Magnolia

di Giacomo Colossi

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Gli angeli sanguinano al tocco
impuro della mia carezza

(Nine Inch Nails - Reptile)

In chiesa cantano. Durante la comunione è sempre così. I fedeli cantano, si prostrano, inneggiano gioia al loro Dio... si battono il petto. Il prete distribuisce le sacre ostie in bocche aperte, perché è domenica e alla domenica ci si lava l'anima.

Io no... io non posso... non può essere lavata la mia anima, e faccio fatica a essere lucido, a tener lontano l'orrore. Non ci riesco, la mente vola sempre dove il dolore è una ferita aperta che erutta sangue infetto. E' stato così per tutta la mia vita... e mi ricordo... il funerale.

...mi ricordo sì... la stradina sterrata e chiusa che porta al piccolo cimitero è difficile da dimenticare. Da ragazzo la percorrevo in bicicletta, sfrecciavo come una saetta dopo la mezzanotte davanti al cancello nero, in ferro battuto, col cuore in gola e il fiato corto e poi, in fondo alla via buia, chiusa dai campi di mais e da un largo fosso, giravo la mia Graziella gialla e ritornavo indietro, ancora più veloce, e guardavo oltre il cancello. Lo facevo per sfidare Loro e vedevo tutte quelle luci tremare nella notte, occhi stanchi che imploravano... pietà.

Le fiammelle delle tombe dei cimiteri mi hanno sempre procurato inquietudine.

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In paese quella era la prova di coraggio assoluta. Io mi sono conquistato il rispetto allora, a sedici anni, vincendo il terrore, ma poi ho perso tutto, tutti, quando me ne sono andato, quando la paura della notte è diventata insostenibile, opprimente. E chi è rimasto, chi ha voluto rimanere ugualmente, nonostante tutto, non ha più saputo nulla di me. Nulla. E io ho cancellato quegli anni dalla mente per difendermi, per dimenticare. Ma... tutto è riemerso.

Il funerale... lo celebrano alle tre. E' il 28 luglio e il caldo africano di questa estate prosciuga ogni goccia d'anima. Alla fine ho deciso che ci dovevo essere... per Mario e per i miei, che dormono in quel cimitero da più di dieci anni. Non sono più andato a trovarli dopo la loro morte.

Il paese è rimasto uguale a se stesso. Strade larghe e vuote, case dai muri scrostati, stesso caldo afoso della mia giovinezza, che stemperavo facendo bagni nei fossi di acqua limpida e gelida, negli anni settanta, con Mario e gli altri.

E' strano, ma qui si respira ancora quell'aria rustica e paesana, quel semplice senso della vita che un tempo mi piaceva ma che non è riuscito a tenermi qui. Nonostante il primo centro commerciale sfavillante sia a meno di venti minuti di macchina, qui tutto si è fermato. Forse si è fermato allora.

Provo le stesse famigliari sensazioni quando percorro in macchina queste strade, la stessa tristezza mista ad ansia. Sento la stessa voglia di scappare via quando vedo l'unica osteria con l'insegna arrugginita della Coca-Cola, l'osteria del mio vecchio, che ha fumato e bevuto metà della sua vita in quel buco di fogna, giocando a briscola e a tre-sette, il sabato sera.

Il mio vecchio, che si è spaccato la schiena nelle stalle della Bassa, mungendo vacche per cinquant'anni, per farmi studiare, per farmi cambiare vita.

Parcheggio la macchina e mi guardo nello specchietto retrovisore. La benda nera sull'occhio sinistro è fissata bene. Mi infilo i Persol con le lenti a specchio. Ho i capelli corti, tagliati l'altro ieri, e grigi. Le basette sono lunghe, come si usava in quegli anni. Scendo.

La chiesa non è molto distante, forse tre minuti a piedi. Sul sagrato già vedo della gente, qualcuno in abito nero che vibra nella calura atroce del primo pomeriggio. Io ho sete e vado verso l'osteria. Fuori ci sono due sedie e un tavolino all'ombra di una tenda verde, un po' lacera e sporca. Sbirciando dalla porta intravedo il bancone marrone, di legno, identico ad allora, graffiato. Faccio due passi e sono dentro. C'è profumo di lavanda.

- Buongiorno... - sento dire alla mia destra. Mi giro e vedo una donna, seduta a un tavolo, con la sigaretta in bocca e un bicchiere di bianco bevuto a metà appoggiato su una sedia. Sta giocando a carte. Sta facendo un solitario. Battisti canta le bionde trecce, mi sembra di aver già vissuto la stessa sequenza... anni fa. Mi avvicino alla donna. E' Laura.

- Laura... - dico sorridendole un po'. Dimostra almeno vent'anni di più, e peserà un quintale.

Lei solleva il viso tondo e paonazzo, sudato, abbassa un po' gli occhiali sul naso e poi ricomincia il solitario. Non mi ha riconosciuto. Un ventilatore a soffitto smuove l'aria crudele e appiccicosa del locale, io ritorno sui miei passi e mi accosto al bancone.

- Doveva morire Mario per rivederti da queste parti.

Forse per il tono di rimprovero che sento in quelle parole, o forse perché non sopporto già più quel purgatorio, mi giro e faccio per andarmene, dopo aver dato un'occhiata furtiva a quella donna che aveva fatto le scuole medie con me e Mario, secoli prima.

- Volevo solo da bere... - le dico.

- Volevo farti sentire in colpa... - dice infine Laura, alzandosi con la sigaretta ben stretta tra i denti scuri. Viene verso di me sgambettando agilmente, infagottata in una vestaglia rossa e gialla troppo stretta, con l'enorme seno che deborda, un crocefisso nero al collo. Si mette dietro al bancone e mi offre un succo di frutta alla pesca.

- Ti ho riconosciuto subito - mi dice poi abbozzando un sorriso. - Nonostante gli occhiali neri, qualche ruga e i capelli grigi. Che hai fatto all'occhio?

- Nulla... - glisso io. La prima stoccata che mi ha inflitto sanguina già abbondantemente. Sensi di colpa su sensi di colpa. Stanno tornando, non li volevo di nuovo risentire.

Da quando Mario era finito in psichiatria ero andato a trovarlo... una sola volta. Una sola volta, quattro anni fa, per poi decidere di non ritornarci mai più. Avevo ridestato in lui le paure di allora, gli avevo risvegliato demoni addormentati, che era meglio lasciare addormentati. Si era agitato, aveva cominciato a raccontare di quella volta al cimitero, poi aveva iniziato a tremare, a urlare, richiamando l'attenzione degli infermieri e dei medici della corsia, e infine era caduto per terra, e aveva preso a battere la testa sul pavimento, nonostante io tentassi di bloccarlo insieme ad altri due, fino a farsela sanguinare. Quella forza che nessuno lì gli aveva mai misurato io la riconobbi subito.

Emergeva dall'abisso oscuro della sua anima toccata dal Male.

Comunque scappai via e non tornai mai più da lui. Era la cosa giusta da fare, per Mario, per me, ma nessuno lo capì. Nessuno in quel paese di reietti, che ha sempre vissuto sull'orlo di un baratro senza fondo, pauroso, che ha sempre saputo del Male nascosto appena fuori casa. Era proprio la nonna di Laura che ci raccontava quella storia.

Quando alla sera, d'estate, da piccoli, ci si trovava sotto il portico di qualche cascina, quando l'aria umida era immobile, implacabile come la morte, lei arrivava, vestita di nero, grassa fino all'inverosimile e con lunghi capelli grigi raccolti a coda di cavallo fino all'enorme sedere, prendeva una sedia di legno e si sedeva in mezzo a noi.

Poi narrava, per ore, per insegnare a noi piccoli che nel mondo esistevano Loro.

- ... arrivano sempre di notte... - diceva sussurrando, guardandoci a uno a uno negli occhi, con quelle sue perle nere come il carbone, luccicanti di saggia follia. E noi piccoli, in silenzio, ci prendevamo per mano, perché le storie di nonna Rina facevano venire la pelle d'oca, ma ti inchiodavano lì, le volevi sentire fino alla fine. Lei le raccontava da sempre, in paese.

- ... e quando arrivano bisogna essere lontani, angeli miei... - continuava -... vi entrano dentro come un verme che scava nelle mele e vi fanno sanguinare... vi portano via tutto, in un attimo, non avete nemmeno il tempo di farvi il segno della croce che vi hanno già rubato l'anima. E vivono nei cimiteri... - sussurrava con quella sua vocina irreale, inspiegabilmente dolce.

E vivono nei cimiteri...

Ecco cosa ci aveva portato là. Volevamo vederli, volevamo stanarli e scappare. I nostri genitori ci dicevano che non dovevamo andare di notte al cimitero del paese, che se tutti gli alberi intorno erano secchi, che se non resisteva un solo fiore nei vasi dei morti, che se nemmeno un uccellino cantava lì intorno, ci doveva essere per forza un motivo. E poi anche loro ci raccontavano storie orrende, di persone morte o semplicemente scomparse, o impazzite.

- ...io non ho mai visto... - terminava sempre nonna Rina, ansimando sia per il caldo che per la paura che essa stessa provava nel raccontare quelle storie - ...e prego il Signore di non incontrarli mai. Non lo sa nessuno il perché, ma il nostro piccolo cimitero è popolato da... Loro. Bisogna lasciarlo in pace il Male che sta in quel lembo di terra.

Ma per noi ragazzi, o almeno per me e per Mario, quelle parole non volevano dire nulla. Sì, avevamo paura quando passavamo davanti a quel cimitero silenzioso, la notte, ma la vincevamo, per raccontare poi delle fiammelle, degli occhi rivolti al cielo nero, delle ombre che silenziose ci osservavano, da ogni angolo di quell'isola maledetta.

- Non vieni al funerale? - chiedo a Laura mentre esco dall'osteria.

- No - dice lei accendendosi un'altra sigaretta con il mozzicone che poi getta per terra. Le tremano le mani, per un attimo, ma poi si riprende. Capisco solo adesso che lei Mario l'ha già seppellito, forse anni fa, come lo hanno seppellito gli altri, come l'ho seppellito io, quando ho deciso di non vederlo più, quando l'ho cancellato dalla mia vita, pensando che fosse per sempre.

Ma niente è mai per sempre, nemmeno la Morte, diceva mia madre.

In chiesa cantano. La fila dei fedeli che vuole nutrirsi di Dio è lunga... lunga. Non finisce mai. Loro non sanno, loro non sanno... non possono sapere. Se sapessero non sarebbero qui... ma non mi interessa di loro... io so... ricordo.

Accendo una sigaretta e comincio a camminare lentamente verso la chiesa, rasente al muro, all'ombra di vecchie cascine abbandonate. Sul sagrato incandescente il carro funebre. Quattro persone nere tolgono la bara e se la caricano in spalla. Vedo tutto da lontano, la bara scompare oltre il portone buio, ma al primo incrocio giro a destra, non voglio entrare in chiesa. Non sono più entrato in una chiesa da quella notte. Mi sento fuori posto, là dentro.

Un chilometro. Mi ricordo che mio padre diceva che dall'incrocio in paese fino al cimitero c'era un chilometro esatto. Mille metri, mille... lunghi... passi... verso... il nulla.

Cammino, cammino e sudo, sotto il sole beffardo. Le case finiscono quasi subito, poi cominciano i campi e le rive dei fossi, con qualche platano e quercia che getta la sua frescura sulla strada. L'odore del mais e dell'acqua penetra le narici. E' intenso, fragrante. Gli uccelli cantano.

Cammino, cammino fino a dove gli alberi cominciano a morire, insieme ai topi e agli scarafaggi, fino a dove l'aria diventa statica e l'erba secca prima ancora di nascere, bruciata dal di dentro, dalla radice. Poi vedo le mura del cimitero che si stagliano verso l'alto, con i loro mattoni rossi scavati dal tempo, dalla pioggia e dal vento, mura che circondano un quadrato perfetto e una chiesetta, dalla quale il prete benedice per l'ultima volta la bara, prima che venga messa sotto terra.

Mi fermo ad ascoltare il nulla, il niente assoluto... il respiro del Male. Tutto è atrocemente calmo, come lo è sempre stato. Gli uccelli non cinguettano. Il sole è una foto sbiadita su un manto bianco latte. Il tempo è spento.

La vita sospesa.

Ricomincio a camminare, con il cuore che accelera passo dopo passo, silenzio dopo silenzio, e mi approssimo al cancello aperto, che chiuderanno subito dopo che Mario sarà stato messo nella terra, polvere nella polvere, atomi che si rimescolano ad altri atomi, fino a diventare irriconoscibili, come acqua nell'acqua, vento nel vento... brandelli di stringhe vibranti da un capo all'altro del nostro inquieto universo. E ora sono dentro, un passo dopo il cancello.

Un perfetto quadrato, con un centinaio di mucchietti di terra riarsa sui quali campeggiano lapidi tutte uguali, rettangoli di marmo grigio infilati nel terreno, con nomi neri incisi sopra, e fiammelle elettriche scintillanti che fremono di tristezza. I miei sono a pochi passi, ma i piedi non vogliono muoversi da lì dove sono.

Le ombre delle lapidi ondeggiano, mentre il sole è fermo, serpeggiano, fluttuano in un'atmosfera da miraggio. Anche le ombre degli alti muri vengono verso di me, in quel silenzio spesso, pesante, orribilmente sinistro. Sento profumo di incenso, di cera, di resina, di magnolia. Il buio si avvicina, svelto, mi sovrasterà in poco tempo. Il ricordo di quella notte si risveglia.


... notte... buio... senza luna.

Odori. Incenso e zolfo, magnolia, cera, resina di pino... nessun rumore... nessun rumore.

- Ehi, dobbiamo entrare...

E' la voce di Mario, esplode da qualche parte.

Siamo davanti al cimitero, Mario ha una torcia in mano, sta scavalcando il cancello in ferro battuto, Mario illumina la scena, da dietro il cancello io vedo tutto.


In chiesa cantano. Ho rivissuto quella scena per una vita, forse per più di una. Mi ha tenuto sveglio per notti intere. Mi sono imbottito di tranquillanti per... troppo tempo... ora basta!


- Fa attenzione - sussurro a Mario. Mi trema la voce.

Ha appoggiato i piedi sulla Loro terra. Le fiammelle scintillano, si animano subito, ma poi quelle in fondo, vicino alla piccola cappella, cominciano a spegnersi, soffiate via da un alito caldo che giunge anche a me... le luci si spengono, io comincio a urlare, dico a Mario di tornare indietro, ma lui è pietrificato, vede già qualcosa, vedo già qualcosa.


...ora basta... mi sono nascosto per troppo tempo... si è nascosto per una vita... e loro continuano a cantare.


Tutto è spento ora, ma nel buio ombre nere pare salgono dalla terra ad accarezzare le lapidi, con mani scheletriche grandi e bianche. Mario urla, urla, vede, vede Loro.

Dalla cappella escono vestiti di notte, con torce infuocate in mano. Volti umanoidi si materializzano sotto cappucci bianchi, in fondo al cimitero, in fondo al cimitero.

Un viso fatto di luce bianca, un viso dagli occhi vacui, con bocca felina e grandi mani nodose, si apre a una smorfia di sorriso. Prendono Mario e Mario grida... grida.

Una foresta di artigli bianchi, di mani guantate, afferrano Mario, lo spogliano, un altare di pietra nera appare portato da monaci... monaci sì, io sto per scappare, mani forti mi afferrano, aprono il cancello, un braccio mi chiude il collo e Mario lo mettono sull'altare... nudo... gli allargano le gambe, lo tengono fermo, la faccia sul marmo freddo, non urla più, sento solo un lamento lontano... i miei occhi si riempiono di lacrime, una mano mi chiude la bocca, quello dal viso bianco sale sull'altare ed è su Mario... su Mario... su Mario... io vedo tutto, quello continua, come un animale venuto dall'Inferno, Mario geme, geme... i monaci stanno tutti in silenzio, soltanto quello che sta violando Mario urla... urla... e alla fine mi guarda... e ride.

Io mi divincolo, sgomito, una mia mano si aggrappa e qualcosa appesa al collo di uno di quelli che mi tengono stretto e strappa, ma subito dopo sono bloccato con la schiena a terra, le braccia aperte, le gambe aperte, la testa tenuta ferma da non so quante mani. Sento profumo di magnolia.

Quello dagli occhi vacui si avvicina con una torcia ardente in mano, il viso sudato, mi guarda e ride, ride... poi mi ficca la torcia nell'occhio sinistro.


Mi hanno marchiato. Mi hanno lasciato vivere perché raccontassi tutto, perché narrassi del loro potere, della loro forza, della loro splendida impunità di uomini malvagi.

Hanno smesso di cantare adesso... hanno finalmente smesso di cantare... la comunione è finita. Tutti sono inginocchiati nei propri banchi... e pregano... io ricordo ancora Mario invece, rinchiuso in un reparto di psichiatria di un ospedale, per trent'anni, fino alla settimana scorsa, fino a quando ha deciso che il tempo era scaduto.

Quella mattina immagino un suo risveglio... dolce. Una infermiera gli porta del tè. E' in una stanza piccola, da solo, e l'unico rumore che sente è quello dell'aria condizionata che esce da una griglia sul soffitto. Dalla finestra filtra della luce arancione, la luce del crepuscolo.

Mario si alza, beve il tè, l'infermiera parla, parla, ma lui non sente nulla di quello che dice.

Va in bagno, fa la pipì, si lava le mani, poi si guarda allo specchio.

Sorride, perché finalmente ha deciso... poi le gambe cominciano a correre.

Esce, sbatte la porta del bagno, esce dalla stanza dell'ospedale, due infermieri lo inseguono, prende un corridoio e corre, sbatte contro i muri, urta persone, carrelli, il cuore corre con lui, corre, arriva alla porta del balcone panoramico, la apre con una spallata.

Il sole fuori è caldo, la luce accecante. Si gira solo una volta. Al rallentatore vede quattro persone che oltrepassano la porta del balcone, con le braccia allungate verso di lui. Urlano.

Mario sorride e si tuffa oltre la balaustra del balcone... finalmente libero.


La messa è finita... andate in pace.

Le persone escono in silenzio dalla chiesa. Io sto seduto e aspetto. Estraggo dalla tasca della giacca una collana, con un ciondolo di legno fatto a forma di crocifisso stilizzato. La osservo come l'ho osservata per questi trent'anni... con orrore e rabbia.

Sul crocifisso due piccole lettere: N e P.

Dopo venti minuti arriva. Io sono sempre seduto in fondo alla chiesa. Cammina lentamente verso di me, caracollando, mi sorride, e quando è a meno di due metri dice:

- Figliolo, dobbiamo chiudere la chiesa. Fra un paio d'ore sarà di nuovo aperta sai...

- E' lei padre Nicola Paderno? - chiedo io con calma.

- Sì figliolo - mi risponde sempre col sorriso sulle labbra.

Gli metto il ciondolo davanti agli occhi e lui lo guarda.

Vedo un'ombra scura attraversargli il viso.

Il sorriso di un attimo prima sbiadisce, fino a spegnersi del tutto. Tenta di sfiorare quel crocifisso con una mano tremante, senza riuscirci. Mi guarda con occhi lontani... e poi sento profumo di magnolia...

E' allora che estraggo la calibro nove, gliela punto in faccia e premo il grilletto.


Mi hanno dato vent'anni. Un PM ha deciso di aprire un fascicolo su una presunta storia di pedofilia che attraversa generazioni. Mi ha detto che sarà molto difficile incriminare qualcuno, ma che l'acqua di colonia al profumo di magnolia la producono ancora.

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