Il valore di una scala reale

di Gianluca Turconi

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Ve lo dico prima che lo scopriate da soli: sono un giocatore d'azzardo professionista. Intendiamoci, non uno di quelli che si servirebbero dell'ultima riserva d'ossigeno dei propri figli per divenire il banco in una partita di chemin de fer e neppure qualcuno di quegli sciagurati che si metterebbero a puntare sul nero alla roulette, dopo essersi accordati col croupier, senza accorgersi che uno strangolatore denebiano ha giocato sul rosso allo stesso tavolo. No, io sono diverso.

Forse, ve ne domanderete la ragione. La risposta non è difficile: io vinco. Non qualche volta o spesso, ma sempre. Quando mi rialzo dal tavolo verde, me ne vado immancabilmente con i crediti degli altri giocatori in tasca. Qualcuno dice che sia fortuna, altri lo chiamano talento, però, per quel che mi riguarda, lo vedo come un dono. Questa mia piccola abilità, unita alla prudenza di non voltare mai le spalle a un perdente dotato di un disgregatore carico, mi ha permesso di guadagnare bene e arrivare in buona salute ai trent'anni, un'età di tutto rispetto per chi bazzica bische e casinò dalla prima adolescenza, ve lo posso garantire.

Il mio gioco preferito è il poker, perché è come la vita, c'è chi vince, chi perde e chi, maledetti loro, se la cava bluffando. Ed è proprio a causa del poker che oggi mi trovo a parlare in pubblico. Mi spiego meglio entrando nei dettagli.

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Da sei mesi ho in affitto un appartamento di superficie su Hidalgo, quel gran pezzo di roccia collocato nella fascia esterna della cintura di asteroidi, tra Marte e Giove. Questo inutile ammasso di pietra, per chi non lo sapesse, ha un'unica qualità intrinseca che consiste in un'orbita molto vicina al secondo gigante gassoso, Saturno, con una grandiosa visuale delle sue lune e degli anelli. Il panorama mozzafiato attrae visitatori da ogni angolo della galassia conosciuta, alcuni dei quali hanno denaro sufficiente per comprarsi la Terra al completo e non solo un viaggio nella Cintura.

Inevitabilmente, molti di loro si sentono in dovere di fare una capatina all'hotel suborbitale di Arvidas Zukovs, in modo da usufruire della sua saletta privata al quarantesimo livello, sempre libera per una partita a poker classico con le persone "giuste". Qui comincia la storia che mi hanno chiesto di esporvi nella trasmissione.

***

Una settimana fa, ero nella hall dell'albergo in attesa di un'occasione, quando vidi arrivare Arvidas in persona, affannato come al solito nei suoi centocinquanta chili di peso. Si avvicinò stringendo alla vita un lembo della giacca bianca, come se volesse nascondere il rigonfiamento evidente nella tasca sinistra. Dai rapporti avuti con lui in passato, sospettai che vi tenesse la sua personale riserva alcolica oppure qualche aggeggio più pericoloso.

- Cercavo proprio te - mi disse, prendendomi per una manica - Ho tre extra-mondo pronti da spennare.

Per lui, chiunque non sia nato su quell'obbrobrio di pianetino chiamato Hidalgo è un extra-mondo, quindi mi premurai subito di domandargli: - Di chi stiamo parlando con esattezza?

- Niente di eccezionale - riprese, mentre mi sospingeva attraverso la hall, in direzione degli elevatori. - Ho preparato la sala per un ussurita, un karvidiano e una gormulana.

- Che diavolo è una gormulana? Non ne ho mai vista una - confessai.

- Nemmeno io - mi rispose, serafico. - Comunque, respira ossigeno ed è una grazia dal Cielo dopo la fatica che mi sono sobbarcato per approntare la piscina a elio liquido della quale ha bisogno il karvidiano.

Come potete immaginare, non conoscere nulla di un avversario mi portò a tirami indietro.

- Non gioco con razze che non conosco - lo avvisai, sganciandomi dalla sua presa e oltrepassando le porte dell'elevatore. Arvidas mi abbrancò per la collottola e mi trascinò dentro, col rischio che la partenza del mezzo verso il basso mi troncasse il naso.

- Calma, amico mio - mi imbonì.

Giuro che fui sul punto di farmela addosso nel sentirmi chiamare così. L'ultima persona che aveva avuto l'onore di ricevere quel complimento da Zukovs era finita, senza tuta pressurizzata, in un tubo lanciasiluri ed era stata poi recuperata nell'atmosfera alta di Saturno sotto forma di tracce proteiche. Almeno così si vocifera nel nostro ambiente, perché Arvidas non lascia mai testimoni.

Misi le mani avanti: - Non ho fatto niente!

- Che faccia tosta. - Mi guardò di traverso con quei suoi occhietti minuscoli persi sotto le palpebre a scalini. - E la notte scorsa passata con quelle due pollastrelle su Cerere? I miei bordelli non fanno credito.

- Oh... - Il mio cervello corse alla ricerca di una scusa. Non avendola scovata, fui costretto a ritornare alla qualità più sicura che posseggo. - Lo sai che pago sempre i miei debiti. Ti darò una percentuale delle vincite alla mia prossima partita.

- Appunto - convenne lui. - Oggi, ci sarà la tua prossima partita.

Arrivati al quarantesimo livello, appoggiò un palmo sul sensore di identificazione, senza mollarmi. La fiducia non è mai stata il suo forte.

L'elevatore si spalancò ed entrammo nella sala privata, ancora vuota. Vi ero stato almeno una cinquantina di volte, eppure, quando vi entravo, c'era sempre qualche sorpresa ad aspettarmi. Quel giorno fu la piscina a elio di trenta metri cubi, posta a fianco del tavolo da gioco.

- Davvero esiste un karvidiano di quelle dimensioni? - mi stupii.

Arvidas si accostò alla piscina e batté una mano grassoccia sul vetro trasparente.

- Assolutamente - disse. - Se hai mai pensato che io fossi grasso come uomo, il tipo che arriverà tra poco lo è molto di più per i karvidiani. Ma non discutiamo di questo. - Agitò la mano innanzi a sé. - Su, vieni a sederti al tuo posto.

Scostò la sedia di sinistra, la mia preferita, e io mi accomodai. Notai con piacere la lastra di alluminio ionizzato posta sopra la piscina.

- Vedo che hai applicato la schermatura per psicodotati - mi rallegrai.

- Non sono uno sprovveduto, i telepatici li metto sempre in gabbia.

Avrei voluto battergli una pacca sulla spalla, ma mi trattenni. Arvidas non ama le persone troppo amichevoli. Fui comunque contento che avesse pensato da solo alla schermatura. Quei bastardi dei karvidiani...

***

Un momento. Non c'è qualche karvidiano tra i collegati, vero? Fatemi controllare... No, nessuno. Molto bene. Mi sarebbe scocciato parecchio dovermi scusare dal vivo secondo il loro rituale di strusciamenti e toccatine. Vi stavo dicendo dei karvidiani...

Dal mio punto di vista sono una delle razze più insulse dell'universo. Non voglio apparire razzista, ma nel primo incontro con uno di loro, quella viscida palla di pelo ha usato i suoi poteri per entrarmi nella testa, cercando di leggere le carte che avevo in mano, e se ne è uscita cancellando definitivamente solo i ricordi della mia infanzia. Per me è una ragione più che sufficiente per sputare sul terreno dove strisciano. Adesso, però, continuiamo col racconto.

***

- Quanto devo ancora aspettare per giocare? - mi spazientii una decina di minuti più tardi. Con le dita, tamburellai scocciato sul pianale del tavolo.

- Saranno qui a momenti - mi tranquillizzò Arvidas.

A conferma delle sue parole, il sistema di sicurezza dell'elevatore annunciò l'arrivo di due giocatori. Il karvidiano, chiamato Soflek, era di un'imponenza fuori dal comune. Posso solo descrivervelo come una mongolfiera ricoperta di pelliccia. Avanzò attraverso la stanza con andatura tremolante da gelatina, sotto il carico del respiratore portatile. Approssimatosi alla piscina, rotolò su una delle pareti laterali, asportando le grosse gocce di condensa che si erano formate sulla superficie, e vi si sistemò con un tonfo, lasciando penzolare dal bordo i due arti anteriori, rosati e mollicci.

Fortunatamente, gli ideatori del Creato in cui viviamo hanno ritenuto opportuno compensare l'esistenza di quegli esseri abominevoli con l'eleganza e la corporatura atletica degli ussuriti. Il vestito blu con cui si presentò Posquith si intonava alla perfezione con la sua pelle zaffiro chiaro e metteva in evidenza i muscoli tonici delle braccia e del petto. Ne ebbi un pizzico di invidia, prima di essere distratto dalla catena che aveva in mano.

- Lei! - Additai la tigre brapta tenuta al guinzaglio dall'ussurita - Fuori di qui!

- È solo il mio animale da compagnia... - si scusò Posquith, senza traccia d'accento.

- Ovvio! Adoro anch'io questi cuccioloni da due tonnellate - condivisi - però non riesco a concentrarmi con qualcuno intorno che sbava quando mi vede. Fosse stata vegetariana...

L'ussurita parlò nella lingua madre e la tigre riprese la via dell'elevatore, scuotendo il pavimento con le zampe artigliate. Nell'uscire con un muso triste e le zanne coperte da labbra imbronciate, l'animale si voltò per dirmi: - I terrestri se la prendono sempre con me per via delle mie abitudini alimentari!

Mancava ancora la gormulana.

Spesi il tempo dell'attesa studiando gli avversari presenti. Sapevo cosa aspettarmi da Posquith. Gli ussuriti sono giocatori onesti e si piegano davanti a una sconfitta onorevole. Soflek, invece, mi mise in apprensione. Mi domandai se la schermatura bastasse a tenere la sua orribile mente rinchiusa nel suo altrettanto repellente corpo. Feci poco lusinghieri apprezzamenti mentali sulle sue madri e lui non accennò ad alcuna reazione. Mi rilassai.

- La signora si fa attendere - commentò Posquith.

- Si sa, su Gormul sono tutte così - irruppe non richiesto Soflek, grazie a un commutatore vocale di prima qualità. Pensai che per permetterselo dovesse avere un credito proporzionato alle sue dimensioni corporee.

- Arvidas, allora? - mi rivolsi a Zukovs.

- Proverò a chiamarla nella sua camera - si offrì lui.

Una voce suadente ci prese alla sprovvista: - Non sarà necessario. Sono arrivata.

La gormulana aveva superato i sistemi di protezione della sala con una silenziosità assoluta. In vita mia avevo incontrato molti generi di umanoidi, alcuni derivati geneticamente dalla mia razza, altri nati per innesto da specie affini, ciononostante nessuno, e sottolineo nessuno, mi aveva mai affascinato come accadde con Issyana.

Indossava un abito da sera lungo e nero, sorretto da spalline trasparenti che evidenziavano il collo delicato e i bei capelli azzurri. Il volto, con vaghi tratti amerindi, arricchiva la sua figura in maniera divina. Non potei fare a meno di intravedere dallo spacco laterale del vestito il più bel paio di gambe che avessi...

***

No, non posso continuare così. Scusi, signorina? Sì, proprio lei con le quattro protesi mammarie. Sono stanco dei suoi commenti del tipo: Guarda qua l'ennesimo esempio di essere umano maschilista che si perde dietro a inutili dettagli anatomici. Mi sta facendo venire voglia di regalarle una coppia di formichieri taburtiti. Potrebbe trovarla un'esperienza eccitante. Non sa perché? Provi a immaginarlo, hanno due teste e lingue molto lunghe... Ma lasciamo perdere, non ne farò una questione personale. Non è per questo che ci siamo incontrati. Vediamo di continuare.

***

Issyana si sedette di fronte a me; lo considerai il primo colpo a segno da parte del mio dono. Nel frattempo, Arvidas si accomodò al suo posto e ci ricordò le regole della casa.

- Si giocherà con un mazzo da quaranta carte, partendo dal cinque. Il primo a sinistra del mazziere effettua l'apertura, che è libera, come il rilancio nelle puntate. La quota di partecipazione alla partita è di diecimila crediti. Centomila vi saranno invece cambiati in fiche, per iniziare. Ultima avvertenza: le armi vanno dichiarate adesso.

Terminò, sbattendo rumorosamente il suo disgregatore sul tavolo, vicino al mazzo nuovo non ancora aperto.

- Umani, quanta diffidenza! - si lamentò Soflek. Riluttante, allungò un arto per depositare una scatola piena di droidi nervodistruttori.

I piccoli robot si agitarono forsennatamente, rinchiusi nella loro prigione di policarbonio traslucido, tanto da somigliare a vermi da pesca in cerca di un amo. Mi immaginai come ci si dovesse sentire con uno di quegli affari che risaliva il naso per raggiungere l'encefalo al fine di distruggere i collegamenti sinaptici umani. Rabbrividii. Era una tipica arma da ricchi karvidiani e il fatto che fosse stata progettata per danneggiare solo noi terrestri, non mi rese più simpatica quella razza di palloni striscianti.

- Nient'altro? - verificò Arvidas.

Posquith, Issyana e io ci guardammo reciprocamente.

- Nulla da dichiarare da parte nostra - dissi, parlando per tutti. Almeno su quel versante ritenni che potessimo fidarci.

- Bene, iniziamo.

Porgemmo parti diverse dei nostri corpi per l'identificazione univoca e Zukovs provvide a consegnarci il corrispettivo di centomila crediti in piccoli dischi di plastica e a effettuare la prima distribuzione di carte.

Non so dirvi cosa porti altre razze a essere affascinate da quei semplici rettangoli colorati, ma avere colonne di fiche innanzi a me e la prima mano di carte da gioco tra le dita mi diedero un'inspiegabile sensazione di potere assoluto.

Guardai soddisfatto ciò che mi era stato assegnato dalla sorte: doppia coppia di sette e sei, un ottimo inizio. Dopo l'apertura di Posquith, piuttosto bassa, e le nostre puntate a coprire, si passò al cambio delle carte. Gli altri ne chiesero due, mentre io mi limitai all'unica mancante.

Arvidas me la passò facendola scorrere sul tavolo. L'alzai sapendo cosa aspettarmi. Era un sette, per un full in piena regola. È sempre stato così per me. Le carte che mi mancano sembrano subire un richiamo irresistibile e mi vengono date al momento in cui mi servono, mai prima, mai dopo.

- Tris di cinque - iniziò Soflek. Mostrò le carte con equilibrismi eccezionali dell'arto sinistro, somigliante a un'anguilla poco abbronzata.

- Dannata fortuna karviadiana - recitò Arvidas, rivelando la sua misera coppia di re.

Nella rotazione delle dichiarazioni, Posquith perse con una doppia coppia senza figure e infine Issyana calò, uno a uno, tre meravigliosi assi.

- La nostra ospite non è soltanto bella, ma anche brava - dissi nel sbarazzarmi della mia mano vincente. Sparsi le carte coperte sul tavolo e Arvidas le raccolse alla svelta, reintroducendole nel mazzo.

Quando si gioca con un complice in una partita per spennare tre danarosi visitatori, la prima regola che non si deve mai violare è: evitare di dare nell'occhio. Si può, anzi si deve perdere all'inizio, per invogliare gli avversari ad aumentare le puntate. Si può anche scegliere chi far vincere. Qualche volta il meno bravo, qualche altra il più simpatico, in quell'occasione io scelsi la più attraente.

Continuammo così per un'ora. A poco a poco, le fiche iniziarono a spostarsi dalla parte di Issyana e mia. Arvidas era tranquillo, avrebbe avuto il suo tornaconto. Al contrario, Posquith era teso, tuttavia non lo espresse, in ossequio al codice di autodisciplina della sua razza. Solo Soflek diede segno di essere sul punto di perdere le staffe.

Inghiottiva a grandi sorsi l'elio della piscina e, a un certo punto, si ritrovò inclinato su un lato, col ventre semicoperto dal liquido, come una balena spiaggiata. Aveva i peli ritti quasi fossero spilli infissi in una palla di spugna.

- Possiamo prenderci una pausa, se le serve - proposi, mentre mi godevo il suo crescente disagio, secondo dopo secondo.

In risposta, ottenni un'oscena sequela di boccheggi, sibili e botti che ebbi difficoltà a ricondurre a un dialetto karvidiano comprensibile. Distinsi un Karwwiltz, un Cooblet e altri epiteti sconosciuti con cui mi etichettò, la traduzione dei quali mi fu risparmiata dal sistema di censura del commutatore vocale.

- Come preferisce, Soflek. Tocca a me il mazzo.

Lo presi dalla stretta gentile di Issyana che mi sfiorò la mano scoccandomi un sorriso. Fu allora che la mia attrazione per lei divenne desiderio.

***

Fatemi riposare un attimo. Non sono abituato a mantenere un collegamento tanto a lungo. Vi ringrazio, perché siete un pubblico molto paziente e attento. Anche lei, signorina. Deve scusare il mio commento sgarbato di prima, ma nelle mie condizioni attuali... Ecco, la fatica è passata. Vediamo di finire.

***

La pila di fiche che Soflek aveva davanti a sé era minima, qualcosa come duemila o tremila crediti. Decisi perciò di portargli via anche quelli per controllare se si sarebbe ritirato o fosse disposto a giocarne altri centomila.

Mi ritrovai in mano quattro stupendi dieci e nella puntata superai volontariamente quanto il karvidiano aveva a disposizione. Lui si dondolò nella vasca, facendo fuoriuscire un'ondata di elio che vaporizzò all'istante nell'aria a temperatura ambiente. Pretese un nuovo accredito.

- Vedo la sua puntata - disse - e rilancio di novantamila.

- Passo - si decise Posquith, imitato da Arvidas.

- Anch'io - mi annunciò Issyana con la sua voce melodiosa. Mi ripromisi di chiederle un appuntamento finita la partita.

- A quanto pare, siamo rimasti noi due, Soflek - lo sfidai, lanciando la cifra necessaria sul tavolo.

Sventolai i miei dieci e quella rozza creatura prese a gonfiarsi fino a riempire lo spazio libero nella piscina. Spinse un suo membro rosa verso il basso e io temetti che volesse liberare i nervodistruttori, perciò lo colpii con un pugno nel bel mezzo del piccolo arto.

- Così lo ammazza! - gridò Posquith - È il suo organo riproduttivo!

La velocità con cui ritrassi la mia mano fu pari solo alla rapidità con cui Soflek si afflosciò, privo di sensi.

Se non mi fossero stati tanto antipatici e mi fossi interessato anche alla loro anatomia e non solo a quella di Issyana, avrei saputo che i karvidiani sono abbastanza simili agli umani negli apparati riproduttivo ed escretorio e avrei subito scorto l'incongruente presenza di tre arti anteriori, mettendola in relazione alla quantità enorme di elio bevuto. In effetti, hanno un modo singolare per chiedere di andare al bagno...

Dovetti spiegare queste e altre questioni alla squadra d'emergenza che intervenne per trasportarlo con la massima sollecitudine al centro medico su Titano. Fui costretto a sorbirmi persino lo sguardo di scherno della tigre brapta che scuoteva sconcertata il capo, non avendo abbandonato la posizione di riposo dentro l'elevatore. L'ussurita mi strinse comunque la mano.

- Preferisco finire qui la partita, prima che scopra anche i miei punti deboli... - mi comunicò con una risata.

Rimasto solo con Arvidas e Issyana, c'erano poche alternative. Il poker a tre è un passatempo per dilettanti. Fu l'ammontare del credito vantato dalla gormulana a sconvolgermi. Aveva guadagnato all'incirca quarantamila crediti e glieli avevo concessi io. Anche se possedevo denaro a sufficienza per pagare il mio debito con Zukovs e uscirne vincitore, non mi andava giù che si spargesse la voce che qualcuno mi aveva tenuto testa.

Pertanto, le proposi: - Poker a carte scoperte?

- Con estremo piacere.

Mi prese sottobraccio e mi consentì di accompagnarla al tavolo. L'eccitazione mi stordì per qualche istante.

Mezz'ora dopo avevo perso non solo le vincite della giornata, ma anche quasi l'intero capitale iniziale. Arvidas girava attorno al tavolo come una iena a digiuno da una settimana. Da parte mia, ero roso dall'incapacità di sconfiggere la gormulana e dalla preoccupazione di conoscere di persona quanto fosse stretto un tubo lanciasiluri.

Ci ritrovammo alla mano finale con Issyana che aveva appena scoperto l'ultimo otto di un poker assurdo e io che mi perdevo dietro alla lucidità delle sue labbra. Fissai le mie carte. Avevo, uno in fila all'altro, un asso, un re, un fante e un dieci di picche. Mi mancava una normalissima regina per ottenere una scala reale con cui evitare un viaggio a pressione zero.

- Mi dia pure la carta - proposi, vedendola già pronta a passarmela.

- Eccola che arriva.

Durante il movimento del suo braccio, pensai che nell'universo esisteva una discriminante apparentemente irrazionale che innescava la fusione nelle stelle invece di lasciarle fluttuare come nuvole di gas inerti, che piantava il seme della vita su quel dato pianeta piuttosto di un altro e che, nonostante tutto, avrebbe guidato quella regina da me. Mi scappò anche una preghiera silenziosa.

E la regina venne. Di cuori.

Fu il caos arrivato a scombussolare l'ordine naturale delle cose.

Balzai in piedi. - Sei una professionista!

- Non so di cosa stia parlando - si difese lei.

- Stai barando! - rincarai. - Non so come, ma stai barando!

- Andiamoci piano con le accuse - mi suggerì Arvidas.

- Mi gioco la testa che ha barato! - sbraitai.

Il mio corpulento socio mi guardò come per dirmi: non ti preoccupare, ti aiuterò io a staccarla dal collo!

Afferrai Issyana per un polso e la scossi. - Dimmi come fai a vincere!

Gli imprevisti sono parte del mio lavoro, però non mi sarei mai aspettato che spuntassero fuori, da sotto il vestito da sera della gormulana, due zampe segmentate robuste quanto il collo di un toro. Dove le tenesse nascoste in quel corpicino minuto, non mi avventuro a dirlo, tuttavia col loro sfregamento la stanza si saturò dei feromoni che le erano serviti per circuirmi durante la partita.

Mentre il mio desiderio per lei cresceva a dismisura, mi aggredì la faccia con una zampa e rilasciò una sostanza corrosiva, condendo il tentativo di omicidio con un: - Muori, miserabile bipede!

Il dolore divenne presto insopportabile e l'ultimo ricordo cosciente che ho di quei fatti è la liquefazione del corpo di Issyana causata dal colpo di disgregatore sparato da Arvidas.

***

Questo è quanto, signore e signori. Così sono arrivato a essere qui in teleconferenza neurale a spiegarvi la mia storia per conto dell'Associazione contro le Truffe nel Gioco d'Azzardo, unicamente per pagarmi il conto del chirurgo plastico e il debito raddoppiato con Zukovs. Ahi!

Dottore, faccia attenzione, santo cielo! Mi deve ricostruire il nervo ottico, non trapanare il cervello!

Perdonate l'intermezzo inopportuno. Tornando a noi: ancora mi sfugge se il sorriso di quell'ultima regina non abbia allietato una mia nuova vittoria perché ero distratto dalla gormulana o se abbia ricevuto un messaggio di moderazione per il mio futuro come giocatore da parte di qualche entità superiore. Comunque sia, ho compreso appieno il valore di una scala reale. Mi è costata un occhio della testa e non è solo un modo di dire...

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