Laboratorio di robot

di Adriana Alarco Zadra

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Il Maestro girava come una trottola. Era per l'eccitazione, perché era programmato per assemblare robot tipo Yapeto e aveva finito il numero 36. Era l'ultimo della serie richiesta e ciò gli produceva una vibrazione che lo faceva girare e girare dappertutto nel laboratorio. Anche se non si poteva dire che sentisse vere emozioni, si mostrava agitato. Con la sua voce metallica fece il saluto d'accoglienza abituale:

- Ciao. Sei un robot Yapeto di nuova generazione. I tuoi doveri sono aiutare, difendere e obbedire gli umani.

- Crrrinsh... ciao... doveri... crrrinsh... aiutare, difendere... crrrinch...

- Così va meglio. Aggiusterò i cavi affinché tu possa parlare senza interferenze.

Il robot Maestro mise in moto i suoi bracci meccanici. In mezzo alle luci intermittenti, osservò il nuovo Yapeto attraverso la sua camera fotografica incorporata. Non andava bene. Poteva darsi che uno dei cavi fosse avariato o che qualche pezzo fosse uscito difettoso dalla fonderia, oppure che il chip impiantato nella sua memoria fosse quello sbagliato.

- Devo aiutare, difendere... crrrinch... - E con queste parole, il nuovo Yapeto girò varie volte su se stesso e uscì dal Laboratorio di Robot verso la Sala Stampi e Fonderia.

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Preoccupato, il Maestro lo seguì ma vide che si muoveva perfettamente. Tutto sembrava andare per il meglio. Le sue braccia potevano allungarsi, mentre le sue dita si aprivano e chiudevano per manipolare oggetti non troppo grandi in luoghi poco accessibili.

Dove stava l'errore?

Vide numero 36 girare per la Fabbrica, dal Magazzino di Ricambi Robotici al Magazzino di Liquidi Energetici e Congegni Sintetici. Prendeva i fiaschi, li passava davanti ai suoi occhi elettronici e immagazzinava nella memoria tutte le informazioni, poiché il suo schermo si illuminava ogni volta, ma poi li buttava per terra.

- Ma che fai? - chiese il Maestro con la sua voce metallica.

- Funzione numero 1 e 2, aiutare e difendere. Disfarsi di liquidi velenosi.

- Anche obbedire.

- OOOoooooooOOObbb.... crrrinch... - fu tutta la risposta di Yapeto numero 36.

La luce blu delle idee s'illuminò nella testa del Maestro: l'errore era che non sapeva ubbidire alle regole!

Numero 36 si girò così in fretta con le braccia meccaniche aperte che i fluidi si sparsero per terra e fiaschi e bottiglie finirono dappertutto.

- No, no, no, no, no - ripeté il suo creatore, ma prima che potesse avvicinarlo di più, Yapeto aveva aperto la porta del Deposito che dava all'esterno ed era uscito per strada roteando vertiginosamente.

Il Robot Maestro chiuse la porta perché gli era stato proibito di allontanarsi dalla Fabbrica di Robot e non poteva forzare il suo programma. Preoccupato per quell'ultimo esemplare che non ubbidiva, ripassò i dettagli del programma nella sua memoria: disporre, combinare, stabilire, assegnare, allineare, inserire, aggiustare, equilibrare, connettere, attivare, iniziare, installare e si rese conto che non aveva attualizzato né confermato la memoria del Yapeto numero 36.

Decise che doveva mettere in ordine il locale prima che arrivasse Javi, l'umano incaricato del laboratorio e lo smontasse per non aver adempiuto alle norme d'aggiustamento e previsione, metodo e coordinazione del robot.

Intanto, l'ultimo Yapeto percorreva le vicinanze osservando e immagazzinando informazioni nella sua memoria.

Aiutò un bebè in carrozzina ad attraversare la strada senza correre pericoli (funzione numero 7), anche se sentiva gli strilli disturbanti di una donna frenetica all'altro lato della strada, la madre, per cui coprì le orecchie e la testa del bambino con la copertina di lana.

Ricondusse un ragazzino piangente e secondo lui abbandonato, a un uomo solitario che aveva bisogno di compagnia, (funzione numero 9). Anche se nessuno dei due sembrava contento era meglio per entrambi, secondo la logica nella sua memoria incorporata.

Con la prolunga del suo braccio, svitò il semaforo in mezzo alla strada perché gli umani potessero scorrere in tutte le direzioni senza fermarsi (funzione numero 11). Anche se poi le macchine crearono un ingorgo impressionante e gli autisti gridarono improperi dai finestrini comandandogli di rimettere le luci a posto. Ovviamente, l'intasamento del traffico non era una sua incombenza.

Yapeto era molto contento del suo lavoro di assistenza anche se gli mancavano alcune funzioni principali rispetto a quelle che già aveva.

Poco dopo, vide avvicinarsi correndo per la strada un umano. Era alto, magro, con gli occhiali che gli cadevano dal naso e i capelli arruffati. Gli gridò:

- Yapeto, ritorna!

Quando gli arrivò vicino, lo prese per la mano metallica, strinse le sue dita con emozione e lo portò con sé di ritorno al Laboratorio.

- Ascolta, Yapeto - gli disse con severità - io mi chiamo Javi e tu sei a mio carico. Sentirei un profondo dolore se ti perdessi o ti rovinassi. Domani stesso devo consegnare 36 robot. Quanti ne vedi qui? Sono 35, e con te fanno 36. Tu sei il numero 36. Mi capisci? Se tu esci da quella porta un'altra volta, dovrò smontarti, rifonderti, riciclarti, riformarti e riassemblarti. Hai capito?

- Fai il calcolo dei robot e ascolta la teoria di Javi - s'intromise il Maestro.

Allora, rifletté rapidamente Yapeto 36, era questa la famosa teoria quantica di Javi che trovavo nella mia memoria senza grandi spiegazioni perché non avevo finito di processarmi? In totale ci sono 36 robot Yapeto e se io esco dalla porta ne resteranno 35.

Uhm... Non sento tristezza né gioia e nemmeno ho le funzione appropriate per realizzare ciò che gli umani esigono. E nessuno mi deve smontare. Ci mancherebbe!

La soluzione è semplice... Per adempiere alle mie funzioni, Javi dovrebbe essere come me, metallico. Così io potrò uscire quando vorrò e lui non soffrirà più.

Mentre metteva in pratica i propri propositi attuando la funzione numero 17, "rendere felici gli umani", e prima che il Robot Maestro potesse impedirlo, Yapeto 36 prese Javi e lo buttò dentro la fucina dove si forgiavano le matrici per fabbricare i robot della sua classe. Alla fine, l'uomo divenne una statua di metallo, immortale ed eterna.

Il robot si sentì pienamente soddisfatto. Aveva finalmente adempiuto alle funzioni a cui era stato destinato alla nascita.

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