La bellezza del mostro - Seconda Parte

a cura di Stefano Frigieri

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Un pipistrello svolazza inquieto all'interno di un maniero.

Improvvisamente si trasforma in un uomo riccamente agghindato che evoca una fanciulla in candide vesti.

Essa comincia ad aggirarsi come sonnambula, quindi sparisce.

Dracula - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

L'uomo misterioso terrorizza due malcapitati visitatori con apparizioni di scheletri e vecchie megere, e alla fine arretra sconfitto e spaventato davanti a una enorme croce.

L'anno è il 1897 e il cortometraggio di soli tre minuti si chiama "Le manoir du diable", ed è considerato il primo film horror della storia.

Anche se il regista, quel George Melies che fu vero pioniere della cinematografia mondiale e autore del ben più famoso "Viaggio nella luna" (1902), calca la mano sull'effetto grottesco come nella più classica slapstik comedy, gli elementi ci sono già tutti: il pipistrello, il castello, la dama soggiogata, la croce come arma finale.

Il nostro succhiasangue preferito, aveva emesso il suo primo vagito.

L'essere che si nutre delle vite degli altri e sulle quali ha totale e incontrastato potere ha fatto la sua apparizione nei secoli sotto le più varie sembianze: una decadente aristocratica come la contessa ungherese Erzsebet Bathory (1560-1614) che faceva toeletta nel sangue delle sue malcapitate cortigiane o un crudele condottiero come Vlad Tepes (1431-1476), cavaliere dell'ordine del Drago (da cui il nominativo Dracul e tutto ciò che ne è conseguito) e alfiere della cristianità nell'Europa occidentale di cui proteggeva i confini con vere e proprie muraglie di nemici impalati.

In questi oscuri periodi storici, dove il potere si credeva al di sopra di ogni giudizio umano e divino, spesso il mostro si nascondeva, pronto a liberare la propria selvaggia natura sicuro di godere di impunibilità.

Per fortuna non era sempre così: la contessa vampira per esempio, venne scoperta e murata viva per i suoi crimini.

Oggi, iconica presenza dalle molteplici chiavi di lettura, infesta cinema e letteratura con la sua decadente bellezza.

Nel periodo d'oro del cinema horror le case produttrici inglesi e americane pareva si fossero salomonicamente spartiti i vari archetipi: gli inglesi, specializzandosi in film sui vampiri, gli americani sfruttando il mostro di Frankenstein e l'Uomo Lupo.

Con una illustre eccezione.

Nel 1931 Tod Browning porta sullo schermo l'adattamento teatrale del romanzo di Stoker e, dopo la rinuncia di Lon Chaney (attore carismatico famoso per la sua versatilità e protagonista assoluto dell'epoca del cinema muto), affida il ruolo del diabolico Conte a chi già lo stava interpretando a teatro: il quarantenne attore di origini ungheresi Bela Lugosi, spalancandogli così le porte del successo planetario.

Nonostante i numerosi film interpretati, fino al suo triste declino con l'apparizione in "Plan 9 from outer space"(1958) di Ed Wood, definito il "più brutto film della storia", verrà in seguito ricordato soprattutto per questo suo primo ruolo, tanto che la famiglia volle che venisse seppellito con il suo fedele mantello rosso e nero.

La sua rappresentazione di Dracula è ben diversa dal mostro deforme del film di Murnau: spariti i canini appuntiti (che in Nosferatu lo facevano apparire come un ripugnante roditore) il suo fascino ipnotico era affidato solamente ai carismatici occhi, messi in evidenzia da una sapiente illuminazione.

Essi torneranno nella versione di Dracula più rappresentata, quella di Cristopher Lee, con la bocca grondante sangue e lo sguardo folle e affamato.

Il vampiro è forse il mostro che negli anni ha avuto le più varie trasformazioni, modificando stile e spirito a seconda del periodo storico a cui apparteneva.

Così l'essere contorto del film di Murnau e lo sguardo ipnotico di Bela Lugosi sono figli delle interpretazioni enfatiche e teatrali classiche del cinema muto e dei primi anni quaranta, mentre il Dracula della Hammer, poi ripreso nei fumetti da Marv Wolfman e Gene Colan, con la sua sanguigna carnalità è il tipico personaggio del cinema degli anni cinquanta/sessanta.

"Vampyr" (1932) il primo film sonoro di Carl Theodore Dryer è la trasposizione cinematografica del romanzo "Carmilla" di John Sheridan LeFanu, dove compare la più famosa vampira della storia.

Il 1945 è l'anno di uscita di "Isle of the dead", film interpretato da Boris Karloff e diretto da Mark Robson che si discosta dalla filmografia classica sui vampiri: viene portato sullo schermo per la prima e unica volta la figura del brucolaco, il vampiro greco.

Egli è il primo di cui si abbia testimonianza nella storia, essendo già citato in testi di autori cinquecenteschi come Cornelio Agrippa (filosofo e alchimista tedesco), ben prima della sua apparizione tra i monti della Transilvania.

È un essere portatore di sventure, che con il vampiro classico ha in comune gli occhi ammalianti e il suo esistere tra vita e morte.

Il film si arricchisce di un dotto riferimento: l'isola/cimitero del titolo è la rappresentazione visiva del famoso quadro omonimo del pittore ottocentesco svizzero Arnold Boklin, opera dalla intensa valenza simbolica, punto di riferimento per tutta la pittura romantica e fonte d'ispirazione per poeti, filosofi e drammaturghi.

Non manca la versione black di Dracula con "Blacula" del 1972 diretto da William Crain.

Era il periodo della cosiddetta "blaxploitation" dove, per ogni genere e personaggio si creava la sua versione "colored", come per esempio il Frankenstein nero in "Blackenstein" (1973) di William Levey.

Durante gli anni settanta ci fu il boom dei remake.

Nosferatu - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Nel 1979 se ne produssero ben due: quello di Nosferatu diretto da Werner Herzog con Klaus Kinsky (particolarmente adatto al ruolo) e quello del Dracula di Browning diretto da John Badham con Frank Langella e Laurence Olivier.

Nel 1992 invece Francis Ford Coppola dirige "Dracula di Bram Stoker", che fin dal titolo dichiara l'origine della sua ispirazione, film totalmente affidato all'interpretazione estrosa e barocca di Gary Oldman.

Ma non tutti i vampiri cinematografici hanno l'altezzosa e incrollabile sicurezza della versione originale.

Durante gli anni novanta i romanzi di Ann Rice e la loro trasposizione cinematografica ("Interview with the vampire" del 1994) di Neil Jordan ci hanno consegnato un umanissimo vampiro (Lestat) schiavo di un destino non voluto.

Nella sua versione più moderna egli diventa un mostro decadente e narcisista come in "The hunger " (1983) di Tony Scott e "Only lovers left alive" (2013) di Jim Jarmush , oppure vittima della sua maledizione come in "The addiction" (1995) di Abel Ferrara.

Il male diventa una distruttiva dipendenza e il vampiro simboleggia la paura e il lassismo di una umanità alla deriva.

Finalmente liberi dalla loro reclusione in angusti e polverosi castelli, i vampiri si confondono tra le persone comuni, eleggendo il mondo intero a propria riserva di caccia.

Così la nomade famiglia vampira di "Near dark" (1987) di Kathryn Bighelow, gli umanissimi vampiri adolescenti di "Lasciami entrare" (2008) di Thomas Alfredson e "Martin" (più vittima che vampiro vero) il debutto alla regia di George Romero, l'inquietante vampira mussulmana in chador di "A girl walk home alone at night" (2014) di Ana Lily Amirpour o l'ambiguo vicino di casa di "Fright night" (1985) di Tom Holland, il vampiro metropolitano di "Chimerès" (2013) di Oliver Beguin od i teppisti di "Lost boys" (1987) di Joel Shumacker, sono le sue rappresentazioni più attualizzate.

Fino ad arrivare alla versione made in italy di "Anemia"(1985) di Albero Abruzzese, dove un dirigente del partito comunista, malato e in crisi ideologica, si convince di essere un vampiro.

Il suo essere sospeso tra la non-vita e la non-morte rende il suo fato molto simile a quello che la fede cristiana vuole per gli scomunicati, e coinvolge aspetti religiosi che offrono l'opportunità a Park Chan-Wook con "Thirst" (2009) di mettere in scena la torbida vicenda di un prete vampiro e della sua lotta tra sopravvivenza, istinto e rispetto dei dogmi.

Gli anni duemila, plasticosi e ruffiani vedono invece l'invasione dei vampiri da passerella, tutti compresi nel proprio ruolo di belli-e-dannati, come in "Twilight" (2008) e i mille serial televisivi sull'argomento come "Vampire diaries", "True blood", "Buffy", "The gate".

Oppure della loro versione quasi supereroistica, come nella saga di "Underworld" (2013).

Spesso in guerra aperta con i licantropi per la conquista del mondo, questi nuovi vampiri ci fanno risparmiare tempo e soldi: due mostri al prezzo di un solo biglietto.

Piano piano il vampiro, spoetizzato e spersonalizzato, diventa semplicemente una sicura fonte di incassi, come un qualunque altro personaggio da film horror.

Ne sono un esempio gli assassini efferati di "Vampires" (1998) di John Carpenter, oppure gli orrori senza nome di "30 days of night" (2007) di David Slade tratto da una serie di fumetti della Dark Horse, dove i vampiri sono macchie di pura ombra che assediano gli abitanti di una stazione al circolo polare artico, o gli attualizzati Morlocks di "I am legend" (2007) tratto dal romanzo di Richard Matheson, povere anime affamate che si aggirano alla caccia dell'ultimo umano rimasto (ma forse è proprio lui il vero mostro, come si intuisce nel finale alternativo mai apparso nelle sale, dove si rivelano molto più umani del protagonista).

The Strain - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Nel serial televisivo "The strain" tratto dai romanzi di Guillermo del Toro e Chuck Hogan, dietro giacche e cravatte si nascondono mostri alieni con sifoni dentati al posto della lingua (sono gli strigoi, i vampiri rumeni); in "Daybreakers"(2009) dei fratelli Spiering, sono diventati i padroni del mondo, e usano gli umani come bestie da macello.

La sensualità del vampiro è invece affidata alla sua versione femminile come in "Vamp" (1986) di Richard Wenk o "From dusk till dawn" (1996) di Robert Rodriguez.

La sua resa definitiva avviene quando comincia ad apparire come semplice comprimario, lasciando la scena all'eroe di turno : "Blade" (1998) di Stephen Norrington tratto dall'omonimo fumetto , "Van Helsing" (2004) di Stephen Sommers,"Abraham Lincoln, vampire hunter" (2013) di Timur Bekmambetov o addirittura "Jesus Christ, vampire hunter" (2001) di Lee Gordon Demarbre.

Talmente è vasta questa filmografia (volutamente non ho citato tutte le parodie e i film su Vlad Tepes), che si sono sviluppati nel tempo vari festival sull'argomento, tra cui spicca il VampFest almeno per la location particolarmente azzeccata : Sighisoara in Transilvania.

In oriente hanno una idea tutta loro sull'argomento.

Il vampiro cinese è uno spirito reincarnato in un corpo senza vita che si trascina dietro saltellando qua e la (letteralmente!) alla ricerca di sangue, senza il quale si decomporrebbe rapidamente.

Diventa particolarmente pericoloso durante il plenilunio e solo il graffio di un gatto può trasformare un cadavere in vampiro.

Nonostante le loro movenze grottesche (d'altronde non è semplice trascinarsi dietro un corpo morto, soprattutto per uno spirito) non sono secondi a nessuno in quanto a tenacia e indistruttibilità.

Solo i preti taoisti, utilizzando appropriate formule magiche, possono ammaestrarli rendendoli fedeli cagnolini.

La serie di "Mr. Vampire" (il primo è del 1985), e più recentemente "Rigor mortis" del 2013 sono tra gli esempi più significativi.

I nuovi mostri

Da adulto cinico e disilluso invidio il meraviglioso stupore del bambino che per la prima volta si affaccia al mondo, e ne scopre anche gli aspetti paurosi, a volte reagendo con un sorriso liberatorio quando lo spavento ha il lieto fine dello scherzo, a volte rifugiandosi sotto l'ala protettiva del genitore e demandando a lui ogni forma di difesa.

Tutto a quell'età è nuovo e bellissimo, perfino la paura.

Forse è proprio questo che ci attira (almeno per me) nella visione di un film dell'orrore: il desiderio (la speranza), anche se per un solo momento, di rivivere quella intensa e terribile emozione.

E nuova e bellissima deve essere stata l'esperienza del lettore che per la prima volta affrontava un romanzo gotico, senza sapere ancora cosa questo significasse.

Dopo essersi appassionati alle avventure dei cavalieri erranti contro impossibili (e perciò confortanti) creature, o alle spavalderie di giovani moschettieri, si ritrovavano tra mani le cupe storie senza speranza di mostri troppo simili a loro, gravati dal peso di terribili maledizioni e schiavi della propria immortalità.

Ed era solo l'inizio.

A girl walk home alone at night - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

I galeoni fantasma di Willam Hope Hodgson (alla cui opera Lovecraft si ispirò), le creature leggendarie di Algernon Blackwood, gli orrori esotici di Abraham Merritt, il mondo fatato di Arthur Macken: ognuno di questi autori evocava nei suoi romanzi, con la sola forza della parola, mostri fantastici e terribili, e la paura (o il disagio) che essi provocavano prendeva forma intorno all'immaginazione del lettore ed alla sua sensibilità.

L'avvento del cinematografo trasformò quella che era stata una bellissima esperienza individuale in un omologante esperimento collettivo.

L' immaginazione non era più così indispensabile perché tutto era lì a portata di mano.

Per sopperire a ciò lo spettatore veniva ora coinvolto in ogni modo possibile attraverso l'uso di suoni, luci, colori e musica (vedere un film horror senza audio è un'esperienza straniante).

Tutto serviva per provocare nello spettatore un'emozione, a volte in maniera artificiosa ben prima che il mostro apparisse sullo schermo.

Questa sospensione della realtà creava un gioco delle parti come fossimo nel tunnel dell'orrore di un Luna Park: si doveva abbandonare il pensiero cosciente affidandosi completamente all'illusione.

Così è il cinema, ancor più in un film horror.

Un surrogato della vera paura che si provava da bambini, ma sempre meglio di niente.

Lo svilupparsi delle nuove tecnologie, fino all'utilizzo della digitalizzazione, ha solo reso il tutto ancor più "credibile", rendendo spesso inutile il supporto narrativo.

Il mostro anni ottanta abbandona lo spessore psicologico dei granitici antieroi vittoriani e si affida quasi esclusivamente all'azione e alla situazione.

Freddie Krueger e compagni sono diventate le nuove icone del terrore, tante Action Figures da mettere in fila sulla mensola.

L'attenzione si sposta dal mostro alle sue vittime, veri e propri agnelli sacrificali sull'altare dell'emozione.

Non è importante il "perché" i personaggi muoiano, ma il "come".

Per cui lo scopo è solo quello di inventare modi sempre più fantasiosi e assurdi per eliminarli.

La serie di film prodotta a Hong Kong e chiamata per l'appunto "Guinea pig", ne è l'esempio più eclatante, limitandosi a mettere in scena una serie infinita di orrori e brutalità inflitte ai protagonisti (spesso donne), di frequente senza uno straccio di trama.

Ma la voglia di parodia è sempre dietro l'angolo: nel cortometraggio "The horribly slow murderer with the extremely inefficent weapon" (2008) di Richard Gale il killer si accanisce sulla vittima con un cucchiaio.

E con tanta pazienza.

Freddie è comunque il personaggio più riuscito, ma soprattutto è quello più facile da utilizzare: da essere incorporeo qual è si può muovere liberamente nei mondi onirici delle sue vittime.

Wes Craven ("Nightmare on Elm street, 1984) con questo espediente si diverte a giocare con il pubblico, creando un'atmosfera tesa e malata (ma anche grottesca e divertita) dove davvero tutto può accadere, in ogni momento.

Freddie Krueger - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Il ciclo consta di ben 6 film, più due remake (uno dello stesso Craven) e un epico scontro con Jason.

Jason Voorhees è il lento e inarrestabile killer dalla maschera da hockey, vero protagonista solo dal secondo film in avanti, visto che nel primo ("Friday the 13" di Sean Cunningham, 1980) l'assassino era la vendicativa madre.

Le sue efferatezze sono spesso rivolte verso giovani coppie colte in atteggiamenti intimi e possono essere lette come una punizione per l'eccessiva libertà sessuale.

Come dire: meglio morti che impuri.

Jason diventa così l'esatto opposto di Dracula che, con il suo sensuale bacio mortale, si faceva beffe del perbenismo borghese.

Essi, insieme a Michael Myers ("Halloween" di John Carpenter, 1978), l'immortale assassino con la maschera di William Shatner (il capitano Kirk di "Star Trek"), sono i più famosi protagonisti dei cosiddetti "slasher movie", vere e proprie catene di montaggio dell'omicidio serializzato.

Ma non sono i soli.

L'America non è un posto tranquillo.

Tra boschi impenetrabili e impervie zone desertiche, dentro caverne dimenticate o fatiscenti fattorie si possono annidare i pericoli più improbabili.

Per esempio famiglie cannibali, come i Sawyer di "Texas Chain Massacre" (1974) di Tobe Hooper o quelle di "Wrong Turn" di Rob Shmidt (2003) o "The hills have eyes" di Wes Craven (1977) o semplicemente folli come i Firefly di "House of 100 corpses" e "The devil's rejects" di Rob Zombie (2003/2005).

Oppure le entità umanoidi come "Jeepers Creeper" (2001) di Victor Salva , "The burrowers" (2008) di J.T.Petty o "Descent" (2005) di Neil Marshall.

O ancora gli esseri da fantazoologia come in "Tremors" (1990) di Ron Underwood (che recupera il genere anni cinquanta delle invasioni degli animali giganti) o "Feast" (2005) di John Gulager, dove i mostri rivelano anche una insolita sessualità.

O per finire le manifestazioni demoniache come in "Evil dead" di Sam Raimi (1981), "Poltergeist" di Tobe Hooper (1982) o il suo clone "Insidious" di James Wan (2010).

Il fascino del male, insomma, In ogni sua forma.

La nuova tendenza è quella di sbarazzarsi del mostro cercando di instillare paura e raccapriccio attraverso il puro virtuosismo, alla ricerca di un'estetica della violenza fine a se stessa, quasi una performance artistica.

Le gesta del fantasioso killer seriale di "Seven" (1995) di David Fincher, la vendetta della Morte in "Final destination" (2000) di James Wong e soprattutto il ciclo di "Saw" (2004) di James Wan, uno dei pochi casi di serialità cinematografica (i vari film seguono un'unica trama come fossero un lungo racconto a puntate).

Questo gioco a rimpiattino tra credibilità (del film) e credulità (dello spettatore) trova (per la precisione "troverebbe") la sua apoteosi in "The worst horror movie ever made" (2005) di Bill Zebub, dove attraverso il palese uso di trucchi finti (armi di cartone, angurie che si spiaccicano al posto delle teste) il regista pare sfidarci: "Vediamo se questa volta riuscite a spaventarvi!".

Un semplice gioco che avrebbe avuto una sua valenza sperimentale, se il film non fosse fatto talmente male (è DAVVERO il più brutto film horror mai fatto), da non riuscire a suscitare né paura né riso, solo sgomento.

Ma il mostro è sempre lì in attesa di poter riapparire, magari sotto forma di un ibrido uomo/pesce, il Mostro della laguna nera in versione romantica come nel film di Guillermo del Toro "La forma dell'acqua" (2017)

Il protagonista ricorda molto da vicino anche Abe Sapien, personaggio dell'universo fumettistico di Mike Mignola, e prototipo del mostro reietto e solitario, l'esatto opposto del suo compagno di avventure, forse il mostro fumettistico più integrato e sicuro di sé: Hellboy.

Il mostro dalla faccia bianca

Stephen King è di sicuro lo scrittore più rappresentato sul grande schermo.

Shining - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Forse la sua opera meglio riuscita in tal senso è "Shining", merito della regia di un Stanley Kubrick in stato di grazia.

Ma il suo apporto più originale alla rappresentazione del mostro è Pennywise il clown, meglio conosciuto come It.

La terribile figura del pagliaccio assassino è mutuata da un fatto di cronaca ben conosciuto, una ferita ancora aperta nel corpo dell'America: dal 1972 al 1978 John Wayne Gacy, conosciuto come Pogo il clown, personaggio che usava per animare le feste dei bambini, torturò, violentò e uccise 33 persone, tra adolescenti e adulti.

Insospettabile padre di famiglia, con alle spalle anche un tentativo di entrare in politica, in realtà nascondeva profonde turbe psichiche che lo portarono a sfogare su piccoli innocenti le proprie frustrazioni sessuali.

La figura del clown, che da sempre suscita un ambivalente sentimento di attrazione e repulsione, da quel momento ne esce ancor più distorta, assumendo perlomeno in America, una valenza ben precisa: è il simbolo dell'orrore che si può annidare dietro la normalità, la maschera vivente dietro il cui perenne sorriso imbiancato si può nascondere chiunque, l'origine di uno stato di ansia e di insicurezza che mina la fiducia negli altri, e che periodicamente sfocia in vere e proprie paranoie collettive (l'ultimo episodio solo due anni fa con le segnalazioni di clown assassini in giro per l'America).

Il cinema ha più volte sfruttato l'ambiguità della figura del pagliaccio, esaltandone l'aspetto grottesco come in "Killer klowns from outer space" (1988) di Stephen Chiodo, dove alieni con cerone e naso rosso atterrano con un'astronave a forma di tendone da circo, oppure sviscerandone tutta la mostruosità come in "Clown" (2014) di Jon Watts, storia di un costume maledetto e del suo malcapitato proprietario.

Ma It, che è la sublimazione di tutto ciò, è qualcosa di ancora più terribile: insinuandosi nel tessuto sociale di una piccola cittadina di provincia (Derry), ne diventa la coscienza collettiva, dando voce, e corpo, alle paure dei suoi abitanti, esponendo la loro anima più torbida.

Egli è il male che ognuno di noi porta dentro di sé, sotto ogni sua forma: la debolezza, la paura, la vigliaccheria, la crudeltà, il desiderio di sopraffazione.

It - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Che venga dallo spazio o dall'inizio dei tempi, trova nella nostra anima fragile un rifugio sicuro.

E solo l'innocenza, la purezza e l'amicizia di un gruppo di adolescenti riuscirà a sconfiggerlo.

Ci sono due versioni cinematografiche del romanzo fiume di King: quella interpretata da Tim Curry nella miniserie omonima del 1990, e la più recente trasposizione sul grande schermo di Andy Muschietti (già famoso per l'inquietante "Mama").

Mostri con il palloncino

Nel mondo variegato e policromatico dei fumetti i mostri non mancano, anzi ne sono una delle travi portanti.

Dopo aver prevalentemente rivestito ruoli da villain, sono finalmente assurti a protagonisti, agendo spesso in quella terra di nessuno tra bene e male che dona a loro spessore e fascino.

Hulk ne è l'esempio più eclatante, tanto da meritarsi un posto d'onore nell'Universo Marvel.

Egli vive in perfetta simbiosi con la sua controparte "normale", rivelandosi e proteggendola, nei momenti di crisi, o acquattandosi nella sua ombra quando essa prende il sopravvento, come nella lunga saga gestita da Bruce Jones dove il tormentato Banner la fa da protagonista.

Questo dialogo continuo tra le due facce della stessa medaglia, raziocinio e brutalità, narrativamente parlando funziona benissimo e scambiandosi continuamente creano il dubbio che non è detto che la prima appartenga sempre all'uomo e la seconda al mostro.

L'evolversi del personaggio ha portato in più occasioni a essere Hulk il vero padrone della mente di Banner.

L'Hulk grigio della saga di Joe Fixit, gangster di Las Vegas, è la sua versione più razionale (il super io), mentre quella verde è da sempre la parte selvaggia (l'Es freudiano).

La sua mente è un cubo di Rubik che, prima di trovare la soluzione ottimale, passa attraverso varie configurazioni.

L'Hulk professore (Merged Hulk) è un mix perfetto fra i due estremi (l'utilizzo della parte selvaggia attraverso la razionalità) come anche il più recente Doc Green, il quale decide di risolvere il problema eliminando le radiazioni gamma dall'Universo, sradicandole da chiunque le possieda: A-Bomb (Rick Jones), She Hulk (Jennifer Walters), Hulk Rosso (generale Ross), She Hulk rossa (Betty Ross).

Anche un modo pragmatico per far piazza pulita in una situazione che si stava un po' troppo complicando.

In un possibile futuro egli potrebbe sfruttare forza e intelligenza per sottomettere il mondo, come narrato in "Futuro imperfetto" di Peter David e George Perez.

Spesso però il mostro nei fumetti è un semplice accessorio utile per ogni supergruppo (Sasquatch di Alpha Flight, o la Cosa dei Fantastici 4) : la forza bruta da affiancare all'intelligenza del leader.

Non sono però rari i casi (prima e dopo Hulk) dove il mostro è assoluto protagonista.

Uno dei primi esempi è Solomon Grundy della D.C. Comics.

"Solomon Grundy,
Born on a Monday,
Christened on Tuesday,
Married on Wednesday,
Took ill on Thursday,
Grew worse on Friday,
Died on Saturday,
Buried on Sunday,
That was the end,
Of Solomon Grundy."

Da questa filastrocca per bambini del diciannovesimo secolo, utilizzata per memorizzare i giorni della settimana (il corrispondente del nostro: "Trenta giorni a novembre..."), prende origine uno dei personaggi più stravaganti e interessanti del cosmo D.C.

Solomon Grundy - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Nato da penna e matita di Alfred Bester e Paul Reinman su "All American comics" n. 61 del 1944, egli è in origine Cyrus Gold, un sordido individuo che per un debito non pagato finisce ucciso e gettato nelle acque della palude.

Il suo corpo decomposto si è amalgamato con fango e melma, riemergendo senza memoria di sé e dotato di poteri che gli forniscono forza disumana ed immortalità: ogni volta che muore, rinasce con una differente personalità.

Una specie di metempsicosi legata a un corpo solo.

È un essere privo di pensiero, una pura forza della natura, un character basico e privo di fronzoli psicologici, figlio della semplicità con cui venivano creati i personaggi durante la Golden Age dei comics americani.

Egli diventa il substrato su cui si sono creati i ben più profondi personaggi della maturità del fumetto americano anni ottanta, come lo Swamp Thing (1971) di Len Wein e successivamente Alan Moore, o Man Thing (1971) di Steve Gerber.

Il suo fascino è proprio la semplicità: i suoi scontri con i più famosi eroi D.C. (Starman, Lanterna Verde/Alan Scott, di cui diventa un frequente avversario, Superman) non sono motivati da smania di potere o conquista, ma da una semplice furia primordiale che lo spinge a combattere contro il mondo intero.

Il suo grido di battaglia ("Solomon Grundy, born on Monday!") è una rivendicazione di identità, un disperato appello per trovare il suo posto nel mondo.

È Frankenstein aggiornato al tempo dei balloons.

La Marvel (oltre a Hulk) ha sfruttato a più riprese le potenzialità narrative del mostro.

All'inizio della sua storia editoriale, negli anni cinquanta, quando ancora si chiamava Atlas, pubblicava innumerevoli riviste di horror e fantascienza, dove i titanici mostri di Lee e Kirby (versione a stelle e striscie dei Kaiju nipponici) scorrazzavano felici.

In seguito vennero introdotti a viva forza nella continuity fin nelle prime storie dei Fantastici Quattro, come pezzi da novanta dell'esercito di conquista dell'Uomo Talpa (altro "mostro" rifiutato dalla società).

Fing Fang Foom, il drago colossale, affronta a più riprese sia Hulk sia Iron Man.

Sono recentemente tornati, per la gioia dei nostalgici, nella miniserie "Monster unleashed", pronti a confrontarsi con i moderni supereroi.

Durante gli anni settanta ci fu un intenso proliferare di riviste horror antologiche.

Erano lontani i tempi della caccia alle streghe che resero la vita difficile a specialisti del settore come la casa editrice E.C.

"Monster unleashed", " Tales of the zombie", "Dracula lives!", "Vampire tales", pubblicate da noi sul " Il Corriere della paura".

In essi il mostro finalmente aveva conquistato un vero ruolo da protagonista, con una propria storia seriale, come qualunque altro supereroe che si rispetti.

"The tomb of Dracula" (Gerry Conway, Marv Wolfman, Gene Colan) fu una delle serie più longeve (70 numeri dal '72 al '79), dove il famigerato Conte affrontava, oltre i colleghi mostri, anche personaggi Marvel come per esempio il Dott. Strange.

Su queste pagine nasce anche la sua nemesi più fumettistica: Blade, il cacciatore dei vampiri che sembrava uscito da un "blaxploitation" movie (categoria di film anni settanta dove i protagonisti erano tutti di colore) e che, visto il successo ottenuto, ebbe lunga carriera, sia fumettistica sia cinematografica.

Altri conquistarono fama e successo proprio grazie alle loro versioni più aggiornate: Licantropus ("Werewolf by night", 43 numeri dal 1972), Simon Garth lo zombi (dal 1973 al 1975 su "Tales of the zombie"), Frankenstein (18 numeri a partire dal 1973), la Mummia (su "Supernatural thrillers"- 1972/1975).

Tanto da arrivare a militare (insieme a Manphibian, la versione Marvel della creatura della laguna nera) in un vero e proprio supergruppo, la Legione dei mostri (1975).

Molte di queste storie sono scritte da Steve Gerber (padre di Man Thing e Howard il papero) con la sua caratteristica verve umoristico/grottesca.

Questo processo evolutivo portò a una loro vera e propria "marvellizzazione", diventando, nelle loro varie manifestazioni, comuni avversari dei più famosi supereroi.

Morbius il vampiro vivente e l'ennesima versione dell'Uomo lupo (alter ego del figlio di Jonah Jameson), per esempio, compariranno frequentemente nelle storie dell'Uomo Ragno.

Frankenstein viene adottato anche dalla D.C., diventando un componente di un'agenzia segreta (lo S.H.A.D.E.) in cui milita anche la moglie, fedele alla sua immagine classica dei film Hammer con le sue candide meches, ma con anche 2 braccia accessorie, utili in combattimento.

Ma è l'Image Comics, con le sue ipercinesie grafiche e i suoi eroi gonfi di anabolizzanti, che sfrutta maggiormente il nostro caro mostro, creando personaggi ad hoc, spesso di breve vita editoriale: Pitt (creato nel 1993 da Dale Keown) è un assassino ibrido alieno/umano che finisce per difendere un ragazzino terrestre; The Maxx (creato nel 1993 da Sam Kieth) è l'alter ego di un senzatetto terrestre, che vive in un universo parallelo; the Tenth (creato nel 1997 da Tony Daniel) è un agente della CIA trasformato da un esperimento genetico in un supermostro al servizio di un tiranno alieno a cui si ribella; the Creech (creato nel 1997 da Greg Capullo) è un mostro composto da centinaia di feti abortiti.

L'Ultraverse della Malibù Comics ci propina invece Sludge, ennesima creatura mostruosa di Steve Gerber, ennesima fusione tra carne e scorie nucleari.

Siamo davvero anni luce dall'universo divertente e divertito della Silver Age, dove l'unico mostro che si poteva permettere Superman era il goffo e ingenuo Bizzarro che parlava al contrario e che graficamente sembrava il primo disegno a matita di un bambino.

Il mostro è bello. Beh, non sempre...

Una nuova speranza

John Merrick - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

A volte è davvero difficile scovare la bellezza sotto la ruvida scorza del mostro.

Per fortuna esistono persone dotate di una titanica pazienza e con la giusta apertura mentale per farlo.

Il 24 giugno 1886 una figura ingobbita e avvolta in un pesante tabarro si aggira nella Liverpool Street Station di Londra.

La gente che passa lì accanto ne è subito allontanata dall'odore ripugnante che emana.

L'essere prova a chiedere la carità, ma nessuno si avvicina.

Passa il tempo.

Finalmente un poliziotto nota il fagotto informe che giace ormai immobile in un anfratto tra le panchine della stazione e ne solleva cautamente un lembo per vedere se sotto c'è ancora qualcosa di vivo.

L'immagine che gli si rivela è quella di un mostro informe, un ammasso di rigonfiamenti e protuberanze che non lo fanno assomigliare a nulla di umano.

Eppure è umano.

Difatti, in un ultimo sussulto, egli allunga una mano che regge tra le dita contorte un piccolo biglietto.

Su di esso è scritto un nome: Frederik Treves, medico.

Il dott. Treves aveva incontrato John Merrick (meglio conosciuto come l'Uomo Elefante) qualche anno prima, quando gli era stato presentato da un collega.

Merrick era ricoperto da una vasta proliferazione di tumori benigni cutanei e aveva alcune invalidanti malformazioni ossee (malattia rarissima che in seguito venne definita come sindrome di Proteo) che ne avevano trasformato completamente l'aspetto, rendendogli difficile muoversi e soprattutto parlare.

In quell'occasione il dott. Treves, dopo un'analisi superficiale giudicò che il povero ragazzo fosse completamente demente (forse più una speranza che una diagnosi), ma gli consegnò comunque il suo biglietto da visita.

Successivamente Merrick era stato utilizzato come fenomeno da baraccone da personaggi senza scrupoli nei cosiddetti Freak Show che, dopo che questi spettacoli furono dichiarati illegali, lo avevano abbandonato.

Ora Treves aveva tutto il tempo di studiare meglio il soggetto nella sua clinica.

Il vero punto di svolta della storia, che concesse allo sfortunato John un po' di serenità nell'ultimo periodo della sua vita, fu quando il dottore riuscì a comunicare con il suo paziente e a comprenderne il linguaggio.

Capì così che dentro quel mostro orribile a vedersi, c'era un cuore, un'anima, ma soprattutto un cervello purtroppo perfettamente funzionante.

Un essere umano, insomma, desideroso di farsi comprendere e amare.

Un animo sensibile che viveva nella maniera peggiore la propria situazione: comprendendola pienamente.

L'incontro con il dott. Treves concesse a John Merrik la possibilità di trovare la fiducia nel prossimo e tramite questa il coraggio necessario per affrontare il mondo esterno, riuscendo infine a superare la paura e il ribrezzo che incuteva inevitabilmente con la sola bellezza del proprio animo.

Frequentò più volte anche l'alta società inglese e incontrò tra i tanti il principe e la principessa di Galles.

Scrisse poesie e morì in pace, addormentandosi semplicemente, all'età di 27 anni.

"Gli uomini hanno paura di ciò che non capiscono..." (John Merrick)

E se non lo sapeva lui...

Il mostro è bello.

Punto.

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