La scienza della vita e della morte nel romanzo "Frankenstein" di Mary Shelley.

a cura di Sharon Ruston

traduzione italiana a cura di Gianluca Turconi

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Il momento in cui il mostro di Frankenstein prende vita, da un adattamento teatrale del "Frankenstein" di Mary Shelley, ca 1883 - Immagine in pubblico dominio, fonte The British Library

Il momento in cui il mostro di Frankenstein prende vita, da un adattamento teatrale del "Frankenstein" di Mary Shelley, ca 1883.

Per quanto fantastico e improbabile ci sembri ora il Frankenstein di Mary Shelley, dopo la pubblicazione un recensore dichiarò che il romanzo aveva "un'aria di realismo, essendo connesso con i progetti e le passioni preferite dei nostri tempi" (nota 1). Tra queste vi erano le investigazioni scientifiche sugli stati di vita e morte. Un'incertezza considerevole circondava queste categorie. Così tanta da non far apparire inverosimile che Frankenstein asserisse: "Vita e morte mi appaiono come limiti ideali" (capitolo 4). Non era il solo a considerare che i confini tra vita e morte fossero immaginari e potessero essere violati.

Risorgere dalla morte

Preoccupati dalla potenziale incapacità di distinguere tra gli stati di vita e morte, due dottori, William Hawes and Thomas Cogan, fondarono la Royal Humane Society a Londra, nel 1774. Fu inizialmente chiamata "Society for the Recovery of Persons Apparently Drowned" (Società per la Guarigione delle Persone Apparentemente Annegate); il suo scopo era la pubblicazione di informazioni per aiutare le persone a resuscitare gli altri e pagava per i tentativi di salvare vite (La Società pagava più soldi se il tentativo aveva successo). Molte persone non sapevano nuotare a quel tempo, nonostante lavorassero e vivessero lungo i fiumi e i canali di Londra. Esisteva un'annuale processione di coloro che erano stati "resuscitati dalla morte" grazie ai metodi della Società, inclusi alcuni soggetti che avevano intenzione di suicidarsi. Una di questi ultimi pare essere stata la madre di Mary Shelley, la femminista Mary Wollstonecraft che, dopo essere saltata in profonda depressione dal Putney Bridge nel Tamigi, si lamentò: "Devo solo rammaricarmi che, quando l'asprezza della morte era ormai passata, fui inumanamente riportata alla vita e alla miseria".

Il gioco di parole sul suo trattamento "inumano" potrebbe ben riferirsi agli sforzi della Humane Society per salvarla. (nota 2) I racconti spettacolari su apparenti resurrezioni effettuate dalla Società aumentarono la preoccupazione del pubblico che fosse impossibile essere sicuri se una persona fosse veramente morta e, conseguentemente, i timori di essere sepolti vivi aumentarono.

Morte "incompleta" e "assoluta"

C'era una base scientifica per le ansie del pubblico: l'Encyclopédie francese distingueva tra due tipi di morte, "incompleta" e "assoluta": "Che non ci sia alcun rimedio alla morte è un assioma ampiamente ammesso; noi, comunque, siamo disposti ad affermare che la morte può essere curata" (nota 3). A Londra, James Curry, un medico del Guy's Hospital e uno dei dottori di Mary Shelley nel 1817, scrisse un libro che dava informazioni su come distinguere ciò che lui chiamava morte "apparente" da quella "assoluta" (nota 4). In questo libro argomentò che la putrefazione del corpo fosse il solo modo per essere completamente sicuri che una persona fosse morta. C'era anche interesse negli stati della cosiddetta "animazione sospesa", come lo svenimento, il coma e il sonno. Mary Shelley si servì del linguaggio scientifico contemporaneo per descrivere episodi di svenimento nel romanzo. Quando Victor Frankenstein genera la creatura, collassa a causa di uno scompenso nervoso e si descrive in questo stato come "senza vita". In quel caso, è Clerval a "riportarlo" alla "vita". (capitolo 5). Elizabeth sviene nel vedere il cadavere di William: "Svenne e fu rianimata con estrema difficoltà. Quando tornò alla vita, fu solo per piangere e singhiozzare." (capitolo 7). Il linguaggio qui fa riferimento a vita persa e recuperata; mentre Elizabeth è priva di conoscenza, viene descritta come se fosse morta.

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Illustrazione che mostra Galvani intento a rianimare animali tramite la corrente elettrica - Immagine in pubblico dominio, fonte The British Library

Illustrazione che mostra Galvani intento a rianimare animali tramite la corrente elettrica.

Galvanismo

Ci furono seri tentativi, inoltre, di rianimare i veri morti: Luigi Galvani scoprì che le zampe di una rana si contraevano come se fosse viva quando veniva colpita da una scarica elettrica. Nella sua Prefazione al romanzo del 1831, Mary Shelley menzionò il "galvanismo" come avente influenza sulla sua storia. Il nipote di Galvani, Giovanni Aldini, passò dalle zampe di rana a tentativi di rianimazione di criminali impiccati, facendo uso del Murder Act del 1752 che aggiungeva la pena della dissezione all'impiccagione. Nel 1803, Aldini poté sperimentare con qualche successo su George Forster che era stato condannato per l'omicidio della moglie e del figlio. Spettatori riportarono che gli occhi di Foster si aprirono, la sua mano destra si sollevò e si tese, e le sue gambe si mossero (nota 5).

L'ultima malattia di William Shelley

Nelle tragiche vite personali di Mary e Percy Shelley, c'è molta evidenza che credessero nella possibilità che i morti potessero essere rianimati con successo. Per esempio, Percy Shelley scrisse a proposito dell'ultima malattia del loro figlio, William Shelley: "Grazie all'abilità del medico, lui fu rianimato una volta dopo che il processo di morte era cominciato e visse altri quattro giorni dopo quel momento" (nota 6). Sembra quindi che il processo della morte possa essere invertito.

Un dibattito sulla natura della vita stessa

Negli anni che portarono alla pubblicazione del Frankenstein di Mary Shelley ci fu un vero dibattito pubblico al Royal College of Surgeons tra due chirurghi, John Abernethy e William Lawrence, sulla natura della vita stessa. Entrambi questi chirurghi ebbero collegamenti con gli Shelley: Percy aveva letto un libro di Abernethy e lo citò in uno dei suoi lavori, mentre Lawrence era stato il medico degli Shelley (nota 7). In questo dibattito, si posero domande su come si potesse definire la vita e come i corpi viventi fossero diversi dai morti e dai corpi inorganici. Abernethy sostenne che la vita non dipendesse dalla struttura del corpo, dal modo in cui era organizzata o combinata, ma che esistesse separatamente come sostanza materiale, una specie di principio vitale, "sovraggiunto" al corpo. Il suo oppositore, Lawrence, la riteneva un'idea ridicola e invece intendeva la vita semplicemente come il corretto funzionamento di tutte le attività corporee, la somma delle sue parti. Le idee di Lawrence furono viste come troppo radicali: sembrarono suggerire che l'anima, la quale spesso era vista come simile al principio vitale, non esistesse affatto. Lawrence fu obbligato a ritirare il libro in cui aveva pubblicato le sue lezioni e a dimettersi dal lavoro ospedaliero che svolgeva, sebbene fu in seguito reintegrato dopo aver pubblicamente denunciato i punti di vista da lui propugnati. L'episodio mostrò quanto controverse fossero divenute le categorie di vita e morte e fornì ulteriore ispirazione per il romanzo di Mary Shelley.

Note

[1] Anonimo, Review of Frankenstein, Edinburgh Magazine, o Literary Miscellany, 2 (1818), 249–53 (p. 249).

[2] Vedi Carolyn Williams, "Inhumanly Brought Back to Life and Misery": Mary Wollstonecraft, Frankenstein, and the Royal Humane Society, Women's Writing, 8.2 (2001), 213–34.

[3] Citato in Daniel Arasse, The Guillotine and the Terror, tradotto da Christopher Miller (Harmondsworth: Penguin, 1989), p. 37.

[4] James Curry, Observations on Apparent Death from Drowning, Hanging, Suffocation by Noxious Vapours, Fainting-Fits, Intoxication, Lightning, Exposure to Cold, &c., &c. and an account of the proper means to be employed for recovery [...], 2a edizione (Londra: E. Cox and Son, 1815), cap. 1.

[5] Andrew Knapp e William Baldwin, The Newgate Calendar, 4 volumi. (Londra: J. Robbins and Co, 1825), iii, 317-318.

[6] The Letters of Percy Bysshe Shelley, ed. da F. L. Jones, 2 volumi (Oxford: Clarendon Press, 1964), ii, 104, 25 July 1819.

[7] Vedi Sharon Ruston, Shelley and Vitality (Basingtoke: Palgrave Macmillan, 2005).

Notizie sull'autore

La professoressa Sharon Ruston occupa la cattedra di Romanticismo alla Lancaster University. Ha pubblicato Creating Romanticism (2013), Shelley and Vitality (2005), Romanticism: An Introduction (2007), e ha curato Literature and Science (2008) e, insieme a David Higgins, Teaching Romanticism (2010). Attualmente è co-curatrice delle Collected Letters of Sir Humphry Davy.

Licenza del testo e altre informazioni di copyright

Il testo è rilasciato sotto licenza Creative Commons Attribution 4.0 International, © Sharon Ruston. Traduzione italiana © 2016, Gianluca Turconi.

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