Orrore senza testa: il misterioso omicidio di Pearl Bryan

di Gianluca Turconi

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Delle attenzioni incestuose che potrebbero sfociare in uno scandalo, una valigia sporca di sangue, una ragazza decapitata e tre persone sospettate dell'omicidio. Questi potrebbero essere gli ingredienti per un romanzo noir di qualità. Invece, costituiscono gli elementi portanti del caso Pearl Bryan che sconvolse l'opinione pubblica statunitense alla fine del XIX secolo, intaccando valori che nessuno avrebbe mai osato pensare potessero essere bersagli di un'attività criminale.

Il ritrovamento

Fort Thomas, Kentucky, sorge nei pressi delle sponde del fiume Ohio, nelle Highland, giusto poco sopra e sul lato opposto di Cincinnati, nello stato dell'Ohio. Sebbene al tempo fosse un relativamente nuovo avamposto militare degli Stati Uniti, era già un luogo storico e nei primi giorni dello stato dei distillatori di whisky, quando ancora una porzione della Contea del Kentucky apparteneva allo stato della Virginia, questo luogo era la casa dei pellerossa. Ci sono persone ancora viventi i cui genitori combatterono sanguinose battaglie con gli Indiani sul terreno ora occupato dal forte degli Stati Uniti, una pittoresca porzione del quale fu palcoscenico di questo resoconto relativo a una delle più terribili tragedie del XIX secolo.

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La tragedia a cui ci si riferisce accadde al termine della notte del 31 gennaio 1896 in un luogo solitario vicino al forte. Per le modalità con cui il fatto fu commesso, esso richiama i giorni in cui i tiranni decapitavano le proprie vittime e il vero assassino, che era troppo codardo per commettere il crimine, pagava qualcuno per farlo al suo posto, richiedendo una prova che il misfatto fosse stato veramente compiuto e che perciò la testa fosse separata dal corpo e portata a chi pagava.

[...]

Tanto fu l'orrore provocato da tale crimine che l'intero paese circostante, incluse tre città, Cincinnati (Ohio), Covington e Newport (Kentucky), fu sconvolto dal centro alla periferia e insorse come mai era accaduto prima. Il 6° Reggimento di Fanteria degli Stati Uniti, comandato dal Colonnello Cochran, di stanza a Fort Thomas, fu colpito che un tale oltraggio fosse stato commesso quasi all'interno delle linee di guardia del Forte. Anziani veterani provati dal fuoco della battaglia, passati attraverso la grande guerra civile solo una generazione prima, quando il fratello combatté contro il fratello, il padre contro il figlio e il vicino contro il vicino, si affollarono sul luogo dove il corpo senza testa giaceva e rimasero in piedi, con visi impalliditi, inebetiti dallo stupore, per via della freddezza dell'azione e del modo orribile in cui era stata commessa.

In un vecchio frutteto ai limiti della proprietà del Forte, circa a mezza strada tra le Highland e Alexandria, nella fattoria di James Lock, vicino alla recinzione che funge da linea di confine per la fattoria di Mr. Lock, fu trovato da James Hewling, il 1 febbraio 1896, un sabato mattina, il corpo decapitato di una giovane donna dalle forme di una bellezza straordinaria, il cadavere giacente in una pozza di sangue.

Dalla posizione fu subito evidente che la donna era stata gettata a terra violentemente e che poi la sua testa era stata mozzata con un coltello poco affilato. La decapitazione era avvenuta sotto la quinta vertebra e, a giudicare dalla pozza di sangue, la morte era avvenuta da quattro a otto ore prima che il corpo fosse ritrovato.

[...]

In un lasso di tempo incredibilmente breve dopo che Hewling ebbe dato l'allarme, i soldati del Forte, i cittadini che vi vivevano attorno e centinaia d'altri dalle città del circondario si radunarono sul luogo e furono impressionati dalla vista che si aprì ai loro occhi.

Chi era la donna assassinata e chi aveva commesso l'orribile atrocità?

Queste furono le domande che corsero sulle labbra di tutti e per la risposta delle quali si diede subito inizio alle investigazioni.

(Testo tratto dal volume in pubblico dominio The Misterious Murder of Pearl Bryan, Barclay & Co, XIX sec.)

Cominciano le indagini

Ricostruzione dell'omicidio di Pearl Bryan secondo gli elementi iniziali rinvenuti dagli investigatori. Immagine in pubblico dominio.

Ricostruzione dell'omicidio di Pearl Bryan secondo gli elementi iniziali rinvenuti dagli investigatori. Immagine in pubblico dominio.

Così si scriveva nell'originale "L'orrore senza testa" edito da Barclay & Co. alla fine del XIX secolo per portare al grande pubblico la cronaca di una storia che sconvolse gli Stati Uniti. Infatti, nato come un episodio di cronaca nera locale, questo assassinio assunse ben presto i connotati di uno scandalo nazionale, tanto per l'efferatezza con cui era stato perpetrato e l'aperta sfida alle autorità costituite dall'Esercito degli Stati Uniti quanto per l'estrema lentezza con cui quelle stesse autorità condussero inizialmente le indagini.

Non che quest'ultimo elemento fosse dovuto a negligenza. Gli investigatori, sprovvisti di qualunque metodo moderno a carattere scientifico, si diedero subito da fare per individuare i colpevoli. Purtroppo per loro, né sul corpo né sui vestiti fu rintracciato alcun indizio per dare un nome al cadavere, con l'eccezione dell'indicazione del produttore incisa all'interno delle scarpe. Ad aggiungere orrore all'omicidio, la disposizione del corpo (con le gambe sollevate rispetto al busto) e la scompostezza dei vestiti fecero in un primo momento pensare che la giovane fosse stata stuprata, quindi strangolata e infine decapitata in un macabro rituale di morte.

Queste prime supposizioni furono invece presto riviste dopo l'inizio dell'analisi degli elementi di fatto del crimine, cioè la condizione del luogo, delle impronte digitali e del cadavere stesso nell'insieme della scena del crimine. Da ciò si dedusse che l'aggressore non aveva avuto come scopo primario l'assalto sessuale, bensì l'omicidio in sé.

La ricostruzione degli avvenimenti fu che l'assalitore avesse spinto a terra la donna e avesse cominciato a strangolarla, fino a quando ella non aveva perso definitivamente conoscenza. Dopo di che aveva frugato a lungo nei suoi vestiti alla ricerca di qualcosa che doveva valere il pericolo corso nel rimanere accanto al cadavere. Infine, trovatolo o accertata la sua assenza, aveva estratto il coltello e portato a termine la decapitazione. Azioni precise e premeditate, convennero gli investigatori Crim e McDermott, incaricati del caso e oppressi oltre che dalla mancanza di indizi concreti, anche dalla montante furia dell'opinione pubblica.

Quella stessa folla, involontariamente, aveva contribuito a favorire la latitanza dell'aggressore. Il notevole numero di persone accorse sul luogo si era tradotto in un completo inquinamento della scena del crimine, tanto che gli investigatori, nei primi giorni di lavoro, trassero una conclusione piuttosto scontata. Data la vicinanza del Forte alla città e l'abitudine da parte di "donne di Cincinnati", nome benevolo dato alle prostitute, di fare visita alle truppe di stanza lì, si pensò che la ragazza facesse quella vita e che il colpevole fosse un soldato.

L'ulteriore scandalo sollevato da questa possibilità spinse il colonnello Cochran a istituire una commissione d'indagine militare da affiancare agli ufficiali civili. Come prima conseguenza di questo ulteriore sforzo, fu impiegata una muta di cani particolarmente famosa nello stato dell'Indiana per aver contribuito col proprio fiuto a catturare oltre venti fuggiaschi negli anni precedenti.

Nonostante le effettive difficoltà nel seguire le tracce a causa del gran numero di curiosi che avevano calpestato il luogo del crimine, i cani riuscirono a portare gli investigatori sino al bacino idrico di Covington, nella vicina Contea di Campbell. Alla ricerca della testa mancante, il bacino fu completamente prosciugato senza trovare ulteriori indizi. Venute a inaridirsi tutte le piste battute, si fu costretti a tornare sui propri passi e ripartire dall'unico vero elemento di prova rinvenuto: le scarpe.

Rintracciati nella vicina Greenwood i rivenditori delle calzature, si appurò che solo nove paia di scarpe di quella foggia erano state vendute e che di sole due paia non si conosceva il nome del compratore. Con ogni evidenza, tra quei due vi era anche la sfortunata ragazza uccisa.

Nel tentativo di rintracciarla, si indagò su ogni ragazza scomparsa nell'area di Cincinnati. Il trambusto provocato da queste operazioni creò notevole confusione tra i parenti di persone assenti che si supponeva potessero essere state così barbaramente uccise. La madre e diversi amici di Ella Markland, una giovane del luogo, contattarono l'esercito per dichiarare che le scarpe potessero appartenente a Ella. Dietro insistenza, alla madre fu concesso di vedere il corpo. L'identificazione inequivocabile effettuata dal genitore sembrava aver risolto almeno questa prima parte del mistero. Pochi giorni dopo, a testimonianza del lavoro approfondito nella conduzione delle indagini, Ella Markland fu davvero identificata, viva e impiegata come cameriera a Cincinnati.

Sebbene questo avvenimento dovette apparire come una beffa e in parte una conferma dello scarso impegno, situazione non veritiera, da parte degli investigatori, furono proprio le scarpe a portarli sulla traccia giusta per l'identificazione del corpo.

Come in un vero giallo letterario, fu però un privato cittadino, il commerciante di scarpe L. D. Poock, a collegare i diversi indizi (il numero 22-11 inciso sulle scarpe, la foggia e la qualità dei materiali delle stesse) così da individuare nella fabbrica Drew, Selby & Co di Porthsmouth, Ohio, i veri produttori e in Louis Hays di Greencastle il dettagliante che aveva ricevuto il lotto di scarpe a cui apparteneva il paio indossato dalla vittima.

All'arrivo dei detective Crim e McDermott, e dello sceriffo Plummer che li coadiuvava nelle ricerche allargate ormai a livello statale, la popolazione di Greencastle si mobilitò al completo per dare un nome e un volto certo alla sventurata morta vicino a Fort Thomas.

Ci volle poco per identificarla in Pearl Bryan, giovane e avvenente figlia ventiduenne di una rispettabile famiglia del luogo. Proprio l'età, la particolare bellezza per cui era conosciuta in città e il suo stato di nubile, fatto alquanto particolare per l'epoca e per le condizioni della giovane, spinse i detective a ricercare nella sfera familiare e affettiva i possibili colpevoli del delitto.

I primi sospetti

Tra i primi sospettati vi fu Will Wood, secondo cugino di Pearl e poco segretamente innamorato della ragazza. La parentela piuttosto stretta l'aveva però relegato in una posizione sgradevole ai suoi occhi e cioè quella di confidente di Pearl e, al medesimo tempo, fratello putativo molto amato, ma non nel modo in cui Wood avrebbe voluto. Proprio dalle confidenze fatte a Wood, si poté risalire al secondo sospettato, il ventiquattrenne Scott Jackson, discendente di una rispettabilissima dinastia di mercanti marittimi che, a causa della sua predilezione per il denaro facile, era incappato in una condanna per frode, avendo sottratto una cospicua somma di denaro in assegni alla Pennsylvania Railroad Company.

Jackson sotto pressione durante gli interrogatori per l'omicidio di Pearl Bryan. Immagine in pubblico dominio.

Jackson sotto pressione durante gli interrogatori per l'omicidio di Pearl Bryan. Immagine in pubblico dominio.

Per sfuggire allo scandalo e per iniziare gli studi odontoiatrici a Indianapolis, finì col risiedere spesso a Greenwood e a fare amicizia con Wood. A partire da quell'amicizia, fu breve il passo per essere introdotto nella famiglia Bryan, nella quale Pearl non poteva semplicemente essere ignorata, proprio in virtù della sua bellezza.

Le rivelazioni di Wood durante gli interrogatori portarono a ricostruire un'altra parte della vicenda, sconosciuta a tutti in famiglia. Pearl, innamoratasi dello scapestrato Jackson, si incontrava segretamente con lui ogni volta che era in città, con la complicità del cugino che organizzava gli incontri, a dispetto dei sentimenti nutriti per la ragazza. La relazione, già per sé scandalosa in quell'epoca, si complicò notevolmente quando la Bryan rimase incinta. L'amante, non pronto a ufficializzare il loro rapporto, si rifiutò di sposarla.

C'erano abbastanza elementi per convincere gli investigatori dell'esistenza di un movente e ad agire con prontezza. Il 5 febbraio 1896, Jackson e Wood furono arrestati.

Le loro perquisizioni e deposizioni seguenti l'arresto confusero, però, il quadro investigativo. Infatti, Jackson negò di essere stato in intimi rapporti con Pearl e di essersi mai recato a Newport la sera dell'omicidio della ragazza. Dichiarò invece di essere stato in altra compagnia femminile, della quale non seppe fare il nome, e di avere addirittura un testimone a conferma delle sue parole, il suo compagno di stanza al college, Alonzo Walling. Contro le sue dichiarazioni furono però trovati indizi sulla sua stessa persona: non soltanto aveva con sé due biglietti di transito sul Central Newport Bridge, ma le maniche della sua biancheria erano sporche di sangue. Nell'impossibilità scientifica di determinarne l'appartenenza, la scusa addotta da Jackson per la presenza delle tracce ematiche, un'eruzione cutanea incontrollata, fu subito ritenuta poco credibile. Dopo l'interrogatorio di Walling, il quale confermò ancora più confusamente l'alibi del compagno di stanza, si finì con arrestare anche lui con l'accusa di complicità nell'omicidio.

A chiudere il cerchio, arrivò una prima ammissione di Will Wood.

Egli dichiarò sotto giuramento di aver convinto con l'inganno Pearl a recarsi a Cincinnati per incontrare Jackson pur sapendo che quest'ultimo avesse incaricato Walling di ucciderla per sbarazzarsi di lei e del nuovo scandalo che era prossimo a colpirlo. Era stata poi decapitata per impedirne l'identificazione.

Si erano trovati il mandante (Jackson), l'intermediario (Wood) e l'esecutore materiale (Walling). O almeno così pensavano gli agenti incaricati del caso.

Il caso si complica

Ciò che appariva semplice, divenne col passare delle ore decisamente più complesso e, soprattutto, le diverse responsabilità nell'accaduto difficili da graduare e attribuire.

Wood ritrattò, dichiarando di aver sì messo in contatto Jackson e la povera Pearl, ma di aver ignorato quali fossero le vere intenzioni dell'uomo per quella sera, poiché pensava che a Cincinnati dovesse aver luogo un aborto illegale per mettere fine allo "stato compromettente" della giovane ragazza. Da parte sua, Jackson attribuì l'intera colpa a Walling del quale aveva conosciuto le azioni solo a cose fatte, attribuendo il ruolo di mandante a Wood, per coprire le sue attenzioni incestuose. Stessa versione data da Walling, nella quale l'innocente era lui stesso e l'esecutore del delitto Jackson, per ordine del ventenne Wood che, dato il rapporto di parentela con Pearl, cominciava ad assumere i tratti di un orco senza coscienza, soprattutto davanti all'opinione pubblica, fomentata da un giornalismo locale d'assalto disposto a tutto per non lasciarsi sfuggire una storia tanto torbida.

Walling affermò, di spontanea volontà, l'esistenza di alcune lettere scritte da Jackson e Wood dopo l'omicidio che avrebbero avuto un peso determinante in fase processuale.

Tuttavia, l'attenzione fu portata su un secondo nuovo elemento, concordante nelle diverse deposizioni dei sospettati: la presenza di una valigia a Cincinnati e sul luogo del delitto. Che fosse stata portata in città da Jackson o da Walling e poi portata via da uno dei due o da entrambi di comune accordo, era certo che essa fosse servita allo scopo, cioè occultare la testa di Pearl.

La valigia fu ritrovata alcuni giorni dopo l'arresto, abbandonata in un saloon, e portata al Comandante Deitsch, l'ufficiale di polizia ora responsabile delle indagini. In un colpo a sorpresa che avrebbe fatto la felicità di molti sceneggiatori hollywoodiani, il comandante si presentò al successivo interrogatorio di Jackson proprio portando quella valigia.

Gli chiese di aprirla e dopo che l'indagato lo ebbe fatto tenendola nascosta alla vista degli altri poliziotti presenti, Deitsch domandò cosa contenesse.

La risposta di Jackson fu lapidaria: "Niente che possa vedere, tranne che pare macchiata"

"Macchiata di cosa?" si interessò il comandante.

La pausa non voluta nell'ulteriore risposta nonché l'evidente irrequietezza di Jackson furono più significative, secondo le testimonianze rilasciate all'epoca dagli agenti alla stampa, rispetto alla conclusione che uscì a stento dalla sua bocca: "Sembra sangue."

Messo alle strette, Jackson dovette confermare come quella fosse la valigia utilizzata da Walling, così almeno disse, per liberarsi della testa, poi gettata in un fiume.

Per venire a capo della verità su queste affermazioni tanto contrastanti, si decise di mettere a confronto i due accusati della realizzazione materiale del delitto, Jackson e Walling. Dal confronto non arrivò nulla di definitivo, se non ulteriori reciproche accuse.

Come per stringere maggiormente il cappio della futura esecuzione intorno al collo di Jackson, giunsero a destinazione le lettere della cui esistenza si era saputo da Walling. La prima, indirizzata alla famiglia Bryan, riportava il desiderio di Pearl di allontanarsi da casa per problemi personali, un testo già di per sé sospetto a posteriori, in presenza di una data di spedizione successiva all'omicidio, ma che divenne una vera prova quando le autorità vennero in possesso di una seconda lettera di Jackson a Wood, in cui gli chiedeva proprio di scrivere un testo simile per depistare le indagini e che "avrebbe restituito il favore".

Questo gioco delle parti, con accuse reciproche, cadde definitivamente quando furono ritrovati, grazie a indicazioni dei due principali sospettati, vestiti insanguinati sia di Jackson sia di Walling. La carriera accademica del primo, orientata alla medicina, condusse gli inquirenti a scoprire anche che il futuro dentista aveva acquistato prima del delitto un grossa quantità di cocaina che si ipotizzò fosse stata usata per avvelenare Pearl prima di decapitarla.

Gli esami patologici post mortem rivelarono però una verità più tremenda. La ragazza era stata sicuramente mandata in overdose da cocaina, ma al momento della decapitazione era ancora viva, come dimostrava ampiamente la mancanza di qualunque segno di coagulazione interna. Inoltre, l'asportazione della testa era stata certamente compiuta da una persona che aveva praticato chirurgia, caratteristica che si cuciva alla perfezione addosso a Jackson.

Ormai convinti che la parte principale nel delitto spettasse a Jackson e Walling, il loro destino processuale fu separato da quello di Wood, accusato e poi condannato per favoreggiamento.

A un passo dal proscioglimento

Ciò che pareva essersi risolto per il meglio si complicò di nuovo per cause strettamente legali. Greencastle, paese dove risiedevano tutte le parti coinvolte nel processo e in cui gli accusati erano detenuti, si trovava nello stato dell'Indiana, mentre Newport e Fort Thomas, luoghi in cui probabilmente era avvenuto il delitto e in cui il corpo senza testa era stato ritrovato, appartenevano allo stato del Kentucky.

La sola notizia che almeno Jackson e Walling sarebbero stati processati in Kentucky provocò dei veri e propri tumulti di piazza, con gente scesa per le strade armata di cappi già pronti per procedere a un linciaggio pubblico prima che i due ancora presunti assassini arrivassero all'edificio del tribunale.

Gli avvocati della difesa, al contrario, colsero l'occasione di questo contrasto di giurisdizioni per tirare fuori il loro asso nella manica. Richiesero, infatti, un provvedimento di habeas corpus, un particolare istituto del diritto anglosassone che serve per la protezione e il rilascio immediato di prigionieri ingiustamente incarcerati. E, in effetti, i due non avevano commesso alcun delitto sul territorio dello stato dell'Indiana...

Il luogo di sepoltura, dove venne tumulato il corpo senza testa di Pearl Bryan. Immagine in pubblico dominio.

Il luogo di sepoltura, dove venne tumulato il corpo senza testa di Pearl Bryan. Immagine in pubblico dominio.

Con una sentenza molto discussa sul piano del diritto, fu rifiutato l'habeas corpus e consentita l'estradizione in Kentucky. Grazie all'impiego dell'esercito e di un notevole numero di volontari arruolati per l'occasione nelle forze di polizia locale, venne ripristinata la sicurezza a Newport, luogo predisposto per il processo.

In esso, l'accusa fece rivivere l'assassinio con tale tragica precisione che la riunione della Giuria fu giudicata dai testimoni del tempo la più breve mai vista nella regione.

Anche il verdetto e la pena comminata furono inevitabili: colpevoli di omicidio di primo grado e condannati alla pena di morte per impiccagione.

Sebbene gli indizi fossero molti e ben circostanziati, né Jackson né Walling ammisero mai di aver materialmente commesso il delitto. Morirono entrambi senza assumersene la piena responsabilità.

A lasciare aperta la porta al dubbio, rimase anche il fatto che la testa della povera Pearl Bryan non fu mai ritrovata. Secondo le autorità, essa fu gettata nel fiume Ohio dopo essere stata trasportata nella valigia che aveva inchiodato Jackson.

Quale che sia la verità, la salma fu sepolta senza testa, tra la disperazione della famiglia, nel cimitero di Greencastle, dove riposa ancora oggi.

Oltre un secolo è trascorso da quell'atto criminale, ma le leggende di paese non hanno dimenticato nulla. C'è chi dice di aver visto aggirarsi in quel cimitero il fantasma senza testa di Pearl, vestita nel suo migliore vestito della festa, col quale la madre aveva voluto fosse sepolta.

Nessuna pace, quindi, neppure dopo la morte, per una giovane donna che aveva certo molto amato, ma che nell'immaginario collettivo si era macchiata di peccati sociali (essere abbastanza bella da attirare le attenzioni morbose di un parente, mantenere una relazione fuori dal matrimonio, rimanere incinta e sbarazzarsi del bambino tramite un aborto illegale) che anche ai nostri giorni marchiano la reputazione forse più dei veri crimini.

Fonti e letture consigliate

Il testo introduttivo è citato dal volume The Misterious Murder of Pearl Bryan, Barclay & Co, XIX sec,, disponibile in pubblico dominio. Sulla stessa opera è basato anche il successivo approfondimento.
Traduzione dall'originale in lingua inglese © 2013 Gianluca Turconi. Tutti i diritti riservati.

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