Luci del Sud

di Pablo Dobrinin

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Mentre viaggiavo sull'autobus pensavo a come mi avrebbe ricevuto mia nonna. Erano anni che non la vedevo e in un istante le sarei piombato in casa per chiederle di vivere con lei, almeno finché la mia situazione economica si fosse regolarizzata.
Quando scesi dal veicolo camminai per due isolati guardando il cielo leggero, i paradisi che fiancheggiavano le strade e le abitazioni cerulee che si accostavano nell'aria silenziosa.
L'umile casa della nonna dormiva nella luce gelata di Montevideo. Aveva un muro di cinta basso, un cancelletto di metallo, un giardino pieno di formiche, un tetto in laminato che non misurava più di otto o nove metri di lunghezza, la porta sul lato sinistro e una finestra alla destra.
Aprii il cancelletto, camminai verso la porta e bussai. Dopo un attimo la nonna apparve sulla soglia. Era obesa e non molto alta. Quasi non aveva collo. Le braccia sporgenti le cadevano lungo i fianchi da anziana, mettendo in evidenza un seno esuberante. Il viso pareva un'arancia spremuta e senza colore. Capelli irsuti, tristemente scarsi trattandosi di una donna, le spuntavano all'infuori in maniera disordinata. Alcuni le piovevano sulla linea grigia degli occhi.
- Nonna! - dissi provando a esprimere un'emozione che non sentivo.
Lei mi guardò con difficoltà, quasi con stranezza, come se lo facesse attraverso una cortina di fumo.

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Non disse nulla. Si limitò a osservarmi per alcuni interminabili istanti. Aspettai invano che pronunciasse una parola e poi, con imbarazzo, insistetti:
- Sono io, nonna, tuo nipote.
Inclinò la testa da un lato, come fanno i cani, aggrottò le sopracciglia e le sue labbra si separarono lasciando intravedere una fessura. Quando pensai che stesse per parlare, sorrise in forma dubitativa.
Allungai una mano per appoggiarla su una delle sue braccia flaccide, come se quell'atto minimo bastasse per annullare la distanza che ci separava. La sua pelle secca mi provocò un brivido.
- Sono venuto a visitarti - insistetti.
Nuovamente, mi rispose il grigio silenzioso dei suoi occhi.
A disagio, misi una mano nello zaino che portavo e ne trassi una fiaschetta.
- Guarda, nonna, ti ho portato la marmellata che ti piace tanto.
Ebbi la sensazione di parlare con un bambino molto piccolo al quale offrissi una caramella in cambio di un bacio, ma in quel momento non trovai altra soluzione.
Prese il regalo tra le dita grasse e corte, e lo guardò con un certo interesse.
Mostrò un sorriso contratto, fece un gesto affermativo con la testa, si produsse in un mezzo giro e cominciò a camminare verso l'interno della casa.
La seguii e chiusi la porta dietro di me.
C'era un forte odore di chiuso, che si mischiava con l'essenza pungente che proveniva dalle sue ascelle.
La seguii in un corridoio, osservando la sua calvizie incipiente e i capelli bianchi che le scendevano sulla schiena. Non potei evitare che i miei occhi si posassero sulle sue natiche: enormi, dure e sferiche, assolutamente inspiegabili in una donna della sua età.
Nel voltare a destra mi ritrovai nella sala da pranzo.
La nonna avanzò di qualche passo in direzione della contigua cucina. Aprì un armadio sgangherato, tirò fuori un coltello e un piatto con biscotti al malto. Collocò tutto sul tavolo e depositò le carni del suo posteriore su una sedia scheletrica.
Afferrò il contenitore di marmellata con l'intenzione di aprirlo. Il suo viso si riempì ancor di più di rughe e le mani si contorsero. Vedendo le sue braccia porose e le sue dita che divenivano bianche per lo sforzo, pensai che non riuscisse ad aprirlo, ma ce la fece, come se la forza le venisse da un'altra parte.
Corsi a una delle sedie rachitiche e mi sedetti.
La nonna cominciò a mordere un biscotto che gocciolava marmellata.
- Veronica ti manda i suoi saluti - mentii.
Masticava con gusto.
- Ha terminato gli studi di medicina, sebbene già da tempo lavori presso uno studio medico. Tu da quale vai, nonna?
Non guardò me, ma il piatto.
- Be', quando te lo ricordi, me lo dici. Macarena fa la prima, e Sofia è già in seconda. Pare che le piaccia andare a scuola.
La nonna prese un altro biscotto carico di marmellata e vi affondò i denti.
- Io lavoro in una libreria. Adesso sono in cassa integrazione, ma in un paio di mesi si risolve tutto.
Chiusi la bocca e passai gli occhi sui muri scrostati e pieni di macchie d'umidità. Tele di ragno agli angoli del soffitto e polvere ovunque si guardasse. Tutto lì era vecchio, sporco e puzzava. Quella casa, con tutto ciò che conteneva, non avrebbe dovuto esistere. Ma per qualche misteriosa ragione, il Tempo aveva interrotto il suo lavoro di sterminio senza concluderlo e si era allontanato da quel sito dimenticandosene completamente.
Mi alzai e andai verso il lavandino. Aprii il rubinetto e un languido filo d'acqua ne uscì. Mi lavai le mani con un pezzo di sapone e poi mi asciugai col mio fazzoletto.
Mi sentii disgustato di me stesso. Solo un miserabile come me poteva andare a vivere con la nonna che non vedeva da quando aveva sei anni. Ma non avevo alcun altro a cui rivolgermi. Il denaro della cassa mi bastava per mangiare, non certo per l'affitto. Ero solo al mondo. I miei genitori erano morti in un incidente d'auto venti anni prima e la mia ex-moglie non mi poteva vedere, appena tollerava che una volta al mese, o ogni due mesi, andassi a visitare le mie figlie.
La senilità della vecchia rappresentava un vantaggio. Non avrei dovuto spiegarle niente e nemmeno avrebbe potuto opporsi. Il posto era una catapecchia, ma stimai che ventilandolo un poco, facendo pulizia e qualche riparazione, si sarebbe potuto migliorare. Non per trasformarlo in qualcosa di degno, ma almeno per poterci vivere.
Appoggiai lo zaino sulla tavola ed estrassi il termos.
- Che fortuna, nonna, adesso avrai chi si prenderà cura di te.
Sopra la cucina a gas c'era una teiera nera di fuliggine. La riempii d'acqua e la misi a scaldare.
Mentre la nonna si immergeva nel piatto di biscotti con la marmellata e nella propria senilità, mi misi a fare l'inventario delle mie nuove proprietà. Non erano ancora formalmente mie, ma considerando il deterioramento fisico e mentale della loro proprietaria quello era un dettaglio.
Una casa moribonda o, più esattamente, sospesa sul baratro del Tempo.
La stanza della nonna misurava quattro metri per quattro. Pareti biancastre minacciate dall'umidità e un pavimento di mattonelle sbrecciate. Un letto di ferro, da due piazze, con una vecchia coperta. Un lampadario e una lampada con paralume di tela rosa, artisticamente ricoperta da escrementi di mosche. L'insopportabile vaso da notte che appariva sotto il letto. Un guardaroba di legno buono, con l'odore di abiti da defunti. Vestiti e biancheria deteriorata: anticaglie che neppure per la loro proprietaria erano concepibili. Solo qualche resto insulso e povero era riuscito a sopravvivere all'anacronismo che aveva colpito a morte gli indumenti. Vidi anche alcuni vestiti incredibilmente stretti, alla moda ed estroversi, che mi fecero immaginare mia nonna giovanissima, mentre disegnava volteggi su una pista da ballo. E poi c'erano gli abiti del nonno, grandi e scuri, come si conviene alla dignità dei morti. Avevano sistemato una piccola foto nella parte interna della porta del guardaroba, ma non era sua, bensì del cantante Sandro, che mi guardava con lussuriosi occhi gitani.
La stanza restante, della stessa dimensione della precedente, era quella che occupavo quando venivo a passare i fine settimana con i nonni. La finestra che dava sulla strada era chiusa, ma una luce diffusa filtrava tra le fessure della persiana. Le pareti e il pavimento presentavano gli stessi sintomi di decadenza del resto della casa. Non c'era niente dentro, tranne un letto di legno, da una piazza, con sopra una coperta grigia. Probabilmente era tanto che non veniva usato. A meno che il nonno non lo avesse utilizzato nei suoi ultimi anni. Se non ricordavo male, era morto di cancro dopo una lunga agonia. Perciò era ragionevole pensare che in quei momenti gli fosse stata destinata una camera solo per lui. Guidato da un impulso insano, allungai la mano per scoprire il letto. Prima di farlo, l'immagine di un lenzuolo bianco con una macchia marrone si accese nella mia mente. Ma non c'era nulla. Solo un vecchio materasso sopra la rete a doghe di legno. Riposizionai la coperta al suo posto e uscii.
Mi sentii deluso. La struttura della casa mi era familiare, ma mancava qualcosa. In un determinato momento avevo pensato che avrei potuto appropriarmi della casa, e non mi riferisco all'appropriazione fisica, tuttavia adesso mi rendevo conto che era impossibile. Gli anni trascorsi erano troppi e non mi permettevano di scorgere il bambino di sei anni che correva tra quelle pareti.
L'importante era che la casa avesse due camere da letto, pensai allora, sufficienti per entrambi. Nella mia stanza avrei sistemato i miei libri, il mio computer e i miei strumenti musicali. Per il momento conservavo queste cose a casa di mia moglie, ma desideravo riprenderle quanto prima.
Comunque, considerai ancora, volevo quella casa, e in alcuni momenti della mia vita avevo sentito che possedeva qualcosa di seducente e che il tempo non sarebbe stato capace di oscurare.
Dopo che l'acqua bollì, aprii la porta che portava sul retro, trattenendo un sorriso. La nonna mi guardò con occhi ben aperti, come se si fosse accorta solo allora della mia presenza, però resto seduta di fronte ai suoi biscotti, senza pronunciare parola.
Con il termos sotto braccio, scesi i nove scalini.
Un patio con piante. Una rimessa. Una sedia a sdraio. Un pergolato e poi più di quindici metri di terreno, diviso da due vialetti di cemento, costeggiati da pietre. Alcune canne marce tirate sopra la terra nera parevano indicare che in qualche epoca vi si coltivassero i pomodori, ma non c'era nulla di piantato nell'appezzamento, a eccezione di un melo cotogno e un arancio. Sul fondo si ergeva un muro a graticci e alla sinistra un altro di mattoni, mentre alla destra un tendone parzialmente coperto da un rampicante.
Avanzai lentamente su uno dei sentieri e respirai soddisfatto.
Adesso sì, mi dissi. Questo era sempre stato il posto giusto. E allora, senza alcuna necessità di chiudere gli occhi, tornai a vedere quel bambino di sei anni. I capelli diritti e brillanti gli cadevano in abbondanza sulla fronte, come nella foto più antica che avevo conservato nel corso degli anni. Aveva una maglietta a righe, dei pantaloni corti e scuri, e delle scarpe chiuse. Stava accosciato, impugnando un camion verde e lungo che trasportava animali della foresta...
Nella rimessa c'erano molte cose: un giradischi, borse con vecchi vestiti, ricette e carte, album di foto, tavole, ferri arrugginiti e una lunga lista di elettrodomestici rotti: un ferro da stiro, una friggitrice, un televisore, un asciugacapelli... Tra le tante porcherie potei recuperarne qualcuna che mi serviva: un materasso a una piazza, alcune lenzuola e una coperta con la tela simile a quella del patio, ma ancora buona nonostante gli anni.
Poi tornai nella mia stanza, aprii la finestra affinché entrasse aria nuova e mi stesi sul letto. Quando ebbi finito, sperimentai un certo sollievo, come se in quel preciso momento si fosse risolto il problema del mio alloggio. Ma quel sentimento non durò molto, perché nell'uscire dalla stanza mi imbattei nella donna con cui avrei dovuto vivere. La nonna aveva la solidità del vento, della nebbia. La sentii vaporosa come i ricordi che giravano e restavano intrappolati nel tetto della casa. Si andava disfacendo un poco, lasciando il colore stinto della sua vita sulle pareti e sul pavimento di legno, senza rendersi conto che stava morendo, che si alzava solo per continuare a morire, che trascinava i piedi e le gambe per continuare a camminare, con la tristezza sulla faccia, le braccia inerti e la testa bassa. Passava come una foto "mossa", o forse l'immagine truccata di un'altra donna che si era fermata altrove e non voleva tornare, che allungava sorridente una mano per raccogliere un'arancia dall'albero.
La osservai arrivare sul retro. Si sedette sulla sedia a sdraio e rilassò il corpo come se fosse giunta al compimento di un destino anelato. La luce calma del mattino le accarezzava la fronte.
La guardai per un istante, poi volsi nuovamente lo sguardo verso l'interno della casa. Sentii che c'era un silenzio che continuamente andava ispessendosi senza emozioni e penetrando dentro le cose. Subito mi accorsi che la casa della nonna non aveva orologi, né radio e nemmeno un televisore. Le cose do-vevano essersi rotte una dietro l'altra, finché l'abitazione era rimasta insonorizzata, come lei stessa. Nella casa di mia moglie c'è sempre stata un'apparecchiatura audio e tre televisori, uno nella camera da letto che prima condividevo con lei, un altro nella stanza delle bambine e l'ultimo nella sala da pranzo.
Respirai a fondo, godendomi quella tranquillità.
Erano le undici del mattino e la nonna non dava segno di interessarsi al pranzo. Viveva sola, cosicché probabilmente si era abituata a mangiare senza orari. Ritornai nel retro e, avvicinando il mio viso al suo, le domandai:
- Cosa vuoi mangiare, nonna?
Si prese del tempo per rispondere.
- Pasta.
- Bene, mangeremo pasta.
In un negozio che non esisteva quando io frequentavo il quartiere, comprai del pane, un litro di vino, un altro di acqua minerale, tagliatelle, formaggio grattugiato e polpa di pomodoro.
Di ritorno, aprii la porta ed entrai silenziosamente, per non disturbare la tranquillità di quell'orologio rotto che era la casa della nonna, nel quale avevo deciso di rinchiudermi.
Riposi le bottiglie nel frigorifero e comincia a cucinare. Dovetti solo aggiungere un po' d'acqua alla salsa per stemperarla e in pochi minuti già stavamo pranzando.
La nonna aveva molto appetito. Pensai che fosse contenta, ma in nessun momento smise di esibire senza orgoglio quell'espressione caratteristica degli uruguayani: una tristezza sdrammatizzata, contagiosa come uno sbadiglio. Mangiò due piatti succulenti e ci dividemmo equamente il vino. Durante il pranzo non disse una parola, ma io le parlai della mia ex-moglie Veronica, di quanto belle e intelligenti fossero le sue nipotine, del mio lavoro alla libreria, della crisi economica, del tempo, del negozio dove avevo comprato le cose per cucinare, della tranquillità del quartiere, degli anni che vi avevo trascorso e di quanto mi sentissi triste per non averle fatto visita per tanto tempo.
Solo dopo averle passato il pane per il secondo piatto, lei mormorò:
- Ho conosciuto una Veronica che faceva la parrucchiera.
La guardai, assicurandomi che i miei occhi non rivelassero la pena che mi dava vederla in quello stato. Mi faceva ricordare i "flipper", quelle macchinette con cui giocavo quando ero bambino. Si lanciava una pallina con una molla e non si sapeva mai in quale buco sarebbe andata a finire. Altrettanto imprevedibile era la mente della nonna di fronte agli stimoli che riceveva.
Dopo aver asciugato i piatti e averli riposti nell'armadietto, ritornai sul retro.
La nonna già si era accomodata sulla sedia a sdraio, col viso rivolto al cielo, a guardare dall'alto i graticci della staccionata. Da quel che si vedeva, il pranzo l'aveva lasciata assonnata.
Aprii un'altra sedia e mi sistemai al suo fianco.
Ritenni che non si fosse accorta della mia presenza, e anche se lo fece, io non me ne resi conto.
Mi misi a guardare nella stessa direzione in cui supponevo stesse guardando lei. Le nubi caracollavano pigre lasciando intravedere un foro centrale nella parte alta del cielo.
Guardai gli occhi della nonna, ma non fui capace di decidere se fossero presenti in quel posto o in un altro più lontano. A ogni modo, ora la sentivo indifferente, anziana, disinteressata. Reclinai la testa sullo schienale e mi abbandonai al piacere di quel momento. Vidi una specie di luce che guadagnava spazio sulle ombre e si estendeva sopra la nonna. Il suo nuovo viso, addolcito, mi si rivelò con un inaspettato aspetto d'angelo.
Chiusi gli occhi e la immaginai leggera, sul punto di elevarsi nell'aria calma della mattina. La vidi colar via sopra le porcellane, gli alberi, i graticci del giardino...
Poi sentii sulle palpebre che la luce si era contratta e aprii gli occhi. Le nuvole coprivano il sole e una luminescenza cerulea illuminava gli oggetti.
La nonna aveva gli occhi chiusi, il viso scuro e le mani richiuse sulla gonna.
Chiusi gli occhi, liberai la mente e mi addormentai.
Mi svegliò una musica allegra che proveniva dal terreno ubicato alla destra del nostro. Era qualcosa di somigliante a un bolero, ma non tanto sdolcinato. Una melodia estraniante, gradevole.
La nonna era ancora con gli occhi chiusi e ripeteva, muovendo la testa verso i lati:
- No, no...
- Cosa succede, nonna?
- Quella donna mi disturba sempre con questa musica rumorosa.
Il volume era basso, ma lei sembrava davvero infastidita. Presi una delle sue mani e cominciai ad accarezzarla. Nel giro di qualche secondo si calmò, ma dopo alcuni accordi intempestivi tornò a scompensarsi.
- Un'altra volta, perché? - si espresse, preoccupata e tremante.
- Andiamo - le indicai.
La presi per il braccio e la condussi verso il suo letto.
Le tolsi le scarpe, l'aiutai a coricarsi e la osservai finché non si addormentò.
Libero da radio, televisori e orologi, il suo mondo non aveva avuto altra possibilità che crescere verso il dentro, e allora qualunque intromissione dall'esterno, per quanto lieve fosse, le risultava insopportabile. In fin dei conti, doveva aver vissuto così per anni. Anche a me piaceva il silenzio e la solitudine, perciò potevo capire perché rimaneva a quel modo, disconnessa.
Mentre dormiva, estrassi dalla tasca il cellulare e chiamai la mia ex moglie. Era arduo darle spiegazioni, perché aveva una tendenza naturale a non ascoltare e a parlare gridando. Ma finalmente le raccontai che vivevo con mia nonna e che appena mi fosse stato possibile sarei andato a prendere le mie proprietà, soprattutto qualche vestito e forse un paio di libri. Non pensavo di fermarmi molto, perciò non valeva la pena che mi riprendessi il computer. Né lo stereo, perché non volevo alterare la tranquillità della casa.
La mia ex mi rinfacciò che era più di un mese che non vedevo le mie figlie e che loro domandavano di me. Le assicurai che sarei andato presto e le avrei lasciato un bacio mio e un altro della nonna, sebbene lei ovviamente non l'avessi neppure informata.
Avrei dovuto comprare il giornale e iniziare a distribuire il mio curriculum, ma poiché al momento mi arrangiavo col sussidio, lasciai perdere e non feci niente. Ripulii un poco la casa, giusto l'imprescindibile. Di mattina uscivo a far compere, aiutavo la nonna ad annaffiare le piante, cucinavo, dormivamo la siesta; di pomeriggio ci tenevamo compagnia e alla sera mangiavamo quanto era avanzato del pranzo.
La nonna non mi dava alcun fastidio, non mi sgridava mai, e sebbene avesse un viso inespressivo, man man che passavano le settimane si mostrava più ricettiva verso di me. In certe occasioni, mi lasciò persino appoggiare la testa sul suo grembo mentre mi accarezzava i capelli.
In altri momenti della mia vita mi ero reso conto che possedevo un'abilità non comune: potevo isolarmi dal mondo con una facilità straordinaria, come se spegnessi l'interruttore della luce. Anche nelle condizioni più inverosimili, circondato dalla gente, nel mezzo di una festa, o con la radio accesa... io fuggivo. Chiudevo gli occhi, a volte anche senza chiuderli, pensavo che il mio corpo fosse un fiume che fluiva incessantemente e che nulla mi potesse danneggiare. Sono nato con questo dono, ma credo che sia stata mia moglie a obbligarmi a perfezionarlo. I suoi insulti e le sue grida non mi colpivano, se ne andavano con la corrente, per la mia tranquillità e la sua disperazione.
Durante giorni interminabili, guardando la nonna, seppi da dove mi veniva quella facoltà, sebbene stimai che il trascorrere degli anni l'avesse fatta avanzare oltre limiti inimmaginabili. Niente che le accadeva intorno pareva toccarla. Al contrario, i suoi cambiamenti d'umore dipendevano da eventi al di là della mia comprensione. A volte, repentinamente, la sua faccia si riempiva d'angustia e le mani si stringevano sulla gonna, come se si trattasse di un tessuto sporco d'odio. E solo un momento dopo, lei faceva caso al peso degli anni e avanzava: emergeva, verticale, come se avesse bagnato il viso in una pozzanghera di luce.
Col trascorrere del tempo, cominciò a occuparsi sempre di più della propria persona. Nonostante si lavasse poco, si profumava con una colonia ordinaria, provava bei vestiti che non erano della sua taglia e si truccava il viso con l'aiuto di un vecchio specchio e rossetti antiquati. Il risultato di questa trasformazione era grottesco, ma io non le dicevo niente, perché vedevo che un sorriso cominciava a disegnarsi sulla sua infelicità. Inoltre, sapevo che non sarebbe mai andata per strada e quello che accadeva dentro la casa era una faccenda tra noi due.
Poi mi accorsi che la nonna cercava la mia compagnia e provava a intavolare una conversazione, sebbene con il suo deterioramento mentale le risultasse complicato. In generale, mentre eravamo seduti sul retro, pronunciava qualche frase ambigua e si limitava a tenermi la mano. In alcuni momenti, molto ingenuamente, arrivai a credere che la mia compagnia la stesse aiutando a recuperare lucidità, come quando mi raccontava un episodio della sua gioventù o mi domandava di qualche libro particolare. Comunque, appena il giorno seguente questa presunzione, tornavo a incontrare una donna triste, dallo sguardo fumoso, i pensieri perduti nel vento e le palpebre cadenti.
Così mi abituai alle sue intermittenze e all'imprevedibilità del suo carattere.
Dopo circa tre mesi, più o meno, mia moglie mi inviò un SMS per chiedermi quando sarei andato a prendere la mia roba. Le risposi subito e le lasciai anche un saluto per le bambine, da parte mia e della nonna. Quello stesso giorno, mentre pranzavamo, spiegai alla nonna che dovevo andare a casa della mia ex. Lei mi comprese, e parve spaventata, come se temesse che me ne sarei andato per sempre. Le spiegai che sarei andato a prendere alcuni vestiti e che per la notte sarei stato di ritorno, ma anche così non si sentì tranquilla.
Dopo pranzo mi prese la mano e dovetti accompagnarla alla rimessa. Una volta lì, trascinò delle pesanti borse e cominciò a svuotarle in fronte a me. Erano le camicie, le mutande, le calze, le scarpe e i pantaloni del nonno.
Pensai di spiegarle l'insensatezza di quel comportamento, ma vidi i suoi occhi velati, le sue mani ansiose che aprivano il tessuto del vestito e perciò tacqui.
Le mutande e le calze, che avevano l'elastico, mi andavano abbastanza bene. Con le camice non ci furono maggiori problemi, perché a me piace indossare vestiti ampi. Comunque, la nonna dovette cucire ai pantaloni un risvolto di almeno dieci centimetri. E non parliamo delle scarpe, fu impossibile appropriarmene. Il nonno calzava il quarantasei, mi fa paura solo a pensarlo.
Così posticipai la visita a casa della mia ex moglie, e la realtà della nonna prese ad avvolgermi sempre di più, come fa la marea con un ramo infisso nella sabbia della spiaggia.
Sebbene conservassi i miei due cambi di vestiti, la nonna insistette sempre che usassi gli indumenti del suo defunto marito. Diceva che mi stavano meglio e che mi facevano sembrare più uomo, più serio. Io li prendevo solo per svolgere le commissioni, ma dopo qualche tempo me li misi in modo permanente. Le mie uscite erano puntuali e non parlavo con nessuno, volevo unicamente comprare le cose o cambiare il denaro del sussidio e ritornare presto a casa.
Quando me ne accorsi, già vivevo lì da più di quattro mesi e stavo abituandomi ai ritmi e alle atmosfere del luogo. Senza sforzarmi, avevo recuperato quello spazio dolce che tutti gli uomini hanno nel proprio intimo, ma che la società si impegna a distruggere.
La nonna, col suo esempio, mi insegnava ad ascoltare al di là del silenzio.
Mi sedevo al suo fianco e si fermava il mondo. Vedevo l'erba mossa dalla brezza e i piccoli insetti che saltavano tra gli steli dei fiori. A volte lei mi abbracciava attirandomi verso i suoi seni enormi e confortanti, e mi baciava sulla guancia. Si era tanto affezionata a me che un bel giorno cominciò a portarmi la colazione in camera. Era contenta, non solo si truccava e indossava i suoi vestiti più pittoreschi, ma sorrideva anche per tutto il tempo e, talvolta, indipendentemente da ciò che stava facendo, le sfuggivano risate brevi ed elettrizzanti.
E non si preoccupava più quando la vicina accendeva la radio e, sebbene goffamente, era capace di canticchiare qualche frammento di canzone.
Certi pomeriggi, persino, quando ci recavamo sul retro, la vedevo fermarsi vicino al porticato e, nonostante non riuscissi a individuare la vicina, sentivo chiaramente la nonna dire:
- Anch'io pensavo che non fosse possibile, ma mai dire mai...
Forse, se avessi prestato maggiore attenzione a quella frase, avrei previsto gli avvenimenti che avrebbero sconvolto completamente la mia vita. Ma in quel momento non compresi il peso delle parole e continuai con la routine abituale, ignorando il pericolo.
Dopo cena, salutai la nonna e me ne andai a letto.
Sebbene avessi trascorso un'ora con la testa appoggiata al cuscino e nonostante fosse già sera inoltrata, non mi riuscì di addormentarmi. Uno strano presentimento, sicuramente alimentato da alcuni rumori enigmatici che ascoltavo nel silenzio della notte, mi tenne sveglio.
All'improvviso, come una goccia che cade da una nuvola densa e scura, successe ciò che mai avevo considerato.
Lustrata dalla depilazione, incensata dall'odore di sudore, creme e profumi a basso costo, lei avanzò nell'oscurità, mettendomi di fronte al rosso furente delle sue labbra truccate.
Volevo ordinare alle mie braccia di fermarla, che per niente al mondo le permettessero di oltrepassare la soglia della porta, ma lei era già entrata nella stanza. Chiusi gli occhi per permettere all'immagine di scomparire; fu inutile resistere. Quando li riaprii, la nonna si tolse di fronte a me la camicia da notte che portava, rivelandomi l'allarmante lucidità del suo corpo nudo.
Quando si sedette sul letto, questo collassò e io con lui. Cominciò a mancarmi il respiro e pensai che stessi morendo. Comunque, potevo sentire ciò che mia nonna faceva e vedevo la mia mano stringersi sulle lenzuola bianche.
Allora sperimentai un'umidità infernale e un delizioso terrore che si impossessava di me.
Avrei voluto fuggire da quell'immonda palude, ma vi sprofondai sempre più e quando mossi una mano non fu per scappare, bensì per accarezzare il seno palpitante che mi metteva in bocca.
Dopo che tutto fu finito, lei se ne tornò al suo letto, lasciandomi solo con i miei pensieri.
Ma io non volevo pensare. Andai al bagno, mi feci una doccia e ritornai a letto. Fortunatamente non tardai ad addormentarmi.
Mi svegliai molte ore dopo, quando il giorno già schiariva. La nonna non era venuta a portarmi la colazione; meglio così, perché non l'avrei potuto sopportare.
Sapevo che con le luci del giorno tutto sarebbe apparso terribile. Un sentimento di vergogna sopraffece la mia mente, impedendomi di prendere qualsiasi decisione. Mentre mi vestivo, avvertii che il silenzio della casa mi si stava rivoltando contro, in quanto amplificava la voce del mio animo.
Aprii la porta che dava sul giardino e uscii.
Avanzai attraverso l'aria fresca e luminosa.
Lei riposava sulla sua sdraio. Collocai la mia al suo fianco e mi sedetti. Aveva il viso pallido e puntava i suoi occhi vuoti verso il cielo.
Aspettai ansioso che mi dicesse qualcosa, ma non disse né fece nulla. Dopo un po' mi convinsi che l'insulso episodio di cui eravamo stati protagonisti non sarebbe mai stato un argomento di conversazione. Semplicemente sarebbe diventato uno di quei tanti segreti che le famiglie di tutte le epoche devono sopportare. Qualcosa di terribile che avrebbe avvelenato gli sguardi e le frasi più innocenti. Avremmo dovuto fingere in continuazione che non fosse accaduto o che l'avessimo dimenticato. Ma niente sarebbe stato come prima.
Senza guardarmi, la nonna prese la mia mano nella sua, come se desiderasse lasciarmi intendere che comprendeva la mia angoscia. Allora alzai lo sguardo e mi lasciai rapire dai movimenti delle nuvole.
Dopo poco la nonna girò verso di me il suo viso senza espressione e, mentre mi osservava con occhi annebbiati, mi disse che esisteva un luogo che la maggior parte della gente neppure immaginava.
In principio credetti che volesse attrarre la mia attenzione, ma poi la osservai e pensai che se il suo viso era conosciuto e impersonale, c'era altro, dondolante come una fiamma, che intendeva comunicarmi.
Il giorno successivo, come d'abitudine, il tramonto ci colse seduti sulle sdraio. Fui incantato da quello spettacolo: l'aria gentile della sera e i colori fruttati del cielo. La nonna sorrise. Le sue mani accarezzarono la tela del gazebo come se interpretassero il suono nascosto di note disperse.
Non seppi in quale momento cominciai a sentirmi male e nemmeno ne potei identificare la causa. Forse un suono o un odore che non identificai quando si manifestò. Senza dubbio, qualcosa di piccolo che era cresciuto mentre non lo vedevo... perché il cielo si trasformò in una ferita sanguinante. E la nonna aveva un'espressione greve, con le ossa della faccia come percorse da un fuoco bianco. Rimasi quieto, fingendo che nulla fosse avvenuto.
Le domandai se si sentiva bene.
Lei disse qualcosa che non capii e mi parlò d'altro che non ascoltai, perché mentre muoveva le labbra le sue parole uscivano da un luogo che non era quello dove ci trovavamo.
Continuai a guardare il cielo e poi d'un tratto le chiesi se stava comoda.
La nonna mi rispose di sì e allora potei vedere che aveva il viso sereno accarezzato dalle luci del Sud.
Quella stessa notte, lei sorse, luminosa come quelle stelle, nella mia camera.
- Nonna - le sussurrai. - Come sei bella oggi.
Spostò un braccio e con candore mosse le dita di una mano, lasciando una traccia fosforescente.
Lo splendore avanzò verso di me, divorando l'oscurità col suo passo.
Nel sedersi sul mio letto, lo trasformò in una laguna luminosa. Sentii la tiepidezza deliziosa dei pensieri della nonna e vidi i suoi occhi annebbiati e i vapori bianchi che aleggiavano sopra le sue spalle. Allungò una mano e cominciò ad accarezzarmi nelle parti intime, non con l'ordinaria fretta di una donna qualsiasi, bensì con la squisita amorevolezza delle nonne. Seppi subito che nessuno mi aveva mai trattato con quella dolcezza. Nessuno con quelle labbra umide, quella lingua guizzante... Credetti che stessi per venire da un momento all'altro, ma lei interruppe i suoi giochi e si levò dalle mie gambe. Alzò le mani alle spalle e con un solo movimento si tolse il reggiseno.
Immediatamente i suoi enormi seni ricaddero sulla mia faccia con violenta allegria. Mi sentii come un mendicante invitato a un banchetto, turbato alla sola vista delle pietanze. Poi si sedette a cavalcioni sopra di me e con mano esperta mi introdusse nel suo corpo ardente. Premette il suo petto contro il mio, mi avvolse tra le sue braccia e cominciò a scuotermi, mentre le sue labbra e la sua lingua calda cercavano il mio collo e le mie orecchie e i miei occhi e la mia bocca. A ogni furioso attacco, il suo volto trasfigurava sempre più fino ad apparire un'orribile maschera che si impadroniva del mio spirito e mi sommergeva in un delizioso inferno, atavico e pestilenziale. Non seppi cosa feci io, ma ricordo di aver visto degli occhi iniettati di sangue, smisuratamente aperti, come se fossero senza palpebre, e anche una fila di denti inferiori che apparivano più lunghi del normale. Quindi intesi un suono gutturale che risaliva e provai l'esplosione di una luce bianca.
Il giorno successivo, né lei né io menzionammo l'accaduto. Le prepari una cotoletta con purè e bevemmo vino. Dopo il pranzo, quando eravamo in giardino, mi accorsi della straordinaria naturalezza di mia nonna. Camminava davanti a me, col suo ancheggiare leggero, dimenando le natiche sode e attraenti. Nonostante non camminasse veloce, capii che mi era impossibile seguirla, perché non potevo percorrere il suo stesso sentiero, come se per lei fosse una verità indubitabile e per me un mero abbozzo. Mi fermai e la osservai. La vidi andarsene e disfarsi dinanzi ai miei occhi, come una nube grigia che si allunga nel cielo d'inverno. Si ridusse a una piccola traccia di colore e scomparve. Poi, in un altro luogo, cominciò a riapparire. Prima fu un puntino, quindi una macchia che si muoveva per guadagnare rilievo e dimensioni. Poco a poco ritornò da dove stava e la ammirai seduta sulla sdraio.
Nel pomeriggio la mia ex moglie mi chiamò al telefono e mi ricordò, con il suo abituale malumore, che erano mesi che non andavo a trovare le bambine. Le spiegai che ero impegnato in alcune faccende importanti e che appena mi fosse stato possibile, avrei fatto loro una visita. Mi insultò in mille maniere e a malapena ebbi il tempo di mandarle i saluti miei e della nonna prima di vedermi obbligato a riappendere.
Poco importava che nell'osservarla in giardino io pensassi che la nonna fosse un'immensa bambina dalla pelle vellutata, un angelo, una donna luminosa o semplicemente un'anziana triste. La mia unica certezza era che al calare della notte, lei sarebbe tornata nel mio letto a offrirmi il suo infinito amore.
Nessuna delle volte che facemmo sesso, e furono molte, lo considerai come un fatto normale. Al contrario, la certezza che stessimo facendo qualcosa di proibito aumentava la mia eccitazione fino a limiti inimmaginabili. Devo ammettere che al principio la sua mancanza d'igiene mi provocò nausea, tuttavia, quando il mio mondo cominciò a cambiare smisi di lottare contro gli odori e la sporcizia e mi sprofondai volontariamente in essi. Col tempo, ne fui assimilato fino ad apprezzarli, convinto che mi aiutassero a trasportarmi altrove. Ogni essenza supponeva la rinaugurazione di un rituale nel quale lei incorporava energie arcane e la mia mente si elevava verso la soglia di una nuova coscienza.
Dal giorno in cui quella generosa donna si infilò nel mio letto, le nostre anime si intrecciarono tanto da sentire che si erano unite per l'eternità. Con la frequenza di quattro o cinque volte alla settimana, ripetevamo l'esperienza sublime della nostra unione, incorporando diversi giochi e posizioni che mantenevano sempre accesa la fiamma della nostra passione. L'amore che provava per me era tanto grande che si era prestata a forme di piacere sempre negate al nonno.
Non necessitavamo più della complicità della notte. Giravamo tutto il giorno dentro la casa e io la sodomizzavo in qualunque stanza non appena ne avevamo il desiderio.
Avevamo scoperto che eravamo fatti una per l'altro. Non mi riferisco solamente al fatto che lei fosse una donna straordinaria, ma anch'io ero il suo completamento ideale, perché un'opera d'arte non ha molto senso se non c'è qualcuno che può apprezzarla. E sottolineo questo perché di solito i nipoti non valorizzare le proprie nonne, le rinchiudono negli ospizi anziché esaltarle come meritano.
Credo che se fosse dipeso da noi, avremmo potuto darci al piacere fino alla fine dei nostri giorni, ma disgraziatamente la gente felice finisce con l'essere vittima degli esseri meschini. Una sera la mia ex moglie mi chiamò al cellulare e mi disse che le bambine avevano voglia di vedere me e la nonna, così sarebbero venute a visitarci alla fine della settimana. Insistetti che non lo facessero, ma lei, che non mi aveva mai ascoltato, non volle nemmeno considerare quella possibilità.
Dopo che ebbe chiuso la comunicazione provai a spiegare alla nonna i rischi che quella visita poteva comportare. Ero terrorizzato, perché lei mancava di moderazione ed era capace di baciarmi sulla bocca davanti a tutti o di fare altre cose peggiori.
A partire da quel momento iniziò il mio calvario. Avevo solo un giorno per estirparle le abitudini che aveva acquisito nel corso di mesi. Le proibii di portarmi la colazione in camera, che mi prendesse per mano ogni volta che mi incrociava e ovviamente fui irremovibile sull'infilarsi nel mio letto. Pensai che mi avesse inteso, in quanto divenne molto triste e abbassò la testa affinché non la vedessi piangere. Ma solo mezz'ora dopo mi stava venendo vicina con fini prevedibili. Divenni tanto nervoso per l'imminente visita che la spinsi e la colpii con un pugno sul labbro. La colpii anche alla tempia e riconosco che fu un errore, perché le lasciai i segni inequivocabili di un livido che difficilmente avrei potuto spiegare. Gridai forte per non ascoltare il suo patetico pianto da vecchia senile e quando cadde a terra la scalciai varie volte. La lasciai distesa in cucina e me ne andai sul retro. Mi presi il viso tra le mani e piansi a lungo.
All'alba mi alzai dal letto e mi diressi al bagno. Mentre orinavo, attraverso il lucernario sentii un suono strano provenire dal giardino. Così come mi trovavo, in pigiama, aprii la porta e scesi i nove scalini.
Un vento gelido scuoteva i rami degli alberi e agitava le foglie che danzavano nell'aria. Quando alzai lo sguardo vidi la nonna che levitava sopra il terreno. Una luce aspra le illuminava la vestaglia, la faccia e gli scarsi capelli. La vidi quasi trasparente, come una vecchia borsa di nylon. Girava intorno alla proprietà, ma per qualche ragione era incapace di volare un poco più in alto e fuggirsene via. Trovai doloroso che potesse staccarsi dal suolo e fosse incapace di andare dove avrebbe voluto. Allungai una mano per toccarla, ma non la raggiunsi.
- Nonna... - dissi, lentamente.
Lei si innalzò, piena d'aria. Non mi guardò neppure. Si agganciò a un ramo e sebbene il vento le gonfiasse il vestito, non poté fuggire. Non capivo perché tutto sembrasse così triste. La nonna era come un palloncino gonfiato d'aria morta e io non sapevo come aiutarla.
"E' un angelo vittima della tempesta", pensai mentre il vento freddo e umido mi colpiva la faccia, ma poi mi resi conto che era molte più cose di quante ne potessi nominare e che la sua vera natura era sempre stata al di là della mia comprensione. La sentii svuotata, vaporosa...
La osservai per un momento ancora, mentre brillava e si agitava nell'oscurità.
Poi mi voltai, risalii gli scalini, entrai in casa e chiusi la porta.
Entrai nuovamente in bagno, mi lavai la faccia e le mani.
Andai alla stanza della nonna, aprii la porta ed entrai.
Lei era distesa pancia sotto sul letto e sembrava dormire. Accesi la lampada, tolsi le lenzuola e la osservai. Le sue carni sprofondavano nel materasso. Aveva il viso gonfio e violaceo. Mi fece pena e dovetti posare le mie labbra sulle sue ferite. Poiché era stata colpita anche sul resto del corpo, le tolsi la camicia da notte e la biancheria intima. Dopo averla accarezzata e baciata con dolcezza, capii che mi desiderava e mentre fuori ruggiva il vento, facemmo l'amore.
Mi svegliai al suono del cellulare. Era mattina.
Mi ero addormentato abbracciato alla schiena della nonna.
Trovai il telefono sul tavolo della cucina. Risposi. La mia ex mi avvisò che stava uscendo con le bambine. Stimai che con l'auto non ci avrebbe messo più di mezz'ora ad arrivare.
Le risposi che andava bene e che la nonna sarebbe stata molto contenta di vederle. Mi vestii e aiutai l'anziana a fare altrettanto. Non fu facile, perché le doleva tutto il corpo e qualcosa di semplice come introdurre un braccio in una manica le procurava dolore. Le misi un vestito floreale, calze invernali, un maglioncino di lana e le calzai delle pantofole chiuse.
La condussi verso la cucina, la feci sedere su una sedia e mi misi a pettinarle la capigliatura ribelle.
Quando ebbi finito di prepararla compresi che c'era qualcosa che non andava. Era il suo viso. Era coperto da sangue rappreso e macchie scure e rigonfie.
- Devi essere bella per le nipotine - le dissi.
Presi il suo necessaire e la truccai. Fu necessario utilizzare i prodotti con generosità. Applicai uno spesso strato di fondo tinta per dissimulare le imperfezioni. Le misi abbondante rossetto sulle labbra, le colorai le palpebre di verde e le applicai il mascara.
Finito quello sforzo immane, mi allontanai di qualche passo e contemplai la mia opera: era orribile. Se le bambine l'avessero vista così, sarebbe scappate correndo via terrorizzate.
- Nonna... - le spiegai. - Ricordati di quello di cui abbiamo parlato. Per niente al mondo menziona quanto è accaduto tra noi.
Ma lei non mi rispose, solo mi osservò con i suoi occhi dalle tinte d'inverno.
Sbuffai confuso e mi guardai le mani sporche dei suoi disgustosi trucchi. Quando alzai nuovamente il viso, lei stava tentando di dirmi qualcosa. Un vortice marrone prese a girare e a tentare di risucchiarmi verso le profondità di un luogo che non apparteneva a questo mondo. E poi un paio di tenaglie si agitarono nell'aria. La pelle mi si accapponò per il terrore. Allo stesso tempo che quella visione catturava i miei sensi, potei apprezzare l'immagine sovrapposta di mia nonna, che muoveva le labbra senza pronunciare alcuna parola. La insultai e per tutta risposta lei fece in modo che il suo volto brillasse di fronte a me e tornasse normale, così da svelarmi la sua vera natura.
La nonna si spostò e afferrò la maniglia della porta che dava sul retro con l'intenzione di uscire.
Le gridai che non poteva andarsene senza promettermi di tenere la bocca chiusa.
Ma lei non ci fece caso e aprì la porta. Gridai disperatamente, allora girò la testa e mi osservò. Nel vedere quegli occhi ridere di me, compresi che mi stava annunciando la condotta che pianificava di tenere quando sarebbero arrivate le bambine. Non lo potei sopportare e avanzai verso di lei. Volevo unicamente scuoterla per le spalle, farla ragionare, assicurarmi che non avrebbe detto o fatto niente di male, spiegarle, aiutarla a comportarsi bene; in nessun momento ebbi l'intenzione di spingerla giù per le scale. Il peggio è che non cadde rotolando, piuttosto vi si precipitò di schiena, senza toccare i nove scalini.
Nel mio ricordo la vedo cadere molto lentamente, come se non dovesse mai toccare il suolo. E mentre si sollevava nell'aria, muoveva le labbra e diceva parole che si perdevano nel silenzio. Provai a trattenerla per un braccio, ma in quell'istante scorsi le forme che si agitavano sul viso di mia nonna e caddi preda di un orrore indescrivibile, ritirando la mano che avrebbe potuto salvarla.
Scesi le scale e osservai il suo corpo disteso a terra. Vicino alla testa vi era un'equivocabile pozza di sangue.
La mia famiglia sarebbe arrivata da un momento all'altro e non avevo tempo da perdere. Andai alla rimessa, presi una pala e comincia a scavare nella terra nera.
Guardai in tutte le direzioni, per paura che qualche vicino si fosse messo a spiare. Non vidi nessuno, ma non riuscii a sentirmi tranquillo. A ogni momento, sentivo piccoli rumori, nonostante non potessi discernere se venissero da vicino o lontano, dal giardino, da destra o da sinistra.
Era parecchio tempo che non facevo alcun tipo di attività fisica e dopo poche palate ero bagnato di sudore.
Fatta una fossa sufficientemente grande, andai a prendere la vecchia. La afferrai per i piedi e la trascinai. La trovai incredibilmente pesante. Nel giro di un attimo sentii di aver fatto uno sforzo enorme senza progressi significativi. Comunque, una striscia di sangue provava che l'avevo trascinata per vari metri.
Mi fermai un momento, con le mani alla vita. Quando alzai la testa per prendere un poco d'aria, mi imbattei in un cielo dai toni gialli e ocra, come un foglio di carta che il fuoco aveva bruciato partendo da dentro.
Decisi di finire quella faccenda, sfruttando le ultime forze rimaste per trascinarla lungo i metri che mi mancavano. Sentii una musica che sorgeva dalla casa vicina. Gettai la vecchia nella fossa e la coprii con un paio di palate di terra. Ignoravo se la vicina si fosse accostata alla palizzata per guardare nella fossa, ma in ogni caso mi sbrigai a ricoprire il cadavere.
A un tratto la musica cessò. Guardai la staccionata e non vidi nulla. Nel riportare lo sguardo sulla tomba, notai con stupore che la terra si stava muovendo. Feci un passo e poi un altro. Inciampai in qualcosa e quando caddi di schiena vidi il corpo obeso e luminoso che usciva dalla tomba e ascendeva nell'aria, fino a restare sospeso sopra di me. La nonna era gonfia e aveva la faccia rossa, come una sacca di sangue sul punto di esplodere. Dalla schiena le uscirono due ali immense, di puro fuoco, completamente dispiegate. Mi guardò con le orbite umide dei suoi occhi e aprì le fauci, mostrandomi denti affilati ed enormi.
Ma non sono sempre sicuro che sia andata così. A volte mi pare che dopo essere caduta dalla scala e averla vista distesa a terra, lei abbia mosso le labbra e mi abbia ringraziato per averla liberata. Quindi un corpo etereo è uscito dal suo corpo umano e ha cominciato a sollevarsi in una luce verdognola.
Ciononostante, poiché ora devo vivere in questo luogo penoso in cui mi hanno costretto contro la mia volontà, mi ricordo più di frequente di qualcos'altro. Sto con la nonna, a far colazione in cucina, e all'improvviso sento il motore di un'auto che si ferma davanti alla casa. Tendo l'orecchio perché penso che il veicolo sia della mia ex moglie. Sento le risate e più tardi il timbro delle voci. Apro la porta, bacio le mie figlie e la loro madre. La nonna appare dietro di me e, mentre avanza con un leggero dondolio e tende le braccia per abbracciare le nipotine, il suo viso si riempie di sole.

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