L'Arazzo di Fionavar

a cura di Mirco Tondi

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Possibilità di spoiler, se continuate a leggere.

Dopo un'assenza durata svariati anni, sugli scaffali delle librerie è tornato il mondo di Fionavar di Guy Gavriel Kay: Mondadori ha deciso di ripubblicare la trilogia dello scrittore canadese in un unico volume con il titolo L'Arazzo di Fionavar. I traduttori sono gli stessi dell'edizione della Sperling & Kupfer, Riccardo Valla e Linda De Angelis, mentre i titoli dei singoli volumi sono stati cambiati rispetto alla precedente edizione per essere più fedeli a quelli originali (La strada dei re, La via del fuoco e Il sentiero della notte sono stati modificati in L'albero dell'estate, La fiamma errabonda e La strada più oscura); anche alcuni termini nel testo sono stati cambiati.

L'Arazzo di Fionavar, edizione Mondadori

L'Arazzo di Fionavar, edizione Mondadori.

In Italia, Guy Gavriel Kay, purtroppo, non è molto conosciuto. A parte la trilogia di Fionavar pubblicata tra il 1993 e il 1994, soltanto altre due sue opere sono state tradotte in italiano: Il paese delle due Lune (titolo originale Tigana) nel 1992 e La rinascita di Shen Tai (titolo originale Under Haven) nel 2012. Si può aggiungere anche Il Silmarillion di J.R.R. Tolkien, dato che è grazie alla sua collaborazione con Christopher Tolkien se tale opera è stata completata.

Queste informazioni dicono però poco sul tipo di opera che è L'arazzo di Fionavar; anche la sinossi che compare sugli store online non rende l'idea di cosa si ha davanti (cinque studenti canadesi vengono trasportati da un potente mago nel "primo di tutti i mondi", Fionavar, per lottare contro Rakoth Maugrim il Distruttore, sfuggito alla sua millenaria prigionia). In poche parole, L'Arazzo di Fionavar è una piccola grande perla del genere fantasy: Guy Gavriel Kay è riuscito in tre libri a fare quello che autori come Martin e Jordan hanno realizzato con molti più romanzi, senza contare che il suo lavoro può essere considerato tranquillamente superiore di diverse spanne. Persino Sanderson, uno dei migliori scrittori contemporanei del genere fantasy, farebbe fatica a stare al suo livello.

Probabilmente qualcuno storcerà il naso sentendo una simile affermazione, ma se conoscesse davvero l'opera di Kay, quanto scritto non gli sembrerebbe poi così esagerato. Perché si asserisce questo?

Perché lo scrittore canadese in una storia densa, epica e struggente ha saputo creare un arazzo che riporta alla mente memorie che l'uomo ha messo da parte, smarrendone il ricordo ma che non ha perduto del tutto, come religione e miti non fanno che ricordare (non è un caso che culture differenti, pur cambiando nomi e costumi, abbiano le stesse storie).

Nel mondo di Fionavar (il primo dei mondi, come lo definisce Kay) s'intrecciano vicende che da sempre si ripetono, fino a quando il karma non avrà trovato risoluzione, fino a quando le colpe non saranno state espiate e le lezioni impartite non saranno apprese. Su queste basi, ricercando nei miti, sovvengono alla mente figure come re Artù ed Eracle; non per niente, Kay fa del primo uno dei protagonisti della sua storia. In essa, Arthur Pendragon, conosciuto anche come il Guerriero, è costretto a essere svegliato dal suo lungo sonno e tornare a combattere in ogni mondo per trovare espiazione a quella colpa, nata dall'inganno e perpetrata dalla paura, di cui si è macchiato in giovane età. Un fato che colpisce ogni re quando sorge una profezia che annuncia la caduta del proprio regno in seguito alla nascita di un bambino e che fa agire in maniera sconsiderata, creando una ferita che rimane nella storia e che fa continuare a riecheggiare un grido d'orrore e vendetta anche nel trascorrere dei secoli, proprio com'è successo con il faraone d'Egitto al tempo della nascita di Mosè ed Erode in quello della nascita di Gesù.

Kay, attraverso questo personaggio leggendario, vuole far accorgere che per quanto grande possa essere stato un individuo, non è esente da ombre, perché tutti hanno cadute e commettono colpe (solo nell'idealizzazione, nel mondo del pensiero, si raggiunge la perfezione). E ogni colpa richiede un'espiazione, come succede nel mito di Eracle: l'eroe greco, dopo aver ucciso la moglie Megera e i suoi figli a seguito della pazzia causata da Era, dovette, seguendo le parole dell'oracolo di Delfi, compiere le famose dodici fatiche impostegli da Euristeo.

Così Kay vede re Artù: un grande eroe, ma anche un uomo tormentato, costretto a rivivere tutte le volte il suo passato alla ricerca di espiazione. Dal triangolo amoroso con Guynevre e Lancelot (risvegliato proprio da Arthur a Cader Sedat, conosciuta nel nostro mondo come Caer Sedi e Caer Rigor, un luogo di potere e di morte) all'ultima battaglia a Camlann dove incontra il suo tragico destino, dal fedele cane Cavall, compagno di tante battaglie, alla Lancia dei Re (che ricorda Gungnir, quella di Odino, arma con il potere di colpire sempre e infallibilmente il suo bersaglio) e a Elaine, la Damigella di Astolat (figura dell'amore non corrisposto, qui incarnato da Leyse della Marca del Cigno, una dei Lios Alfar, che lascia questo mondo anch'essa su una barca e raggiunge, attraversando il mare, il mondo creato dal Tessitore soltanto per i Figli della Luce, come già aveva fatto Tolkien con gli elfi), fino ad arrivare a Flidais, che al tempo dei Cavalieri della Tavola Rotonda era conosciuto come il bardo Taliesin, un individuo che già in quei tempi, giustamente, si credeva fosse possessore di poteri soprannaturali. Sì, perché Flidais è un andain, il figlio di un mortale e un dio; seppur personaggio secondario della trilogia di Kay, Flidais mostra in maniera davvero splendida quanto il desiderio possa essere un tormento per l'essere umano fino a quando non riesce a dargli risoluzione.

Kay non si è limitato però ai soli miti arturiani per scrivere la sua opera: ha dato spazio a quelli vichinghi, greci, ebraici e pure a quelli dei nativi americani.

Gli andain sopra citati ricordano i gibborrim, il frutto dell'unione tra mortali e angeli del culto ebraico.

L'universo mostrato come un arazzo, con la forza creatrice chiamata Tessitore, si rifà ai vichinghi, che vedevano la propria esistenza come una matassa, dove la lunghezza del filo della vita era stata decisa dagli dei, e ai greci, dove le Moire tessevano il filo del fato di ogni individuo.

Liranan, divinità marina di Fionavar, prende molti spunti da Poseidone, dio del mare dei greci, così come Mornir, il dio del cielo di Fionavar, li prende da Zeus. Per non parlare di Ceinwen, la dea della caccia che ricorda la figura di Artemide (che, si rammenta, uccideva chi la vedeva cacciare o fare il bagno).

Dana legata alla terra e Mornir al cielo, sono uno specchio della frattura che può esserci tra dei, proprio come succede tra Demetra e Zeus (secondo il mito, la dea della terra non fece più crescere nulla finché non seppe che fine aveva fatto la figlia Persefone, rapita da Ade e fatta divenire sua sposa; solo quando le cose furono risolte, i frutti della terra tornarono, salvo il periodo in cui la dea è in lutto per il ritorno negli inferi della figlia); una frattura che verrà risanata in Fionavar dal sacrificio di Paul, uno dei cinque ragazzi giunti dalla Terra, che si fa legare sull'Albero dei Re. In questa scena, Kay racchiude diversi miti e riferimenti religiosi. In primis, è facile vedervi la crocifissione di Gesù, che sacrifica se stesso per la salvezza altrui (e che dopo tre giorni esce dal sepolcro di nuovo vivo, proprio come succede a Paul quando dopo tre giorni scende dall'Albero, che da qui in avanti sarà chiamato Nato Due Volte). C'è dell'altro: l'Albero dei Re non fa riferimento solo alla croce, ma anche a Yggdrasill, l'Albero della Vita nella mitologia vichinga. Paul non si limita a rinascere, ma ritorna con una nuova conoscenza, una sapienza che prima non poteva possedere in nessun modo: il ragazzo giunto dalla Terra qui rappresenta Odino che per acquisire la conoscenza dei morti, dell'Al di Là, si fa trafiggere da una lancia e appendere per nove giorni a Yggdrasill (tale divinità è anche conosciuta come il dio degli impaccati e i suoi fedeli, per ottenere parte della sua conoscenza e del suo potere, seguivano lo stesso rituale, rimanendo esposti ai venti appesi a un grande tronco). Altro riferimento alla mitologia vichinga è la capacità di Paul, dopo tale esperienza, di vedere i corvi Pensiero e Ricordo, legati fortemente a Odino.

Visto che si è parlato di poteri, non si può non notare che il potere delle Rune, quello che usano i maghi di Fionavar (che differisce da quello delle sacerdotesse di Dana che lo attingono dalla terra), sia un omaggio di Kay alle storie di Tolkien: la storia d'amore tra Amairgen, il primo mago, e Lisen, la sua fonte, riprende il famoso legame tra Beren e Luthien visti in Il Silmarillion, rappresentanti l'amore tra un mortale e un immortale.

Amairgen non è però solo un emulo di Beren: il suo viaggio assieme a cento compagni, uomini e lios alfar, per raggiungere Cader Sedat, un'isola di grande potere, ricorda l'impresa degli Argonauti, quando Giasone sulla nave Argo partì alla conquista del Vello d'Oro assieme a un manipolo di eroi. E durante il viaggio, l'incontro con il Ladro di Anime, flagello delle navi che passavano per il tratto di mare che conduce a Cader Sedat, fa venire in mente i leggendari Scilla e Cariddi che Ulisse e i suoi compagni incontrarono durante il loro ritorno a casa. Un ritorno a casa che ripropone la tragica fine in cui incorre il padre di Teseo, il re Egeo, dopo l'impresa del Minotauro: l'accordo era che nel caso di riuscita dell'impresa, Teseo avrebbe spiegato vele bianche, invece delle nere con le quali era partito. L'eroe però non si ricordò del patto, nonostante fosse riuscito a sconfiggere il mostro e spezzare la presa di Creta su Atene (la città doveva un tributo di giovani da sacrificare all'essere rinchiuso nel labirinto) e così il padre dal dolore si gettò dalla scogliera, dando il nome al mare omonimo. Lisen vedendo tornare la nave nera con le vele squarciate e comprendendo la sciagura (questa volta reale) in cui è incorso l'amato, presa dal dolore si getta in mare dalla torre costruita appositamente per lei per aspettare il ritorno di Amairgen. Un gesto che le è fatale, perché le deiene, ninfe dei boschi, in mare muoiono, il motivo per cui non aveva potuto seguire il mago, privandolo così della forza della magia, essendo la sua fonte di potere.

Ancora la mitologia greca la fa da padrona nelle figure di Tabor e Imraith-Nimphais, l'unicorno alato, che rammentano Bellerofonte e Pegaso, figure famose per le grandi imprese compiute, uniti in ogni avventura come se fossero un'unica cosa, fino a quando tentano di raggiungere l'Olimpo per vedere se gli dei esistevano veramente: l'uomo Bellerofonte scivola dalla groppa e cade sulla terra, ma non muore, rimanendo però zoppo, mentre Pegaso sale al cielo e diviene una costellazione.

Quanto scritto finora può sembrare una lista sterile di riferimenti a cui Kay si è ispirato per realizzare la sua storia e di certo non può rendere come scoprirli attraverso la lettura della trilogia, ma può servire a capire che quello affrontato dai cinque ragazzi giunti a Fionavar dalla Terra è un viaggio iniziatico che li porterà a scoprire di più se stessi; in fondo, lo scopo dei miti non è solo quello d'intrattenere, ma di donare anche conoscenza all'individuo che li sa ascoltare. Paul, Kevin, Dave, Kim, Jennifer: ognuno di loro avrà in questo nuovo mondo un proprio percorso da affrontare. Un percorso di scoperta, di maturazione, di adempimento del proprio essere.

I riferimenti mitologici sono sicuramente affascinanti, ma senza la componente umana, senza sentire i personaggi vivi, vicini a chi legge, non potrebbero avere la stessa potenza che invece hanno attraverso le storie personali dei singoli personaggi.

La saggezza sciamanica dei Dalrei perderebbe molto se non fosse vista attraverso l'esperienza di Dave, così come il mito della Caccia Selvaggia non avrebbe lo stesso peso se non fosse vissuta dall'esperienza del giovane Finn, chiamato a percorrere la Strada più Lunga.

Certo, la lotta tra bene e male, tra luce e ombra, riecheggia sempre di bellezza, nessuno è indifferente alle grandi battaglie che portano le schiere a opporsi a colui che vuole soggiogare tutto e tutti (Rakoth Maugrim è nel mondo di Fionavar una versione di Sathain (Satana), l'Avversario che si oppone al creato e che lo avversa dalla sua fortezza a Starkadh), ma i sentimenti, le traversie dei personaggi, il loro amore, il loro dolore, sono quelli che rendono una bella storia, una grande storia.

Perché non si può non rimanere colpiti nel leggere le parole del Canto di Rachel, nel vedere Finn, un bambino, che fa da padre a Darien, un altro bambino, per la mancanza di figure maschili adulte.

Non si può non provare la pelle d'oca quando, in una piana piena di nemici si leva il grido «Per il Cinghiale Nero! Per l'onore del Cinghiale Nero!» in risposta a una sfida impari, ribellione a un fato impietoso che vuole ripetersi. E non si può non esultare quando, in risposta alle parole del demone Curdardh, che sta sovrastando Darien, pronto a ucciderlo, compare Lancelot, pronto a farsi difensore del giovane.

Per non parlare dello scontro tra Cavall e Galadan, che fa eco a quello narrato da Tolkien tra Huan, il grande cane di Balinor, e Carcharot, il grande lupo di Angband. O del potere del Lokdal, così grande e tremendo allo stesso tempo, e anche così decisivo in una guerra che non risparmia niente e nessuno, dove c'è sempre un prezzo da pagare, e malinconia e tristezza sembrano farla da padrone (una vena che, va fatto notare, è sempre presente nei lavori di Kay).

Molto altro ci sarebbe da dire su L'Arazzo di Fionavar, tuttavia non sarebbe all'altezza di quanto realizzato da Guy Gavriel Kay, grande narratore e attento selezionatore di parole; nonostante questo, si spera di aver invogliato, in chi non conosce già questa trilogia, a leggere una delle più belle storie epiche della letteratura fantasy.

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