Proiettile e corazza: il punto di massima utilità di un'arma nucleare

a cura di Filippo Passeri

Uomo preistorico intento alla lavorazione della pietra, immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported, fonte Wikimedia Commons, utente Mercy

La lavorazione della pietra da parte dell'uomo preistorico non servì solo a creare utensili per i lavori quotidiani, ma anche ad affinare l'efficacia delle armi a sua disposizione. Da quel momento in avanti la corsa agli armamenti non ha più avuto fine.

Sono nato in un periodo storico in cui l'ipotesi di una guerra nucleare era ben più che un mero esercizio didattico, un periodo figlio di un'assurda certezza che imponeva una dottrina militare per cui fosse stato possibile vincere uno scontro di questo tipo (nota 1).

Un periodo che ha dato inizio a una folle corsa all'armamento atomico la cui utilità pratica sarebbe stata poco più che zero, ma che invece ha impedito il verificarsi della guerra tanto paventata. Sembra assurdo pensare di costruire armi come queste, dai costi improponibili e dalla pericolosissima manutenzione, incrementando inconsapevolmente l'improbabilità del loro uso a ogni nuovo silos realizzato, eppure a grandi linee è stato proprio ciò che è successo. Non mi soffermo sulle ragioni economiche e politiche, sociali e morali che hanno poi contribuito alla fine del periodo chiamato guerra fredda (nota 2), ma voglio porre l'attenzione sulla questione prettamente filosofica, mi si passi il termine, relativa all'impiego delle armi e degli scopi che esse dovrebbero raggiungere sia a livello tattico sia strategico, comprese quelle d'immane potenza di tipo nucleare o termonucleare. Per riuscirci dobbiamo innanzi tutto fare un salto indietro nel tempo e vedere quando tutto è cominciato e perché.

Clausewitz nel suo "Della Guerra" (nota 3) dice:

"la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi".

Un aforisma romano di Publio Siro dice:

"la necessità non conosce altra legge se non la conquista".

Sun Tzu (nota 4) afferma:

"la massima abilità di un generale è conseguire la vittoria senza combattere".

Sarebbe la vittoria perfetta.

Possiamo quindi ipotizzare che se in epoca preistorica un gruppo di umani avesse voluto il controllo di una determinata risorsa o materiale, avrebbe potuto scegliere l'uso della violenza per ottenerlo, in particolare se essi già appartenevano ad altri gruppi. Certo non sarebbe stata stata l'unica via e sicuramente nei millenni si sono sviluppati sistemi più semplici, in molti casi estremamente più efficienti e sicuramente meno violenti, ma di pari passo hanno avuto successo e sviluppo anche quelle ragioni che così bene il generale prussiano e il detto romano riescono a descrivere.

Quindi la corsa agli armamenti ha un'origine ben più antica di quella che normalmente viene indicata come tale, risale al momento in cui il primo uomo si rese conto di poter usare una clava come elemento di sopraffazione e attacco in grado di fracassare le ossa del nemico e ucciderlo al fine di ottenere qualcosa, non importa cosa.

Da quel punto in poi è nato il confronto tra corazza e proiettile, spesso inteso anche come espressione di strategia e controstrategia da cui deriva il concetto di massima utilità di un'arma.

Quest'ultimo di solito non viene mai preso in considerazione quanto invece dovrebbe, ci si limita a definire un'arma non più usata come obsoleta, pur non essendo corretto. Una spada non sarà mai obsoleta, se un uomo con una spada incontra un uomo senza, l'uomo senza potrebbe avere seri problemi, quindi l'arma non è assolutamente obsoleta perché riesce egregiamente a svolgere il compito per cui è stata creata. Semplicemente, nel contesto generale della storia, delle strategie di gestione e tattiche di combattimento, ha raggiunto il suo limite di massima utilità.

Portiamo degli esempi usando proprio la spada come modello, sia perché rappresenta un'iconografia molto comune nell'immaginazione collettiva per indicare gli eventi bellici, sia perché esemplifica molto bene il principio di corazza - proiettile. Ovviamente questa non è una trattazione puntigliosa, il suo scopo è solo di evidenziare come un'arma possa evolversi e raggiungere il suo massimo limite d'utilità, che è il fine di questo esempio.

Al momento in cui nasce la metallurgia, l'idea di ottenere un'arma migliore del semplice randello sgorgò come fonte di primavera su monti nevosi. Ma contemporaneamente ci si rese conto che la diffusione della tecnologia di creazione di una spada rendeva il nemico tuo pari e poneva la questione della vittoria non più sul piano della sola evoluzione tecnologica, ma sulle capacità marziali e tattico-strategiche dei due contendenti. Questo di fatto riduceva il margine di possibilità di ottenere lo scopo per cui si combatte, un inconveniente che ha esaltato e sviluppato tecniche di offesa e difesa atte a migliorare la capacità di combattimento, ma di contro, ha aumentato a dismisura la probabilità di essere ucciso da un'arma in tutto e per tutto simile alla propria. Allora qualche intelligente fabbro inventò lo scudo. Uno strumento non più d'offesa ma in grado di rendere inefficienti molti degli attacchi nemici. Ciò ovviamente non poneva l'abilità nell'uso delle armi in secondo piano, ma aumentava la possibilità di vittoria.

Facciamo un salto in avanti, arriviamo ai Romani sia di epoca repubblicana sia imperiale.

Il gladio (nota 5) rappresenta forse il miglior esempio di spada pensata attentamente con il preciso scopo di eludere le difese e le corazze avversarie. Usato con maestria e coordinazione con i compagni all'interno di un muro di scudi molto alti e dalla particolare forma atta a deviare e proteggere i legionari, quest'arma ha conquistato l'Impero. Assieme a essa, i legionari imperiali potevano anche contare sulla Lorica; un'egregia ed elegante corazza lamellare (lorica segmentata, nota 6), di maglia (lorica hamata, nota 7), a squame di pesce (lorica squamata, nota 8) le cui caratteristiche di maneggevolezza e resistenza sono ancora d'esempio per moderni giubbotti antiproiettile (nota 9).

Tornando però al gladio, la prima considerazione da fare è che non serviva principalmente come arma da taglio, ma da punta. I legionari venivano addestrati a pugnalare l'avversario con affondi e non fendenti, i quali, guarda caso, penetrano con difficoltà una qualsiasi cotta di maglia o altro tipo di corazza e, oltretutto, potevano essere meglio deviati dagli scudi. Dove un colpo di punta, estremamente più preciso, penetra una corazza di maglia aggredendo tessuti e organi vitali, un fendente causa nella maggior parte dei casi una forte contusione, al limite una frattura, ma molto raramente la morte. Ciò che rendeva il gladio così letale, oltre ovviamente al filo della lama, era la punta triangolare molto acuta, una particolarità quasi unica per questo tipo di armi che è rimasta molto in voga anche nei tempi successivi, fin tanto le corazze e le cotte di maglia hanno formato il nerbo della difesa di un qualunque cavaliere o uomo d'arme. La seconda particolarità è la dimensione. Forse influenzata in origine dalla minore statura dei legionari italici rispetto a barbari celtici o germanici, anche se in realtà i Romani copiarono il gladio dall'arma dei guerrieri ispanici di origine celtica, non fu modificata nel corso dei secoli, anche quando i barbari divennero cittadini romani ed entrarono nelle legioni. La minor dimensione aumenta la maneggevolezza e riduce lo spazio di manovra, permettendo di combattere in modo coeso con i compagni e trasformando la lama dritta in un'estensione del braccio.

Facciamo un altro salto in avanti, dopo la fine dell'Impero romano la fantasia e le necessità delle guerre hanno portato allo sviluppo intenso ed eclettico di innumerevoli spade, migliorando con il nuovo il progetto precedente, sia in termini di leghe metalliche sia di impiego, ma tutte racchiudevano sempre la necessità di colpire con precisione e di punta un avversario corazzato. Tutto questo finché non è arrivata la polvere da sparo che non ha immediatamente decretato la fine dell'impiego della spada, ma ha improvvisamente cambiato il suo uso.

Un ussaro della Grande Armée di Napoleone aveva in dotazione una sciabola (nota 10) estremamente ricurva e anche un ufficiale della Guardia a piedi disponeva di una sciabola curva. Il termine stesso di sciabola è inteso come spada dalla lama ricurva di peso notevole e con il filo da un solo lato. Perché?

Ussari francesi armati di sciabola alla carica durante la battaglia di Friedland, immagine rilasciata in pubblico dominio, fonte Wikipedia, utente DcoetzeeBot

Ussari francesi armati di sciabola alla carica durante la battaglia di Friedland.

Perché le corazze erano scomparse, rese inutili dall'alta penetrazione delle palle di moschetto. Avevano raggiunto la loro massima utilità e se ancora avrebbero potuto offrire qualche protezione, il cambiamento delle dimensioni degli eserciti e il passaggio alla guerra di massa, reso possibile dalla semplicità d'uso di un fucile e dalla rapidità della sua realizzazione, ne decretarono la scomparsa.

Questo portò a tre principali modifiche nell'uso e nell'ingegneria di una spada, la prima era che l'arma poteva essere usata a cavallo con maggior efficienza e dato che da quella posizione è più semplice calare un fendente che pugnalare, la sua forma assunse una linea ricurva atta a essere più efficiente nel taglio.

La seconda riguardava il suo impiego, non più arma dell'élite militare, ma di largo uso e grande diffusione, doveva essere usata con facilità anche a piedi da personale non più perfettamente addestrato al suo utilizzo. E' molto più semplice menare fendenti per qualcuno che non ha una formazione da schermidore che non usare un fioretto o una lunga spada medioevale.

La terza riguardava la massa della lama, doveva essere sufficiente per fracassare e lacerare tessuti e carne.

La conclusione di queste modifiche portò all'uso della sciabola nei teatri di guerra fino a quando l'efficienza delle armi da fuoco non consentì più di avvicinarsi all'avversario a sufficienza da usare la spada. Da allora, quest'arma millenaria ha raggiunto la sua massima utilità migrando nella baionetta come arma secondaria o di estrema difesa.

In questa semplice esposizione c'è il punto focale di questo articolo: quando un'arma raggiunge il massimo punto di utilità?

Quando il suo impiego, l'energia, il tempo che esso costa e l'effetto che si ottiene sul nemico non risponde alle necessità stabilite dalla guerra in corso a causa delle controazioni dell'avversario, siano esse di tipo tecnologico, tattico o strategico. Una considerazione che rimane valida per ogni tipo di scontro, sia esso una scaramuccia di frontiera, una rissa in un bar o un conflitto tra nazioni.

Di conseguenza, l'idea di massima utilità di un'arma non deriva dalla tecnologia dell'arma in sé, né dalla sua efficienza, ma dalla visione che i contendenti hanno del suo impiago in funzione di uno scopo e dato che, come abbiamo visto, Clausewitz dice "la guerra è politica con altri mezzi", dobbiamo per forza considerare che gli scopi della guerra non siano la semplice sete di sangue, seppur la bestialità dell'uomo possa indurre a credere nel contrario. Inoltre, l'aforisma romano in cui si dice "la necessità non conosce altra legge che la conquista", unito all'affermazione di Sun Tzu "conseguire una vittoria senza combattere", dovrebbero, nella loro genialità, sottintendere per noi uomini moderni che non esistono solo mezzi militari atti a ottenere una conquista nata da necessità.

Ritorniamo però al punto iniziale relativo all'uso delle armi nucleari e al paradosso per cui sempre più armi di questo tipo hanno ridotto la probabilità del loro impiego.

Essendo la guerra legata a uno scopo diverso dallo spargimento di sangue finalizzato a se stesso, sia esso anche un eccidio di popoli, le armi che la sostengono devono essere commisurate a ottenere l'obbiettivo prefissato. L'uso di armi che non garantiscono questo risultato sono prive di impiego, di utilità. Questo è quanto accade con le armi termonucleari.

Voglio fare un esercizio mentale per meglio esemplificare questo concetto.

Ipotizziamo che una nazione dotata di armi nucleari voglia conquistare un territorio di un'altra nazione che ne è priva. Non importa se l'una odia la popolazione dell'altra al punto da volerla annientare, questo è un punto secondario dello scopo principale, cioè la conquista del nuovo territorio. L'impiego di armi nucleari sul nemico, seppur garantirebbe l'obbiettivo secondario, di fatto annullerebbe la motivazione principale in quanto il territorio ambito diverrebbe contaminato e completamente distrutto, quindi non più conquistabile. Un uso parziale dell'arma nucleare per rendere più facile la resa non sarebbe comunque una saggia scelta perché potrebbe esporre l'attaccante a contrattacchi di altra natura potenzialmente pericolosi. No, la cosa migliore sarebbe annientare l'intera capacità militare e industriale avversaria in un colpo solo, ma come ho detto, annichilirebbe la motivazione della guerra stessa, senza contare che l'uso di armi nucleari su una nazione confinante non esclude la ripercussione delle conseguenza radioattive sul proprio territorio. Quindi l'uso di tali armi contro chi non le possiede non ha senso... ma ha senso la minaccia dell'uso di tali armi. Minacciare una guerra nucleare contro chi non ne dispone e arrivare anche ad azioni di limitata dimostrazione di potenza nucleare, indurrebbe il nemico ad accordi molto convenienti per l'attaccante. Anche la sola ipotesi non trascurabile che alla guida del popolo aggressore ci sia un'élite di pazzi, porrebbe le condizioni per una immediata resa condizionata. Uno sviluppo politico come questo rende molto più conveniente una non guerra rispetto alla sua controparte combattuta. Se poniamo tale questione sul piano di nazioni democratiche influenzabili dalla pubblica opinione, anche solo la minaccia dell'impiego di armi nucleari come punto di pressione si arricchisce di una pletora di sconvenienti motivazioni non trattate in questo articolo.

Ipotizziamo ora di avere due nazioni dotate di armi nucleari che intendono farsi guerra.

Se una delle due ha limitate capacità di risposta di questa natura, rientra nel primo esempio aumentando però il rischio di gravi perdite per l'attaccante senza modificare l'esito della considerazione finale. In questo secondo esempio parliamo di nazioni equipotenziali, cioè in grado di annientare con armi nucleari il nemico. In questo caso ogni azione che porta all'uso di armi nucleari otterrebbe una risposta analoga in una catena di azioni e reazioni tali da definire l'esito della guerra in un pareggio, una non vittoria o se preferiamo un reciproco annientamento. (wargame, nota 11) Questo invalida ogni scopo per cui la guerra ha avuto inizio e pone su un piano di assoluta impossibilità l'idea dell'impiego di tali armi.

Altra considerazione: una guerra combattuta tra potenze nucleari con armi convenzionali si avvia alla conclusione. I perdenti potrebbero decidere di scatenare una risposta atomica al fine di arrestare l'avanzata nemica, ma contro chi sparare? Sulle truppe avversarie entro il loro territorio? Muoia Sansone con tutti i Filistei! Ma così facendo non impedirebbero la fine né eviterebbero la resa, perché la risposta al loro attacco non si farebbe attendere e sarebbe nucleare. Tale azione condannerebbe il loro popolo che invece potrebbe sopravvivere in caso di resa, assieme alla loro cultura e alla loro nazione. Quindi su chi sparare? Sul territorio nemico! Ammesso e non concesso che sia ancora possibile, non cambia la questione della risposta all'attacco né della resa, né della sopravvivenza della nazione perdente.

Ipotizziamo adesso che nonostante le suindicate considerazioni, si sia scatenato un conflitto basato anche sull'uso di queste armi. Improvvisamente la guerra in corso cambia completamente il suo aspetto temporale, passando da guerra più o meno lunga ma che coinvolge una, forse due generazioni, a guerra pluri-generazionale. Cioè gli effetti fisici di queste armi sono talmente elevati che non solo garantiscono la distruzione del nemico di oggi, forse l'amico di domani, ma si ripercuotono nel tempo influenzando le generazioni successive e gli ecosistemi che le dovrebbero sostenere, dando quindi sufficienti motivazioni da interromperne l'uso anche a guerra in corso. Una specie di accordo non scritto tra i contendenti che si rendono conto dell'impossibilità della vittoria a seguito del proseguo di tale dottrina.

Qualcuno potrebbe a ragione indicare che l'unico impiego bellico delle armi nucleari è stato scagliato da una nazione in grado di crearle contro un'altra che non ne disponeva. Seppur sia vera questa considerazione, necessita di una contestualizzazione più accurata. In primo luogo, i bombardamenti incendiari e convenzionali alleati sul Giappone causarono molta più distruzione e danni delle sole due bombe nucleari, creando sì le condizioni politiche necessarie a favorire la resa, che sarebbe probabilmente avvenuta comunque, ma rendendo l'effetto psicologico dei due ordigni meno pesante di quanto sia poi stato fatto credere. (Bombardamento di Tokyo, nota 12). In secondo luogo, la necessità di una rapida fine del conflitto a seguito dell'espansione sovietica in Manciuria e degli altissimi costi delle battaglie di Iwo Jima (nota 13) e Okinawa (nota 14) portarono a una drastica decisione da parte dell'amministrazione Truman. In terzo, la necessità di dimostrare al mondo la potenza degli Stati Uniti, da spendere in termini d'influenza politica negli anni successivi, indussero sicuramente a un'accelerazione nell'impiego di tali armi. Per finire, nessuno sapeva con esattezza quali sarebbero state le conseguenza a medio e lungo termine al netto di tutte le prove e test.

La presa di coscienza delle vere dimensioni delle conseguenze tecniche, sociali, umane e naturali di queste armi è nata ben dopo, nonostante gli avvertimenti teorici dei molti scienziati che si opponevano all'uso di queste armi, tra cui lo stesso Einstein. Del resto, gli Stati Uniti disponevano di solo due armi nucleari pronte e una terza ancora da produrre e se il Giappone non avesse capitolato, la questione dell'invasione (Operazione Downfall, nota 15) sarebbe entrata in atto, invalidando in un colpo solo tre dei punti sopraindicati come generali scopi d'impiego: la riduzione delle perdite da ottenere grazie all'annullamento dell'invasione delle isole nipponiche, la limitazione dell'espansione sovietica in Asia, il vantaggio che l'uso di tali armi poteva fornire in termini politici con la semplice affermazione falsa "ne abbiamo ancora e ancora". Di fatto, quell'immane tragedia fu più un bluff che un attacco nucleare su larga scala così come lo possiamo intendere. Per rientrare nelle ipotesi fatte, si avvicina molto a un atto dimostrativo. (Caduta del Giappone, nota 16)

Danni inferti ad abitazioni civili dall'onda d'urto di una bomba nucleare durante test statunitensi, immagine rilasciata in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons, utente Fastfission~commonswiki

Danni inferti ad abitazioni civili dall'onda d'urto di una bomba nucleare durante test statunitensi.

Quali sono quindi le considerazioni da fare alla luce di quanto scritto?

La prima: non sono necessarie migliaia di testate nucleari al fine di rendere impossibile una guerra di questo tipo, è sufficiente un numero di armi in grado di dare un'adeguata risposta a un attacco analogo da usare come deterrenza. Avere armi sufficienti alla distruzione del globo più e più volte non ha semplicemente senso.

La seconda: l'uso di queste armi come strategia offensiva contro un qualsiasi nemico non è costruttiva né rende accessibile alcun scopo prefissato. Invece, favorisce un processo di persuasione in grado di far forte pressione sull'ipotetico avversario, specialmente se sprovvisto di possibilità di replica. Ma il costo politico di queste azioni è molto alto, specie se a esercitarle sono nazioni democratiche.

La terza: l'uso di queste armi come strategia difensiva di estrema ratio non evita la resa, né impedisce la risposta nucleare, né preserva la società perdente.

La quarta: l'effetto radioattivo di queste armi (siano esse anche termonucleari), non riguarda più il territorio avversario, ma coinvolge anche quello amico, degli alleati o il globo intero. Coinvolge le generazioni successive, gli ecosistemi, la vita stessa del pianeta.

Alla luce di quanto detto, mi ritengo in grado di dire che il massimo uso costruttivo di un'arma nucleare è il non uso. La consapevolezza di entrambi gli schieramenti che non è possibile il loro impiego già raggiunge, di per sé, il picco di utilità di queste armi.

Quindi, consiglio di temere molto di più le artiglierie e i fucili che i missili e le bombe termonucleari.

In questo articolo non è mia aspirazione fare apologia della guerra, ritengo però che non si possa semplicemente negarla e sperare che non accada per evitare di vederla ancora flagellare il mondo. Essa non è una cosa che nasce al di fuori del contesto umano come un alieno caduto dallo spazio, ma vive e germoglia nelle società di ogni epoca e potenza culturale. Quindi, secondo la mia opinione, lo studio della guerra non deve essere rifiutato, perché parafrasando un noto spot, se la conosci la eviti.

Note

1. http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/esteri/bombato/bombato/bombato.html

2. http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_fredda

3. http://it.wikipedia.org/wiki/Carl_von_Clausewitz

4. http://it.wikipedia.org/wiki/Sun_Tzu

5. http://it.wikipedia.org/wiki/Gladio_%28arma%29

6. http://it.wikipedia.org/wiki/Lorica_segmentata

7. http://it.wikipedia.org/wiki/Lorica_hamata

8. http://www.roma-victrix.com/armamentarium/loricae_squamata.htm

9. http://it.wikipedia.org/wiki/Dragon_Skin

10. http://it.wikipedia.org/wiki/Sciabola

11. http://it.wikipedia.org/wiki/Wargames_-_Giochi_di_guerra

12. http://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamenti_di_Tokyo

13. http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Iwo_Jima

14. http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Okinawa

15. http://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Downfall

16. http://it.wikipedia.org/wiki/Resa_del_Giappone

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