Orizzonte degli eventi

di Giacomo Colossi

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Io sono con te in ogni maledetto istante
che ci vuole dividere e non ci riesce.
(Alda Merini)


La città era irreale. Luci danzavano sull'orlo dell'abisso, un cerchio perfetto fatto di nulla e vite perdute, una voragine di tenebra circondata dagli ultimi, i cui giorni erano scanditi da un tempo fermo e dalla morte certa, o dall'eterna immutabilità del tutto, vita inclusa.

Dalla finestra guardava e non capiva. Sedici anni non erano pochi e di risposte ne aveva avute, ma al perché persistente che batteva dentro al suo cervello nessuno aveva mai dato da bere veramente. Solo poche gocce qua e là, raccolte dalle lezioni che seguiva in ospedale.

La città era quel che rimaneva della Terra, un tempo popolata da miliardi di "persone normali". Lo aveva studiato sin da piccola e aveva scoperto che "prima, tutto era diverso".

Della normalità delle persone che avevano abitato la Terra lei dubitava molto. Nessuno era normale, nemmeno lei si riteneva tale, e chi se ne era andato, chi era stato strappato via, chi era morto o si era trasformato, chi era ritornato, chi si era perduto, di loro tutto si poteva dire, tranne che fossero esseri umani normali.

Osservò i dirigibili gravitazionali che volavano sopra il niente, mangiando una mela rossa, seduta sul suo letto. Trasportavano discopub, ristoranti, locali che ti potevano dare tutto, dalle droghe più esotiche ai più sfrenati piaceri della carne e della mente. Così le avevano detto.

Ne erano rimasti dodici. Tutti gli altri erano caduti giù, dentro il nero informe e perpetuo.

Erano le due di un sabato notte. Quello segnava l'orologio. Il tempo veniva contato solo per una pura formalità, per rendere più accettabile la vita sul baratro. Potevano essere anche le quattro del pomeriggio di due anni prima o le sei di sera di cento anni avanti. Non aveva alcuna importanza. Nulla si misurava più. Il tempo soprattutto. E la vita che ti rimaneva da vivere.

Il suo orologio segnava le due di notte ma le lancette dei secondi erano ferme, e non era rotto. Lei non aveva sonno e mangiava una mela. Non aveva senso dormire. Era solo necessario. Aveva senso lo stare svegli, osservare ogni cosa, vedere un vecchio film, mangiare, bere, capire, ascoltare musica! Scoprire.

Viveva nell'ospedale da quando era nata. Le avevano detto che era stata concepita dentro una incubatrice che produceva umani generandoli da manipolazioni di DNA alieno sintetico. Lei, insieme a tutti gli altri ragazzi di quel luogo chiuso, che lei non aveva mai visto, luogo da cui non poteva uscire, erano quel che rimaneva della possibilità di sopravvivenza dell'intera specie umana.

Le avevano fritto il cervello con quella tiritera fin da quando aveva cominciato a capire il linguaggio verbale: Voi siete i primi, importanti e unici. Voi sarete i discendenti della specie uomo. Ma perché avere quel peso enorme addosso? E dov'erano tutti gli altri? Erano là fuori? E perché lei non ne aveva mai visto uno? Da un pezzo non lo voleva più quel peso di essere una speciale. Voleva andarsene, uscire da lì. Voleva essere una qualunque, una uguale a tutti. Ma tutti chi? Bella domanda. Scappare e capire! Questo doveva fare.

Un maestro le raccontava delle storie su come era stata la Terra anni prima, o anni dopo, o adesso. Il maestro era un ologramma che nasceva nella sua stanza una volta ogni due giorni. Era alto, capelli grigi, occhi azzurri, magro, barba arricciata. Portava sempre la stessa tunica color ocra e sandali di cuoio neri. Le aveva insegnato tutto quello che conosceva. Lei era rimasta affascinata dalla serie di Fibonacci, dalla sezione aurea, da come la si trovasse in ogni cosa, dalle galassie ai vegetali, dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande.

Il dubbio supremo del suo maestro, che le comunicava sempre, riguardava un singolo fatto.

- Perché tutto si è fermato?

A un certo punto, così almeno le aveva detto il maestro, tutto si era calmato, ridotto. Rallentato era la parola esatta, visto che poco ormai cadeva dentro alla singolarità che aveva inghiottito il mondo. I dirigibili gravitazionali, qualche palazzo troppo vicino al bordo oscuro, uomini e donne che vi si gettavano dentro volontariamente, erano le sole cose che venivano ancora catturate dall'ignoto.

- Sai dove si è formato il buco nero? - chiedeva il maestro durante le lezioni.

Lei sapeva. Il buco nero era nato al centro della Terra. Molto piccolo, ma aveva cominciato a risucchiare tutto. Il nucleo, il magma e poi la superficie, gli oceani, le metropoli, le catene montuose, i deserti, le pianure, le foreste, i poli ghiacciati, tutto. Inutile chiedersi il perché. Così era stato o doveva ancora accadere o stava accadendo. Nessuno aveva potuto fuggire. E dove poi? La singolarità avrebbe mangiato l'intero Sole con tutti i suoi pianeti, in un tempo imponderabile, ma finito. Ma a un certo punto buco nero si era arreso. Aveva smesso di mangiare. Perché?

***

Giorgia guardò fuori dalla finestra. Vide uomini a cavallo, soldati romani passare su una strada polverosa con alle spalle una catena montuosa, forse le Alpi, poi li vide scomparire, insieme alla strada, alle montagne. Apparve un lago. Chiuse gli occhi e li riaprì. New York, anni trenta del ventesimo secolo. Chiuse gli occhi. Li riaprì. Comparvero i dirigibili gravitazionali. Ora erano sei. Raggi laser saettavano e colpivano le pareti dei palazzi di pietra sorti a pochi metri dall'orizzonte degli eventi. Disegnavano figure colorate e quadri di Picasso, Leonardo, Van Gogh, Kandinskij, Leopold Nur, e di mille altri pittori. I laser riempivano pareti lisce di interi capitoli dell'Inferno di Dante, proiettavano film e lei aveva visto più volte Paura e delirio a Las Vegas e The Road, non sapendo nulla della loro provenienza. Erano bellissimi!

L'ospedale era silenzioso, come sempre lo era stato. Giorgia scese dal letto e si allontanò dalla finestra. Si avvicinò alla porta e appoggiò la mano sulla maniglia. Era fredda.

Prima regola: non devi mai uscire dalla tua stanza.

Seconda regola: allo scoccare dei diciotto anni qualcuno ti farà uscire.

Le batteva forte il cuore e da anni l'idea di aprire quella porta le si era cristallizzata nella mente. Aprì ed uscì, pensando che l'avrebbero riportata in qualche modo dentro.

Ma non accadde.

Si guardò intorno. La porta della sua stanza era incastonata in una parete di un corridoio lievemente illuminato da una luce calda. Sulla parete c'erano le porte delle altre stanze, che ospitavano i suoi coetanei. Davanti alla parete delle porte, a circa cinque metri, c'era una superficie traslucida che mostrava animali, fiumi, città, mari, praterie, ghiacciai, persone. E se osservavi bene, tutto era in movimento, lento ma in movimento. Il soffitto era fatto di stelle che punteggiavano l'universo nero. Il corridoio, davanti a lei e dietro a lei, pareva infinito ma ricurvo verso il buco nero.

Giorgia si avvicinò alla parete traslucida e la toccò. Sentì un leggero tremolio e la mano penetrò oltre quel sottile strato di irrealtà temporale. Una donna, dall'altra parte, si materializzò e la guardò. Vestita di un elegante tailleur nero, scarpe rosse con tacchi a spillo, un cappellino nero, anelli su ogni dito e una grossa collana argento, cominciò a camminare verso di lei, sorridendole, labbra rosse e denti bianchissimi. Giorgia la osservò mentre le si avvicinava. Sentì anche una voce, quella della donna sì, che diceva semplici parole: Ciao Giorgia! Come stai?

La donna sorrise e le si fermò di fronte. Quando la poteva vedere, quando le poteva parlare, quando vedeva il suo bel viso bianco, i suoi occhi blu, le sue labbra carnose e rosse, beh, quando ciò accadeva, gioiva.

- Ciao Giorgia. Come stai! Dimmi!

Giorgia sentì quelle parole e non capì. Chi era quella donna? Come faceva a conoscerla? E perché era certa di aver vissuto quell'evento tante volte? Giorgia indietreggiò di vari passi e vide scomparire quella donna in un pixel. Anche la donna, dalla parte opposta di quella parete magica vide Giorgia tramutarsi in una nuvola informe, che poi divenne uno sbuffo di vento opaco che si sciolse nel nulla.

Giorgia ritrasse la mano e la parete divenne lucida. Rifletteva solo il suo volto di ragazza adolescente. Guardò il corridoio infinito. Porte a sinistra, parete nera sulla destra, che si animava appena la toccavi o la guardavi più intensamente. Decise di guardare solo le porte bianche e tutte uguali, con maniglie dorate, incastonate in una illimitata parete grigia. Chi abitava oltre quelle porte? Lei aveva sempre e solo vissuto nella sua stanza, il cibo le veniva fornito regolarmente tutti i giorni, come i vestiti, come qualunque altra cosa le potesse servire. Le avevano detto di non uscire mai, che tutto il suo mondo sarebbe stato in quella stanza, fino ai diciotto anni. Sapeva che stava infrangendo la regola di non uscire, di stare lì nella stanza ad aspettare. Ma cosa aspettare?

Si avvicinò a una porta e vi appoggiò l'orecchio. Non sentì nulla. Si guardò intorno. Non vide nessuno. Appoggiò la mano sulla maniglia dorata e la spinse in basso.

La porta si aprì. Giorgia aveva il cuore in gola. Si accesero luci nella stanza. Fece un passo e poi si fermò, incredula. Era la sua stanza e c'erano anche tutti i suoi vestiti sparpagliati ovunque. Dalle finestre si vedevano i dirigibili. Corse in bagno, la porta era aperta, le luci si accesero. Gli stessi profumi, saponi, detergenti per il corpo, negli stessi posti. Si guardò allo specchio e dietro vide l'increspatura della parete verde che c'era anche nel suo bagno. Corse fuori.

Un caso, si disse.

Uscì dalla stanza adiacente alla sua ed aprì la seconda porta. Spaventata scoprì che era il clone esatto della sua. Fece così per altre dieci stanze e alla fine scoppiò a piangere. Erano tutte la sua stanza. Tutte uguali. Con lo stesso odore, lo stesso disordine, lo stesso libro aperto alla pagina 99 appoggiato sul comodino, lo stesso cibo avanzato sul tavolo della cucina, le stesse luci accese, la stessa temperatura, le stesse immagini dalle finestre, lo stesso colore delle pareti.

Aveva cercato qualcosa di diverso di stanza in stanza ma non lo aveva trovato. Alla fine si era messa a piangere, sul suo letto della decima stanza. Non capiva. Lo smarrimento si trasformò in terrore quando la porta della stanza in cui stava piangendo si chiuse, sbattendo.

***

La donna si scostò dalla parete una decina di metri. Guardò il cielo. Le nuvole vorticavano in preda a venti impetuosi. Sotto la cupola la città viveva una scioccante attesa. Lo sapevano tutti che prima o poi si sarebbe aperta la singolarità sopra le loro teste, e avrebbe spazzato via tutto.

Giorgia attraversò la strada polverosa. Percorse circa un chilometro in direzione nord. Le macchine elettriche ronzavano lente, con sempre meno batteria disponibile. I più andavano a piedi o in bicicletta. La metro si era fermata un anno prima, per risparmiare energia da deviare sui circuiti di mantenimento atmosferico e sugli scambiatori di calore dell'ultimo baluardo di Milano. Intorno alla città, ridotta a una frazione dell'antica metropoli, c'era un deserto rosso sferzato dai venti. La cupola proteggeva gli ultimi suoi abitanti. Qualcuno diceva che forse il buco nero si sarebbe aperto sotto, ma non faceva alcuna differenza.

Giorgia entrò in un bar, di fianco al Duomo ormai inagibile per i crolli dovuti ai frequenti terremoti. Un prete stava pregando e benedicendo un gruppo di laceri umani. Lei si sedette a un tavolino, accese una sigaretta e ordinò un cappuccino. Si scrollò di dosso la polvere. Ormai il suo bel vestito si stava scucendo in più punti. L'immagine della ragazza, che vedeva ogni volta che si avvicinava alla parete ovest della cupola, era ben presente nella sua mente. Non sapeva chi fosse ma vedeva in lei qualcosa di familiare e le voleva bene, non sapendo ancora il perché. Si erano incontrate tante volte, non si ricordava quante, perché il tempo non scorreva più in modo lineare ormai, nemmeno nella sua testa. Quando la vedeva riusciva solo a dirle poche parole, poi la guardava negli occhi blu, scorgeva il suo smarrimento, forse la sua paura, e infine la ragazza svaniva. Non aveva mai sentito la sua voce. Non sapeva dove fosse. Era certa che quell'essere fragile fosse in qualche modo legato a tutto ciò che stava accadendo al mondo, e a lei in particolare. Magari anche lei si trovava in qualche frammento di città ancora viva, sulla superficie della Terra in implosione. Non riusciva a capire perché le fosse venuto in mente il nome di Giorgia, ma così la chiamava quando la vedeva. Oltre a lei, dall'altra parte vedeva solo il deserto rosso e gli immensi tornado che spianavano la superficie intorno a Milano.

- Mi scusi signora - disse una ragazza cinese. - Abbiamo finito lo zucchero.

- Non fa nulla - rispose Giorgia.

- Grazie.

Nel bar c'erano altre due persone, che fumavano e guardavano piazza del Duomo, brulicante di fantasmi in cerca di speranza, merce ormai rara. Giorgia sorseggiò il suo cappuccino amaro e pensò al futuro. Al suo futuro. Alla sua morte a dire il vero. Come sarebbe stato morire mangiati da un buco nero? Magari non sarebbe morta. Magari nessuno sarebbe morto. Ma lei in fondo non ci credeva. Milano era stata distrutta e i suoi abitanti ridotti a poche migliaia di paria. Erano morti nei crolli, erano finiti stritolati dai tornado o bruciati negli incendi. Del resto del mondo non si sapeva nulla. Poi era arrivata la cupola, ma lei non sapeva quando. Nessuno lo sapeva. Anche i tecnici che ne regolavano il funzionamento non avevano idea di quando fosse stata costruita. Sapevano utilizzarla perché qualcuno aveva lasciato loro dei manuali di carta, in un mondo in cui la carta non si utilizzava più da un secolo, perché tutto digitalizzato. Ma anche gli strumenti digitali ormai non funzionavano più, perché privi di energia. Giorgia pensò che forse era per questo che erano stati trovati manuali di carta. Ma chi li aveva fatti trovare? Finì la sigaretta e il cappuccino. Voleva rivedere Giorgia. Uscì dal bar e percorse al contrario la strada che aveva fatto per arrivare in piazza Duomo. Una scossa di terremoto la paralizzò. Un crepaccio di mezzo metro si aprì dieci metri davanti a lei. Crollarono alcune case, morirono persone, si inclinarono paurosamente un paio di grattacieli. Sotto la cupola si creò il panico e Giorgia guardò in alto, impaurita. Una frattura evidente lasciava entrare polvere e vento, una frattura che avrebbe distrutto il resto di Milano. Iniziò a correre. Pezzi di cristallo cadevano dal cielo. Tutto stava precipitando, troppo in fretta.

***

Nella decima stanza, dalla porta, entrò il maestro. Giorgia l'aveva sempre visto apparire come un fantasma, ma stavolta entrò dalla porta. E non sembrava un ologramma.

Il maestro aveva un viso sereno. Giorgia si aspettava di essere sgridata o chissà che altro ancora, ma non accadde. Il maestro avanzò lento verso di lei e le disse:

- Aspettavo questo tuo gesto. Ora sei pronta per conoscere chi sei veramente e dove stai vivendo. Qui, in questo posto, ci sei solo tu. Siediti.

Giorgia si sedette sul letto, prese un cuscino e lo abbracciò, come se volesse usarlo da scudo.

Aveva paura. Il maestro si mise di fronte a lei.

- Tu sai che la Terra è stata distrutta da un buco nero. E sai che una parte di essa, ai margini dell'orizzonte degli eventi, quella che vedi dalla grande finestra, stranamente resiste, non cade più dentro al foro. Ciò che non sai è che dalla singolarità sono emerso io. Il buco nero si è aperto qui ma anche da noi, e ha creato il canale che ha reso possibile il mio arrivo qui, perché noi avevamo la tecnologia per viaggiarci dentro. Per voi c'è stata solo distruzione e morte, per noi scoperta. Abbiamo scoperto voi umani.

Giorgia guardava gli occhi del maestro e non comprendeva. Non comprendeva nulla.

- Faticherai a crederlo, ma tu vivi qui, in questa stanza, da quasi mille anni terrestri. Ti abbiamo protetta, costruendoti attorno una casa, insegnandoti tutto quello che sai, perché quando siamo arrivati qui eri l'unico essere umano rimasto. Ti abbiamo edificato un mondo plausibile di sopravvissuti, per non farti sentire sola e disperata. Avevi sedici anni quando siamo arrivati e ne hai ancora sedici, perché qui il tempo è fermo, per te e per me. Hai perso i tuoi genitori. Hai perso tutti e noi ti abbiamo ricostruito i ricordi, cancellando la tragedia che hai dovuto vedere con i tuoi occhi, dolore che ti avrebbe distrutta. Non conoscendovi ci siamo connessi agli ultimi data base del tuo mondo morente per attingere informazioni che potessero aiutarci a scoprire chi eravate, voi esseri umani. Queste informazioni sono state utili per creare la casa che ti ha difesa finora. La perdita della Terra è un olocausto immenso.

- Perché mi dici tutto questo adesso? Che senso ha dirmelo adesso? Il fatto che sia uscita dalla stanza non ha significato alcuno. Era logico che prima o poi uscissi. Non credo alle tue parole! Chi sei? Sei un bugiardo! Chi sei! - urlò Giorgia in preda a rabbia e paura.

***

Milano crollava e lei si avvicinò al muro traslucido. Guardò dietro di sé e vide l'oscurità allargarsi sopra la cupola cadente. Lampi, boati e vento flagellavano la piccola enclave umana, che forse non avrebbe resistito che per altri dieci minuti. Giorgia toccò la parete e vide la ragazza. Era in una stanza, seduta su un letto e davanti a lei c'era qualcuno. Giorgia sentì la mano penetrare nella parete, diventata soffice come gomma, e allora appoggiò anche l'altra mano e, lentamente, portò tutto il suo corpo contro quel confine. Appoggiò il viso, spinse con le spalle e venne risucchiata dall'altra parte.

Il maestro la vide entrare dalla parete dietro il letto di Giorgia. Giorgia la vide entrare dalla parete opposta. In un attimo le due figure si fusero in una sola. La ragazza, la donna e il maestro si guardarono stupiti. Fuori dalla finestra il mondo stava cambiando. Il resto del pianeta ricominciava a cadere nell'abisso. Il maestro indietreggiò. Sul viso una smorfia di terrore e sbigottimento. Guardò la donna e guardò la ragazza e poi disse:

- Voi umani siete finiti per sempre. Io tornerò da dove sono venuto!

Corse verso la porta e poi si girò di scatto e disse, turbato:

- Voi due siete la stessa persona! Non dovevate incontrarvi!

Rivolgendosi alla donna disse ringhiando:

- La cupola ha protetto la tua città per mille anni. Ma ha fallito! Tutto è fallito!

Poi, come un ologramma, svanì tra scintille di luci viola e gialle.

La ragazza e la donna si guardarono e per la prima volta si conobbero. Si erano viste per mille anni, da posti diversi ai margini dell'orizzonte degli eventi, non sapendo nulla l'una dell'altra. La donna si avvicinò al letto, la ragazza scese e le corse incontro. Si abbracciarono per un solo istante, poi tutta la stanza cominciò a tremare. Guardarono fuori dalla grande finestra.

- Da dove vieni ? - chiese la ragazza con voce incerta.

- Da una città che non c'è più - rispose Giorgia prendendole il viso tra le mani.

La ragazza toccò le mani di Giorgia e disse:

- Tu sei me, ma vieni dal futuro.

Giorgia rispose piano e dolcemente:

- Non lo so. Guardandoti vedo me stessa, alla tua età. E'...

- Bellissimo... - concluse la ragazza abbracciandola.

Rimasero abbracciate mentre tutto tremava e mutava intorno a loro. Un lampo di luce blu filtrò dalla grande finestra. Guardarono e videro qualcosa di enorme emergere dal buco nero. Sembrava un masso oblungo, con luci che spuntavano qua e la dalla superficie esterna fortemente destrutturata. La donna non capiva, rimaneva abbracciata alla ragazza e non capiva nulla. Poi una luce accecante le investì e non videro più nulla.

***

- Dove siamo ? - chiese Giorgia la grande.

- Siete tornate a casa!

- Da dove venite? - chiese Giorgia la piccola.

- Dal futuro. In qualche modo, non sappiamo come, qualcuno dalla Terra è fuggito prima che il buco nero la distruggesse. Noi siamo i loro discendenti e viviamo su questo planetoide-astronave. Esiste una terza Giorgia che vi spiegherà tutto.

- Chi era il maestro? - chiese Giorgia piccola guardandosi intorno e non vedendo altro che luce.

- Non lo sappiamo, ma potrebbe anche aver creato lui la singolarità che ha distrutto la nostra Terra.

- Come facciamo a fidarci di te? - chiese Giorgia la grande.

Le luci che fino a poco prima le avevano accecate si affievolirono. Una donna anziana, molto anziana, apparve loro. Disse solo:

- Sono Giorgia, e voi siete me. Non avrei mai pensato di incontrare me stessa, proveniente da due diversi momenti temporali.

- 1 , 2 , 3 , 5 , 8 , 13 , 21 , 34 - recitò Giorgia la piccola.

La donna anziana non disse nulla, rimanendo immobile con una specie di smorfia sul viso.

Giorgia la grande disse:

- E' la serie di Fibonacci. E tu non la conosci. Noi si.

Di scatto, con una mano cercò di spingere l'anziana donna lontano da loro, ma la sua mano penetrò in un ologramma. La vecchia urlò e si dissolse in una nuvola di luce. Tutto intorno esplosero lampi e poi ci fu la tenebra assoluta, ma solo per un istante non misurabile.

***

Giorgia si ritrovò a osservare i dirigibili gravitazionali che volavano sopra il nulla, seduta sul suo letto. Poi sorrise alla donna che le stava accanto, che la abbracciava da dietro, che si chiamava Giorgia. I dirigibili erano venti e aumentavano di continuo. Riemergevano dal baratro e dalla singolarità fuoriuscivano intere città. E mentre la Terra si ricompattava, non si sa da che parte della singolarità, Giorgia e Giorgia si chiedevano se fosse tutto un inganno.

Intanto avevano cominciato a uscire, a vivere, incontravano gente che non avevano mai visto.

Esisteva solo un tempo ora, così pareva.

Il presente, ed era tutto loro.

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