Il sarto, il tossico e l'assassino

di Christian R. Zucca

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Ho un solo abito fatto su misura nel mio guardaroba. Giacca e pantaloni color carta da zucchero. Me lo confezionò un sarto siciliano, sordo, sulla cinquantina. Mi ricordo ancora quando lo conobbi. Fu nell'estate in cui ero a Palermo, per il primo dei miei contratti. Dopo aver liquidato il bersaglio andai a fare due passi in città. Avevo molto da dimenticare, forse troppo, e il fatto di essere diventato un killer a pagamento non era nemmeno la mia prima preoccupazione.

Avevo svoltato per errore in un vicolo, quando mi ritrovai di fronte a una vetrina buia. In alto, sull'angolo destro, spiccava una piccola insegna sbiadita. C'era scritto semplicemente:

Sarto

Feci anche fatica a leggerla. Era come un'esortazione ai passanti a non avvicinarsi. Una scritta più grande, al centro della vetrata, mi spinse a entrare nel laboratorio di Totuzzo "U Mutu". Era il motto del 4° Reggimento Genio Guastatori: "Ad ogni costo".

Sono stato anch'io un soldato, di quelli diversi, che dispregiativamente la gente comune chiama mercenari. E' là che mi hanno insegnato a uccidere.

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Dentro, il locale era buio. Solo una luce fioca che proveniva da una porta chiusa faceva intuire la presenza di qualcuno. Bussai, ma nessuno rispose. Bussai nuovamente, ma ancora niente, allora entrai. Vidi un uomo che mi dava le spalle. Stava tagliando della stoffa.

- E' permesso? - chiesi a voce alta.

Per l'ennesima volta non ci fu risposta.

Mi avvicinai e gli misi una mano sulla spalla destra. La sua reazione fu repentina. Mi prese per il polso, stringendolo forte. Si girò di scatto e mi puntò la forbice, che teneva nell'altra mano, contro la giugulare. Quando mi guardò fece un'espressione strana, tra il sollievo e la sorpresa. Sollievo perché probabilmente non ero la persona che si aspettava di vedere e sorpresa perché non ebbi la minima reazione di fronte alla minaccia. Allontanai lentamente la forbice dal mio collo e la appoggiai sul tavolo da lavoro.

Lui non fece alcuna resistenza.

- Ma è impazzito? - gridai.

Non rispose, ma mi diede un block-notes e una penna che teneva vicino a un braciere accesso, in rame. Mi fece segno di scrivere.

Fu allora che capii che era sordo.

Non feci altro che ribadire:

ma è impazzito?

Gli diedi il foglietto, lesse il mio messaggio e abbozzò una smorfia che assomigliava a un sorriso, poi lo buttò dentro al braciere. Iniziammo così a scriverci:

mi aspettavo qualcun altro, rispose.

me ne sono accorto.

cosa cerchi?

ho letto il motto sull'insegna e mi sono incuriosito.

sei un militare?

una specie.

Risposi addolcendo la verità. Aggiunsi velocemente:

chi aspettava?

mio figlio.

questo è il benvenuto che voleva dargli.

è un eroinomane, per giunta ladro, farebbe qualsiasi cosa per un po' di soldi.

se vuole posso aiutarla io.

Mentre il sarto leggeva il mio bigliettino sentii la porta, quella che dava sulla strada, aprirsi. Avvertii il sarto con un cenno e mi nascosi in una zona buia del laboratorio, lui si rimise a tagliare la stoffa, come se niente fosse.

Presi la Beretta dalla fondina ascellare e aspettai.

Entrò un giovane sui trent'anni, alto e magro come un chiodo, col viso consumato da droga e stenti. Doveva essere il figlio. Indossava dei jeans strappati e una maglietta bianca, ormai ingiallita dal sudore. Probabilmente era una settimana che non si cambiava, perché puzzava di rancido. Teneva in mano un coltello da cucina, di quelli seghettati.

Si avvicinò al padre e lo spinse via dal tavolo.

Non persi neanche un attimo, emersi dal mio nascondiglio e gli puntai la pistola alla tempia, prendendolo alle spalle.

- E' così che vuoi liquidare il tuo unico figlio? - domandò quell'uomo al padre, senza accennare a voltarsi. La vita per strada doveva avergli insegnato le buone maniere per dare il benvenuto alla canna di una pistola.

- E' così che potrebbe finire se fai del male a quest'uomo - risposi io.

Tentò di voltarsi per guardami. La stupidità alle volte fa dimenticare le buone maniere.

- Se mi guardi ti sparo e ti disintossico all'istante.

- Che minchia vuoi da me? - La sua voce tremava per la paura e per l'astinenza.

- Voglio che mi ascolti attentamente. Adesso lasci qui il coltello, esci da quella porta e non ti fai più vedere. E' chiaro?

- Chiaro. Anzi, chiarissimo - mi disse frettolosamente.

Era così impaurito che iniziò a sudare, come se fosse entrato in un forno.

- Un'altra cosa - aggiunsi. - Tu non mi hai visto in faccia, quindi fai attenzione perché se sbagli ti colpirò senza pietà e non saprai che sono stato io. Stai sicuro che nessuno si preoccuperà di un tossico puzzolente come te.

Poggiò il coltello sul tavolo e se ne andò senza fare un fiato, e senza nemmeno tentare di guardarmi di striscio. Rinfoderai la pistola, presi il coltello con un fazzoletto e me lo misi in tasca, quindi scrissi un altro biglietto:

questo lo conserviamo. ci sono le sue impronte digitali. potrebbe servirci per liberarci di lui per un po'.

Diedi il foglietto al sarto e così ricominciammo la nostra chiacchierata, bruciando ogni foglietto nel braciere.

Mi domandò:

cosa intendi per "liberarci"?

lo mandiamo in carcere.

basta che non lo uccidi. è sempre mio figlio.

nessun problema. è lei che decide.

dimmi come ti chiami.

pietro.

e lei?

antonio, ma tutti mi chiamano totuzzo. come posso ringraziarti?

mi faccia un vestito.

Questo fu l'inizio di un fitto dialogo in cui ci raccontammo molto delle nostre vite. Tralasciai solamente la parte in cui uccido per vivere. Ma gli raccontai cosa mi aveva condotto veramente a Palermo.

Tra me e Totuzzo ci fu subito empatia, dal momento in cui incrociammo i nostri sguardi. Vorrei dire che ne nacque una vera amicizia, ma purtroppo non avemmo mai il tempo di conoscerci meglio.

L'abito fu pronto in una settimana, lo pagai trecento euro in contanti.

Gli promisi che sarei tornato qualche giorno dopo per un'altra "chiacchierata", ma quando tornai trovai la polizia. Chiesi in giro e mi dissero che era morto. Un rapinatore si era presentato il giorno precedente, all'ora di chiusura, aveva rubato l'incasso e lo aveva ucciso con una coltellata.

Io però sapevo che il responsabile non era un ladro qualsiasi, ma suo figlio. E che il denaro rubato era quello che gli avevo dato io.

Lo shock fu totale. Adesso, parlandone, quasi ne sorrido, constatando che a quei tempi la mia coscienza dava ancora segni di vita. Fui sopraffatto dai sensi di colpa e andai in corto circuito. Mi si appannò la vista e mi crollarono le gambe, tanto che dovetti appoggiarmi a un muro, nel tentativo di restare in piedi. Poi iniziai a ripetere a me stesso di stare calmo. Cercai, per quanto possibile, di rimettere insieme i pezzi e riordinare le idee. Infine, riacquistai la mia solita freddezza. Furono solo tre minuti, ma mi sembrarono un'era geologica.

Decisi subito di vendicare Totuzzo, però dovevo muovermi più velocemente della polizia che non avrebbe impiegato molto tempo ad arrestare il colpevole. Volevo prendere una vita per una vita. Avrei commesso un omicidio senza ricevere in cambio del denaro. Un regalo da sicario, non avevo altro da dare.



Antonio o Totuzzo, come l'avevano chiamato da quando era in fasce, era nato nel 1962 in una famiglia di sarti da generazioni. Il padre volle farlo studiare, ma gli insegnò comunque il mestiere. Fu un'infanzia e un'adolescenza caratterizzata dalla rigidità dell'educazione dei suoi genitori. Il pericolo che Totò si avvicinasse alla droga, alla mafia o al terrorismo era costante. Molti suoi amici avevano preso una di quelle strade e non erano più tornati indietro. Ogni giorno, dopo la scuola, passava due ore nel laboratorio del padre ad aiutarlo. Taglio e cucito. Fu così finché non arrivò la cartolina per la visita militare. Era il 1980. Fu dichiarato abile. Era un giovane alto, muscoloso, atletico e con una vista da aquila. Entrò nel 4° Reggimento Genio Guastatori, che per sua fortuna era di stanza nella sua città, Palermo.

Dopo un anno di leva, decise che la carriera militare sarebbe stata la sua vita, ma quella scelta durò solo cinque anni. Nell'estate del 1985 ci fu un incidente che cambiò tutto. Non mi raccontò mai i particolari. Tutto quello che so è che, durante un'esercitazione, fu investito in pieno dall'onda d'urto di un'esplosione. Fu scaraventato a parecchi metri di distanza dal punto in cui si trovava. Si ruppe una gamba e quattro costole, e una frattura della base cranica lo rese sordo per il resto della vita.

Dopo la convalescenza la sua vita tornò al punto di partenza, come una videocassetta in riavvolgimento veloce si ritrovò nella sartoria di famiglia a fare quel lavoro che aveva sempre trovato noioso. Nel 1986 si sposò con Sabrina e l'anno successivo ebbero il figlio che avevano sempre desiderato. Lo chiamarono Natale, Natalino o Lino per genitori e amici.

Antonio credeva nell'educazione che aveva ricevuto e cercò di impartirla anche al suo picciriddu. Scuola la mattina, due ore in laboratorio dopo pranzo e poi di corsa a casa a studiare. Andò tutto bene fino all'adolescenza.

Durante l'estate del 2003 sua moglie si tolse la vita. Era depressa da tempo. Un giorno salì al settimo piano del palazzo in cui abitavano, aprì la finestra del pianerottolo che dava sulla strada e si gettò di sotto.

Nessun biglietto d'addio, solo il salto.

Sabrina era il mastice che teneva unita la famiglia, gli aveva restituito quella felicità che aveva perso il giorno in cui era diventato sordo. Era vitale, ottimista, bella e piena d'amore. Era come la luna piena, che illumina come il sole, ma non brucia, così dolce che sembra una carezza, ma quando arrivarono la depressione e poi il suicidio, quella luna si eclissò. Tutto quell'amore si avvizzì e si seccò fino a diventare polvere e quella polvere volò via trasportata dal vento. Casa loro diventò un luogo inospitale: gelido, arido e ventoso, abitato solo da dolore, rimpianti, rimorsi e incapacità di esprimere sentimenti.

Somigliava al mio stato d'animo in quei giorni a Palermo.

Non faticai a comprendere perché Totuzzo fosse quasi impazzito dal dolore e si fosse ammutolito, avesse smesso di parlare, tanto non aveva più molto da dire, e così fosse divenuto "u mutu". Lavorò giorno e notte, disinteressandosi completamente del piccolo Lino che iniziò a frequentare un gruppetto di delinquentelli del quartiere, passando i pomeriggi a sbevazzare alcolici e fumare canne in quantità industriali.

Il salto dalle droghe leggere all'eroina fu breve come un battito di ciglia.

La prima endovena fu un esperienza stellare: l'ansia e la depressione sparirono, un senso di pace e di calore lo pervase Quel sentimento di impotenza per la morte della madre svanì come per magia, se ne andò anche l'odio crescente per quel bastardo sordo del padre, così lo chiamava.

Furono i tre minuti più esaltanti della sua vita, poco importava se dopo erano arrivate quattro ore di oblio, di assopimento, di morte apparente.

Quando si riprese ebbe una voglia irrefrenabile di riprovare quelle percezioni, ma ci volevano i soldi. Il modo più semplice e redditizio che trovò fu lo spaccio di hashish. Un paio di etti a credito ogni mese. Tre quarti dei guadagni andavano al suo fornitore, col resto pagava il pusher per la Brown.

Per un po' andò tutto bene, poi le crisi di astinenza, sempre più frequenti, gli impedirono di gestire il business. Di lì in avanti le cose peggiorarono, rubò, scippò e, nei momenti peggiori, si prostituì. Fu come cercare di stare a galla in un mare in tempesta.

Toccò il fondo quando entrò nella sartoria di famiglia e accoltellò il padre a morte per rapinargli quei trecento euro che spesi per l'abito che mi confezionò.

Ecco cosa restava dell'intera vita di Totuzzo, un figlio drogato e assassino. Totuzzo avrei potuto essere io, se non avessi imparato a uccidere.



Trovare un tossico non è difficile, due posti sono i primi della lista: la stazione dei treni e i parchi pubblici. Sfruttai il vantaggio che avevo, Natale non mi aveva visto in faccia quando lo avevo minacciato qualche giorno prima, ma io conoscevo il suo volto.

Lo agganciai in un parco nei pressi della sartoria.

Lo trovai buttato su una panchina, puzzava come una latrina. Aveva addosso i postumi dell'ultima dose, gli occhi chiusi e il respiro lento. Un rivolo di saliva gli scendeva dalla bocca formando gocce che cadevano una a una dal mento coperto di barba incolta. Accanto a sé, una busta gialla di plastica da supermercato. Guardai dentro. C'erano lattine di birra, succhi di frutta, una decina di limoni, un coltello, un cucchiaio e delle siringhe usa e getta. Nessuna traccia di soldi o droga. Doveva aver già finito i primi ed essersi sparato in vena la seconda.

Presi una birra, la agitai e gliela aprii davanti alla faccia. Lo spruzzo lo svegliò. Si mise seduto, lento come una tartaruga. Cercò di alzare le palpebre, ma era troppo spossato per farcela. Allora gli versai l'intero contenuto della lattina in testa:

- Svegliati, coglione! - lo apostrofai malamente.

Si pulì alla meglio con quei braccini anoressici che si ritrovava.

Iniziò a biascicare. - Mi scusi brigadiere non l'avevo... - Non riconobbe la mia voce. Si zittì di colpo vedendo che non ero chi si aspettava. - Chi minchia sei?

Lo guardai come si guarda uno stronzo di cane sul marciapiede:

- Sono quella buttanazza di tua madre, non mi riconosci?

- Ah! Ciao, mamma! Quante marchette hai già fatto oggi?

Presi dalla tasca il mio mazzo di chiavi e glielo tirai in testa. Gli si dipinse in fronte una macchia rossa come un pomodoro.

- Cazzo fai, stronzo! - mi restituì.

- Adesso raccogli le chiavi!

- Perché?

- Vuoi che ti prenda a calci?

- Ok, ok... grandissimo cornutazzo.

Nel momento stesso in cui si chinò gli diedi una pedata nel sedere. Si rannicchiò in posizione fetale. Era così magro che sembrava un prigioniero di un campo di concentramento nazista, gli mancava solo l'uniforme a righe.

Puntellai la punta della scarpa su un suo fianco e lo girai a pancia all'aria.

Mi chinai su di lui:

- Sei Natale?

- Sì... ma tu chi sei?

- Uno che ti può far guadagnare un po' di soldi.

Fece un sorrisetto beffardo, mostrandomi la dentatura guastata dalla tossicodipendenza:

- Ne ho già abbastanza di piccioli.

- Ma non hai della roba buona come quella che voglio farti provare io.

A quel punto, una volta avuta la sua attenzione, stuzzicai il suo interesse. La voglia di farsi una pera e soldi facili non gli fece sorgere né un dubbio né un sospetto che ci fosse sotto qualcosa di strano.

Come sapevo il suo nome. Chi mi aveva mandato. Cosa volevo veramente da lui.

- Che roba è? - Me lo domandò tendendo un braccio verso di me. Gli presi la mano, lo aiutai a rimettersi in piedi e gli risposi:

- E' Brown messicana.

Prese la busta della spesa, ormai convinto.

- Allora andiamo.

Ci dirigemmo alla mia auto. Durante il tragitto, dal giardino pubblico al parcheggio, mi venne voglia di sparagli subito un colpo alla testa, seduta stante, ma sarebbe stata una morte troppo rapida. Non era quello che meritava. Doveva soffrire come un cane, prima di crepare.

Durante il tempo che avevo speso nella ricerca di Natale, avevo trovato anche il posto dove fargli passare le sue ultime ore di vita. Telefonai a Jajà, un mio ex compagno d'armi, per così dire, che era diventato allevatore di maiali.



In meno di mezz'ora mi lasciai Palermo alle spalle. Erano le due del pomeriggio e faceva un caldo infernale, per non parlare dello scirocco che arrivava dall'Africa. Lo stronzo dormiva beato come un neonato, sul sedile del passeggero. Aveva ucciso il padre la sera prima e non gliene fregava un cazzo.

Lungo il tragitto non incrociai nessuno, né auto né uomini, solo piante di fichi d'India e un cartello, piazzato ogni cinque chilometri, che pubblicizzava la prossima apertura di un villaggio turistico a Messina. Con l'afa, la gente preferisce andare al mare e non in una fattoria sperduta nella campagna siciliana, come stavo facendo io.

Dopo qualche chilometro l'asfalto finì e iniziò la strada bianca. La terra era inaridita dalla siccità che durava dai primi di maggio. Si alzò una polvere fine e gialla che sembrava nebbia, da quanto si ridusse la visibilità. Il parabrezza si sporcò così tanto che dovetti azionare il tergicristallo.

Ci misi un'altra mezz'ora prima di arrivare alla fattoria del mio amico. Era divisa in tre edifici: la casa vera e propria, una rimessa prefabbricata in lamiera e una grande porcilaia.

Parcheggiai a pochi metri dalla porta di casa. Suonai il clacson due volte. Quel pezzo di merda di Natale non si svegliò, era in stato comatoso. Scesi dall'auto. Appoggiai il culo sul cofano e mi accesi una Lucky Strike. Fumai velocemente, tanto che la brace divenne così incandescente che mi scottai le dita. La sigaretta mi cadde dalle mani. Mi chinai per raccoglierla e fu in quel momento che vidi di fronte a me un paio di stivali di gomma verde, misura quarantasei. Mentre mi rialzavo seguii con lo sguardo quella figura. Indossava un paio di jeans lisi e una canottiera color verde militare. Era Jajà, lì davanti, imponente come una montagna. Un congolese, alto due metri e pesante poco più di cento chili. Fisico muscoloso, da rugbista, e un sorriso color avorio, luminoso e accecante.

- Ciao, mon ami.

Mi salutò con la sua voce profonda e con quell'accento tipico degli africani che parlano italiano.

Lo abbracciai e battei le mani sulla sua schiena.

- Amico mio! Sei sempre più brutto!

Mi diede uno spintone scherzoso e mi fece barcollare come un ubriaco, poi guardò dentro l'auto e mi disse:

- E' lui il piacere che ti devo fare?

- Esatto.

- Cos'hai in mente?

- Una cosa che non facciamo da anni.

Andai ad aprire la portiera del passeggero. Acchiappai Natale per un braccio e lo tirai giù dall'auto. Non ebbe neanche il tempo di fare un fiato. Lo buttai a terra, prono. Gli piantai il ginocchio in mezzo alla schiena. Il peso del mio corpo su di lui gli fece buttare fuori tutta l'aria dai polmoni, con un rantolo catarroso. Tirai fuori la mia Beretta automatica. La caricai e gliela puntai alla testa, come quel giorno in sartoria.

- Indovina chi sono? - gli dissi freddamente.

Iniziò a dimenarsi come un'anguilla quando viene infilzata viva nello spiedo, prima di essere messa sulla brace.

- Ti avevo avvertito che ti avrei colpito senza pietà.

Cercò di liberarsi in qualche modo, si lamentava e piagnucolava come una bambina. Intanto Jajà, che osservava la scena, scoppiò in una risata così forte che sembrò il ruggito di un leone. Quando smise di ridere mi disse:

- Quanto ti pagano per questo dopè?

- Questo qui è gratis - gli risposi.

- Come gratis?

- Sì, gratis. Questo bastardo ha ucciso il proprio padre, una persona che era molto importante per me - replicai. Poi gridai contro Natale:

- Hai sentito, stronzo? Hai ucciso l'uomo sbagliato.

Rinfoderai la pistola. Gettai uno sguardo al mio amico e lui capì subito cosa doveva fare. Lo raccolse da terra, prendendolo per i pantaloni, con una mano sola, all'altezza della vita, poi lo immobilizzò, stringendogli il braccio sinistro intorno al petto. Con la mano destra gli teneva ferma la testa.

Presi dalla tasca della giacca una saponetta. L'avevo rubata appositamente dal mio albergo, durante il mio lavoro può sempre tornare utile. La bagnai di saliva e ci sfregai sopra il pollice. Si formò della schiuma. Gliene misi un po' nelle pupille.

Jajà mollò la presa e lo lasciò cadere. Natale si contorse e si stropicciò gli occhi, nell'inutile tentativo di liberarsi di quel bruciore crescente, tipico dell'idrossido di sodio.

Era un metodo che avevo imparato durante l'addestramento, quasi venti anni prima. In questa maniera il prigioniero è impegnato dal tentativo di lenire l'irritazione degli occhi, non cerca di fuggire e non c'è bisogno di legarlo o ammanettarlo, anche se è una soluzione temporanea.

- Non lo uccidiamo subito - spiegai a Jajà - ma domani. Lo voglio in crisi di astinenza. Voglio vederlo immerso nella sua stessa merda. Poi mi serviranno alcune cose: due ganci da macellaio, un trapano, catene, lucchetti e un martello. Li hai?

- Ho tutto - mi rispose conciso. Poi Jajà aggiunse: - Mi sembra di capire che gli faremo lo stesso trattamento che abbiamo fatto a... - Non finì la frase perché lo interruppi malamente:

- Non lo devi nominare quel pezzo di merda!

- Gli vuoi fare proprio tutto quello che...

- No! Solo dal trapano in poi. - Feci per risalire in auto e andarmene. - Ok, ci vediamo domani.

- Tu non vai da nessuna parte, mon ami. Sei mio ospite.

Non feci alcuna obiezione, dopo tutto non avevo una grande voglia di tornare a Palermo. Posi un'ultima domanda:

- Questo bastardo dove lo buttiamo?

- Ho un posto adatto.

Jajà aveva trasformato la cantina in una stanza insonorizzata, una piccola sala prove dove suonava con i suoi amici africani. Dentro c'era la sua batteria, gli amplificatori, un impianto stereo e una libreria a muro piena di album di musica nera: Blues, Jazz, Reggae e Soul. Lo rinchiudemmo lì e gli lasciammo un secchio di plastica. Era pacifico che avrebbe avuto attacchi di diarrea e vomito.

- Là dentro può lamentarsi e urlare quanto vuole - mi disse ridacchiando. - Lo potrà sentire solo Nostro Signore, ma dubito che gli risponderà. - Ridacchiò ancora, quindi aggiunse: - Tu, naturalmente, starai nella stanza degli ospiti.



Quei due giorni furono i più caldi di quell'estate. L'aria era bollente e c'era una foschia che faceva assomigliare il sole a un disco, rosso come un tuorlo d'uovo. La casa non era climatizzata e la cosiddetta stanza degli ospiti era la soffitta. Quella notte provai a dormire in tutti i modi, ma il caldo e l'umidità furono insopportabili.

Alla fine decisi di stare all'aperto, mi presi una sedia e una bottiglia d'acqua e mi sedetti fuori dalla porta di casa.

I pensieri mi si affollarono nella testa, cercavo di capire perché la morte del sarto mi avesse così segnato.

Ho sempre cercato la figura paterna che mi era mancata, già una volta l'avevo trovata, ma fui tradito e ferito da quella persona, che si rivelò una bestia feroce, incapace di provare alcun sentimento. Totuzzo aveva perduto sua moglie, a me avevano strappato l'unica persona che mi avesse amato per quello che ero, al di là di ogni pregiudizio. Era per quella ragione che avevo accettato l'incarico a Palermo, ma ormai cercavo di metabolizzare che la mia vera ricerca era fallita.

Questa situazione comune aveva fatto in modo che si creasse un'unione spirituale, tra me e il sarto, che era stata recisa a forza, lasciandomi addosso una sensazione simile a un prurito che sarebbe passato solo grattandomi energicamente.

Reclinai la sedia sulle gambe posteriori, appoggiando lo schienale al muro e alla fine, dopo aver riordinato i pensieri, mi addormentai.

Mi svegliai all'alba, con i muscoli indolenziti dalla posizione. Ma c'era un lavoro da portare a termine.

Jajà era in piedi già da un paio d'ore. Mi aveva lasciato vicino una borsa nera con tutte le cose che gli avevo chiesto il giorno precedente. Vi aveva aggiunto alcuni articoli d'utilità: stivali di gomma, occhiali protettivi, una mascherina, guanti in lattice per non imbrattarmi di sangue. E una boccetta di ammoniaca.

Dopo colazione andammo a vedere in che condizioni era Natale. Lo trovammo rannicchiato in un angolo della stanza che tremava come una foglia e si lamentava per i dolori alle ossa. L'odore nella stanza era nauseabondo, un misto tra merda e vomito.

Ci giocammo a testa o croce chi dovesse trasportare il tossico. Vinsi io e me lo caricai sulle spalle. Iniziammo a salire le scale. Dietro di me Jajà, che teneva in mano il secchio pieno di escrementi, iniziò a imprecare in swahili, pensai stesse maledicendo la sfortuna, ma poi, tra tutte quelle parole incomprensibili, sentii il mio nome. Allora capii che ce l'aveva con me.

- Non è colpa mia se sei sfortunato, amico mio - gli dissi.

- Questa non è sfortuna, è solo merda.

Ci fu un attimo di silenzio e poi scoppiammo entrambi a ridere.

Portai il nostro ospite nella rimessa, dove avevo preparato un giaciglio di paglia. Lo buttai lì sopra, mi misi un paio di guanti di lattice e gli tolsi di dosso i suoi vestiti luridi. Mi sedetti su uno sgabello, indossai gli stivali di gomma e gli occhiali di protezione, mentre aspettavo Jajà. Era andato a vuotare il secchio nella porcilaia. Quando arrivò presi la boccetta dalla borsa e la lanciai nella sua direzione:

- Fagli annusare un po' di ammoniaca e vediamo se si riprende.

Prese la boccetta al volo e si sedette vicino a Natale. Gli strinse un braccio intorno al collo e le gambe intorno alla vita, per immobilizzarlo, e gli fece fare una lunga sniffata.

L'odore pungente dell'ammoniaca lo fece trasalire come se avesse preso una scossa elettrica ad alto voltaggio. Spalancò gli occhi e prese una boccata d'aria, così forte che gli fece andare di traverso la saliva provocandogli un attacco di tosse.

- Guarda un po' chi è tornato tra noi! - esclamai.

Mi guardò terrorizzato.

- Hai visto come mi guarda lo stronzo? - domandai a Jajà. - Probabilmente ha intuito che non vedrà l'alba di domani. - Annuii convinto. Rivolto al figlio del sarto: - Oggi, caro Natale, è il tuo ultimo giorno di vita e per questa occasione speciale ti voglio raccontare una storia classica. Conosci l'Iliade?

Emise un gemito.

- Lo prenderò per un no. Allora ti istruisco. Dopo che Achille ebbe ucciso Ettore con un colpo della sua lancia, gli bucò i tendini e ci fece passare dentro la sua cintura. Attaccò il cadavere al suo carro e lo trascinò per tutto il campo di battaglia. Questo è quello che farò a te oggi, ma da vivo e con delle varianti. Non avendo un carro da guerra, ma un'auto, non potrò bucarti i tendini perché non reggerebbero. Dovrò bucarti le tibie...

Mentre parlavo, estrassi il trapano e premetti il pulsante d'accensione. Il motorino fece un rumore stridulo e la punta da dieci millimetri iniziò a girare vorticosamente.

Il pagliericcio di Natale si bagnò di piscia.

- Non dirmi che ti sei impaurito per così poco? - mi divertii.

Anche stavolta non aspettai la risposta.

Gli bucai la tibia sinistra. L'osso vibrò per l'attrito, ma solo per un secondo. Lo trapassai come se fosse fatto di balsa.

E Natale urlò come un maiale sgozzato. Urlano tutti quando vengono sottoposti a questa procedura. Lo fanno come se fosse il dolore più grande che possano sperimentare nella loro vita. Si comportano così solo perché non sanno cosa accadrà loro in seguito.

Controllai il risultato e non ne fui molto soddisfatto. Inserii nuovamente la punta e allargai il buco col trapano, facendo un movimento circolare.

- Perfetto! - fu il commento di Jajà.

- Invece di commentare dagli un po' di ammoniaca che è svenuto - Così fece.

Bucai anche la tibia destra, un po' infastidito dalle nuove urla di Natale, più alte di prima. Ormai avrebbe dovuto essere preparato. Ma da un tossico merdoso non si può pretendere molto.

Proseguii inserendo nei fori i due ganci da macellaio.

Con l'aiuto del martello li curvai ulteriormente in modo che non potessero sfilarsi accidentalmente. Infine passai la catena negli anelli posti alla loro base e la assicurai con dei lucchetti, poi mi rivolsi al mio socio:

- Adesso è perfetto.

Presi tra le mani la catena e trascinai quel tossico puzzolente nello spiazzo dove avevo parcheggiato l'auto il giorno prima. Jajà rimase dentro a raccogliere la paglia pisciata e insanguinata.

- La prossima volta le fai tu le pulizie, mon ami! - mi urlò dietro con tono seccato.

Fuori il sole del mattino scaldava già come un altoforno e accecava, come una luce accesa improvvisamente in una stanza buia.

Attaccai la catena al gancio da traino avvolgendola un paio di volte e chiudendola con l'ultimo lucchetto rimasto. Tolsi i guanti e mi accesi la prima sigaretta della giornata.

Fumai guardando con soddisfazione il risultato del mio lavoretto. Natale era svenuto nuovamente. Mi chinai su di lui e gli spensi la mia Lucky Strike sulla guancia. Si svegliò con un gemito di dolore, quindi gli sussurrai a un orecchio:

- Devi avere ancora un pochino di pazienza, fra dieci minuti finirà tutto.

Quando fui raggiunto da Jajà, montai in auto e misi in moto. Lui si sedette nel portabagagli aperto e partimmo.

Mi diressi a passo d'uomo sul retro della fattoria, in un campo secco e pieno di sterpaglie, che una volta era stato un campo di grano.

Mi affacciai al finestrino.

- Jajà! - gridai.

- Parla!

- Sei pronto?

- Sono nato pronto.

- Come sta il nostro amico?

- Di merda, sta piangendo come un petit bebé.

- Perfetto!

Ingranai la prima e partii. Non c'era bisogno di correre. Bastò raggiungere i trenta chilometri orari per scorticarlo al punto giusto.

Girai per circa cinque minuti, finché Jajà si mise a battere sul lunotto posteriore per segnalarmi di fermare l'auto. Scesi per controllare come era messo Natale.

Il suo corpo era martoriato dal trascinamento, sporco di un misto tra sangue, terra e sterpi. Pezzi di pelle scorticata, qua e là. Si era girato a pancia sotto per aggrapparsi a terra con le mani. Le unghie gli erano saltate via. Aveva ustioni da sfregamento ed era mezzo scotennato. La faccia era diventata una maschera di sangue. Schiumava dalla bocca, ansimava e gemeva. Lo fissai per un minuto, poi mi rivolsi al mio amico:

- Direi che è abbastanza, tu che dici?

- E' cotto a puntino!

Risalii in auto e, nuovamente a passo d'uomo, tornai allo spiazzo di fronte a casa, seguendo la lunga striscia rosso scarlatto che quel pezzo di merda aveva lasciato con il suo sangue. Parcheggiai vicino alla porcilaia. Jajà uscì dal portabagagli e gli tolse i ganci da dosso. Tirai fuori la mia Beretta dalla fondina e mi avvicinai a quel corpo moribondo. Puntai alla testa.

- Vuoi dire qualcosa prima del colpo di grazia? - gli chiesi.

Natale raccolse le sue ultime forze e mi disse balbettando:

- Dimmi... chi minchia... sei?

- Sono Kingstone - risposi con sincerità. All'altro mondo già in molti conoscevano il mio vero nome, uno in più non avrebbe fatto alcuna differenza.

Premetti il grilletto.

Il rumore dello sparo si propagò con un boato per la desolata campagna palermitana.

Non restò che dare il cadavere in pasto ai maiali, che erano stati tenuti a digiuno da tre giorni, apposta per l'occasione. Prendemmo due machete e lo tagliammo a pezzi: le mani e i piedi, le gambe e le braccia. Buttammo il tutto, compreso il busto mutilato, nel porcile.

I maiali si avvicinarono festosi alla carne fresca e iniziarono a cibarsene, grufolando come se si complimentassero con il cuoco per l'ottimo lavoro. Il mio amico rimase lì davanti ad osservare la scena, conquistato dalla voracità dei suoi "ragazzi".

In quel momento avrei dovuto sentirmi soddisfatto per aver vendicato la morte di Totuzzo, ma non fu così, perché non era lui la persona che avrei voluto vendicare.

Barcollai. Caddi a terra, privo di forze, e mi misi a piangere disperato.

Quando Jajà se ne accorse, si avvicinò e mi domandò:

- Che succede, mon ami, non sei contento?

- E' morta, Jajà! Hanno ucciso Zelda e io non so chi sia stato! - gli risposi singhiozzando.

Jajà ammutolì.

Le mie lacrime di disperazione per la morte di mia moglie continuarono a cadere silenziose e inutili sul terreno, sopraffatte dal grufolio vorace dei maiali.

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