Vita e intelligenza aliena su Marte

a cura di Gianluca Turconi

Curiosi equivoci linguistici nell'ambito astronomico hanno creato alla fine del XIX secolo la speranza di trovare vita e intelligenza su Marte. Tale speranza fu consolidata per più di cinquant'anni dalla letteratura di genere e dalla credulità popolare, per poi essere completamente spazzata via dalle scoperte scientifiche avvenute a partire dalla seconda metà del XX secolo. Ma non c'è davvero nessuna possibilità di vita aliena sul pianeta rosso?

L'equivoco ottocentesco

Nel XIX secolo, il desiderio di rintracciare sulla Terra un'intelligenza altra dall'uomo era stato notevolmente fiaccato dalle innumerevoli scoperte scientifiche, geografiche e astronomiche che avevano caratterizzato quel periodo.

Rappresentazione di Marte con un oceano planetario basato sull'altimetria effettiva del pianeta - Immagine NASA in pubblico dominio

Rappresentazione di Marte con un oceano planetario basato sull'altimetria effettiva del pianeta. Era davvero così nel passato o potrà esserlo di nuovo in futuro? (Immagine NASA in pubblico dominio)

L'utilizzo del metodo scientifico galileiano in congiunzione con il predominio della ragione derivato dall'illuminismo settecentesco, non poteva che avere come conseguenza l'enorme balzo in avanti ottenuto nel secolo successivo, in termini di identificazione e classificazione delle specie.

Arrivati a escludere l'esistenza di altri esseri senzienti, in senso umano, sul nostro pianeta, pur persistendo l'analisi dell'infinitamente piccolo (dalla microbiologia alla fisica atomica), alcune delle menti più brillanti in ambito scientifico si dedicarono alla sua ricerca nell'infinitamente grande, cioè tutto ciò che andava al di là della superficie terrestre ed era rivolto alle stelle e a quelli che già allora erano definiti pianeti.

Tra questi destò fin dal principio particolare interesse lo studio di Marte. Questo pianeta, non molto più piccolo della Terra (raggio equatoriale marziano di 3397 km contro i 6378 km terrestri) e con un periodo di rotazione analogo (giorno marziano di 24,66 ore contro le 24 terrestri), presentava e tuttora presenta serie difficoltà di visione dal nostro punto d'osservazione e con strumenti puramente ottici. Ciononostante, già nel 1830, Wilhelm Beer aveva preparato la prima mappa di quanto era visibile della superficie marziana.

Chiunque avesse osservato Marte non poteva fare a meno di identificare larghe masse bianche in corrispondenza dei poli e un alternarsi nel corso dell'anno di zone scure e chiare sulla sua superficie, fatti che già a quell'epoca furono interpretati come indizi della presenza di elementi ghiacciati nelle regioni polari e di un'alternanza di stagioni corrispondenti a quelle terrestri, con le dovute differenze causate dalla lontananza dal sole  e dal più lungo anno marziano, quasi il doppio del nostro. Se ci si fosse fermati a queste conclusioni, si sarebbe rimasti nel campo della scienza o, al massimo, della speculazione.

Purtroppo, tra il 1858 e il 1894, un incredibile serie di equivoci, tanto linguistici quanto di ricerca, portarono buona parte della comunità scientifica e soprattutto l'opinione pubblica a ritenere che i due indizi sopraindicati segnalassero la presenza non solo di acqua, bensì anche di una civiltà marziana.

Infatti, nel 1858, padre Pietro Angelo Secchi, un gesuita direttore dell'Osservatorio Vaticano e pioniere dell'astronomia mondiale, realizzò una mappa di Marte in cui utilizzava il termine canale per indicare le linee rette più scure che aveva individuato su quel corpo celeste. Nella sua definizione non vi era nulla di sbagliato, perché non enunciava alcunché sull'origine di detti canali.

Data l'autorevolezza del Secchi, non deve stupire che nel 1877, quando Marte si avvicinò notevolmente alla Terra durante il rispettivo periplo intorno al sole, un altro astronomo italiano, Giovanni Virginio Schiaparelli, si sia servito dello stesso termine per indicare le linee rette, molto più lunghe e numerose di quelle indicate da Secchi, presenti sulla sua nuova mappa marziana. Questo secondo utilizzo del vocabolo canale avrebbe avuto una grande e del tutto inaspettata risonanza nel mondo anglosassone.

In quegli anni, Maxwell e Boltzmann avevano già perfezionato la teoria cinetica dei gas e a qualunque studioso correttamente aggiornato pareva impossibile che vi fosse in abbondanza acqua allo stato liquido su un pianeta con la massa di Marte. Nel momento in cui il lavoro di Schiaparelli fu tradotto in inglese e i suoi canali divennero canals, cioè opere artificiali appositamente costruite, e non dei naturali channels, nacque in Gran Bretagna e negli Stati Uniti la teoria che prevedeva su Marte l'esistenza di una civiltà impegnata in un'epica lotta con la natura e la cronica scarsità d'acqua, grazie alla realizzazione di immense opere idrauliche con le quali si sfruttavano i ghiacciai polari per irrigare altre zone del pianeta in via di desertificazione.

Era la teoria perfetta per scatenare l'immaginazione.

H. G. Wells, Orson Welles e Percival Lowell, due grandi narratori e uno scienziato fantasioso

Nel 1894, in Arizona, negli Stati Uniti, l'astronomo Percival Lowell aprì l'osservatorio omonimo, in un'area praticamente priva di illuminazione artificiale, l'ideale per una corretta visione del cielo notturno e in special modo di Marte.

Come appare in realtà Marte dallo spazio, con i suoi deserti rossi e i bianchi poli ghiacciati (Immagine NASA in pubblico dominio)

Come appare in realtà Marte dallo spazio, con i suoi deserti rossi e i bianchi poli ghiacciati (Immagine NASA in pubblico dominio)

Ne seguì che, nello stesso anno, diede alle stampe il suo libro Mars, vero e proprio punto di svolta nella ricerca, o meglio nella percezione della ricerca, di vita su Marte.

Da grande divulgatore scientifico qual era, Lowell seppe descrivere con grande maestria la lotta dell'antica civiltà marziana per la sopravvivenza. Leggiamone qualche passaggio.

"[...] abbiamo visto quanto scarsa sia l'acqua, a quanto sembra, su Marte. Così scarsa che gli abitanti di quel mondo devono irrigare per vivere. Per quel che riguarda la presenza di tale popolazione, le caratteristiche fisiche generali del pianeta non permettono di esprimere alcuna opinione [...] ma esse hanno qualcosa di essenziale da dire in merito alle condizioni nelle quali la vita deve essere condotta. Esse mostrano che queste condizioni devono essere tali che nella mente Marziana ci sia una questione perpetuamente superiore a tutti i nostri sindacati locali, suffragi femminili e Questioni Orientali messi assieme: la questione dell'acqua. Come procurasi abbastanza acqua per sostenere la vita deve essere il grande problema comune del giorno." (Mars, Chapter IV Canals, I - First appearence)

Come si è letto, non solo Powell dava per scontato che i canali che lui sosteneva di aver individuato su Marte grazie al suo osservatorio implicassero la presenza di acqua, ma pure che tali canali fossero opera di esseri intelligenti e costruiti al fine di sopravvivere.

Sull'artificialità dei canali pareva non avere alcun dubbio tanto che poco più avanti scriveva:

"Ma, per quanto singolare ogni linea pare essere in sé, è la rete sistematica dell'insieme che è più sbalorditiva. Ogni linea non solo procede con straordinaria dirittura da un punto a un altro, ma  in questo secondo luogo essa riesce a incontrarsi, esattamente, con un'altra linea che giunge con pari dirittura da una differente direzione. Né due sole riescono a incontrarsi. Tre, quattro, cinque e persino sette in modo similare cadranno nello stesso luogo. [...] Il risultato è che l'insieme delle grandi porzioni rosso-ocra del pianeta è suddiviso in una serie di triangoli di tutte le possibili misure e forme."

Perciò, parlando dei canali, concludeva che: "Essi non possono, per esempio, essere fiumi, perché i fiumi non possono essere così compiacentemente della stessa misura alla sorgente e alla foce, né possono scorrere di preferenza in archi di grandi cerchi. Essere tali, praticamente e invariabilmente, implicherebbe una devozione alla matematica pura non comune nei fiumi. Potrebbero essere, in alcuni casi, fiumi deviati, che è una faccenda abbastanza diversa. Le fratture glaciali sono ugualmente fuori questione, [...] , perché, sfortunatamente, non c'è ghiaccio dove avvengono. [...] Schiaparelli suppone che i canali siano canali (n.d.t. Letteralmente, Schiaparelli supposes the canals to be canals, costruzione che conferma l'equivoco linguistico dato dall'utilizzo di canals per il primo vocabolo), ma di origine geologica. Non ci suggerisce, comunque, alcuna spiegazione di come ciò sia possibile; cosicché il suggerimento non è, propriamente parlando, una teoria. Quell'eminente astronomo ci fornisce inoltre l'idea che essi siano l'opera di esseri intelligenti dicendo: 'Io mi guarderò bene dal combattere questa supposizione, la quale nulla include d'impossibile'  In verità, nessuna teoria naturale che spieghi queste linee è stata ancora avanzata." (Mars, Chapter IV Canals, III - Artificiality)

In definitiva, per Lowell, se nulla di naturale poteva spiegare tali linee - i canali - esse dovevano per forza essere artificiali. Ormai lo scienziato aveva ceduto il passo al narratore affascinato da un'idea non provata.

Nella stessa maniera, non ci fu bisogno di alcuno sforzo affinché lo scrittore inglese Herbert George (H. G.) Wells facesse sua la teoria di Lowell e la esponesse in forma fantasiosa nel suo romanzo The War of the Worlds (La guerra dei mondi, 1897), opera di estremo successo presso il pubblico e più volte trasposta in pellicole cinematografiche, anche recentemente.

H. G. Wells appartiene a quella categoria di scrittori di fantascienza che, oltre ad avere uno stile accattivante e una sicura proprietà di linguaggio, sanno anche cogliere le novità scientifiche e sociologiche del proprio tempo per riproporle in una forma rielaborata e gradita ai lettori.

Nel suo libro, Wells aveva immaginato, rifacendosi come base scientifica a Mars di Lowell, che un'antica razza marziana, molto più evoluta rispetto agli esseri umani, per sopravvivere all'ormai imminente morte di Marte, avesse deciso di presentarsi sulla Terra come forza d'invasione.

In un mondo dove le potenze coloniali europee si dividevano gli altri continenti in base ai propri interessi, sottomettendo la popolazione locale più "arretrata", The War of the Worlds dovette apparire come la descrizione dei normali rapporti di forza anche a livello interplanetario.

Nell'opinione pubblica mondiale si erano ormai affermate due convinzioni:

  1. Marte era dotato di canali e, di conseguenza, di acqua;
  2. eventuali visitatori dallo spazio sarebbe stati degli spietati invasori.

Mentre sul secondo punto allo stato della nostra conoscenza attuale non abbiamo prove conclusive, in merito al primo punto vi furono voci contrastanti che si levarono alte già al tempo dell'uscita di Mars di Lowell.

Sebbene un certo numero di astronomi avesse rilevato la presenza dei canali sull'onda del successo dello statunitense, un'altrettanto nutrita schiera di studiosi, avvantaggiati dal progredire della tecnica di costruzione dei telescopi, affermò l'inesistenza sulla superficie marziana di tali elementi, sia fossero di origine naturale sia fossero di origine artificiale.

Nel 1913, l'astronomo Edward Walter Maunder dimostrò come, con molta probabilità, ciò che Lowell chiamava canali non fosse altro che una illusione ottica dovuta alla lontananza di Marte e alla sua visione attraverso due atmosfere, la terrestre e la (sottile) marziana.

Effettuò infatti un semplice esperimento. Disegnò grandi cerchi in cui posizionò casualmente dei punti e poi chiese a un gruppo di osservatori di rappresentare graficamente ciò che contenevano i cerchi, dopo averli osservati a una distanza tale che già il bordo esterno era difficilmente distinguibile. Immancabilmente, gli osservatori disegnarono delle linee rette, del tutto simili ai canali marziani.

Sfortunatamente, le idee di successo sono sempre difficili da confutare; ancor di più se l'uomo medio se ne impossessa e le fa sue. E l'idea della vita su Marte ebbe un tale successo che ancora il 30 Ottobre 1938, Orson Welles seppe creare forse la più grande beffa radiofonica di tutti i tempi.

Quel giorno, il talentuoso Orson riuscì a mandare in onda un dramma intitolato War of the Worlds, in cui gli invasori marziani avevano scelto quale luogo iniziale della loro conquista gli Stati Uniti anziché la Gran Bretagna di fine secolo di H. G. Wells. Nonostante il pubblico fosse stato avvisato del carattere fittizio del programma, tanto all'inizio quanto alla fine dello stesso, la grande capacità comunicativa del conduttore seppe creare una tale apparenza di realtà in coloro che si sintonizzarono nel corso della presunta cronaca da causare scene di panico collettivo e vere e proprie fughe dalle città.

La corsa allo spazio nel secondo dopoguerra

Ma i canali di Marte esistono davvero o erano solo un'illusione ottica provocata dall'enorme distanza con cui si osservava il pianeta, come ipotizzato da Maunder?

Per avere una risposta certa, si dovette attendere la grandiosa corsa allo spazio avvenuta nel secondo dopoguerra tra USA e URSS. Nel tentativo di dimostrare la propria superiorità sull'avversario, anche e soprattutto nello spazio, entrambe le superpotenze iniziarono un programma di esplorazione planetaria che avrebbe segnato una nuova e fondamentale tappa nella discussione non più teorica ma ormai pratica sull'esistenza della vita e di una civiltà marziane.

Tecnici della NASA vestiti in tuta protettiva per salvaguardare i moduli della missione Viking da possibili contaminazioni batteriche terrestri. - Immagine NASA in pubblico dominio

Tecnici della NASA vestiti in tuta protettiva per salvaguardare i moduli della missione Viking da possibili contaminazioni batteriche terrestri. (Immagine NASA in pubblico dominio)

La sonda statunitense Mariner 4, lanciata l'11 novembre 1964, arrivò in prossimità di Marte (a poco meno di 10.000 km di distanza) e grazie alle apparecchiature videotelevisive di cui era dotata, poté riprendere l'1% della superficie planetaria. Ciò che si vide in quelle immagini non fu però quanto aveva raccontato Lowell.

Si evidenziò una superficie planetaria color ruggine - del cui colore oggi sappiamo l'origine, dovuta all'ossidazione passata della sabbia ferrosa marziana - ricca di crateri e di canyon che in epoche antiche potevano essere stati letti di ciclopici fiumi. Quindi, nessun canale ricolmo d'acqua né, a maggior ragione, alcuna civiltà extraterrestre strenuamente in lotta per la sopravvivenza.

Altre due sonde, il Mariner 6 e 7, lanciate nel 1969 e giunte nello stesso anno a circa 3500 km di distanza da Marte, diedero maggiori dettagli sull'ambiente planetario del nostro vicino nel sistema solare: alcune regioni presentavano una craterizzazione tipicamente lunare, mentre altre erano ancora prive di tale fenomeno e modellate da forze che furono definite climatiche.

Tali supposizioni furono confermate in larga parte dal Mariner 9, la prima sonda terrestre a orbitare intorno a un altro pianeta. Essa giunse in orbita intorno a Marte nel novembre 1971 ed ebbe la spiacevole e al medesimo tempo eccitante sorpresa di non poter iniziare la missione di rilevamento a causa dell'enorme quantità di polvere che si era sollevata nella pur sottile atmosfera marziana.

Dopo un'attesa di circa due mesi e una successiva permanenza orbitale di 349 giorni, il Mariner 9 produsse immagini di quasi l'80% della superficie planetaria, rivelando la presenza di nebbie, fronti climatici e prove di erosione passata dovuta all'acqua e al vento, oltre a segnalare l'esistenza di immensi vulcani estinti e attivi.

Le varie missioni Mariner diedero quindi un vero colpo di grazia alla possibilità di una civiltà marziana. Se pure era esistita, non abitava più il pianeta rosso. Ciò però non toglieva qualunque speranza a coloro che ritenevano possibile la vita su Marte.

Per confermare questa eventualità, fu approntata, sempre dalla NASA, la missione Viking, composta da due sonde orbitali gemelle, lanciate nel 1975 e accompagnate da due moduli di atterraggio che avrebbero permesso l'analisi diretta del suolo marziano. Prima della partenza, i moduli furono appositamente preservati e rinchiusi in uno scudo biologico, cioè isolati dall'ambiente esterno terrestre, in modo da evitare qualunque contaminazione batterica che avrebbe potuto mettere in discussione i risultati scientifici della missione in riferimento all'esistenza di vita autoctona su Marte.

Gli esperimenti condotti dopo l'atterraggio dei due moduli produssero risultati contrastanti. Da una parte rivelò che il suolo marziano non era poi tanto differente da quello terrestre, se si esclude l'alta ossidazione di cui si è già parlato. Dall'altra parte, confermò l'assenza di composti a base di carbonio che, per quel che siamo a conoscenza, costituiscono l'insostituibile segno della presenza di vita.

Una speranza dura a morire

Nonostante i risultati scientifici contraddittori della missione Viking, o meglio proprio per questa ragione, l'esplorazione di Marte non fu abbandonata, ma anzi intensificata a partire dagli anni '90. Prima con il droide da esplorazione Sojourney nel 1997 e poi con i due rover gemelli Spirit e Opportunity dal 2003, si procedette a un'esplorazione prolungata della superficie marziana.

Rappresentazione artistica dei due Mars Exploration Rover, Spirit e Opportunity - Immagine NASA in pubblico dominio

Rappresentazione artistica dei due Mars Exploration Rover, Spirit e Opportunity. (Immagine NASA in pubblico dominio)

Di grande interesse sono i rilevamenti effettuati da Spirit e Opportunity, ancora oggi attivi e in piena funzione a distanza di anni dalla fine programmata della loro missione. I due rover, dotati di sei ruote indipendenti per superare ostacoli anche minuscoli sul proprio percorso, hanno permesso di scattare oltre 100.000 fotografie della superficie di Marte. Grazie alla presenza di speciali strumenti abrasivi, è stato possibile analizzare il terreno sottostante lo strato di polvere rugginosa che ricopre il pianeta, così da identificare nelle aree di sbarco dei rover, due crateri denominati Endurance e Eagle, l'esistenza di grandi pianori che in passato avevano ospitato il fondo di laghi successivamente evaporati e rimodellati da altri corsi d'acqua che hanno subito col tempo la medesima sorte.

Sommando l'evaporazione delle primordiali riserve d'acqua all'attuale sottile atmosfera marziana non si può che arrivare alla conclusione che, sebbene ancora non vi siano prove definitive in merito, la vita su Marte appare molto difficile, almeno in superficie, a causa della quantità rilevante di raggi ultravioletti non filtrati da una consistente protezione atmosferica come invece avviene sulla Terra. Marte sarebbe cioè in una fase di naturale autosterilizzazione.

Dopo quanto scritto, si potrebbe perciò concludere che la vita sul pianeta rosso sia da escludere, nel presente. Infatti, se l'acqua era diffusa al punto da creare laghi e probabilmente anche mari (ci sono prove di aree in passato coperte d'acqua salata), niente ci proibisce di pensare che tanto la vita quanto la civiltà vi si siano potute sviluppare in epoche precedenti la nostra.

Per quel che riguarda la civiltà non vi sono elementi tali per sostenere questa teoria, mentre per la vita ve ne è almeno uno, ed è stato ritrovato sulla Terra stessa.

Si tratta del meteorite ALH84001, rinvenuto sulle Allan Hills nella catena transantartica nel 1984, dalle quali è stato preso il nome per la classificazione. All'inizio, questa roccia fu classificata erroneamente e solo nel 1993 si realizzò che essa proveniva da Marte e che era molto antica, all'incirca 4.5 miliardi di anni. Già queste prime osservazioni sarebbero state sufficienti per sottolineare il suo immenso valore, poiché non si conoscevano meteoriti marziane tanto antiche.

In aggiunta a questi importanti fattori, ve ne erano però altri quattro che, a giudizio di David McKay, biochimico della NASA a capo della ricerca scientifica in questione, testimoniavano la presenza di vita su Marte al momento in cui il meteorite si era generato. Vediamoli nello specifico:

  1. il meteorite contiene molecole organiche denominate idrocarburi policiclici aromatici;
  2. sulla sua superficie esterna è presente una micro-craterizzazione tipica della fossilizzazione dei batteri;
  3. vi sono in essa tracce rilevanti di carbonato, generalmente prodotto in condizioni normali dalla decomposizione di resti organici;
  4. vi sono inoltre altrettanto rilevanti tracce di magnetite, elemento minerale prodotto da molti degli antichi batteri terresti.
Il meteorite ALH84001 - Immagine NASA in pubblico dominio

Il meteorite ALH84001. (Immagine NASA in pubblico dominio)

Questi fattori portarono la stessa NASA ad affermare nel 1996 l'esistenza della vita su Marte "se i risultati [della ricerca su ALH84001] saranno verificati". A distanza di 10 anni, non soltanto i risultati della ricerca non sono stati confermati, ma l'intera comunità scientifica è divenuta estremamente scettica sulle prove di vita marziana che il meteorite  ALH84001 porterebbe in sé, finendo per smontarle punto a punto.

Per cominciare, si è fatto notare che sebbene gli idrocarburi policiclici aromatici siano presenti nel meteorite, lo sono e in grandi quantità anche nel terreno antartico in cui il meteorite avrebbe riposato per migliaia di anni. In definitiva, una contaminazione sarebbe stata inevitabile.

Secondariamente, la micro-craterizzazione del meteorite presenta crateri talmente minuscoli da non essere paragonabili ad alcun organismo batterico terrestre, neppure tra i primordiali. Nonostante si possano immaginare batteri marziani di dimensioni più ridotte rispetto ai nostri, tale affermazione non è mai stata seriamente portata a sostegno della vita su Marte.

I due punti relativi al carbonato e alla magnetite, anch'essi prodotti da batteri, hanno però permesso a David MacKay di sostenere la propria idea più a lungo di qualsiasi altra considerazione,  in quanto  i granelli di magnetite erano inglobati nel carbonato in un modo talmente singolare che solo un essere vivente lo avrebbe potuto realizzare.

Ciò rimase vero fino al 2001, quando Gordon MacKay, fratello di David e ricercatore per l'agenzia spaziale D.C. Golden, riprodusse in laboratorio dei granelli di magnetite contenuti in carbonato del tutto simili a quelli rinvenuti nel meteorite  ALH84001.

Il risultato di questa lotta scientifica in famiglia è oggi, nel 2006, un progressivo e probabilmente definitivo rigetto della teoria di David MacKay.

Dobbiamo quindi arrenderci e affermare che la vita (e la civiltà) su Marte non esiste né è mai esistita? Non è detto.

Forse nel prossimo futuro verrà ritrovato un altro meteorite simile a ALH84001 che spazzerà via qualsiasi scetticismo in merito oppure i nostri dubbi saranno risolti dallo sbarco programmato dell'uomo su Marte.

Esiste anche una terza possibilità: che siano le forme di vita marziane a farci visita per prime, sempre che non lo abbiano già fatto, come la letteratura di genere ci ha sapientemente spiegato.

Fonti e letture consigliate:

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