Quitzä

di José Luis Zárate

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L'obiettivo di qualunque luogo è la redenzione finale.

Che i difensori aprano di mano propria le porte, disposti al saccheggio dei vincitori, al fuoco e al sacrificio.

Le mani sopra le ultime serrature, l'istante in cui si dice che, con questa azione, forse si stia dando il permesso per il massacro.

L'obiettivo ultimo del luogo è naturalmente prendersi le anime di coloro che osarono opporsi ai conquistadores. Coloro che comandarono la resistenza devono abbandonarla, senza aspettarsi alcun perdono, sicuri che le loro teste avrebbero adornato gli stendardi nemici.

Abbattute le protezioni, aperta la città, si aspetta il passo sicuro dei vincitori, pieni della serena ferocia della vittoria. Essi porteranno i nuovi ordini, i nuovi dei, i nuovi destini di ciascuno degli assediati che, esausti, li guardano passare come se non avessero niente a che fare col loro futuro.

Dopo così tante ore di dura lotta, la paura è divenuta qualcosa di stantio, di minuscolo, che non può vincere lo sfinimento, la fame, l'abbandono.

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Poco a poco, cominciano i nuovi pianti, a levarsi il fragore del saccheggio, a correre il sangue lungo le strade, fumo vivo che sale verso il cielo.

Quitzä lasciò cadere l'ultima arma.

Non più resistenza, né battaglia.

Il trionfo era del luogo.

Erano passate anche le urla, le felicitazioni dei vincitori. Niente, oltre al pesante silenzio contro il quale avevano sempre combattuto.

L'uomo nudo, che si era caricato sulle spalle la responsabilità della sconfitta sperando nella misericordia del sacrificio, un boia che gli venisse incontro, mille braccia tese e ansiose della sua carne, del cuore che batteva, sfinito, nel suo petto.

Niente.

Nessuno.

- Quitzä è sua - gridò per salvarsi dal silenzio, perché doveva dirlo chiaramente.

Non ci fu risposta, ma non poteva esigerne alcuna.

Le regole ora le dettavano altri.

Erano la ragione, i cicli, il buon giudizio del vincitore che l'avrebbe governata.

- Desideravate questa distruzione?

Questa distruzione che avevano guadagnato in mille giorni d'assedio.

L'uomo fece un gesto, i primi compagni avanzarono verso gli assedianti, sicuri che sarebbero stati il sangue inaugurale del massacro. Non esisteva altra alternativa. Tutti loro morirono, furono sterminati in quel luogo.

Quando si arresero, seppero perché.

L'invasore aveva solo dato voce all'orrore, stabilendo la via per la morte.

Nessuno gridò in lontananza, tra le piante, nel mezzo delle linee nemiche. Nessun suono, nessun uccello, nessuna bellezza, né voci di coloro che avanzarono per primi.

Li divorano, pensò l'uomo nudo, perché era un pensiero meno atroce che scomparire in mezzo al nemico.

Poco a poco, gli abitanti di Quitzä si alzarono da terra e raggiunsero l'ultimo passaggio, al confine rotto dalla vegetazione da cui nessuno mai ritornò, occupato a sopravvivere.

Dietro quelle foglie verdi... il destino.

Forse uno differente per ciascun uomo che vi entrava. Non era importante. Lo avrebbero conosciuto. Arrendendosi, avevano acconsentito a tutto.

Nessuno portò con sé nulla. Chi avrebbe preso qualcosa nella sconfitta? Niente era suo, tutto, compreso il suo corpo, era dei vincitori.

Le donne, i bambini, gli anziani. I guerrieri - indifesi senza le loro armi, sopraffatti dal luogo - non erano altro che uomini nudi che avanzavano.

Per ultimo rimase lui. L'uomo che aveva consegnato Quitzä al nemico. Forse il suo destino era di rimanere là, vedere avanzare, molteplice, plurale, alieno, l'esercito che aveva invaso le strade, soffocato la vita della sua città, al quale lui aveva consegnato tutto: territorio, piramidi, Dei, ogni oggetto.

Ma anche lui doveva andare verso la vegetazione, tra le foglie, scoprire ciò che osservava nel silenzio.

Guardò l'ultima arma gettata a terra. Desiderò affondarla nel proprio petto, ma era tardi. L'aveva già affondata quando aveva deciso di arrendersi, nel petto di ciascuno dei vinti.

- E' sua - pianse, perché forse non era stata una grande vittoria per gli assedianti.

Lenta, molteplice, plurale, aliena, l'armata vincitrice avanzò.

Lunghe braccia verdi si erano levate, radici silenziose avevano rotto la terra nuova, semi avevano danzato nell'aria, rampicati erano sorti, in mille giorni, sulle scale abbandonate della piramide.

Dall'alto, alla velocità vegetale della selva, il silenzio era avanzato divorando Quitzä e la sua memoria.

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