Irrefrenabile passione

di Simonetta Santamaria

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Tunf tunf tu-tunf tunf tunf tun tun-tun-tun

Non ne posso fare a meno. Non più.

Era partito tutto così, per gioco, tra i palazzi lerci e fatiscenti del Cavone, marci dentro e fuori come i denti di un vecchio. Tirare quattro calci a un pallone spellato era quasi un rito liberatorio, un modo per esorcizzare le nostre paure, celare le nostre debolezze di ragazzini; dimostrare a quella scoria di mondo di saper governare una palla era come dire guardateci, così come siamo, siamo anche i padroni di noi stessi. Tutto per il terrore di finire come i tanti Antonio, Peppe, Ciro o Enzo che hanno transitato nelle nostre vite, giovani fantasmi buttati in un angolo di strada senza più una volontà, schiavi di una polvere bianca e di una Signora Nera che paziente li ha attesi tutti, dietro quell'angolo.

O come Giovanni pitrentotto, Pasqualone 'o gruoss', Gennaro 'a mulazza (per via che murava la gente nei pilastri di cemento armato), Tonia cas' e puteca, un grottesco travestito che spacciava direttamente dal basso dove abitava, e ancora Antonio, Totore, Enzuccio, che entravano e uscivano da Poggioreale più di quanto entrassero o uscissero dal cesso di casa loro.

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Tunf tunf tu-tunf tunf tunf tun tun-tun-tun

Io non volevo finire così. E non volevo finire come mio padre, camorrista di punta affiliato a un potente clan della zona. Assassino di professione, padre part-time. Molto part. No-time, direi. Non credo neppure che ricordasse il mio nome, quelle rare volte che si rivolgeva a me mi apostrofava con un distratto accompagnato da un cenno della mano. Avevo paura della sua pistola, che viveva con noi, condivideva con noi la tavola, il divano, il letto. Di quella pistola che incombeva su di me e mi guardava col quell'unico occhio scuro, spaventoso e ammaliante allo stesso tempo, giurandomi che prima o poi anch'io sarei stato suo. Soprattutto, avevo paura dell'altro me stesso, il mio alter ego silente, quello che ristagnava in un angolo buio del mio essere, in attesa del balzo.

Per una questione di genetica.

Tunf tunf tu-tunf tunf tunf tun tun-tun-tun

La mia famiglia ha un albero genealogico pieno di assassini. Lo è mio padre, lo era mio nonno, prima che un altro migliore di lui lo seccasse con due colpi alla testa, i miei zii, i miei cugini. Camorristi e assassini. Mio fratello ci arriverà, per adesso è ancora un praticante ma si è avviato bene; tra poco battezzeranno pure lui.

Non mi piacevano. Nessuno di loro. Non mi piaceva sentire i loro discorsi, godere delle loro imprese, e non mi piacevano le loro pistole. A me piaceva solo tirare calci a quel pallone spellato.

A me e a Nicola.

Nicola era il mio migliore amico. Anche lui si sentiva un fuori razza. Se la nostra vita è già un vomito, diceva, non vedo perché affannarci per trasformarla in una merda. Noi avremmo fatto soldi ma non spacciando droga o ammazzando persone; noi saremmo diventati calciatori. Solo appresso a quella palla ci sentivamo noi; liberi, potenti e inarrestabili, fonte di ammirazione per i più piccoli, di invidia per i coetanei che la sera si fermavano a guardarci giocare, quando la galleria Umberto si svuotava di passanti e turisti per riempirsi di noi, dei nostri schiamazzi appassionati, dei rimbombi del pallone contro le saracinesche dei negozi.

Loro non avevano quel dono, nei piedi. Noi, eravamo la poesia.

In realtà Nicola e io avevamo un segreto.

Tunf tunf tu-tunf tunf tunf tun tun-tun-tun

La pallatesta, lo chiamavamo. Era il nostro gioco. Al posto del pallone ci figuravamo la testa dei nostri genitori. La colpivamo con forza e, cazzo, vedevamo davvero gli occhi strizzarsi e la bocca ora contorcersi, ora spalancarsi per il dolore a ogni calcio; la calciavamo con odio, perché ci volevano plasmare a loro immagine e somiglianza. E poi la rincorrevamo e la colpivamo ancora e ancora, dribblando ogni avversario che volesse impedirci di raggiungere la nostra meta. Sentivamo di essere appagati soltanto dopo averla infilata in quella nostra porta immaginaria, intrappolata tra le maglie di un destino che non ci apparteneva.

Tunf tunf tu-tunf tunf tunf tun tun-tun-tun

Abbiamo lavorato sodo, perché volevamo arrivare in alto, noi. Serie A, la Nazionale, magari. Se uno non insegue i propri sogni che campa a fare... Io, poi, inseguivo i miei sogni più che altro per sfuggire ai miei incubi.

A questo punto dico che avrei preferito che le nostre strade si fossero separate, per sempre. E invece ecco che me lo ritrovo affianco a una selezione per la Scafatese, una squadra campana di serie D in cerca di un buon attaccante. Avevano raschiato ogni riserva delle squadre minori ed erano arrivati a noi. Noi e un'altra decina di uomini senz'arte né parte. Non erano certo un problema, loro.

Tunf tunf tu-tunf tunf tunf tun tun-tun-tun

Sapevamo bene entrambi che quello poteva anche essere l'unico tram che la fortuna ci avrebbe offerto. Niente errori. Saltare su o restare a terra.

Quella mattina io detti il massimo. Ma mi sembrò che Nicola avesse fatto meglio. Molto meglio, dannazione. Ci pensi, diceva tutto eccitato, magari ci prendono tutti e due, insieme, ma sì, ci pensi? E io sì che ci pensavo, porca puttana. Pensavo che quelli ne volevano solo uno, di attaccante. E avrebbero scelto il migliore. Non era più soltanto una palla spellata da inseguire, lì c'era in ballo un sogno, il sogno di una vita. L'unica opportunità di distruggere l'altro me stesso.

Aspettai che tutti si addormentassero. 'A criatura, come amava definirla mio padre, occhieggiava cupa da quell'orrendo comò anni '70.

Toccami.

Non avevo mai avuto il coraggio di toccarla, prima. Temevo che mi avrebbe stregato all'istante, come Circe, trasformandomi in uno spietato assassino. La sfiorai; la canna era liscia e fredda.

Prendimi. Stringimi.

Era pesante. Pensai alla leggerezza con la quale mio padre la reggeva, al pari di com'era capace di reggere la sua coscienza.

Portami con te.

Sembrava l'invito di un'amante languida. Lei mi avrebbe guidato. Lei avrebbe agito. Lei avrebbe risolto il problema. Per me.

Fuori, come ogni notte, il malsano Cavone rigurgitava senza riposo i suoi fantasmi. Cristo santo, e pensare che Francesco Saverio Correra era un avvocato... Sfilai tra loro a testa bassa, quasi ci passai attraverso, evitando di guardarli in faccia per paura di vedere me stesso.

Bussai alla porta di Nicola, tre palazzi più sotto. Non attesi neppure che mi chiedesse che ci facevo lì a quell'ora, se l'avessi fatto mi sarei messo a piangere. Gli freddai quel maledetto suo solito sorriso di benvenuto, gli spensi quell'ingiusto sguardo felice di vedermi trasformandolo in un'occhiata smarrita prima, disperata poi, sentendo la vita scivolare via, inesorabile.

Tunf tunf tu-tunf tunf tunf tun tun-tun-tun

La mano ferma di mio padre non gliene avrebbe dato il tempo. Invece Nicola mi parlò. Biascicò quelle parole afferrandomi per una mano e, con un ultimo, titanico sforzo, trascinandomi a terra con lui. I derby non si possono perdere, disse. Allora mettici 'sta X, sulla tua schedina. E mentre lo diceva, io cadevo su qualcosa di gelido che mi lacerò le viscere. Rimasi così, a pancia in giù, accanto al mio amico morente, incapace di muovermi, perfino di respirare. Un dolore indescrivibile si andava irradiando a ogni particella del mio corpo. Toccai quel moncone che fuoriusciva dall'addome. Cazzo, mi hai... mi hai accoltellato... mormorai. E c'aggia fa', rispose, mio padre la tiene nascosta, la pistola. Ma so' contento che sei venuto prima tu da me... io non so se avrei avuto il coraggio di ammazzarti.

Tunf tunf tu-tunf tunf tunf tun tun-tun-tun

Avevo ragione, dunque. Non avremmo mai potuto sfuggire alla bestia che covava in noi, Nicola e io. Nessun pallone, nessuna passione sarebbe riuscita a cancellarne l'esistenza: era tutto scritto.

Nel nostro codice genetico.

Pura illusione. Essere o meno un assassino dipende dal proprio DNA.

Tunf tunf tu-tunf tunf tunf tun tun-tun-tun

Questo rumore mi accompagnerà per sempre. A pensarci c'è da impazzire.

Sapete cos'è? È un pallone. Un pallone che rimbalza contro un muro e torna indietro. Io sono qua, prigioniero in una specie di corridoio trasparente, stretto e lungo, isolato da tutti, solo con il mio pallone. Sempre uguale, comunque io lo colpisca e indipendentemente dalla forza che ci metto nel farlo, lui trotterella di nuovo verso di me come un fottuto cagnolino fedele. Sempre uguale, il maledetto. Tunf tunf tu-tunf tunf tunf tun tun-tun-tun. Non posso ignorarlo, sono costretto a colpirlo. Altrimenti lui colpisce me. E lo fa a tradimento, armandosi miracolosamente di certe lame maligne, sottili e taglienti come rasoi che mi affettano solo se mi sfiorano. E il dolore è lancinante, urente, mille, mille volte peggio di quello che ho provato quando sono morto. Una specie di fottuto contrappasso: prima o poi, il pendolo torna sempre indietro.

Tunf tunf tu-tunf tunf tunf tun tun-tun-tun

Loro sì che hanno inventato un gioco davvero spietato, altro che la nostra stupida pallatesta...

A proposito, posso vederlo, Nicola. Lontano, in una specie di corridoio trasparente simile al mio, anche lui solo col suo pallone. Se non lo colpisce gli scaricano addosso una raffica di proiettili. E dalle urla strazianti che a volte sento, i miei due colpi calibro 22 a bruciapelo gli devono essere sembrati una carezza.

Che fine del cazzo. Prigionieri della nostra frenesia, per l'eternità. Fottuti dalle nostre stesse paure.

Questo è l'Inferno, signori.

E tutto per una merdosa squadra di serie D...

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