La Città dei Morti

di Antonio J. Cebrián

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Il cielo preannunciava tempesta e si poteva sentire l'odore dell'umidità nell'aria. Vicino alla curva uscii dalla carreggiata e fermai il veicolo. La vista era impressionante. Non avevo mai contemplato un'immagine come quella, nemmeno in televisione. Come se si trattasse di una ripresa aerea, fino a dove lo sguardo poteva giungere si estendeva una pianura e là, nel mezzo del niente sorgeva "Ciudad Término", conosciuta come "La Città dei Morti". La composizione in forma di cerchi concentrici attirava l'attenzione verso la struttura centrale, una grande torre coronata da un'enorme coppa da cui si alzava una colonna di fumo, a imitazione di una torcia rituale. Migliaia di piccole finestre foravano la parete curva tracciando qualcosa di simile a un'iscrizione.
Proseguii la lenta discesa lungo la strada serpeggiante. Era strano; non ricordavo di aver visto nessuna immagine della città nella quale apparissero montagne nelle sue vicinanze, sebbene la verità fosse che non vi avessi prestato molta attenzione. Non finché morì mamma.

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Tutta la mia concezione del mondo era cambiata. La sicurezza in me stesso e in ciò che mi circondava era svanita. Adesso tutto appariva tanto fragile; tutte quelle grandi cose costruite nel corso degli anni con infinito sforzo avrebbero potuto sbriciolarsi in un istante... in uno "scollegare il telefono". La mia vita era sprofondata in una sensazione di "provvisorietà permanente" e, incoscientemente, l'idea di "Ciudad Término" guadagnò peso tra i miei pensieri fino a convertirsi in un'ossessione.
Prima la disprezzavo. Era un artificio commerciale ordito da varie multinazionali tecnologiche per sfruttare economicamente i sentimenti della gente. Originariamente, il progetto nacque più di una decade fa da qualcuno con una visione idealista. L'idea era di registrare i parametri di comportamento, l'attività intellettuale e, nel limite del possibile, i ricordi di una persona all'interno di un potente sistema informatico che potesse, in base a tutto ciò, emulare quella persona; pensare e agire come se fosse la stessa. In principio si pretese di emulare i grandi personaggi, gli scienziati o eminenze in qualche campo del sapere col fine di poter contare su di loro anche dopo morti, sollecitando la loro opinione o richiedendo il loro aiuto in merito a grandi scoperte o nuove questioni che si ponessero, specialmente nel campo della scienza.
Sarebbe stato un privilegio poter conversare con Stephen Hawking sui tre livelli dell'universo quantistico e le Tesi di Biggs oppure chiacchierare con Misha Gromov a proposito delle soluzioni dell'Ipotesi di Poincaré proposta da Delaval.
Ma i responsabili economici del progetto ebbero una visione più pragmatica della faccenda e compresero che questa necessità di comunicare con coloro che avevano vissuto era una caratteristica comune a tutta l'umanità e pertanto traducibile in una quota di mercato del cento per cento. Così cominciarono ad archiviare informazioni su tutta la gente in generale, e in particolare di quelli più suscettibili a lasciare questo mondo a breve. Intorno all'edificio principale cominciarono a crescere piccoli annessi destinati a contenere l'ingente quantità di informazioni che si stava accumulando, finendo col creare una struttura di livelli concentrici che cresceva sempre più e con maggiore rapidità. In questo modo sorse, per colpa di tutti i media del pianeta, "Ciudad Término", conosciuta popolarmente come "La Città dei Morti"; un luogo dove la gente poteva comunicare con i propri morti mediante una rappresentazione olografica della persona. Potevano vederli, parlarci e conoscere la loro opinione su qualsiasi argomento come se si trattasse della persona quando era in vita, o almeno questo era quanto si pretendeva di far credere. I familiari pagavano una "pensione" di mantenimento affinché i dati non fossero cancellati e una quota a visita. I guadagni erano enormi a tal punto da suscitare confronti di carattere politico e conflitti diplomatici tra diversi paesi che non volevano essere esclusi dall'affare mentre i loro cittadini cedevano somme enormi ai proprietari del progetto.
"Ciudad Término" aveva avuto molti detrattori fin dall'inizio, tra essi, diverse chiese e capi religiosi. Si erano organizzati movimenti di massa contro di essa, ma, a carattere permanente, esistevano gruppi di gente che cambiavano opinione in suo favore. In particolare, tutti coloro che avevano occasione di effettuare un incontro con un defunto conosciuto in vita cambiavano di schieramento o indebolivano drasticamente la propria posizione. A questi, si sommavano coloro che avevano perso parenti e persone care, in modo che l'opposizione al progetto si caratterizzava per una diminuzione e un aumento permanente che manteneva il suo numero costante e non costituiva un vero problema per gli amministratori della città.
Il modo in cui si riuscivano a raccogliere informazioni da tutto il mondo era un mistero. Ufficialmente si parlava di due livelli o qualità: per le persone che avevano compiuto volontariamente una "registrazione personale" in vita, si garantiva un'emulazione perfetta, tanto a livello fisico quanto intellettuale. Per coloro che non lo avevano fatto, normalmente le informazioni erano recuperate a partire dall'uso del videotelefono, da possibili visite alla città da parte dell'interessato e, in generale, qualsiasi registrazione di immagini o suoni che potesse essere stata prodotta in qualsiasi contesto. In quei casi si garantiva una perfetta emulazione fisica e un'emulazione intellettuale parziale dipendente dalla quantità di informazioni raccolte. Per molte persone, l'emulazione fisica era più che sufficiente.
Ciò che non riuscivo a comprendere era come fossero riusciti a recuperare informazioni riguardanti mamma. Lei che era allergica a qualsiasi tipo di tecnologia. Incapace di usare il videotelefono né alcun aggeggio simile. Ero, perciò, preparato alla frode. A incontrare poco più che un'immagine tridimensionale in movimento che fosse appena capace di intrattenere una conversazione standardizzata su argomento generici e impersonali.
Avevo già raggiunto la zona di parcheggio. Lasciai l'auto, pagando la somma stabilita, e mi diressi verso l'entrata più vicina. Un piccolo treno all'interno di un tubo cristallizzato (nel miglior stile della fantascienza degli anni settanta) condusse me e un paio di altre persone all'edificio centrale. Nessuno aprì bocca. Rimanemmo in silenzio, lo sguardo elusivo, con una specie di sensazione di soffocamento o vergogna per essere lì.
L'immenso atrio al quale accedemmo era sprofondato nella penombra ed era stato premeditatamente ambientato come una cattedrale, con vetrate luminose in alto e numerose candele accese su grandi candelabri di ferro. Nell'ambiente, un tenue odore di incenso e altre erbe aromatiche, e quasi impercettibile, tra l'eco dei passi e i sussurri, una specie di musica d'organo indecifrabile. I responsabili avevano voluto giocare col trucco della religione, come se il visitatore traversasse le porte celesti per fare una visita e potesse contare sul beneplacito della chiesa e del proprio Dio. Il risultato era una sensazione di pace e raccoglimento che contrastava rocambolescamente con le guide dalle gambe lunghe e l'aspetto televisivo che camminavano per la stanza.
Una di loro si avvicinò a me e, dopo avermi dedicato un sorriso perfetto, mi domandò il mio nome.
- Victor Dresde.
Lo riportò su un formulario digitale e mi chiese amabilmente che lo firmassi. Fui tentato di toccarla per vedere se fosse un ologramma, ma sapevo che non era possibile rappresentare un ologramma tanto realisticamente senza interporre qualche tipo di schermo davanti all'osservatore, cosicché lasciai le mani tranquille.
Camminai dietro i suoi passi senza poter distogliere la vista dalla corta gonna brillante che formava piccole pieghe diagonali da una natica all'altra, da una direzione all'altra a ciascun suo passo. Fui ipnotizzato da quello spettacolo al punto da rischiare di scontrarmi con lei quando si fermò.
- Il signor Sakamishi adesso la riceverà - disse sorridente.
E se ne andò.
La piccola porta era socchiusa, così chiesi permesso e la spostai con precauzione.
- Avanti - disse qualcuno dall'interno.
Penetrai nell'ufficio. Era piccolo, quasi oppressivo. Un'antica lampada d'argento, eccessivamente bassa, illuminava una vecchia scrivania di legno ricoperta da torri di carta. Nell'ambiente si agitavano e diluivano spesse nubi di fumo di tabacco.
Tra le torri di carta emerse un viso anziano con tratti orientali.
- Si sieda signor Dresde. Non le ruberò molto tempo. E' la prima volta che viene a "Ciudad Término", vero? - domandò con lentezza e difficoltà.
- E' così - risposi.
- Bene. In questo caso voglio metterla al corrente di alcune norme che abbiano qui e che devono essere rispettate a beneficio dei nostri ospiti e dei visitatori.
- La ascolto.
- Ottimo. Come saprà, la maggior parte dei nostri ospiti conservano tutti i ricordi di quando erano in vita. Comunque, per ovvie ragioni, abbiamo eliminato tutto ciò che riguarda il momento della loro morte e gli elementi precedenti che potrebbero essere collegati a essa. Naturalmente, nessuno ricorda di essere internato in un tipo di istituzione come questa, in maniera che, nel seguire la nostra politica di interferire il meno possibile aggiungendo ricordi... estranei o falsi, fa credere all'ospite che questo posto sia un luogo di riunione dove si incontrano con la persona attesa.
- Vuole dire che non devo domandare cose tipo "Come stai qui?" o "Ti danno da mangiare?" e tutto il resto, giusto? - domandai.
- Vedo che ha compreso ciò che cercavo di spiegarle. In realtà, la regola è: non parlare dell'istituzione, del viaggio qui né delle ragioni dell'incontro in questo luogo.
- E cosa si suppone che faccia nel caso in cui l'ospite ne parli? La verità è che questo genere di cose sono le prime di cui si discute per intavolare una conversazione.
- Non si preoccupi di questo. Se non lo menziona, l'ospite non lo farà di sua iniziativa. Sono stati... "predisposti" per non farlo - affermò l'anziano guardandomi fisso.
- Capisco.
- La seconda regola è, evidentemente, di non parlare della loro morte né delle circostanze a essa relative.
- Intende dire che quando incontrerò mia madre potremo parlare solo del passato? "Ricordi quando...?". Un poco forzato, no?
- No. Non credo. E' una buona soluzione. Inoltre, contribuisce a eliminare... dubbie reticenze che molte persone hanno sull'autenticità degli ospiti - rispose un certo brillio di sfida nello sguardo.
- Mi consenta di domandarle qualcosa a proposito dell'autenticità - dissi. - Com'è possibile che dispongano delle informazioni sufficienti su mia madre quando lei non usa... Volevo dire... non usava alcun tipo di tecnologia?
- La tecnologia è ovunque, signor Dresde. Nessuno può sfuggirgli. Si sorprenderebbe nel vedere ciò che i nostri tecnici sono capaci di fare con un minimo di informazioni registrate: fotografie, telefono convenzionale e videotelefono, le videocamere dei centri commerciali... Suppongo che comprenderà che non posso rivelarle il nostro sistema di funzionamento interno, specialmente ora che esistono diversi progetti della concorrenza pronti a entrare in funzione.
- La capisco, sebbene anche lei comprenderà che la mia posizione è abbastanza scettica rispetto a ciò che incontrerò qui.
- Non è l'unico. Comunque le garantisco che quando se ne andrà avrà cambiato opinione - rispose con un leggero sorriso prepotente.
Gli ritornai il sorriso in una sorta di "scambio di convinzioni".
- Qualche altra regola? - dissi.
- Da parte mia abbiamo terminato. La guida le indicherà la strada. Le auguro una felice permanenza a "Ciudad Término".
Quando già mi ero alzato, mi assalì un ultimo dubbio.
- Effettuate questo incontro con tutti i visitatori?
- Sì.
- Ma devono essere migliaia al giorno, giusto?
- Sono molti, certamente, ma tenga in conto che la maggior parte ripetono la propria visita e l'incontro avviene solo la prima volta. Inoltre, per noi è molto più semplice di quanto lei creda.
Mi accomiatai e uscii dalla stanza senza essere molto sicuro del significato di quell'ultima affermazione.
Un'altra guida mi aspettava alla porta. Attraverso il grande atrio mi condusse verso uno schermo che faceva le veci dell'altare.
- Supporto fisico, impronte o iride? - disse, prendendomi alla sprovvista.
Era il momento di pagare.
- Eh... quello... impronte.
Collocai tre dita della mano destra sul supporto e il piccolo schermo indicò i miei dati personali e la somma da pagare, mischiati con un riassunto delle condizioni relative all'importo complessivo della prima ora più la tariffazione in frazioni di quindici minuti e un extra per conservare nell'ospite i ricordi dell'incontro. In totale, un occhio della testa.
- E' d'accordo con le condizioni? - domandò la ragazza.
Non avevo fatto quel viaggio per tirarmi indietro all'ultimo secondo.
- Sì.
E premetti con le tre dita accettando così il pagamento.
Dopo aver percorso diversi corridoi, entrammo in un ampio ascensore. Provai a stemperare la tensione con un pizzico di simpatia.
- Avete un sacco di lavoro qui, vero?
- Sì - rispose lei. - Ma è un lavoro piacevole.
Sorrisi un poco perplesso e poi mi accorsi della presenza delle piccole telecamere della sicurezza. Le ragazze dovevano essere soggette a un controllo e una pressione enormi.
- Be', suppongo che sia meglio che lavorare in un'agenzia di pompe funebri - dissi, cercando di fare una specie di scherzo.
La ragazza mi guardò con una faccia sorpresa e per la prima volta il sorriso sparì dal suo volto, nonostante immediatamente dopo avesse assentito e fosse tornata a sorridere.
E' meglio che chiuda la bocca, pensai.
Stavamo salendo all'interno della torre centrale e a giudicare dal tempo che ci impiegammo si trattava di un un piano molto in alto.
All'uscita dall'ascensore, la vista dalle vetrate era impressionante, degna di uno scenografo cinematografico. Il sole, al suo zenit, bruciava una pianura quasi infinita, nella quale serpeggiavano capricciose figure di toni ocra e arancioni che si fondevano con l'ampia gamma di verdi bruniti che isolotti di brughiera, spruzzati di querce e sugheri, spargevano senza ordine apparente lungo il paesaggio. La ragazza mi condusse verso una piccola abitazione che era divisa in due da una parete di vetro. Era uno schermo di proiezione olografica, oltre il quale appariva l'immagine dell'ospite come se occupasse l'altra metà della sala.
- Qui ci sono le istruzioni se vuole richiedere che le servano il pranzo, e le tariffe del menù.
- Anche il pranzo del morto ha le sue tariffe?! - domandai bruscamente, vergognandomi subito dopo.
La ragazza si limitò a sorridere e ad augurarmi una felice permanenza in città, prima di uscire e richiudere la porta.
Passarono alcuni minuti e non successe nulla. Pareva che da un momento all'altro dovesse risuonare il rintocco di un timpano e una voce televisiva si mettesse a proclamare: "Ecco a voi... la signora Dresde". Ma la sala continuò a rimanere vuota e in silenzio.
Quando all'improvviso la porta di fronte si aprì, sobbalzai sulla sedia. L'anziana che entrò nella sala mi risultò straordinariamente familiare, sebbene vi fosse qualcosa di leggermente strano in lei. L'avevano rappresentata più vecchia e il vestito che indossava non l'avevo mai visto prima. Certamente curavano fino all'ultimo dettaglio.
Subito mi resi conto che la situazione era abbastanza imbarazzante. Non potevo darle un bacio né un abbraccio che sarebbero stati normali e non potevo parlare praticamente di niente che fosse recente. Che credevano che le avrei detto?
Che importanza può avere? E' solo un programma per computer, mi dissi.
Comunque, quando si avvicinò e potei vedere il suo viso, i suoi occhi, le sue rughe tanto familiari e tanto... tenere, mi si formò un groppo in gola.
- Come stai mamma? Ti trovo stupenda.
- Oh, figlio mio. Sei il solito adulatore. Se non fosse per questo vetro che ci separa, ti darei uno schiaffo per non aver abbracciato tua madre. Fatti vedere... sembri un figurino. Sicuramente stai cercando guai con tutte le ragazze del tuo quartiere.
- Non ho più l'età per queste cose, mamma. Ho messo la testa a posto e credo che con Alicia sia una cosa seria - risposi.
- Bene, lasciami sedere. I miei piedi non sono più adatti al ballo.
Ci sedemmo e continuammo a conversare. I miei dubbi su ciò che avrei incontrato si dissiparono e il fascino per la qualità dell'emulazione cedette il passo all'oblio totale della nostra situazione fino al punto di arrivare a credere per la maggior parte dell'incontro che in verità stessi parlando con mia madre. Quello era il meccanismo con cui acchiappavano i clienti; la miscela di una simulazione eccezionalmente realistica con la necessità psicologica di credere a tutto ciò che veniva mostrato.
Il mondo esterno pareva tanto lontano. La vita quotidiana, un sogno. Il tempo sembrava essersi fermato lì dentro e la morte essere stata sradicata. Era una sensazione meravigliosa... confortante... Avremmo potuto restare per ore a parlare lì, in quella casetta miracolosa.
Ma mamma non era una persona propensa ad andare per le lunghe. Si mise in piedi e mi fece un gesto affinché mi avvicinassi.
Così lo feci.
Dopo esserci guardati l'un l'altra, si accostò piegandosi verso il cristallo e mi sussurrò:
- Dimmi una cosa: hai dovuto viaggiare molto per venire qui? A me c'è voluta un'eternità.
Come aveva detto il vecchio, il signor "shaku... tama... yuku... mishi" (o qualcosa del genere), le avevano fatto credere che avesse viaggiato per incontrarsi con me. Mi aveva anche avvertito di non parlare del viaggio con gli ospiti e aveva affermato che se non avessi menzionato il tema, mia madre non lo avrebbe fatto, ma mamma era specializzata nell'aprir bocca quando non doveva.
- Mamma - sorrisi con affetto. - Sai che non dobbiamo parlare di queste cose.
- Perché? Non ti lasciano parlare di ciò che vuoi?
- Non è così, mamma...
- Dimmi, come ti trattano?
- Cosa... Cosa vuoi dire?
La luce rossa sopra la porta dal lato di mia madre stava lampeggiando.
- Dimmi - proseguì lei, questa volta più agitata. - Stai bene qui? Ti danno da mangiare?
Due individui vestiti di bianco entrarono nella sala di mia madre e la presero per le braccia.
- Ci hai messo molto ad arrivare? Dove ti tengono? - proseguì lei.
Gli uomini in bianco presero mia madre quasi di forza, mentre lei gridava sempre di più.
- Dimmi, Victor, perché mi hai abbandonata? Mi hai lasciata sola! Ero malata! E non avevo nessuno che mi aiutasse... - singhiozzò mentre la trascinavano fuori dalla porta. - Perché non ti lasciano tornare a casaaa - gridò prima che altri due uomini appena entrati richiudessero la porta.
Si avvicinarono al cristallo e mi guardarono attentamente da varie angolazioni.
- Credi che abbia contaminato la banca dati centrale?
- Non penso - rispose l'altro. - Basterà cancellare quest'ultimo incontro.
Allora il più alto prese un piccolo controllo a distanza dalla tasca, lo puntò verso di me e scollegò l'ologramma.

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