L'ultimo Natale della Terra

di Andrea Moretti

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Proprio adesso è giunta la notte di Natale, e mai avrei creduto potesse essere tanto angosciante. Da bambina, questo momento lo adoravo.

Illustrazione di Antoine Castellano

Illustrazione di Antoine Castellano.

Già alla fine di novembre, quando la gente incominciava a ballonzolare felice, a decorare con strenne scintillanti gli angoli delle strade, io andavo subito in visibilio. Era una gioia a cui non potevo rinunciare.

A quei tempi, sedevo sulle ginocchia dolci di mia nonna: osservavamo la neve imbiancare le strade, trattenendo, nel suo manto, la luce delle stelle.

Ci sistemavamo in salotto, accanto alla finestra, in quella stamberga triste e sgangherata, ma che a noi bastava perché tanto ci volevamo bene.

Aveva un gran cuore mia nonna. Tutti insieme eravamo una famiglia, e il calore delle nostre braccia scaldava più di qualunque camino.

«Malina», mi chiamava la nonna, con i lunghi ferri da maglia stretti fra le dita, «vieni qui a guardare la neve.».

Già, a quei tempi il mio cuore era ancora tenero, perché avevo una famiglia amorevole che si prendeva cura di me.

Poi, però, le cose cambiarono: io mi indurii, tutta la mia anima si fece dura, porfirea, e capii che a Natale, per essere veramente felici, bisogna essere ricchi.

Mi ricordo. Mio padre lavorava in quella fabbrica dove producevano ferro; un quartiere circondato da ciminiere, con dense volute di fumo che si alzavano come mostri. Lui guadagnava giusto qualche misero scellino, ma si spaccava davvero la schiena.

Non resistette a lungo con quella vita. Da giorni, non si presentava alla fabbrica poiché era malato.

Aveva ricevuto dei richiami, ma mio padre era debilitato: non poteva recarsi a lavoro.

Così il suo capo venne una sera a trovarci, insieme ad alcuni suoi amici. Erano dei bruti i suoi amici, dei gorilla.

Ci dissero che facevamo schifo, che andavamo trattati come ratti perché tanto non eravamo meno inutili e rivoltanti di quei roditori. Loro ci percossero a lungo, afferrarono mia madre, ci si divertirono con malignità; poi, una volta finito, diedero fuoco alla casa e se ne andarono come se niente fosse.

Era la notte di Natale. Prima che arrivassero noi stavamo festeggiando, io seduta sulle gambe di mia nonna a guardare la neve.

Credevano di averci uccisi tutti quei farabutti; io però non ero affatto morta. In quel momento votai la mia anima a Satana, giurando di vendicarmi su tutti i luridi ricchi che festeggiarono in quell'occasione e che avrebbero festeggiato in futuro.

Non è difficile come sembra vendersi al Diavolo; e lui non è nemmeno così infernale come dicono. Ha l'aria di un gentleman, vestito sempre di scuro; quando ti guarda, però, ha occhi che ti seducono e annientano allo stesso tempo.

È forse in ragione di quella notte di sangue che Londra, adesso, è così spettrale, proprio nel momento più felice dell'anno.

Il Big Ben brilla in un profluvio d'ambra, le luminarie vicino sono come tante caramelle colorate; ma le case intorno rilucono scure come castelli, il cielo è talmente cupo che sembra portare in grembo disgrazie irrinunciabili e, dai comignoli, volteggiano strie di fumo che mi fanno ripensare al quartiere in cui lavorava mio padre.

Sono passati duecentoquaranta lunghi anni; ma sembra che Londra non sia mai cambiata, che tutto si sia congelato dal giorno di quella strage orrenda, che costrinse una bambina innocente a immolarsi al Diavolo. Sono ancora ai tempi di Dickens e dei Penny Dreadful, all'epoca di quei rabbini inquietanti che circolavano la notte lungo le periferie della città.

Il Diavolo stesso, con quella sua voce elegante, mi ha detto di aspettare per consumare la mia vendetta:

«Lascia pure che si scavino da soli la fossa: il consumismo, la povertà, il riscaldamento globale. Vedrai, non passerà molto tempo. Alla fine dovrai soltanto sospingerli».

Il diavolo non sbaglia mai: in poco tempo, la foresta pluviale è stata completamente desertificata, città come Mumbai e Calcutta sono del tutto sommerse dall'oceano Indiano, e persino la leggendaria New York per metà è stata totalmente evacuata, visto che, almeno una volta l'anno, è preda di alluvioni. Venezia e Rovigo, in Italia, continuano a vivere soltanto negli abissi marini, e non è che io abbia dovuto sacrificare un capro o escogitare chissà quale diabolica Sabba. Quel che gli uomini si sono fatti se lo sono fatti da soli.

Adesso, però, siamo arrivati: 25 dicembre 2066, la fine di tutta l'umanità.

Il Diavolo mi ha reso immortale fino a oggi; poi potrò morire felice.

Per quest'occasione ho indossato il mio vestito nero più bello, mi sono inondata le labbra di rossetto viola.

Stringo un tenero primogenito tra le braccia: la sua pelle è morbida come un batuffolo.

La luna alta brilla come un incubo e le nuvole la accerchiano.

Arrivata la mezzanotte, taglierò la gola al fagotto con un gesto deciso e delicato: non lo farò troppo soffrire, si tratta pur sempre di un bambino. Berrò il suo sangue nel sollazzo di mille corpi agitati e ansimanti e, alla fine, farò un brindisi all'ultimo Natale di questa umanità schifosa.

Buon Natale, vermi ributtanti.

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