Tra realtà e noir

a cura di Maurizio Garreffa

"Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà."
(Shirley Jackson)

Scrivere di paura non è una cosa da ridere.

Ci insegnano che far divertire è difficile, ma non è che mettere paura alle persone (in questo caso ai lettori) sia semplicemente nascondersi dietro un angolo buio e gridare "bu!" al momento opportuno. Come dice Stephen King, "il sangue non è una questione di splatter", ma tutto ha un senso. Il noto autore americano si riferisce alla sua opera prima, Carrie, dove la presenza del sangue la fa da padrona: Carrie è un romanzo breve che parla di una ragazza con capacità telecinetiche, ma i momenti cruciali della storia sono conditi dalla presenza dell'idolo rosso, il sangue appunto. King afferma che è un po' come un marchio di fabbrica per chi scrive thriller e, soprattutto, horror. Ma la lezione del noto autore è che non bisogna essere degli splatter, il sangue deve significare qualcosa, che sia simbolico oppure no.

Aggiungo che tutto deve significare qualcosa, nella maggior parte dei casi.

Nessuno di noi crede realmente ai fantasmi nascosti dietro le porte, che c'è un mistero da risolvere giusto per passare un po' il tempo o che ci sono mostri sotto i letti in cui dormiamo. Questo tipo di scrittura serve per "risvegliare" qualcosa nel lettore ed è utile per "indagare" i suoi sentimenti più nascosti: dunque, un'attività seria. Jack London, nel volume Pronto soccorso per scrittori esordienti, chiede: "giovane scrittore, hai qualcosa da dire, o credi soltanto di avere qualcosa da dire?".

Bisogna aver qualcosa da dire. Non si deve far paura per caso.

Una storia di horror può non avere senso, perlomeno all'apparenza, può non insegnare nulla, ma in realtà credo ci sia bisogno di un esame approfondito, che scenda a studiare la psiche umana e le sue reazioni di fronte all'ignoto. Come si reagisce alla paura?, questa la domanda. Credo abbia ragione il professor Montague, protagonista de L'incubo di Hill House dell'americana Shirley Jackson: "la paura è la rinuncia alla logica, l'abbandono volontario di ogni schema razionale. O ci arrendiamo alla paura o la combattiamo; non possiamo andarle incontro a metà strada." Nei racconti di Edgar Allan Poe non c'è solo paura allo stato puro, ma studio interiore: "l'irrazionale in Poe è legato ai limiti e alle ossessioni di una razionalità in crisi che gioca e soffre con la propria inadeguatezza". Faccio riferimento a Il cuore rivelatore (ma anche a Il gatto nero, se vogliamo): in quella storia c'è un uomo nervoso convinto di non essere pazzo. Ha progettato così bene il suo omicidio che non può certo essere matto. È paziente e, soprattutto, cosciente di quello che fa, tanto che arriva a scherzare con la polizia. Ma il "ronzio" dell'uomo che ha ucciso è così forte che pensa lo sentano anche gli agenti e confessa così l'omicidio. In realtà il suono era nella sua testa. Questo mi sembra un buon modo per spiegare la paura e Poe, manco a dirlo, è padre e ispiratore di molti autori di horror. Per fare una breve differenza, mentre in Poe il terrore nasce dall'io interiore, per H.P. Lovecraft (il solitario di Providence) nasce da un "di fuori" terrificante.

Così scrive anche King, del quale vorrei prendere in esame il racconto Il baubau, compreso nell'antologia A volte ritornano. La storia coinvolge il lettore perché è descritto ogni pensiero e sensazione del protagonista, un uomo disperato perché si sente responsabile della morte dei suoi figli. Come in Poe, l'uomo appare come un malato di mente, sentimento causato da paura, rimorso, dolore e dal sospetto che "il baubau" esista. La cosa più strana e sconvolgente, è che il baubau esiste davvero. Rispetto a Poe non c'è ambiguità nel finale, ma è tutto molto diretto e vicino al mondo del lettore, per di più con un finale sconvolgente, e c'è un forte livello di suspance. Ecco, credo proprio ci voglia "verosimiglianza" nelle vostre storie di paura, come se ciò che raccontate possa accadere da un giorno all'altro: la vostra storia non deve avere toni enciclopedici, né il tono pedante di certi scrittori che vogliono fare i saccenti. Gli stessi padri fondatori del romanzo poliziesco lo dicevano: Wilkie Collins e Emile Gaboriau, appunto, impararono la capacità di non uscire mai dalla realtà quotidiana, per creare tensione e tenere il lettore con il fiato sospeso (pare che Collins abbia imparato la lezione da Charles Dickens).

La paura è ovunque e nasce da qualunque cosa, ammettiamolo. Tutti abbiamo bisogno di sentirci protetti nei nostri piccoli spazi; molti, da bambini, hanno avuto paura che qualcosa con gli artigli uscisse da sotto il letto o da dietro l'armadio per afferrargli le gambe o le braccia. C'è, come dire, un filo sottile che ci conduce dalla sanità alla pazzia e il bello (o il brutto, a seconda del punto di vista) è che alla gente piace il macabro, anche se professa di detestarlo. In una recensione di una rivista italiana dedicata al cinema è venuto fuori che certi film dell'orrore sono realizzati per coloro a cui piace vedere le moviole degli incidenti d'auto o degli omicidi. È vero se ci pensiamo: soprattutto oggi, dove la cultura dello splatter, del sangue gratuito e del cadavere in mezzo alla strada vanno in un certo senso di moda. Quante volte, sulla prima pagina di un giornale, troviamo la foto del cadavere di un suicida o di un morto ammazzato: è perché la gente vuole vedere quello. Sono le stesse persone che si girano quando sentono avvicinarsi un'autoambulanza a sirene spiegate o che si fermano di fronte a un pestaggio. Il male nelle sue forme più varie piace alla gente, è questo il problema.

A questo proposito vorrei riportarvi di seguito un brano tratto da A volte ritornano di King:

"La paura è lo stato d'animo che ci acceca. Di quante cose abbiamo paura? Abbiamo paura di spegnere la luce con le mani bagnate. Abbiamo paura di conficcare un coltello nel tostapane per tirare fuori la fetta incastrata senza prima staccare la spina. Abbiamo paura di quello che può dirci il medico quando la visita è finita; o quando l'aereo precipita improvvisamente in un vuoto d'aria. Quando nostra figlia promette di essere a casa per le undici ma è ormai mezzanotte e un quarto e la pioggia batte come pietrisco contro i vetri, fingiamo di guardare tranquillamente la televisione ma ogni tanto l'occhio corre al telefono muto e avvertiamo quell'emozione che ci rende ciechi, che furtivamente manda in rovina i processi mentali. (…) La paura ci rende ciechi e noi tocchiamo ciascuna paura con l'avida curiosità dell'interesse personale, cercando di ricavare un intero da cento parti."

E ancora questa parole tratte da Fear: A Cultural History di Joanna Bourke:

"Per citare le parole pronunciate dall'arcidiacono R.H. Charles nel 1931, la scienza avrà anche smascherato molte superstizioni del Medioevo e la fallacia del pensiero magico, sia laico che religioso, del passato e del presente ma, al loro posto, ha introdotto nuove paure che dominano la nostra vita dalla culla alla tomba."

La paura, dunque, non è solo una questione personale, non stiamo parlando di questo. Credo sia una questione culturale, che non è altro da noi e con la quale dobbiamo fare i conti. Di che cosa si può avere paura oggi, a livello reale? Dello stupro, per esempio, che è un problema molto concreto. Di un attacco terroristico, dell'esaurimento del petrolio, della mancanza di trasparenza da parte delle istituzioni, dello scioglimento dei ghiacci, che nostro figlio abbia un incidente in moto, di un violento terremoto in una zona fuori dalle norme antisismiche, di un rapimento. I media stessi oggi ci mettono paura con notizie allarmistiche e sensazionalistiche, anche se la maggior parte del pubblico le prende per quelle che sono. Ma ci sono storie raccontate che fanno, come dice la Bourke, "leva sull'interruttore della paura". Notizie che suscitano il panico e portano a gesti inconsulti, ma anche film che causano danni non indifferenti nella psiche di certi spettatori. Tutto questo per dire che la paura esiste, e che lo scrittore di horror non deve vergognarsi a tirarla fuori e a maneggiarla.

Come dire che ovunque potrete trovare quel qualcosa che sale le scale nella biblioteca di Borges.

"Davanti ad un racconto dell'orrore, non riusciamo a credere realmente a quello che leggiamo" continua Stephen King. Siamo abbastanza adulti da saper accettare certe storie piuttosto che altre. Forse è vero che le storie che fanno davvero paura sono quelle raccontate da Dostoevskij, MacDonald, sono i cortometraggi sull'11 settembre o sul metrò di Madrid, sono gli orrori della guerra nazista, le favole macabre sulle tragedie albanesi, le terribili testimonianze sull'autodistruzione della Cambogia. Oppure la vecchiaia, la solitudine, l'alienazione, le brutture della vita. Dice King a questo proposito:

"Il racconto di mostruosità e di terrore è come un cesto riempito alla rinfusa di fobie: quando l'autore passa accanto a voi, prendete dal cesto uno dei suoi orrori immaginari e deponete al posto di quello uno dei vostri orrori reali… almeno per un po' di tempo."

Molte delle storie di paura che leggete sono un modo per raccontare qualcosa d'altro, qualcosa di reale: Il miglio verde denunciava la sedia elettrica e il braccio della morte tanto per dirne una; L'incubo di Hill House è servita alla Jackson per parlare della solitudine e così via. Non ci sono paure inesistenti, purtroppo.

Il lettore legge e compra i libri dell'orrore perché è consapevole di questo e a suo modo vuole indagare.

Infine, abbiamo paura di cose che spesso sono spostamenti di paure reali. Freud racconta la storia del piccolo Hans, un bambino terrorizzato dai cavalli bianchi. In realtà, la paura degli equini nasconde il terrore nei confronti del padre, spostata dal piccolo sull'animale, per dare un senso al suo disagio che non poteva essere proiettato su una persona vivente e familiare. Come spiega il psichiatra Vittorino Andreoli, quando parliamo delle paure degli oggetti (Ho paura dei ragni! Ho paura dell'aereo!), potrebbe darsi che l'oggetto raccolga una paura che deriva da altre cause.

L'autore di horror credo faccia proprio questo.

Come si scrive una storia di paura? Come fare a mettere insieme una ghost story alla Peter Straub o arrivare a farsi considerare ottimi autori come Dean Koontz? Non saprei, non c'è una legge, non esistono canoni (anche se in molti si divertono a scrivere manuali di vario genere: King, per esempio, gli stessi Strunk e White da lui citati, oppure il discutibile How to write horror fiction di William F. Nolan). E non si deve partire da un tema per arrivare alla storia o nascerà qualcosa di sbagliato e noioso. Si parte sempre dalla storia, da una situazione, dalla vita di un personaggio, e poi semmai si arriva al tema. Occorre verosimiglianza, inoltre, come dicevo prima: la storia potrebbe succedere. Nessuno vi crederebbe mai se metteste assieme una storia alla H.P. Lovecraft (per esempio Le montagne della follia con i suoi "invisibili" dialoghi. Vi ritrovereste a scrivere saggi!): bisogna narrare una favola che tenga il lettore con il fiato sospeso, affascinato, perduto in un mondo particolare. La storia domina l'arte dello scrivere, oltre quella è tutto noia e pedantismo o enciclopedismo. Lo scrittore dovrebbe scomparire dalla scena, per così dire, per dar vita alla quotidianità che mette sulla carta. Annamaria Fassio, per molti anni giallista della Mondadori, raccomanda proprio di:

  1. Avere se possibile qualche amico questurino, avvocato o altre fonti attendibili per rendere la nostra storia aderente alla realtà che ci circonda;
  2. Non disdegnare qualche cenno storico. Calibrato, magari ironico, magari irriverente;
  3. Le descrizioni non dovrebbero superare le cinque/sei righe perché, lo ricordo, esistono ottime guide turistiche adatte allo scopo.

Ecco due righe tratte da Il racconto poliziesco di Giorgio Ghidetti:

"Il vero attore di tutta la vicenda è il caos, un elemento che può essere definito reale e fantastico al tempo stesso. La sua astrazione nelle vicende umane è un tragico inganno, in realtà la sua concretezza diventa veramente il simbolo della perdizione umana. Lo scopo di Borges è fin troppo scoperto: il racconto e la vicenda devono affiorare da una nebbia che ha allo stesso tempo il carattere del linguaggio popolare…"

Siate determinati quando scrivete e curate i dialoghi, perché ciò che esce dalla bocca delle vostre creature deve essere reale e credibile (fatevi ispirare da On Writing – Autobiografia di un mestiere) e non artificioso o artefatto: bisogna che il personaggio parli liberamente così come ci si aspetta che faccia.

Ogni personaggio deve avere una voce propria, riconoscibile. Sono i dialoghi che svelano tutto, in particolar modo i caratteri e le emozioni. King, inoltre, dice di usare le parole per quelle che sono e per come vengono usate nelle realtà senza vergognarsi. Siate aggressivi al punto giusto e reali, semplici e diretti, ma non usate volgarità gratuite (su un sito internet dedicato ai racconti di paura, una giovane autrice diceva che "l'uomo si trovò una paura tale da sentirsela camminare su per il buco del culo". Credo non ci sia bisogno di spiegazioni). La paura, come dicevo all'inizio, non è questione di mettersi dietro un angolo buio e saltare fuori all'improvviso. Occorre studio e attenzione. Ricordatevi che tutto fa più paura, se è vicino alla realtà. Detto questo, dovete lavorare di fantasia e quella mi auguro non vi manchi: una storia di paura può nascere da qualunque cosa e in qualunque momento. E ricordate quello che disse Oscar Wilde, cioè che "non esistono libri buoni o libri cattivi, esistono solo libri scritti bene o scritti male".

Ma se volete iniziare, vi consiglio di non scrivere un racconto ambientato in America se non ci siete mai stati. Secondo me, bisogna scrivere di quello che sappiamo, perché è da quello che traiamo il meglio di noi stessi. Scrivere di quello che sappiamo e di quello che ci circonda. Non serve mettere chilometri davanti a noi: una storia raccontata a Chiavari, a Equi Terme, a Trento e così via possono anche essere lette a Roma, a Berlino o a Londra se non cadono nel provincialismo. D'altra parte, tutti leggiamo un sacco di storie ambientate chissà dove, ma non ci poniamo il problema di dove siano questi posti. Una bella storia, per avere successo, non deve essere ambientata per forza a New York ma può benissimo svolgersi a Bagnara Calabra. La Fassio consiglia, per uscire dal provincialismo:

  1. Scrivere una storia che possa essere letta anche a Tokio;
  2. Non lasciarsi tentare da esotismi nostrani. Nessuno di noi è Gadda, anche se vorremmo esserlo, perciò bando alle inflessioni dialettali che nessuno poi capisce. Tantomeno a Tokio.

Lavorate concentrati: un angolino semi illuminato in casa vostra andrà benissimo. Servirà per immergervi nei vostri mondi paralleli, che è poi quello che vogliono i vostri lettori. Staccate il telefono e chiudete la porta. Se servirà per concentrarvi ascoltate musica di sottofondo. Ci sono alcune melodie adatte alle storie dell'orrore. Vi consiglio Ludovico Einaudi, soprattutto se siete a corto di idee: i brani "Le onde" e "Tracce" sono fantastici per trovare l'ispirazione. Sarebbero perfette per un film di Kubrick.

Oppure Michael Nyman, con musiche un po' trionfalistiche e solenni, ma andrà bene lo stesso.

Abbiate il coraggio di scrivere quello per cui vi sentite portati, e se è il mondo della paura e del terrore, benvenuti. Sappiate che in Italia ben pochi scrivono horror, che nessuno di loro ha molto successo, che c'è un mercato asfittico e che di Valerio Evangelisti ce n'è uno solo. Comunque, dite la vostra e siate convincenti, la gente vi ascolterà. Perché in ognuno di noi c'è il mostro cattivo tenuto al sicuro in una stanzetta a tenuta stagna. Voi siete la chiave.

Trovate la porta.

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