La corrida. Una tragedia in tre atti.

a cura di Lory Cocconcelli

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L'arte non ce la vedo; coraggio, in un certo senso; destrezza, poca; emozione, relativa. Riassumendo, tutto dipende da quel che uno ha da fare la domenica.
(Ernesto Che Guevara)

Il torero affronta il toro - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Il torero affronta il toro.

Origini

Sebbene le origini della corrida siano incerte - secondo alcune fonti risalirebbero ai giouchi greci e romani, secondo altre al tempo della dominazione musulmana -, la sua diffusione è senz'altro da attribuire alla Spagna, paese con il quale si identifica fortemente.

La corrida è una forma moderna di tauromachia - termine che definiva gli spettacoli dell'antichità, diffusi nel Mediterraneo, durante i quali i bovini combattevano tra loro oppure contro l'uomo.

Nel Medioevo lo spettacolo tauromachico costituì diletto di cavalieri cristiani e musulmani che rincorrevano i tori per poi trafiggerli a morte, e poco dopo l'anno Mille, fu un intrattenimento immancabile delle feste solenni.

Sarà qualche secolo più avanti che gli spettacoli taurini verranno circoscritti ad aree destinate. Fino ad allora, saranno realizzati nelle piazze delle città. In Spagna la prima arena dedicata risale al 1711. Denominata El Castañar, fu operativa già dal 1667 sebbene strutturalmente differente da come fu modificata in seguito (da rettangolare divenne rotonda).

La corrida, come noi la conosciamo oggi, fu messa a punto nel XVIII secolo dal torero spagnolo Francisco Romero, che compì la prima uccisione del toro "a piedi", cioè senza cavallo, con la bandierina e la spada da lui stesso inventate. Il figlio, che ne seguì le orme, perfezionò lo spettacolo introducendo le "squadre", ovvero piccoli gruppi di persone, ognuna delle quali con un compito designato. Da allora la corrida conobbe alterne fortune: periodi bui, durante i quali fu addirittura proibita, e picchi di grande popolarità.

In Spagna la prima scuola di tauromachia fu fondata a Siviglia nel 1670, ufficializzata soltanto nel 1830 con regio decreto.

Diffusione, usi e costumi

Pur essendo tradizionalmente legata alla Spagna, la corrida è diffusa anche in Portogallo, Francia del sud e alcuni paesi dell'America Latina (Perù, Ecuador, Colombia, Uruguay, Venezuela, Messico - dove si trova la plaza de toros più grande al mondo), con regole simili tra loro, ma non uguali.

In Spagna, oltre a essere considerata patrimonio culturale, la tauromachia costituisce anche fonte di business - si pensi che, solo nel 2018, l'arena di Madrid ha fatturato 73 milioni di euro, ospitando più di 620.000 spettatori. A dispetto dei crescenti movimenti animalisti dentro e fuori il paese, è tutelata dalla legge, che la considera uno spettacolo pubblico, e dalla Costituzione, in quanto tradizione del paese. La sua gestione, fino a qualche anno fa, era deputata alle regioni, ma poiché in virtù di tale facoltà, il parlamento catalano era stato in grado di bandirla, nel 2013 veniva promulgata la legge 18 - che la definisce "patrimonio culturale di tutti gli spagnoli" -, la quale, pur non essendo retroattiva, ora impedisce di fatto ogni altra iniziativa proibizionistica. Nel 2017 le Isole Baleari, intenzionate ad abolirla, hanno dovuto così ripiegare su un compromesso, ovvero mantenere la corrida ma senza la morte del toro e senza banderillas né spade.

In terra spagnola l'addestramento dei ragazzi che vogliono diventare toreri avviene in apposite scuole, con il divieto di debuttare in un'arena prima di aver compiuto i 16 anni di età.

Sebbene la corrida sia uno "sport" associato al machismo, seppur non ben viste, ci sono (e ci sono state) anche donne-torero. Tra le più note, la spagnola Cristina Sanchez, che raggiunse la celebrità negli anni '90 per poi ritirarsi.

Uno spettacolo tauromachico in onore della visita di Filippo il Bello alla città di Barcellona - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Uno spettacolo tauromachico in onore della visita di Filippo il Bello alla città di Barcellona.

Il toro

Il toro da corrida, che scende nella plaza tra i 4 e i 6 anni di età, non è un comune bovino, ma proviene da allevamenti specializzati. A seconda della categoria dell'arena in cui farà ingresso (che dipende da vari fattori, per esempio dalla grandezza della struttura), dovrà avere un determinato peso, che in media si aggira intorno ai 450 chili.

Fino al momento dello spettacolo, o quasi, conduce una vita serena, pascolando liberamente. Il suo calvario inizia il giorno prima, quando viene legato al buio in uno spazio chiuso, tenuto a digiuno, colpito ai reni con dei sacchi di sabbia e purgato ripetutamente. Le zampe gli vengono cosparse di trementina (che, bruciando, lo tiene in movimento), la vista annebbiata con la vaselina e, poco prima di uscire nell'arena, si ritrova con un arpione conficcato nel garrese. Quello che si vede nella plaza è un animale annebbiato, sofferente e impaurito, che si impegnerà in una lotta impari, poiché a sfidarlo non sarà soltanto il torero bensì una squadra di uomini.

La corrida

Lo spettacolo si apre con la sfilata degli attori che vi prenderanno parte: due araldi a cavallo, che chiedono simbolicamente al presidente (il giudice della corrida) le chiavi della porta da dove usciranno i tori, tre toreri e le loro rispettive cuadrillas (squadre). Ogni cuadrilla è composta da due picadores a cavallo, tre banderilleros e, infine, da coloro che rimuoveranno il corpo del toro a intrattenimento finito. Ciascuna di queste figure è preordinata per infliggere all'animale un tipo diverso di sevizia.

La corrida si compone di tre atti chiamati tercios. Di solito, durante ogni spettacolo vengono uccisi sei tori, due per ogni torero.

Atto Primo

Nell'arena rimane una sola cuadrilla. Il toro vi fa ingresso con un arpione conficcato nel dorso. Il matador inizia a toreare utilizzando il capote (un ampio manto in genere di colore fucsia e giallo). Poi è il turno dei due picadores a cavallo, il cui compito è quello di affondare delle lance nella schiena del toro, in modo da lesionargli i muscoli del collo e delle spalle e rendergli difficoltoso alzare la testa. Malgrado il dolore, l'animale cerca ugualmente di difendersi caricando il cavallo, poiché è da quella direzione che proviene l'attacco. Per chi non lo sapesse, i cavalli dei picadores vengono drogati, devocalizzati (per non far sentire al pubblico i loro nitriti di paura), e resi quasi sordi con dei brandelli di carta bagnata infilati nelle orecchie, per evitare che odano il frastuono che li circonda. Sebbene siano dotati di protezioni, vengono spesso feriti dalle corna del toro e in seguito abbattuti.

Atto secondo

A questo punto tocca ai banderillos, che conficcano nel dorso del toro tre paia di "bandierine", ovvero arpioni con piccoli drappi colorati che hanno lo scopo di fiaccarlo ulteriormente.

La morte de toro in tutta la sua violenza - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

La morte de toro in tutta la sua violenza.

Atto terzo

Ecco che ritorna in scena il torero, la star dello spettacolo, pronto a compiere l'esecuzione con una spada che, entrando dalle scapole, andrà a trapassare il cuore del toro. Il matador veste l'abito tradizionale che si compone di diversi indumenti dello stesso colore (in genere rosa, porpora, rosso o azzurro), indossa una larga cintura, calze rosa o bianche e scarpe basse nere con un fiocchetto. E' dotato di capote, muleta (un piccolo manto rosso, colore che non eccita affatto il toro, come vuole l'immaginario collettivo) ed estoque (uno spadino di 88 centimetri). Nell'ultima parte della corrida, deposto il capote, il torero prende muleta ed estoque, finalizzando ogni suo movimento alla ricerca del punto esatto in cui colpire. Non di rado un solo tentativo è insufficiente. Dopo qualche affondo di spada, qualche volta accade che il toro, agonizzante per i polmoni perforati, rovini a terra vomitando sangue. In questo caso viene finito da un banderillos, con un pugnale che va a sezionargli il midollo spinale. Purtroppo se il colpo non è preciso, l'animale pur essendo paralizzato resta cosciente. Ciò significa che quando gli vengono tagliate coda e orecchie (il premio per il matador) è ancora vivo. Di lì a poco viene trascinato fuori dall'arena e portato al macello. Se ha combattuto in modo eroico, invece, ha una chance di salvarsi: grazie all'invocazione del pubblico, previa ratifica da parte del presidente, viene risparmiato, curato, e, se sopravviverà, destinato alla riproduzione.

Per la soddisfazione degli spettatori, la sua combattività riveste una grande importanza: la gente paga il biglietto per vedere un animale aggressivo e agguerrito, non un bovino mansueto.

Conclusione

La tauromachia è l'ultimo sacrificio cruento della modernità, una sorta di atto rituale che dovrebbe essere relegato al passato. Torturare un animale e sfidarlo in una lotta impari non rende onore all'uomo. Né al torero né allo spettatore.

Dietro il fascino illusorio della plaza in fermento, della sfilata iniziale e dei movimenti eleganti del torero, non c'è che supplizio: biologia e fisiologia hanno mostrato inequivocabilmente che il toro è dotato di un sistema nervoso che risponde agli stimoli del dolore esattamente come il nostro.

La corrida, nella sola Spagna, causa la morte di più di 30.000 tori all'anno - i toreri uccisi nell'ultimo secolo pare siano stati circa 40.

Le Isole Baleari hanno dimostrato, attraverso una scelta consapevole, che si possono rievocare le tradizioni, così care alla Spagna, anche senza versare sangue.

Sitografia

https://www.lcanimal.org/

https://www.hsi.org/

https://www.peta.org.au/

https://www.lawinsport.com/

https://theculturetrip.com/

https://blogletteratura.com/

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