La donna vampiro: mito, sessualità e attrazione fatale

a cura di Cristina "Anjiin" Ristori

"...Colei che mi ha preso notte e giorno mi tortura, prosciuga le mie carni, tutto il giorno mi stringe, tutta la notte non mi lascia..."
Citazione anonima.

Il vampiro ha un'età senza data e un'origine universale: esiste in ogni cultura indipendentemente dal tempo e dalla latitudine, nonostante le numerose teorie che lo vogliono figlio di questa o di quella tradizione. Il fascino che esercita sull'immaginario collettivo è irresistibile, la sua crudeltà è l'incarnazione del male svincolato da ogni ragione di carattere emozionale, il suo piacere consiste nell'uccidere per uccidere. Il tutto esaltato dall'aura d'innocenza della sua vittima, che si arrende al piacere dell'orrore e della distruzione di sé. E dove il vampiro maschio è la creatura occulta di una paura antica, materializzata definitivamente nelle spoglie del personaggio di Bram Stoker, la sua femmina vola nella fantasia dell'umanità dalla notte dei tempi, simbolo primordiale dell'ambigua triade "seduzione-sangue vitale-morte".

Rappresentazione della donna vampiro di Burne - Jones - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

La donna vampiro secondo Burne - Jones. Nonostante la figura mitica di questa creatura soprannaturale risalga all'antichità, è durante il periodo romantico ottocentesco che essa diviene nota al grande pubblico letterario, spesso come un'eroina malinconica e destinata alla perdizione.

Mormos, Lamiae, Empusae, Striges, sono demoni della mitologia greco-romana capaci di tramutarsi in leggiadre giovani che attirano le loro prede per berne il sangue e divorarle. Creature non umane quindi, che se trascendono dalla figura più moderna di vampiro (il non-morto che continua una sua non-vita nutrendosi di sangue umano) sicuramente ne sono l'origine.

Già dalle caratteristiche peculiari di queste vampire ante litteram è evidente come nei soggetti femminili il legame con il sesso sia presente dalle origini. Se le vittime predilette della Mormo greca erano i bambini, Empusa e Lamia riunivano in sé le caratteristiche del vampiro e della succube, adescando anche giovani uomini nei loro letti per succhiarne il sangue e i fluidi vitali. Non a caso, le Striges sono vampiri femmina dell'antica Roma, e con lo stesso nome venivano indicate le cortigiane. Ed è interessante notare l'esistenza di una "Afrodite Lamia", singolare commistione tra l'amore (inteso ovviamente alla maniera greca) e la carnalità più crudele.

La mitologia classica non è certo l'unica a possedere figure di maligne seduttrici: la Lamashtu babilonese attira gli uomini per berne il sangue e sottrae il feto dal grembo delle madri, mentre Lilith, o meglio l'Ardat Lili anch'essa babilonese, è probabilmente il primo autentico vampiro donna della tradizione. In India abbiamo la Kedipe, demone femminile il cui nome significa prostituta, che succhia il sangue dalle estremità maschili. Nel tempo, compaiono poi le Sing-dongmo tibetane, vampiri psichici del monastero di Samye (I sec. d.C.), o le Bruxas portoghesi, le Alghoul o Goule arabe riprese dalla mitologia occidentale, le Aswang filippine, la Lhiannon Shee delle Highlands, le slave Mora e le anglosassoni Mara (da cui il termine nightmare), le celtiche Glaistig.

Il medioevo europeo è pieno di testimonianze sui vampiri, ma in questo contesto la figura femminile viene assorbita nel concetto più generale di strega, capace tuttavia d'ogni atrocità. Sempre nel medio evo, la Masca francese diviene sinonimo della Lamia greca. Più vicine a noi le italiche Surbiles, capaci di introdursi nelle case sotto forma di fumo, per succhiare il sangue ai neonati la notte.

Infine, il più famoso vampiro indiano è Kali, la dea bevitrice di sangue. Secondo una delle tante teorie in proposito, sembra da attribuirsi ai gitani, originari dell'India, l'importazione nelle terre slave del mito dei vampiri, attraverso la loro personale raffigurazione della dea dalle molteplici braccia: Sara, ovvero la Nera.

Le donne morte di parto sono, nella tradizione, altrettanti potenziali revenant: in Indonesia diventano Langsuir, dalle vesti verdi e lunghi capelli neri, e la stessa convinzione compare presso gli Atzechi in America Latina, in India (le Jachin) e in Messico; inoltre, in alcune contrade del nord-est della Gallia (X sec) era consuetudine dei parenti inchiodarne i corpi al suolo con dei paletti, affinché non tornassero dal regno delle ombre.

Qui s'intravede una delle caratteristiche del futuro vampiro, che assale le sue vittime inizialmente nell'ambiente familiare.

Le inquietanti creature ematofaghe del mito sono quindi ben lontane dall'essere scomparse dalle tradizioni popolari: la loro presenza, sebbene inevitabilmente mutata nello scorrere dei secoli è ancora esistente in ogni angolo della terra. Si è assistito tuttavia al passaggio dall'incorporeo al corporeo, dal demone femmina alla donna-strega, dotata di una fisicità umana ma, come le sue antenate mitologiche, anche di desiderio di sangue e di seduzione mortale.

Inoltre, nell'antichità, i vampiri sono considerati come creature mai umanamente vive, il cui effetto è focalizzato sulla privazione di sangue come simbolo di morte. In epoca più moderna invece il concetto viene rovesciato: depredare la vittima dei suoi fluidi vitali significa mantenersi in vita, vale a dire assunzione di sangue uguale immortalità. Se non è affatto dimostrato che il Dracula originale vampirizzasse le sue vittime, un caso inquietante e reale è costituito da Erzsebet Bathory (1560-1614), la contessa sanguinaria della Transilvania. Colta e molto bella, Erzsebet discendeva da una nobile famiglia, alleata di Vlad Tepes durante l'ascesa al potere di quest'ultimo, dalla quale ereditò sicuramente tare mentali sado-masochistiche e tendenze sessuali deviate: la zia Karla Bathory la iniziò al piacere della flagellazione, e questo, unitamente ai feroci costumi del tempo a cui la giovane quotidianamente assisteva, nonché alla pratica di riti occulti e a una sfrenata tendenza al narcisismo, ebbe come risultato un'esplosione di follia omicida. Convinta che bagni e boccali di sangue quotidiani rendessero immortale la sua bellezza, venne riconosciuta colpevole dell'uccisione di oltre seicento fanciulle, torturate e dissanguate, quindi murata viva nel suo stesso castello di Csejthe. Questa inquietante figura è stata sicuramente quanto di più simile a un vampiro sia realmente e storicamente esistito: "Erzsebet Bathory aveva bisogno della morte visibile, elementare, materiale, per poter morire di quella morte figurata che è l'orgasmo" racconta Alejandra Pizarnik nelle pagine di La contessa sanguinaria.

Le tradizioni, come anche le vicende realmente accadute, sono destinate prima o poi ad essere immortalate in una narrazione, ed è ciò che avviene in Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873), che secondo alcuni trova la sua matrice ispirativa proprio nella figura ben più oscura della contessa Bathory. Il poemetto di Le Fanu non è il primo esempio in letteratura di un revenant femminile (la Christabel di Samuel T. Coleridge, 1816, ha una storia molto simile) ma si tratta di sicuro del più sensuale e trasgressivo che tratta l'argomento vampiri. Carmilla, (in realtà contessa Mircalla von Karnstein, nata due secoli prima delle vicende narrate) è una giovanissima donna che si presenta bisognosa d'aiuto alle porte del castello di famiglia, in Stiria. E subito viene accolta, ignorando naturalmente ciò che questo comporta.

Le donne vampiro come rappresentazione dell'omosessualità femminile - Immagine Creative Commons 2.0, fonte Red Monkey Virus, Flickr

Le donne vampiro, oltre a rappresentare la tentazione sessuale per l'uomo in un ambiente ottocentesco particolarmente bigotto, divennero presto anche l'immagine principale nella rappresentazione letteraria dell'omosessualità femminile.

Diviene amica intima, molto intima, di Laura, figlia del signore del luogo, e contemporaneamente molte giovani donne della zona cominciano a morire. L'amore morboso a sfondo omosessuale tra Laura e la seducente vampira ha come effetto la lenta e progressiva consumazione dell'oggetto amato, sempre più immerso nelle torbide spire di un piacere fatale. "Tu devi essere mia, solo mia" dice Carmilla baciando Laura sulle labbra. Niente violenza e niente sangue, solo un languore angosciante che sfocia nel fascino ambiguo della morte.

Carmilla è insieme fragile e misteriosa, dolce e crudele. La notte per lei non rappresenta il regno della paura bensì uno spazio lunare tipicamente femminile, e il suo alter ego animale non è un pipistrello ma un gatto, ampiamente celebrato nelle tradizioni magiche pre-cristiane e non solo: per esempio la Bajang, vampiro donna della Malesia, si aggira la notte in forma felina.

La sensualità del racconto di Le Fanu possiede un sapore mistico-pagano che ha influenzato in profondità anche il Dracula di Bram Stoker (1847-1912). Le stesse caratteristiche si ritrovano ne La morte Amoureuse di Téophile Gautier (1811-1872): Clarimonde, simbolo di purezza e fascino sensuale, trascina il neo-prete Romualdo in una spirale onirica di caducità e peccato, bellezza e morte. Più cupa e sfuggente è Mortylla di Clark A. Smith (1893-1961), enigmatica figura che appare la notte tra le pietre di una necropoli dagli echi etruschi.

Mentre la figura del vampiro maschio è tutto sommato abbastanza monocorde nelle sue caratteristiche di nobiltà decadente, fascino e paura, la sua donna ha aspetti diversificati anche nella letteratura. Adolescente languida o dark lady, può essere vittima o serva fedele (le tre vampire che accompagnano Dracula) o svincolarsi dal personaggio maschile diventando protagonista. Molto particolare è la figura di Claudia nell'opera di Anne Rice, imprigionata in un corpo infantile ma accesa da tutti i desideri e gli istinti della donna adulta.

L'aura erotica associata alla figura del vampiro si mantiene quindi nei secoli: diviene simbolo del peccato e del sesso a volte estremo, in cui l'atto carnale si esprime attraverso il morso, anche se molto spesso l'esponente femmina di questa razza dell'oscurità è capace (almeno nell'iconografia tradizionale) di rapporti più completi. E a questo orgasmo fatale segue una certa procreazione anomala: il "bacio mortale" del vampiro, quando non uccide, genera un altro vampiro. Persino la pedofilia viene reinterpretata in quest'ottica: le vittime preferite sono spesso bambini, come nel caso della Lucy di Bram Stoker.

Le eroine del gotico ottocentesco sono quindi molto lontane dalle loro antenate demoniache, protagoniste di violenze crude e terrori notturni; le loro figure malinconiche e solitarie ci appaiono quasi prigioniere della loro stessa crudele sensualità, e incarnano un complesso viluppo di pulsioni innegabilmente radicate nelle profondità dell'animo umano: il piacere di una bellezza sovrumana, il desiderio di possesso totale dell'altro, l'aspirazione all'immortalità. Quando tutto questo si associa a una protagonista donna, si carica ulteriormente di tensione carnale divenendo il simbolo del doppio, dell'eros fatale, dell'aspetto più perturbante e trasgressivo della femminilità.

Nel Dracula di Stoker, Harker viene sedotto dalle mogli del conte, e in questa scena l'assalto di tre donne su un uomo inerme ha uno sfondo erotico ampiamente sottolineato dall'autore:

"La ragazza si era inginocchiata, si era protesa su di me, e mi divorava soltanto a guardarmi. C'era una manifesta voluttà che era insieme elettrizzante e ripulsiva, e mentre piegava il collo si leccava le labbra proprio come un animale, e al chiarore della luna ho potuto veder scintillare le labbra umide e scarlatte, e la lingua rossa lambire i denti bianchi e appuntiti... Poi si è fermata e ho potuto udire il risucchio della lingua che leccava i denti e le labbra, e ho potuto sentire il fiato caldo sul collo... poi ho percepito il tocco morbido e fremente delle labbra sulla pelle sensibilissima della gola, e la pressione dura di due denti aguzzi che sfiorano appena e si arrestano. Ho chiuso gli occhi in un'estasi di languore, e ho atteso, atteso col cuore che mi batteva forte."
Bram Stoker, Dracula

In questi figli delle tenebre la violenza e il piacere della caccia si associa sempre e comunque al proprio nutrimento e all'appagamento sessuale della vittima, e la figura femminile non fa eccezione; tra l'altro, le differenze tra rapporto omosessuale ed eterosessuale perdono di significato, aspetto ampiamente sfruttato da una certa produzione hard della letteratura moderna e dei fumetti (Jacula, Zora, Sukia, Yra...).

Donna vampiro moderna - Licenza Stock Xpert - fonte stockxpert.com

La donna vampiro entra nel XXI secolo adeguandosi ai tempi: aumenta la propria carica erotica, si emancipa definitivamente dal compagno maschile e si trasforma in una dark lady pericolosa e indipendente.

La donna vampiro si è adeguata ai tempi, o piuttosto ne è stata, suo malgrado, assorbita. Non più spettro demoniaco, non più eroina romantica fragile e perversa, si ritrova attualmente in molte produzioni trash e in poche rare apparizioni degne di rilievo, in cui tuttavia la sessualità sembra essere ancora l'aspetto dominante; ma quell'aura particolare di ambiguità e di mistero, di paure ataviche e di senso del sovrannaturale sembra essersi completamente persa. Le vampire di Anne Rice, vera madre di questo personaggio in veste moderna, vivono in un alone di quotidianità in cui tutto è codificato, anche se in un mondo parallelo sconosciuto alla maggior parte degli umani. Oppure diventano eroine un po' cyberpunk come nel film Underworld, in cui il tratto distintivo sembra essere solo il canino allungato e l'arrampicata sul muro. O sono impiegate di un'organizzazione "statale" alternativa, come nel neo fantasy russo di Sergej Luk'janenko.

Questa "regolamentazione" del vampiro, più che un'evoluzione istintiva del mito, sembra un tentativo di riportare nei ranghi qualcosa che per sua natura esula dalla razionalità umana, e di esorcizzare alcuni aspetti della personalità femminile da sempre visti con sospetto. In realtà, i vampiri sopravvivono in quegli abissi che le facoltà umane fuggono, quelle aree d'ombra che la società civile non può accettare, ma che attirano irrimediabilmente il nostro lato oscuro.

Prima o poi, una nuova forma di questo predatore innaturale resusciterà dal pozzo profondo delle paure ataviche, magari mutato nel suo aspetto esteriore ma immediatamente e spaventosamente riconoscibile.

Testo riprodotto su autorizzazione della redazione di Terre di Confine e apparso sul numero 4, anno II, della rivista

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