piovve ambrata e cremosa, ma non rassicurante, sugli occhi di Gregorio.

- Lo sente, dottore? Questo profumo, è così intenso...

Lo sguardo di Cospelli si fece penetrante. - Quale profumo?

- Come di orchidee marcescenti, senza fiori. Ovunque... Dipende dall'anestesia?

Il medico annuì, serio, ma incredibilmente divagò: - Tutto ebbe inizio nel 1791, quando Mozart mandò in scena il suo Zauberflote. Il genio musicale parla della lotta tra Notte e Giorno, il requiem è diretto agli umani, cibo per i non morti... Era giunto alla mia stessa scoperta, passando per altre vie legate all'estasi musicale.

La stanza sbiadì e cominciò a ruotare leggermente attorno a Gregorio che sentì nella sua testa crescere quella stessa nebbia fuligginosa a cui era fuggito poco prima.

- Non mi ha iniettato un anestetico... - rifletté in ritardo, alla fine. Con un ultimo brandello di lucidità disse: - Era un biochimico... fabbricava medicinali, cioè...

- ...droghe - completò Cospelli.

Con estrema naturalezza, il medico si armò delle forbici e si ferì i polsi. Il suo sangue scese a fiotti sul pavimento a chiudere il cerchio iniziato da Gregorio.

Bam!

Di nuovo uno scontro, epocale, non con un platano, ma con un'altra realtà. E fu come se le pareti di quella casa non fossero mai esistite e la nebbia fosse stata sempre presente.

Gregorio avrebbe voluto urlare, fuggire via, uccidere quel dannato dottore. Invece l'effetto combinato dell'ecstasy e della sostanza somministrata da Cospelli, lo immobilizzarono ad ascoltare il resto del suo monologo:

- Ciò che hai ora nelle vene l'avrebbero potuto scoprire migliaia di ricercatori, ma nessuno tra loro avrebbe avuto la mia stessa intuizione delle sue conseguenze e le mie capacità nella ricerca esoterica: la Regula Merlini, i messaggi cifrati dell'Ordo Assassinorum... La sublime e arcana chance di divenire un vampiro, un Dearg Dul, secondo le rivelazioni di Merlino.

Cospelli bevve ciò che usciva dai suoi polsi con desiderio inumano e subito dopo innalzò le braccia insanguinate al cielo, col volto rapito e trasceso ad altre realtà. Era un cielo cupo e tempestoso, apparso agli occhi di Gregorio dopo la sparizione del soffitto. Un cielo innaturale sopra un mondo lattiginoso abitato dai Dearg Dul, con le loro movenze feline, e da molto altro, solo anticipato dall'alienazione dell'ecstasy. Cospelli non fermò il suo delirio:

- Io ho scoperto il mezzo per l'ascesa, io ho intuito a cosa mi avrebbe portato la mia scoperta, io ho compreso quale rituale e quale sacrificio fossero necessari per trovare ciò che molti hanno cercato invano, io ho atteso!

Quando rindirizzò il suo sguardo su Gregorio, il volto del dottore era cambiato, tanto quanto la realtà che ora li circondava, dopo aver inghiottito Patibola, Lamia e l'universo intero. I suoi occhi erano gemme verdi senza fondo, la sua pelle solcata da venature d'ebano dell'oscurità in espansione.

E zanne al posto dei denti, artigli leonini al posto delle unghie, nessuna anima che scaldasse la sua carne.

Tra le lacrime, molte più di quante avrebbe potuto spremerne per l'uomo che aveva ucciso al parcheggio, Gregorio mormorò sicuro di essere annientato dalla risposta: - Cosa hai trovato grazie alla tua droga?

Il nuovo Dearg Dul glielo rivelò con quell'orrendo lamento di mille neonati strappati alla vita che era ora la sua voce, giusto un istante prima di affondargli le zanne nel collo a cogliere il nutrimento che solo una creatura superiore meritava:

- Ho trovato la Porta dell'Inferno. E l'ho aperta.

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