La Fenice

a cura di Gianluca Turconi

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L'antico mito della Fenice parla di un uccello magico, raggiante e scintillante, che vive per diverse centinaia di anni (o addirittura migliaia) prima di morire tra le fiamme. Rinasce poi dalle ceneri, per iniziare una nuova, lunga vita. Tali cicliche morti e rinascite rappresentano un'immagine talmente potente per l'Uomo che ancora oggi essa è usata nella cultura popolare e nel folclore.

Rappresentazione della Fenice - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Rappresentazione della Fenice (credit dell'immagine: Mia Bengtsson).

La Fenice in Egitto e Grecia

Gli antichi Egizi collegavano il mito della Fenice al desiderio di immortalità tipico della loro civiltà ed è forse da lì che il suo simbolismo si diffuse successivamente in tutto il mondo mediterraneo, nella tarda antichità. L'uccello Bennu era solitamente raffigurato come un airone. Gli archeologi hanno trovato i resti di un airone molto più grande di quelli odierni che viveva nell'area del Golfo Persico cinquemila anni fa. Gli Egizi probabilmente videro questo grande uccello come un visitatore estremamente raro del loro paese o forse sentirono storie di mercanti impegnati in spedizioni commerciali nei mari arabi. Comunque sia, l'uccello Bennu ebbe grande influenza su di loro.

Secondo il mito, sulla testa aveva due lunghe piume in forma di cresta e, nella rappresentazione iconica che gli Egizi ne davano, era spesso incoronata con la corona Atef di Osiride (la Corona Bianca con due piume di struzzo su entrambi i lati) o con il disco del sole.

Seguendo la tradizione egizia, solo una Fenice alla volta poteva vivere nel nostro mondo. La sua vera casa era il Paradiso, una terra di inimmaginabile bellezza che giaceva oltre l'orizzonte lontano, verso il sole che sorgeva (geograficamente a est dell'Egitto si trova la Penisola Araba). Nulla muore in Paradiso ed ecco il punto cruciale della storia di questo mitico uccello. Dopo mille anni, la Fenice, oppressa dal fardello della sua età, si metteva in viaggio per affrontare la morte. Essa volava verso est fino a raggiungere le profumate piantagioni di spezie dell'Arabia. Qui raccoglieva un mazzo di erbe aromatiche prima di dirigersi verso la costa della Fenicia, in Siria. Laggiù, sui rami più alti di una palma, la Fenice costruiva un nido e attendeva l'arrivo della nuova alba che ne annunciava la morte.

Al sorgere del sole, la Fenice cantava in maniera tanto ammaliante che persino il dio Sole stesso si fermava per un attimo ad ascoltarla, nel suo carro. Dopo aver ascoltato quei toni melodiosi, il dio avrebbe poi frustato i suoi cavalli per spingerli a muoversi e proprio una scintilla scaturita dai loro zoccoli sarebbe infine caduta sul nido della Fenice portandola alla morte in un'esplosione. Così finiva la vita millenaria della Fenice. Tuttavia, tra le ceneri della pira funebre sarebbe sopravvissuto un piccolo verme che sarebbe divenuto una nuova Fenice, pronta a volare a est, fino alle porte del Paradiso, per ricominciare la sua lunga vita. In questo mito, la Fenice rappresenta il sole stesso che muore alla fine di ogni giorno, ma rinasce all'alba successiva.

In base al mito, la giovane Fenice, dopo il suo iniziale pellegrinaggio alle Porte del Paradiso, avrebbe raccolto le ceneri del suo predecessore in un uovo di mirra e le avrebbe portate a Eliopoli, la città del Sole, per depositarle sull'altare del dio Sole.

I Greci adattarono la parola bennu al loro termine fenice, usato anche per il colore rosso porpora o cremisi e per il paese da cui esso principalmente proveniva (la Fenicia, appunto). Essi e i Romani hanno successivamente raffigurato l'uccello più come un pavone o un'aquila. Secondo i Greci la Fenice viveva in Arabia accanto a un pozzo. All'alba, si immergeva nell'acqua del pozzo e il dio greco del sole Apollo fermava il suo carro (il sole) per ascoltare il suo canto. Si può vedere quanto sia vicino questo racconto alla versione egizia. Ciò probabilmente deriva dall'identificazione della Fenice col fenicottero dell'Africa orientale. Questo uccello nidifica su saline troppo calde perché le sue uova o i suoi pulcini possano sopravvivere a terra; costruisce perciò un tumulo alto diversi centimetri e abbastanza grande da sostenere il suo uovo che depone in quella posizione più fresca. Le correnti di convezione intorno a questi tumuli assomigliano alla turbolenza di una fiamma.

La Fenice araba classica

Forse la più conosciuta, la Fenice araba era un favoloso uccello mitico, grande come un'aquila, con un brillante piumaggio scarlatto e oro e un verso melodioso. Anch'essa costruiva il nido vicino a un pozzo fresco e cantava a ogni alba fermando il moto del Sole.

Si diceva che avesse una vita di 500, 540, 1000, 1461 o addirittura 12.994 anni, secondo resoconti differenti. Di diverso, rispetto ai miti precedenti, è il tempo impiegato dalla Fenice a rinascere dalla propria morte: tre giorni. Secondo alcune fonti, la Fenice non rinascerebbe dalle ceneri, ma dalle fiamme stesse.

Morte e rinascita della Fenice nel suo nido - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Morte e rinascita della Fenice nel suo nido.

L'Araba Fenice si nutre di rugiada, senza uccidere alcun essere vivente. Generalmente è considerata la regina degli uccelli. Il primo riferimento all'Araba Fenice fu fatto da Esiodo nell'VIII secolo a.C., ma il resoconto più dettagliato è di Erodoto di Alicarnasso, il famoso storico greco del V secolo a.C. Il fatto che il mito sia stato riportato da due autori greci fa sfumare notevolmente il confine tra la versione araba e greca della Fenice, rendendo in pratica impossibile distinguerle in maniera sostanziale.

La Fenice nel Cristianesimo

Alcuni dei primi Cristiani hanno capitalizzato sulla popolarità del mito, per dare forma all'ortodossia del proprio credo in via di sviluppo. Alla base di questi insegnamenti vi è una lettera attribuita all'uomo che si presume sia stato il primo dei Padri della Chiesa Cristiana, papa Clemente I, meglio conosciuto come Clemente Romano.

Un passaggio particolare degli scritti di Clemente ha generato una serie di idee che, a prima vista, possono sembrare innocenti e persino utili ai credenti. Come spesso accade, tuttavia, le cose non sono necessariamente ciò che sembrano essere.

Diversi scritti sono stati attribuiti a Clemente, anche se la maggior parte di essi sono ritenuti spuri. Tuttavia, ha lasciato un'epistola che è ampiamente considerata autentica, una lettera a una chiesa di Corinto. Si inizia dicendo che il ritardo nel suo invio da Roma era dovuto a "eventi calamitosi improvvisi" che paiono essere un riferimento alle persecuzioni dell'imperatore Domiziano. La data del messaggio è aperta al dibattito, ma se si ipotizza che le persecuzioni di Domiziano finirono con la morte dell'imperatore, allora sembra probabile che sia stato scritto intorno al 96 d.C.

La lettera sembra essere stata una risposta a una situazione in cui membri della chiesa corinzia deposero alcuni dei loro anziani. Le esortazioni di Clemente di tornare al precedente comportamento sono derivate dall'Antico Testamento.

È a questo proposito che incontriamo un passaggio sconcertante. Nel capitolo 25, Clemente scrive: "Consideriamo lo strano segno apparso in Oriente, cioè nei distretti vicino all'Arabia. È un uccello chiamato Fenice. È l'unica nel suo genere e vive 500 anni. Quando il tempo della sua morte è vicino, costruisce un sepolcro di incenso e mirra, dopo di che muore tra le fiamme. Tuttavia, dalla corruzione della sua carne nasce un verme che si nutre del succo dell'uccello morto e mette le ali. Poi, quando è diventato forte, prende da quel sepolcro le ossa del suo predecessore e le porta dall'Arabia fino all'Egitto. In pieno giorno, alla vista di tutti, vola all'altare del Sole, vi colloca i resti e quindi riparte verso la sua vecchia casa. A quel punto i sacerdoti ispezionano i loro registri e scoprono che è giunto al compimento del cinquecentesimo anno".

Questo è certamente un passaggio "curioso". È difficile sapere da dove Clemente abbia attinto il racconto sull'esistenza della Fenice, sebbene la prima riga del capitolo successivo suggerisca che egli vi abbia dato credito. Di per sé non è sorprendente; in quanto, come sottolineato in precedenza, il mito era molto popolare nell'antichità.

Un secolo dopo Clemente, Tertulliano (un altro Padre della Chiesa latina antica) utilizzò di nuovo l'esempio della Fenice in relazione alla risurrezione. La storia è presente anche in un altro scritto che appare più o meno nello stesso periodo: il Physiologus, un'opera greca che descrive animali reali e mitici e ne delinea il significato allegorico per lo sviluppo dell'ortodossia cristiana. Il suo autore riprende un dettaglio particolare del mito della Fenice: l'uccello risorge dopo tre giorni.

A poco a poco, gli scrittori cristiani cominciarono a leggere sempre di più nei vari riferimenti alla strana creatura. Ne notarono l'unicità ("unica nel suo genere") e cominciarono a interpretare la Fenice del mito pagano non solo come simbolo cristiano di nascita, rinnovamento e risurrezione vergine, ma anche come allegoria di Gesù Cristo stesso. "Il motivo dei tre giorni è stato inserito nella tradizione esistente dall'autore del Physiologus come mezzo per far emergere il simbolismo tipico della Fenice per i Cristiani: gli eventi della vita della Fenice riflettono quelli della vita di Cristo", dice van den Broek, storico della Chiesa.

A causa dei temi della morte e della risurrezione, l'immagine della Fenice divenne un simbolo popolare sulle lapidi paleocristiane. Ciononostante, anche se l'adattamento cristiano del mito della Fenice può essere servito come spiegazione di alcune dottrine della Chiesa per i pagani convertiti, esso è in contrasto con le Scritture di ispirazione divina che la cristianità rivendica come propria. L'apostolo Paolo ha fatto notare a un gruppo di ascoltatori ad Atene che non dovremmo pensare a Dio in termini di "un'immagine formata dall'arte e dall'immaginazione dell'uomo" (Atti 17:29, versione standard inglese); mentre il contesto qui è costituito da idoli scolpiti, miti pagani e creazioni della fantasia umana.

La Feng-Huang cinese - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

La Feng-Huang cinese.

La Fenice in Asia

Nella mitologia cinese, la Fenice (la Feng-Huang) è simbolo di alta virtù e grazia, di potere e prosperità. Rappresenta l'unione di yin e yang. In Cina la Fenice regna su tutti gli uccelli ed è il simbolo dell'imperatrice cinese e della grazia femminile. L'avvistamento della Fenice è segno che un saggio leader è salito al trono ed è iniziata una nuova era. Era rappresentativa delle virtù cinesi: bontà, dovere, correttezza, gentilezza e affidabilità. Spesso, palazzi e templi sono custoditi da bestie protettive in ceramica, guidate dalla Fenice.

L'Ho-Oo (o Karura) è invece la fenice giapponese, dalla duplice sessualità, in quanto l'Ho è l'uccello maschio e l'Oo è la femmina. Introdotto in Giappone nel periodo Asuka (dalla metà del VI alla metà del VII secolo d.C.), l'Ho-Oo è spesso raffigurato come nidificante in un albero di paulownia. Esso sarebbe sceso dal cielo (di nuovo, il tema del Paradiso) per fare buone azioni in favore delle persone, solo per poter poi tornare alla sua dimora celeste in attesa di una nuova era. In altre tradizioni, gli Ho-oo appaiono solo in tempi di pace e prosperità, davvero rari nel Giappone medievale.

Proprio per questo motivo, l'Ho-Oo è stato adottato come simbolo della famiglia reale giapponese, in particolare dell'imperatrice.

La Fenice in epoca moderna

La Fenice è anche un simbolo alchemico. Rappresenta i cambiamenti durante le reazioni chimiche e la progressione attraverso i colori, le proprietà della materia e ha a che fare con i passi dell'alchimia nella realizzazione della Grande Opera o Pietra Filosofale.

Le aggiunte moderne al mito nella cultura popolare dicono che le lacrime della Fenice hanno grandi poteri curativi e se la Fenice è vicina non si può mentire.

In ambito moderno, la Fenice rappresenta l'idea che la fine è solo l'inizio. Proprio come questo potente uccello, il mito della Fenice è destinato a non morire mai. Anche in futuro, essa rinascerà sempre nelle leggende e nell'immaginazione umane, magari con qualche semplice aggiunta adatta al tempo e alla cultura in cui se ne parlerà.

Fonti e letture consigliate

https://www.vision.org/

https://www.ancient-origins.net/

http://mythicalrealm.com/

http://www.labyrinthina.com/

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