L'anello di Miss Scarlett

di Stefania Valbonesi

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Stefano sentì infiltrarsi, nel dormiveglia che lo cullava mentre era disteso sul divano, un olezzo pesante di fiori schiacciati.

Si alzò a metà e avvertì lo scalpiccio di piedi frettolosi sulle scale del condominio, gente che mormorava, una bestemmia soffocata, persino qualche risolino.

Sentì un tonfo sul pianerottolo, come di una cosa pesante, e poi voci distinte: - E sta' attento, che salta il coperchio.

Incuriosito, balzò in piedi. Si ricordò appena in tempo di essere in mutande.

Il tempo di infilarsi i jeans e le persone erano già uscite, col loro fardello.

Con cautela, aprì la porta e intravide tre ragazze, rosse e lentigginose, infilarsi fuori, dietro a un manipolo di uomini che trasportavano un oggetto lungo e pesante.

Corse alla finestra delle scale, guardò, e vide la bara caricata sul furgoncino bianco. Le ragazze si abbracciarono.

Il furgoncino partì sferragliando.

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Le ragazze si divisero, prendendo tre diverse direzioni.

Soddisfatta la curiosità, Stefano chiuse la finestra e si voltò per rientrare in casa.

Sul pianerottolo inciampò in un mazzo di fiori, gigli sporchi e calpestati, che emanavano ancora un odore dolciastro.


Era già qualche ora che Stefano riposava sul divano.

La televisione senza audio mandava una luce verdastra, mentre la calda giornata di luglio si spegneva in bagliori d'incendio che tagliavano come lame insanguinate l'atmosfera polverosa della stanza.

Tranne il bizzarro funerale che aveva intravisto sulle scale, niente aveva interrotto la monotonia della giornata.

Aveva dormicchiato quasi tutto il giorno.

Era una vecchia abitudine che si portava dietro da quando ancora lavorava ed era costretto a dormire dove capitava, quando capitava, se capitava. Era stato un celebre cronista, qualche anno prima, a Firenze: tutti conoscevano il suo nome e molti la sua faccia.

Al passaggio di gestione del giornale, un quotidiano locale che si era dovuto arrendere ai tempi e ai mutamenti della professione, non aveva avuto la voglia di ricominciare.

Aveva pochi soldi, ma abbastanza, secondo un suo prudenziale calcolo, per tirare avanti altri cinque anni.

Nel frattempo, faceva quello che non era mai riuscito a fare nei lunghi anni da giornalista: dormiva.

L'unica cosa che gli era rimasta, della vecchia professione, era la curiosità.

E un parco di amici, fra i più disparati, che potevano dargli una mano quando qualche disperato si rivolgeva a lui per risolvere piccoli problemi quotidiani, spesso curiosi. Mentre si crogiolava guardando le lame di luce tagliare la polvere, il campanello suonò.

Il fatto era così insolito che dovette pensarci un secondo prima di andare ad aprire.

Il campanello suonò più forte.

Seccature, brontolò fra sé, mentre il campanello suonava per la terza volta.

- Arrivo! - gridò.

Strascicando i piedi nelle ciabatte, attraversò il corridoio e aprì.

Previsione azzeccata: seccature.

- Sono Miss Scarlett - disse un'anziana signora sulla soglia.

Aveva due occhi azzurri e penetranti, e un accento indiscutibilmente inglese.

Stefano ricordò: la vicina del piano di sopra.

- Salve signora, serve qualcosa? - chiese, con un tono deciso che non ammetteva inutili perdite di tempo.

Ma la signora, cappellino di paglia bianconero inclinato da una parte, gonna a pieghe appena sotto il ginocchio, maglioncino dolcevita nonostante i quaranta gradi di quella calda estate fiorentina, fu più decisa di lui. Lo scostò con sicurezza ed entrò.

Stefano si sentì un po' a disagio.

- Vuole sedersi? - fu costretto a chiedere suo malgrado.

- Grazie. - L'accento inglese era fortissimo, ma l'italiano corretto. - Le rubo solo pochi minuti. Devo proporle un caso. Lei è giornalista, è vero?

- Lo ero - corresse con cortesia Stefano. - Ora non scrivo più da anni. Se la sua visita è per questo motivo, posso inviarla da un mio ottimo collega...

L'anziana signora fece un cenno di diniego, sputò il fumo della sigaretta che aveva immediatamente acceso e continuò: - Non mi interessa. Volevo solo pregarla di non divulgare le notizie e le richieste che le farò. Se non scrive più, tanto meglio. Voglio assumerla per un lavoro diverso.

- Assumermi? - Stefano spalancò gli occhi. - Forse l'hanno informata male...

- Giovanotto, la prego di smetterla di interrompermi o non si riuscirà ad arrivare alla fine. Voglio assumerla, perché mi hanno detto che lei si interessa di cose curiose. E ciò che mi hanno rubato è una cosa curiosa. So che lei ha conoscenze nelle forze dell'ordine, e vorrei che... indagasse, ecco, per conto mio. Rivoglio il mio anello. E per ragioni che non le interessano, devo riaverlo senza provocare trambusto, denunce, interrogatori, indagini ufficiali.

Tacque e il suo viso, oltraggiato dal tempo ma ancora bello, tradì improvvisamente angoscia.

- Devo ritrovarlo - ricominciò. - In tre giorni, al massimo. La ripagherò in un modo che non la deluderà. Per me è di vitale importanza.

A Stefano girava la testa. Inutile negarlo, la cosa lo intrigava già.

- Tre giorni? E perché?

Miss Scarlett spense con forza il mozzicone di sigaretta nel piattino del caffè.

- Devo partire. E non posso senza il mio anello.

Sempre più interessato, Stefano ricapitolò: - Lei vuole che le ritrovi un anello che le è stato rubato, in tre giorni, e mi pagherà profumatamente per questo. E' così?

- Sì, è così - la voce di Miss Scarlett si fece di nuovo asciutta. - Giudichi lei. Un nostro amico comune mi ha detto che lei è l'unico capace di farlo.

Stefano sorrise: - E chi sarebbe, di grazia?

- L'ispettore Rovai, sta qui in fondo a Borgo Allegri...

Lo immaginavo, esclamò dentro di sé Stefano.

E alla donna: - L'ispettore, sì, certo, ma scherza sempre, sa, siamo vecchi amici.

La donna si alzò. I suoi occhi erano gelidi.

- Allora la risposta è no? - chiese, già pronta ad andarsene.

- Sì, volevo dire, no - Stefano annaspò. - Ma come mai l'anello sarebbe una cosa curiosa?

Miss Scarlett sorrise, nascondendo a malapena un lampo di trionfo nello sguardo. - Bene, le spiegherò tutto domani, a casa mia. Sta imbrunendo e presto ci sarà un temporale. - Socchiuse gli occhi, mentre guardava direttamente nel tramonto. - Più tardi, verso sera. Non mangi sul terrazzo, dopo. Le pioverebbe addosso.

L'anziana signora si voltò per attraversare il corridoio.

- Aspetti - Stefano la rincorse. - Domani a che ora?

La donna, già con la mano sulla porta, si girò.

- Alle dodici. E cerchi di essere puntuale. Su da me, suoni due volte.

Aprì e, quando fu sul pianerottolo, aggiunse prima di chiudergli la porta quasi in faccia: - Grazie.

Stefano rimase come imbalsamato nel mezzo del corridoio di casa sua.

Sembra di cera, pensò.


La luce del mattino dopo lo colse di sorpresa come una coltellata, fra le righe luminose della veranda che aveva dimenticato di chiudere la sera prima.

C'era stata gente a cena e avevano apparecchiato sul piccolo terrazzo interno, ma poi, a un certo punto aveva cominciato a piovere a dirotto, un vero temporale, e avevano dovuto ritirare ogni cosa in fretta e furia, ribaltando vasi e candele per pigiarsi dentro alla piccola stanza che faceva da salotto e da slargo del corridoio, a fronte della cucina lunga e stretta. In seguito, presi dall'euforia dell'acqua e dei tuoni, là al buio, avevano bevuto liquori esotici e nostrani, e tutto era finito con la gente che vomitava e i vicini che chiamavano al telefono la polizia per il trambusto.

L'ultima cosa che Stefano ricordava, scacciati anche gli ultimi ubriachi, era la divisa e la voce premurosa dell'amico che gli diceva: - Guarda te se dovevo uscire in piena notte per dei semplici schiamazzi... Reputati fortunato che fossi di turno, altrimenti una denuncia non te la levava nessuno. Adesso, vai a letto. Domani vieni da me e ne parliamo.

Stefano spalancò la bocca in un sincero sbadiglio. La faccia gli si contrasse dolorosamente, mentre cercava le ciabatte per infilarsele e andare in cucina a prepararsi il caffè, nello sforzo di ricordare chi fosse l'amico in divisa capitato così fortunosamente in casa.

Massimo Rovai, chi altro?

Fu solo dopo la prima tazza di caffè, seduto al piccolo tavolo di legno della cucina, con le spalle alla stufa sporca, che cominciò a pensare davvero a Miss Scarlett.

Sorseggiando la prima tazza bollente e zuccherata, gli tornò in mente l'anello.

In quel momento il cellulare suonò, perforandogli il cranio. Era Massimo.

- Come stai? - esordì il poliziotto.

Anche la sua voce baldanzosa, con inflessione leggermente meridionale, era un suono lancinante e insopportabile.

- Come mai chiami? - domandò lui. - Non dovevamo vederci da te? - La risata che arrivò attraverso il telefono lo fece gemere.

- Almeno te lo ricordi... - lo stuzzicò Massimo. Con maggiore professionalità: - Ieri mi parlavi di qualcosa in mezzo all'alcol, un furto di un anello, e stamattina mi sono ricordato - Si sentirono dei fogli smossi, poi il ticchettio sulla tastiera del computer, infine il suo tono perplesso: - Strano, ne ero quasi certo... forse, mi sono sbagliato.

Stefano sentì il cuore battergli e il sangue cominciare a scorrere più in fretta.

- Fai uno sforzo, cosa hai visto?

La voce dell'altro si caricò di perplessità.

- Niente, era la pratica di una vecchia inglese, Melanie Scarlett. Abita sopra casa tua, proprio quella di cui mi parlavi ieri sera. Ha denunciato la sparizione di un anello d'oro, a forma di serpe che si morde la coda, con minuscoli rubini al posto degli occhi, ma mi sembrava...

Il cronista sentì, dal silenzio e dal fruscio di altre carte, che Massimo aveva ripreso la ricerca.

Il poliziotto sbuffò.

- Insomma, giurerei che fosse negli archivi. Non mi riesce di ritrovarlo. Comunque, sono sicuro che fosse un fatto di venti anni fa, almeno.

- Uhm - Stefano annuì a sé stesso, interessato. - Dunque la mia cliente forse era già stata derubata dello stesso anello venti anni fa.

Massimo fischiò, prima di colpirgli i timpani con una risata ironica: - La tua cliente? Da giornalista sei passato a fare l'investigatore privato?

- Sì, sì, va bene. Sfotti pure, ma tutti dobbiamo tirare a campare. Ma... i risultati di quell'indagine?

Una breve pausa di delusione.

- Mi piacerebbe ritrovarli - riattaccò Massimo. - E' già un miracolo che mi sia ricordato di quella pratica. Sai, ieri mi avevi incuriosito.

Stefano provò un moto d'affetto.

- Grazie, sei davvero un amico - disse di rimando.

- Un momento, non commuoverti troppo - lo bloccò l'altro - i favori si ricambiano: voglio il numero di quella bionda che ti sorreggeva la testa ieri sera.

Stefano rise, togliendosi di dosso parte dei postumi della sbornia.

- Serena? Sta con un tipo grosso tre volte te. Ma se vuoi rischiare... Hai carta per scrivere?

Compiuto il suo dovere, Stefano riattaccò.

La testa gli si era finalmente snebbiata. Davanti agli occhi avevano smesso di correre macchie castane bordate di verde luminoso.

Si versò un'altra tazza di caffè e sbirciò l'orologio: quasi le dodici.

Miss Scarlett lo aspettava già.

Dopo i cinque minuti che si concesse per una doccia gelata, cominciò a riordinare, come tante perline sul filo, gli avvenimenti di quelle ultime ore.

Il ricordo dello squallido funerale cui aveva assistito per caso si affacciò alla sua mente e sparì.

Poi, la venuta di miss Scarlett, il suo riferimento all'anello, la telefonata di Massimo, poco prima, e la descrizione di un anello rubato venti anni prima.

Forse lo stesso?

Si cambiò velocemente, fece le scale due scalini alla volta, e alle dodici in punto suonò al campanello della vecchia signora.


La porta s'aprì e Stefano entrò in un vano scuro, ampio, dove, nonostante il caldo estivo e umido dell'esterno, si respirava una frescura quasi di cantina.

Mosse alcuni passi nella semioscurità, poi trasalì: la sua ospite era lì, in piedi davanti a lui, col cappellino dell'altro giorno, ma stavolta era fasciata da un lungo, leggero e informe abito nero, che ne faceva spiccare il pallore e i lineamenti ancora delicatissimi.

I capelli lisci tinti di biondo sfumavano nell'argento; i suoi occhi erano inquisitori.

- Non se ne stia lì impalato. Non è mai entrato in casa d'altri? - lo punzecchiò la donna per smuoverlo dalla sua apatia.

- Sì, signora, mi è capitato. Solamente, non mi aspettavo tutto questo fresco.

La donna non ribatté, ma lo precedette in un minuscolo salottino. Sulla credenza scura, ammantata di trine gialle, c'era un mazzo di rose che si stavano sfaldando.

Stefano lo notò perché l'odore che aleggiava nell'aria ferma era quello del giorno prima, quando portavano la bara giù per le scale.

Miss Scarlett gli piantò addosso i suoi occhi azzurri. - Allora, cosa le serve per cominciare?

- Tutto ciò che ricorda dell'anello, come ne è venuta in possesso, l'ultima volta che l'ha usato o visto, una descrizione accurata o una fotografia, se possibile.

- Eccolo qua, guardi.

Gli sciorinò davanti una serie di foto in cui l'oggetto rubato si vedeva piuttosto bene.

Si trattava dunque di un anello, oro rosato, a vederlo in foto, della forma di un serpente avvolto su sé stesso, con minuscoli occhi di rubini, che si afferrava l'estremità della coda con la bocca.

Un giro semplice di spire e la testina che sembrava lavorata in modo mirabile, si alzava un poco rispetto al giro dell'oro, sforzandosi di tenere, nella bocca spalancata, la coda.

- Un bellissimo oggetto - mormorò Stefano - ma mi chiedo se ha un significato, questa forma non è banale.

- No, certo - disse in fretta la signora. - Si tratta della raffigurazione dell'uroboros. E' un simbolo antichissimo con molti significati.

Quali fossero, però, non lo disse. E Stefano non ebbe il coraggio di chiederglielo.

Invece s'informò: - Era un regalo di suo marito, ha detto? Doveva averlo scovato da qualche orafo ben fornito, è un gioiello molto particolare.

- Sì, è vero - ribatté la donna - l'aveva rintracciato in una gioielleria d'antiquariato, molto tempo fa, quando eravamo giovani, quasi mezzo secolo ormai. In ogni caso, ritengo che il negozio potrebbe esistere ancora. Si trova in via del Drago d'oro, in San Frediano. Lo conosce?

Stefano ci pensò su, ma non gli venne in mente niente.

- Non mi pare di aver mai notato, nella via che mi ha citato, una gioielleria.

- Potrebbe avere chiuso, allora - ribatté lei - ma potrebbe anche non averla notata. Sa, fa un orario molto particolare: mio marito ci andava verso le sette di sera, quando comincia a imbrunire, in ogni modo. Pensa di cominciare da lì?

- Senz'altro - ammise Stefano - comincerò da chi lo ha venduto a suo marito. La ricettazione dei propri gioielli è molto più comune di quanto si pensi, in oreficeria.

- Ognuno ha i suoi metodi - replicò asciutta miss Scarlett. - E grazie.

- Ancora non mi ringrazi, non l'ho ritrovato - rispose il giornalista, comprendendo che il colloquio era finito.

- No, la ringrazio per non aver fatto commenti sul mio cognome. Sa, con la faccenda del Cluedo...

Stefano arrossì d'istinto. - Non ci avevo fatto caso - confessò.

Se ne uscì appesantito dall'imbarazzo di farsi passare per investigatore e non aver notato quella corrispondenza abbastanza curiosa.


La sera, alle sette, splendeva ancora un sole arrabbiato e il caldo sembrava alitare più forte dalle viscere della città.

Appoggiò la bicicletta al muro, la chiuse accuratamente, intascò la chiave, e si guardò attorno.

Proprio come pensava, l'indirizzo fornitogli dalla vecchia inglese non corrispondeva affatto a una gioielleria, ma a una rivendita di gomme per auto.

Considerò la scritta azzurra e bianca sul bandone alzato, Michelin. Si decise a entrare.

- Scusi - disse all'ometto riccio e grasso, un poco sudato, che si stava indaffarando sotto un'auto rialzata da una piattaforma. - Potrei parlarle un minuto?

L'ometto fece scivolare il carrettino a quattro ruote su cui era coricato e mostrò una faccia sgradevolmente furba, da taglieggiatore di campagna.

- Mi dica - disse sbrigativo - anche se, come vede, sto lavorando.

- Non le porterò via molto tempo. Volevo chiederle se in questo luogo c'è mai stata una gioielleria - chiese Stefano, sentendosi uno sciocco.

- Cosa?! - L'ometto scoppiò a ridere, poi lo guardò con una punta di commiserazione. - Questo fondo è sempre stato della mia famiglia, prima serviva da autorimessa. Se vuole sapere qualcosa di più vada al bar in fondo alla via, dopo il pisciatoio, sulla piazza, quello d'angolo. Il proprietario ha ottanta anni ed è nato qui. Lo chiamano Guidino. Vada, vada.

E si rituffò sotto la vettura.

Stefano si avviò, lasciando la bici appoggiata al muro. Aveva appena fatto qualche metro che si sentì richiamare.

- Ehi, lei, riprenda la sua bici, non me la vorrà mica lasciare qui sul marciapiede? - Stefano tornò sui suoi passi e, senza dire niente, aperto il lucchetto, inforcò la sua due ruote.

- Bravo, così, arrivederci - gli gridò dietro ironicamente l'ometto.

Stefano lo mandò a quel paese dentro di sé, sobbalzando per le buche che coprivano il selciato malandato della piazza.

Eccolo il bar.

Si fermò e stavolta allucchettò la bici a un palo, ma giù dal marciapiede. Entrò.

- Buongiorno, me lo fa un caffè? - ordinò, per rompere il ghiaccio. Mentre sorseggiava la bevanda, chiese al ragazzo al banco: - Senta, c'è una gioielleria nei dintorni?

- Una è proprio qui davanti, all'angolo, poi ne trova almeno altre due andando verso il centro.

- E qui dietro alla scuola? In via del Drago d'oro, per intendersi.

- No, non c'è mai stata. Ci sono nato, qui, che vuole ... Ah, ma forse ... se ha pazienza, chiedo a mio nonno che è qui fuori. Se ci vuole parlare lei...

Uscirono dal locale. Davanti, alcuni uomini stavano discutendo di calcio, Fiorentina naturalmente, seduti ai tavoli di legno.

- Nonno, c'è il signore che vorrebbe parlarti, vieni un po' qua.

Un vecchietto secco e tutto rughe si drizzò e venne verso di loro.

- Buongiorno. Avevo chiesto a suo nipote di una gioielleria che si sarebbe potuta trovare in via del Drago d'oro, almeno cinquanta anni fa, ma non la conosce.

- Perché lo vuol sapere?

- Vorrei rintracciare il gioielliere.

Il vecchio lo squadrò.

- Non c'è mai stata alcuna gioielleria in via del Drago d'oro. Mi scusi, ma ho da fare.

Stefano e il ragazzo del bar rimasero lì a bocca aperta.

- Che ti prende, nonno - reagì il ragazzo.

- Lascia stare - lo fermò il giornalista. Guardarono il vecchio riguadagnare la sua posizione e riprendere il suo attacco ben motivato all'allenatore della squadra locale.

- Davvero tu non sai niente? - tentò alla disperata Stefano.

Il ragazzo fece una smorfia.

- Qualcosa mi è venuta in mente - concesse - ma è una vecchia storia, che mi raccontavano quando ero bambino. Una favola.

- Ne sentite e viste tante in vita mia che non mi stupirei più di niente. Raccontamela - lo pregò Stefano.

- Va bene, ma non qui.

Rientrò, si tolse la giacca e chiamò: - Raffaello! - Un altro ragazzo arrivò dalla cucina. - Sto fuori un quarto d'ora.

Si rivolse a Stefano: - Per di qua.

Arrivarono sulla spalletta dell'Arno, uscirono dalla Porta, salirono nel giardino che costeggia la riva, si sedettero sul muretto basso, al di là del quale si vede l'acqua del fiume e l'altra riva.

Più giù, la macchia ombrosa delle Cascine.

- Allora, tanto tempo fa... - Il ragazzo si interruppe subito. - Mi sento sciocco a raccontargliela. Glielo detto, non è altro che una favola.

- Te l'ho chiesto io, vai avanti, per favore.

Il giovane titubò un secondo, quindi ricominciò: - Come le stavo dicendo, tanto tempo fa, non saprei dirle quando di preciso, ma parliamo di molte decine d'anni, in via del Drago d'oro, c'era un vecchio signore che costruiva degli strani gioielli. Dalle sue mani, infatti, non nascevano solo meravigliosi monili di tutte le forme e dimensioni, ma si diceva che ognuno avesse un briciolo di vita, una scintilla dell'esistenza del suo creatore.

Si racconta che quando era solo nel suo piccolo negozio oscuro, parlasse con le sue creature e queste rispondessero facendo baluginare i pensieri attraverso i loro occhi di pietre preziose.

Fra tutti i gioielli cui la sua arte aveva dato vita, il re era un drago, un bellissimo drago d'oro che avvolgeva le sue spire in forma di anello. Quando erano soli, il drago apriva la bocca lasciando la coda che teneva serrata nelle fauci e, aprendo le ali membranose, volava nel negozio, sopra il suo indaffarato creatore.

Il gioielliere era appagato dall'aver dato vita a quella meravigliosa creatura: infatti, sapeva che, quando fosse stato sulle acque dello Stige, non avrebbe dovuto pregare Caronte di traghettarlo al di là: il suo drago lo avrebbe preso sul dorso e sarebbero volati insieme oltre gli Inferi, fino al Paradiso.

Gli anni passavano e la fama del vecchio cresceva.

In tutta Europa si spargeva la voce che a Firenze esistevano dei gioielli meravigliosi, ognuno con una specifica virtù. Alcuni proteggevano dalla malattia, altri trasmettevano coraggio a chi ne era privo, altri trasformavano la malinconia e la tristezza in un'inesauribile voglia di vivere.

Purtroppo, voci sempre più insistenti cominciarono a far trapelare anche l'esistenza del drago d'oro che avrebbe portato il suo proprietario in Paradiso.

Così, una sera di maggio, mentre il cielo rosso infuocava le acque dell'Arno, un cupo inglese vestito di nero bussò alla bottega dell'artigiano fiorentino.

Si presentò al vecchio come un esperto in tutte le branche della trasmutazione dei metalli; il vecchio lo accolse con piacere e, dato che si era fatto tardi, invitò l'ospite straniero a dormire con lui, nel retrobottega, dove abitualmente anch'egli riposava.

Appena i due chiusero gli occhi, il drago d'oro si sciolse dal nodo per volare, ma non fece in tempo a sgranchirsi le ali che si ritrovò stretto nella mano feroce dell'ospite inglese, che lo carpì e fuggì nel cuore della notte.

Il giorno dopo, quando il vecchio scoprì che mancavano sia l'ospite sia il drago, prima pianse tutte le sue lacrime, poi la rabbia e il dolore lo fecero uscire di senno: sbarrò la bottega e una massa livida di uno strano fuoco spettrale avvolse la struttura, bruciando silenziosa e bianca come un sudario.

Quelli che accorsero per primi udirono distintamente la voce del vecchio.

"Finché il mio dragone non tornerà, nessuno di quelli che me l'hanno tolto riuscirà a passare sull'altra riva."

Spento il fuoco, rimasero tutti a bocca aperta: i locali erano vuoti, puliti, come se il vecchio avesse solo traslocato.

- Meraviglioso racconto - commentò Stefano.

- Le è di qualche utilità? - dubitò il giovane.

- Altroché. Un gioiello con una storia e un presunto passato come questo è molto più appetibile di qualunque altro pezzo per i collezionisti. Farebbero la fila per entrarne in possesso e arriverebbero a commissionarne il furto.

- L'anello esiste davvero?

Stefano tergiversò per non rilevare troppo informazioni. - Sì e no. Diciamo che per il momento lo considero scomparso.

- Capisco - ribatté il ragazzo, pensieroso - Ci sarebbe anche un'altra parte della storia...

- Che aspetti a raccontarmela?

- Mi imbarazza più della precedente, perché c'entra mio nonno.

- Ah... - fece Stefano. - Be', ha qualcosa di grave da nascondere?

- Certo che no - ribatté lui, quasi offeso - Solo... è imbarazzante, l'ho detto.

- Avanti, mi servono informazioni. - Stefano allungò una banconota da cinquanta euro. La guardarono entrambi con attenzione per qualche secondo, poi il ragazzo la intascò senza tante cerimonie.

- Eravamo alla fine della guerra - iniziò a dire - e gli americani stavano per entrare a Firenze. A San Frediano, ci trovavamo proprio fra i tedeschi che se ne andavano uccidendo e distruggendo e gli americani lì, che non si decidevano.

Mio nonno era giovane e una sera si trovò col nemico alle calcagna. Mentre fuggiva con alcuni compagni, capì di essere circondato. Era già il tramonto e il cielo si era abbrunato come se, insieme alla sera, giungesse anche un temporale.

Svoltarono da via dell'Orto, coi tedeschi dietro, sentivano le loro voci aspre come corvi già sicuri del banchetto.

Si imbatterono nel negozietto quasi per caso. Mio nonno si accorse che, nel posto del gommaio, c'era una piccola bottega coi battenti di legno aperti, sfavillante di luci e di preziosi, incredibili gioielli.

Entrarono senza pensarci due volte. Era vuota.

Si acquattarono chi dietro al bancone, chi nel retrobottega, chi fra gli acidi e le tenaglie dei banchi.

Mio nonno rimase nell'ombra, guardando dalla vetrina per spiare la strada. I tedeschi arrivarono, si fermarono e si misero a confabulare fra loro.

Poi, tre di loro entrarono nella bottega e cominciarono a rovistare dappertutto. Mio nonno fu preso a spinte e spostato varie volte e così i suoi compagni, ma i tedeschi, sebbene arrivassero anche a pestargli i piedi, non li videro. Era come se fossero ciechi.

Furiosi, tornarono fuori e si misero di nuovo a parlare fra loro. Intanto, era arrivato il buio e con lui il temporale.

Una sonnolenza invincibile nel frattempo prese gli uomini nascosti. Mio nonno s'addormentò poggiando il capo sul fianco del bancone, accucciato per terra.

All'alba, i tedeschi erano scomparsi e mio nonno e i suoi compagni di fuga si ritrovarono fra le gomme del magazzino, indolenziti e stralunati, ma salvi.

Quando il ragazzo smise di parlare, rimasero per un po' in silenzio tutte e due, guardando l'acqua.

- Le favole le racconta bene anche tuo nonno - commentò in seguito Stefano.

- Da piccolo, lui mi ha sempre giurato sulla testa di mio padre che fosse tutto vero.

- Naturalmente. Come la storia del dragone liberato dall'anello. Ogni racconto ha il suo fondo di verità e i bravi narratori sono capaci di abbellirli secondo la persona che li ascolta.

Saltato giù dal muretto, Stefano allungò la mano per un saluto. - Mi sei stato utile. Adesso so che l'anello ha un valore maggiore del suo peso in oro o della lavorazione. Grazie.

- Non c'è di che. Mi ha anche pagato - scherzò il giovane, ricambiando il saluto. Adesso torno al lavoro. Ci si vede.

Scomparve così in fretta che Stefano non riuscì neppure ad aggiungere una parola.

Il racconto che aveva appena ascoltato lo affascinava e almeno un dato sembrava certo: la bottega dell'orafo era esistita.

Il problema semmai era capire quando fosse stata distrutta dall'incendio.

Estrasse il cellulare di tasca e fece un numero.

- Paola? Tesoro mio, come stai?

La voce dall'altra parte non suonò particolarmente entusiasta.

- Cosa vuoi?

- Un piccolo favore.

- Certo, piccolo... quando mai? Forza, parla.

- Vorrei che mi cercassi quando è bruciato un piccolo laboratorio artigianale orafo, in via del Drago d'oro. Potrebbe essere stato una cinquantina d'anni fa, ma è solo una mia supposizione.

- Appena ho tempo.

- Se ce la fai, potresti dirmelo stasera a cena.

- A che ora?

- Alle venti e trenta ti va bene?

- D'accordo.

- Passo a prenderti - si offrì Stefano.

- In bicicletta?

- Dai, ci siamo capiti...

- Sì, ti ho capito. Ci vediamo davanti al solito ristorante in Santo Spirito.

- Alle otto e trenta - confermò ancora Stefano, senza aggiungere altro.

Chiuse la comunicazione sicuro che Paola non avrebbe prestato attenzione alla sua rudezza. Non era per quella che si si piacevano reciprocamente.

Guardò l'orologio: dieci minuti alle venti.

Doveva sbrigarsi, perché lei invece non tollerava i ritardi.


Erano le otto e mezzo in punto, quando Stefano scese dalla bicicletta in piazza Santo Spirito, davanti al ristorante, e allucchettò il mezzo al palo che sosteneva la catena della pedonale.

Paola era già arrivata.

Lo salutò con la mano, senza andargli incontro.

Era bella in quel suo modo particolare, vestita di nero, spalle scoperte e gambe non imprigionate in inutili calze, col caldo che faceva.

I capelli lunghi erano tinti di un nero corvino, aggressivo, e contrastavano piacevolmente con la pelle bianchissima e gli occhi, screziati d'ambra.

- Allora, cosa vuoi sapere? - lo apostrofò, smorzando l'attacco con un sorriso.

Stefano finse di adombrarsi.

- Ma come, non ci vediamo da mesi e per prima cosa mi chiedi del lavoro?

Paola rise ancora, facendosi posto fra i tavolini all'aperto, mentre la sua bellezza matura e un po' sopra le righe attirava sguardi sfacciati.

- Meglio partire dal dovere, dal momento che dopo voglio solo divertirmi.

Al tavolo sedettero di fronte e Paola appoggiò boa e borsetta sulla sedia vuota.

- Come vuoi - accondiscese Stefano, una volta che si furono sistemati. - Quando è bruciata la gioielleria e chi era il proprietario?

Gli lanciò uno sguardo strano. Ci volle poco affinché Paola lo motivasse: - Non è da te invitare una donna a cena e, soprattutto, dopocena, per di avere un'informazione.

- Mi mancavi. - Stefano allungò la mano per toccare le dita sottili di Paola. Lei le ritrasse, non troppo velocemente da apparire infastidita, ma abbastanza da dimostrare una briciola di irritazione.

- Bugiardo, come al solito.

Stefano incassò con classe il mezzo insulto. - Lo siamo entrambi, come sempre. In definitiva, cosa hai scoperto?

Sebbene non convinta, Paola accettò di essere nuovamente dirottata su un altra discussione: - La tua bottega orafa bruciò nel diciottesimo secolo.

- Non è possibile!

- Metti in dubbio la mia capacità di ricercatrice?

- Non è questo, però...

- Senti, sono andata a ritroso nelle mappe catastali, dalla Repubblica al Regno fino al Granducato e le carte parlano chiaro. La bottega è bruciata nel settecento e il proprietario era un certo Mordechai Levi, un genio della trasmutazione dei metalli. In altre parole, un alchimista.

- Non c'è altro?

Paola si strinse nelle spalle.

- Be', la bottega fu acquistata da un mercante del Mugello, un certo Fani, che vi operava commerci di prostitute, perpetrati dal figlio, fino a quando la polizia del Granduca pose fine alle attività tradizionali di famiglia mettendo in carcere i discendenti. Una nota curiosa: il proprietario attuale che ha ereditato l'officina dal padre, è il discendente diretto del primo Fani. E, a quanto ho saputo, girano voci che anche lui si dedichi a intrallazzi poco chiari.

- Ecco perché non mi ha parlato subito della gioielleria. Se conosce la storia dell'anello legata alle proprietà di famiglia diventa il sospettato numero uno per il furto.

- Quale furto?

Smanacciando l'aria, Stefano si corresse: - Nessun furto. Non vorremo rovinare la serata parlando continuamente di queste cose?

Fu la volta di Paola di stringergli la mano e lui non si fece pregare. Il breve risentimento precedente scomparve dalla voce di lei quando gli disse:

- Bene, informazioni consegnate. Ora paga il prezzo, bello.

Socchiuse gli occhi, che sembrarono due lame d'oro.

Stefano si godette lo spettacolo. Amava infinitamente quel gioco.


La campana di Santo Spirito batté l'una. Stefano gettò ancora uno sbuffo di fumo nella finestra aperta che incorniciava la piazza, poi spense la sigaretta sul davanzale e buttò di sotto il mozzicone. Era tardi e non sapeva dove fossero andati a finire i suoi pantaloni. Li cercò per la stanza, finché non li trovò semi nascosti dal vestito nero di Paola.

Lei dormiva raggomitolata, nonostante l'afa, sotto il lenzuolo.

Stefano si rivestì cercando di fare meno rumore possibile per non svegliarla, ma non riuscì nel suo intento. Mezza assonnata, Paola gli chiese:

- Che ore sono?

- Ha battuto il tocco adesso.

- Forse è meglio che ti sbrighi. Angelo dovrebbe tornare da un momento all'altro.

Si era girata a pancia all'aria, tirandosi dietro il lenzuolo fino a mostrare la pelle nuda dei fianchi. Lo guardava con occhi da gatto, quasi fosse intenzionata a rischiare nonostante l'ora.

Senza rispondere, Stefano si affrettò a infilarsi la camicia.

Amava sì il rischio, ma fino a un certo punto.

Durante i loro incontri clandestini lei sapeva sempre fargli dimenticare che l'unico motivo per cui non vivevano insieme era il fatto che fosse sposata. Con un marito geloso, per dirla tutta.

Paola capì e si spostò sul letto, lasciando che il lenzuolo si sfilasse. Lo prese delicatamente per la nuca.

- Vieni qui, dammi almeno un bacio - pretese. - Non pensarci. Sei l'unico uomo con cui scopo così.

- Vorrei avere la forza di ucciderti. O di sbarazzarmi di Angelo.

- Prima o poi lo farai. Oppure Angelo ci scoprirà e vedremo quanto velocemente riuscirai a scappare dal mio letto con lui dietro pronto ad ammazzarti.

Risero piano, da complici.

Stefano si alzò, ma Paola lo trattenne ancora per un braccio: - Non lasciare passare altri sei mesi prima di chiamarmi di nuovo.

La baciò sulla fronte, spegnendo il desiderio per quella sera, e le disse, senza impegni: - Stai pure a letto, conosco la strada.

Anche a luce spenta, pensò mentre scivolava via, come un ladro.

Chiuse con delicatezza la porta alle sue spalle e si ritrovò sulle scale antiche, illuminate appena da un raggio di luna che filtrava dall'alto.

Spinse il pesante portone con cautela, come se si aspettasse di vedere sopraggiungere l'altro uomo.

Invece, nessuno.

Il ristorante di fronte aveva già chiuso, brillava una luce sotto il bandone abbassato. Per il locale accanto era turno di chiusura.

Solo un gruppo di ragazzi parlava seduto attorno alla fontana, con le bottiglie di birra vuote appoggiate sul bordo.

La sua bicicletta era lì, legata al palo, e quando fu salito, cominciando a pedalare, si disse: - Passo da via del Drago d'oro. E' di strada, per tornare in Santa Croce.

Non che fosse proprio di strada, in realtà, ma adesso era completamente sveglio e non riusciva a cancellare l'immagine di Paola, sola nel letto dove avevano fatto l'amore, ad aspettare l'altro.

Doveva togliersela dalla testa. Meglio pedalare nel buio.

Tornò dunque indietro verso il Cestello per imboccare via del Drago d'oro.

La notte era quieta e trasparente, stranamente vuota, per cui fu subito sicuro di quello che vide: un'enorme carrozza era ferma davanti a lui, sull'angolo col pisciatoio, tirata da due pariglie di cavalli.

- Ma che diamine... - gli scappò di bocca.

Superò lentamente la vettura. A cassetta, c'era il cocchiere, un signore rubizzo con un gran naso da bevitore. Chiacchierava con due lacchè che stavano a loro volta attendendo un signore intento a espletare i suoi bisogni corporali, all'angolo del pisciatoio.

A quella vista, Stefano restò immobile, con un piede a terra e uno nel pedale alzato, colpito da un fortissimo senso di straniamento.

Aveva avuto un'idea e pure qualche indizio sul furto dell'anello, ma niente che potesse riportare nella realtà quella scena.

Tutti i personaggi erano vestiti con perfetti abiti del Settecento, cominciando dal tricorno del cocchiere.

La mano gli scivolò dal muro cui si era appoggiato.

Il signore finì le sue operazioni e risalì in carrozza, che si mosse con tutto il suo contorno, svoltando in piazza dei Nerli ed evitando abilmente le automobili parcheggiate.

- Forse sto impazzendo - commentò Stefano ad alta voce.

Due ragazze che passavano, cambiarono prudentemente marciapiede.

Ma il dubbio non lasciò Stefano, che voltandosi scoprì di trovarsi proprio davanti al gommaio.

Solo che non c'era più il gommaio Fani, con i suoi modi sudici e sospetti. Stefano contemplava una vecchia bottega dai battenti di legno, con uno sporto piccolo e ben pulito.

Riguardò le ragazze che se ne andavano a passo più svelto, intimorite più da un ex cronista in bicicletta che da qualunque altra cosa nella via. Intuì subito che ciò che vedeva o credeva di aver visto era destinato unicamente a lui e a nessun altro.

Scese dalla bici, l'accostò al muro, senza preoccuparsi di chiudere il lucchetto.

Incredulo, si avvicinò alla bottega e gli parve di sentire provenire, dalla porta aperta, un suono soffocato, ritmico, come due grandi ali che battessero, vellutate, l'aria della notte.

Sbirciò dentro e vide che una lampada a petrolio illuminava di una luce gialla l'interno vuoto. Entrò.

Una voce lo sorprese: - Benvenuto.

Il vecchio vestito di nero, con lunghi capelli bianchi e inanellati, la barba fluente, chiuse il libro che teneva in mano con uno scatto, e lo ripose sul banco.

- Scusi - disse timidamente Stefano - non avevo visto nessuno e mi sono permesso di entrare.

- L'aspettavo - sorrise il vecchio. - Deve portare una cosa a qualcuno che non può più aspettare. Eccola.

Era sulla sua mano aperta. Piccolo e all'apparenza inerme, il drago si divincolava ancora un poco.

Stefano tremò violentemente guardando le squame d'oro che riflettevano la luce della lampada.

- Lo prenda - ripeté dolcemente il vecchio. - Il drago d'oro, l'uroboros. Senza di lui, Miss Scarlett non può attraversare il fiume. Lo ha chiesto a te, devi portarglielo.

- Allora è tornato - sospirò Stefano.

- Sì, la sua anima tornò subito - rispose il vecchio. - Subito dopo che il fuoco aveva divorato la mia vita e questa bottega, il drago volò di nuovo a me. Aveva accompagnato l'inglese nel suo viaggio, ma Scarlett era avido e cercando di impadronirsi del potere dell'Uroboros aveva finito per farsi divorare, alla fine. Sfortunatamente, Scarlett aveva una moglie, a cui lasciò l'anello.

Quando il Dragone tornò da me, la povera donna credette che le fosse stato rubato e così si trovò nell'impossibilità di fare l'ultimo viaggio, sebbene fosse la sua ora, bloccata in un luogo che non è né qua, né al di là del fiume. Aspettò molto tempo, nella casa di Borgo Allegri, cambiando lentamente forma nei secoli, quando per un caso fortuito, seppe che la bottega era sempre aperta.

Ma serviva qualcuno capace di guardare davvero, di saper ricostruire la storia dell'anello e vedere dove essa era iniziata e come si era conclusa. Le serviva una persona capace di credere alla verità.

Sulla bocca del vecchio si dipinse un sorriso enigmatico e Stefano si sentì gelare il sangue.

- Allora è tutto vero? Voglio dire, la storia che mi ha raccontato il ragazzo...

- Essa è un fatto e tu hai cominciato a credergli da quando hai scoperto l'età della bottega e la lunga attesa che Miss Scarlett aveva vissuto. I fatti sono la cosa più ostinata di questo mondo, non svaniscono nemmeno quando la gente non vi crede.

Gli porse l'anello.

- Vai, portalo alla vecchia Scarlett. Sta aspettando da troppo tempo di poter riposare. E le colpe di quanto accaduto non sono sue. Come non sono tue o di Paola nel vostro tribolato amore. Ciò che accade, semplicemente accade.

- Sai fin troppo della mia vita.

- Ho aspettato anch'io la persona giusta e ho visto molto, in Firenze. Deciditi, prendi l'anello.

Non appena Stefano ebbe acconsentito a ricevere nel palmo della mano l'anello ancora pulsante di vita, fu come rigettato fuori dalla bottega orafa, nella via del Drago d'oro, proprio davanti al solito negozio che puzzava di pneumatici e olio motore.


Una lucina gialla si rifletteva nei vetri ogivali al secondo piano di un palazzotto di Borgo Allegri, al numero otto.

Miss Scarlett aspettava, seduta con le spalle alla credenza scura con le trine ingiallite.

La fiamma della candela traballava, quando si udì aprire il portone d'ingresso e passi sulle scale.

La donna sussultò. Le mani esangui strette freneticamente, tremavano.

I passi si avvicinarono, poi qualcuno bussò piano alla porta, e si sentì una voce: - Miss Scarlett, sono Stefano.

La donna si alzò. La speranza le dava il capogiro.

Aprì la porta e senza dire niente, condusse l'uomo in salotto. Si rimise a sedere davanti alla credenza. Le tre rose cremisi erano tutte sfogliate.

- Eccolo - disse il giornalista, appoggiando l'Uroboros sul tavolino.

La donna lo prese tremando, lo rigirò fra le dita, come indecisa.

- Grazie. Manterrò la parola data. Avrai la giusta ricompensa.

Infilò l'anello e una fiamma densa e bianca l'avvolse, consumandola.

Stefano balzò in piedi inorridito, ma un acuto odore d'incenso si sparse per la stanza, mille voci che gli parvero celestiali lo avvolsero e mentre la luce si faceva sempre più intensa, cadde svenuto.


Nel dormiveglia che lo cullava mentre era disteso sul divano, Stefano sentì infiltrarsi un tanfo pesante di fiori schiacciati.

In quel momento, il cellulare squillò e, mentre si alzava mezzo intontito per rispondere, suonò anche il campanello alla porta.

- Arrivo! - gridò attraverso il corridoio, mentre con una mano recuperava il cellulare e con l'altra si infilava i jeans.

- Pronto? - berciò poi nel cellulare. Dall'altra parte, la voce di Massimo, il poliziotto:

- Dove ti sei cacciato, stanotte? Ti ho cercato ovunque, ma eri irraggiungibile. Ti volevo parlare per quell'affare, sai la vicenda di Melanie Scarlett, la vecchia inglese? Non puoi averci parlato. E' morta ieri mattina, ho qui davanti a me il certificato di morte.

- E' una lunga storia, Massimo - Il campanello alla porta suonò di nuovo. - Adesso non posso parlarne, ti richiamo io più tardi.

Chiuse la comunicazione e si precipitò alla porta. Fuori, una giovane donna, rossa e lentigginosa con un forte accento inglese attaccò:

- E' lei il signor Stefano Bellini?

- Sì, sono io.

- Domani sarà un uomo ricco, Mister Bellini. La mia prozia, miss Melanie Scarlett, ha lasciato a lei la sua eredità. Il testamento, mi assicurano gli avvocati, è perfettamente valido. Volevo dirglielo io per vederla in faccia.

Lo guardò, misurandolo con un po' di disprezzo. Ra un'altra persona che conosceva la verità.

- Chissà cosa ci trovava in lei, mia zia.

Stefano si strinse nelle spalle.

- Quando la seppellite?

- L'hanno portata giù dalle scale ora. - Gli girò le spalle.- Avrà presto mie notizie. - E uscì.

Quando Stefano si mosse per rincorrerla, lei era già in strada

Lui si affacciò alla finestra delle scale e vide un camioncino bianco, insieme alla bara scura, infilata dentro da quattro uomini vestiti di nero.

La ragazza rossa parlottava con altre due copie identiche di sé stessa. Guardarono il camioncino allontanarsi, poi si baciarono e si divisero, ognuna in tre direzioni differenti.

Stefano sentì la testa girargli.

Scese le scale per tornare verso la porta rimasta aperta, ma inciampò su un mazzo di gigli schiacciati.

Nel mezzo di quel déjà vu, una prorompente necessità lo portò a comporre il numero di Paola sul cellulare. Si sentì appagato quando la sua voce calda rispose.

I fatti, nella vita, semplicemente accadono e non ci si deve opporre, si disse Stefano. E, in definitiva, ora era un uomo ricco che poteva ben contrastare un marito geloso.

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