Splendore e decadenza delle ciambelle a cono

racconto di Andrea Moretti

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In quella notte di struggimenti, il fischio lacerante del treno scansò l'aria, sollevando sbuffi di vento contro la banchina addormentata.

Simone trasecolò, ridestandosi come un'onda dalle profondità languorose dei suoi sogni. Sconvolto si rigirò, tutto tremante nella trapunta unta, intabarrato nell'imbottitura marcia e sdrucita del giacchetto.

Il lungo convoglio sopraggiunse tuonante, nella danza metallica di mille vagoni, il suono altisonante del clacson che lacerava i pensieri.

Simone avvertì le ossa come tremolargli, squagliarglisi fino al midollo, sotto la spinta opprimente di quel brusco ritorno alla realtà.

Si stropicciò gli occhi dal sonno rimastogli incastrato nelle ciglia, e osservò la ballata feroce di quelle carrozze.

Non era che un treno merci; il decimo che passava quella notte.

Erano più di due mesi che si spostava così: ammassatto nel buio errabondo dei vagoni, muovendosi di città in città.

Non era male che i treni seguitassero a sfilare: il posto in cui stavi potevi lasciarlo in qualsiasi momento.

Così era accaduto con lui: un bel giorno si era precipitato nella strada, di getto, senza alcun preavviso.

La partenza era avvenuta da Torino. Non ci aveva pensato troppo.

Un bacio tentennante alla moglie, la grottesca pantomina del lavoro, con cui ormai tirava avanti da una vita, e poi via: un bel salto nel vuoto, libero, sprofondato nel primo vagone che aveva trovato.

Lontano, dimenticato da tutti, diretto chissà dove.

A ripensarci non aveva la minima idea del perché l'avesse fatto. La vita, per lui, non era mai stata tanto tremenda.

Non gli mancava nulla.

Si era sistemato abbastanza rapidamente in quello studio da notaio; subito dopo la laurea.

Il suo storico amico, gli avevano spiegato i genitori, vantava un ufficio già bello avviato. Non ci avrebbe messo niente a sistemarlo.

Qualche mese di praticantato e Simone avrebbe viaggiato a briglia sciolta. Una volta preso l'abbrivio, il resto sarebbe stato una sciocchezza.

Pensare che lui nemmeno sapeva niente di questo suo studio notarile.

Cosa mai avrebbe dovuto interessargli di quanto facevano i suoi amici?

Tuttavia, era stato costretto ad ammettere che i suoi genitori avessero avuto l'occhio lungo.

Straordinariamente spontaneo e naturale come percorso; quasi trascinato da una corrente di cui si sapesse già il punto in cui sgorgava.

Altro che laurea in giurisprudenza inflazionata; la moda lanciata da “mani pulite” della quale cianciava la gente e tutto il resto; Simone il lavoro l'aveva trovato immediatamente e senza troppo impegno.

Era facile se conoscevi qualcuno.

Gli altri potevano spaccarsi di lavoro e sacrifici; ma si sapeva che senza la spinta giusta sarebbe stato soltanto fatica sprecata.

***

Simone si sistemò sulla panchina, ammassando la trapunta lurida sopra il malmesso completo gessato.

Il freddo vi passava nel mezzo, quasi si trovasse lì, tutto nudo e intirizzito, in balia della notte.

Che schifo di vestito.

Cosa mai avrebbe dovuto farsene di quel ridicolo pezzo Armani? Un corredo chic da sciorinare sulle poltrone del suo studio? Una cosa per darsi arie con qualche cliente importante?

Ma per favore; gli saliva la nausea solo a pensarci.

Udiva ancora la coda lunga di quel clacson notturno risuonargli fischiante nei timpani.

Simone si arrotolò una sigaretta. Gli restava ancora un po' di tabacco.

Come filtro aveva usato la prima pagina di un libro che stava leggendo.

Il delta di Venere, vergato da quel graziosissimo cigno di porcellana che si fotteva Henry Miller.

Nella sua vecchia vita Simone i libri li divorava; si impegnava tutti i giorni a scrivere almeno cinquecento parole.

Tanto affanno perché ci teneva a diventare un grande scrittore.

A cosa era servito, però, se poi lo avevano sbattuto in un asettico studio da notaio?

Prima, negli anni Cinquanta, le cose dovevano essere facili.

Ti avventuravi in strada con Kerouac e Neal Cassady e l'arte ti trovava immediatamente, centrandoti come un giavellotto.

Ci voleva poco per entrare in un determinato circolo di intellettuali. Dovevi essere disposto ad abbandonare beatamente ciò in cui credevi; ad abbracciare misticamente la vita vera.

Adesso però le cose erano diverse.

Servivano i soldi se volevi diventare veramente qualcuno: per farli dovevi giungere a rivoltanti compromessi, ridurti a una pallida mummia delle istituzioni.

Simone sentì i fili del tabacco consumarsi introspettivi nel fuoco di quella notte.

La sigaretta era incollata rozzamente; e ogni vampata aveva un sapore rancido.

Fissò trasognato i binari vuoti, perdendosi nelle linee verticali che saettavano argentee.

Nemmeno un gatto si muoveva agli angoli della grama stazione ferroviaria.

Lungo il muro, le prese d'aria si disegnavano circolari simili a ciambelle, le profondità strette e oblunghe, della forma di un cono. Sopra le lamine avvampava tutto lo splendore e la decadenza della sua vita.

A vederle, gli ricordavano le tortiere in alluminio che la moglie usava per preparargli dei dolci. Ne sfornava uno ogni Domenica.

Chiunque li avesse conosciuti, ai tempi, avrebbe subodorato che fossero una coppia felice; ma lui non lo era neppure lontanamente.

Simone veniva da una mattinata che non era stata per niente facile.

Già, vivere in strada non si trattava di uno scherzo.

Qualcuno lo aveva trovato addormentato fra i vagoni ingombri di merci del convoglio.

Sul momento erano esplosi in mille risa; poi lo avevavano sollevato bruscamente tirandolo via.

Nemmeno parlavano in italiano. Erano tre o quattro persone: il tono di voce suonava rabbioso e inquisitorio.

Uno di loro gli aveva sputato in faccia, schiamazzando come una scimmia; l'altro gli aveva tirato qualche calcio sulla schiena.

Era impressionante. Lui non aveva dato fastidio a nessuno...

Soltanto, voleva fuggire da tutti.

Si era alzato a fatica, correndo immediatamente sulla strada.

Nemmeno lì si era sentito al sicuro. Quell'andirivieni composto e ansiogeno di persone: tutte che sapevano perfettamente dove andare, chi salutare, in che modo stringerti la mano.

I visi chini su quei congegni annichilenti chiamati cellulari.

Ora ricordava: era chiaro il motivo per cui se n'era andato.

Una roba, quegli smartphone, che gli aveva rovinato completamente la vita; lo aveva fatto diventare matto.

Li usava, e la voce crepitante di quei marchingegni attivava frequenze folli e isteriche del suo cervello.

Lo mandavano totalmente in paranoia.

In mezzo alla gente che circolava, era stato colpito da un mal di testa martellante.

Tornato ansante alla stazione aveva visto, sulla banchina, i resti impolverati di un tramezzino abbandonato da un pendolare.

Non ci aveva pensato troppo.

Impressionante quanto cibo sprechino le persone, quando sciagurati come lui dormivano in stazione, svegliati di soprassalto dai fischi dei treni.

Agguantatolo, lo aveva infilato immediatamente sotto le fauci: non c'era certo da fare gli schizzinosi. Il sapore era secco, terragno, ma era pur sempre cibo; e Simone di fame ne aveva parecchia.

Al bagno della stazione, con una scheggia di vetro raccolta da una bottiglia rotta si era fatto la barba.

Che giornata; e non era ancora finita.

La sua fuga dal mondo e dalle tecnologie insidiose non avrebbe mai avuto fine.

***

Simone fece l'ennesimo tiro profondo di quella sigaretta indigesta.

Avrebbe desiderato che il corpo si consumasse come il tabacco; l'anima inspirata ingordamente da qualche divinità che volesse vederlo svanire dall'universo.

Aveva fatto bene ad andarsene. Non nutriva dubbi.

Tutta quella tecnologia: gli smartphone, le storie su Instagram, ogni successo e traguardo della vita che ti trovavi costretto a sbandierare, un'isterica corsa alla vanità e all'egocentrismo.

Eppure non si era allontanato abbastanza.

Il crepitio demoniaco da cui fuggiva continuava impietosamente a perseguitarlo; lo scovava in ogni angolo del mondo.

Persino in quel momento, il fischio del treno, rimastogli appiccicato sui timpani come una canzone paranoica, assunse lentamente un suono distorto e opaco simile a rumore bianco. Il ronzio che tanto conosceva.

Simone infilò le mani nel bidone dell'immondizia.

Ancora lui: il vecchio smartphone.

Se lo ritrovava a ogni stazione ferroviaria.

Era sicuro di essersene liberato, il giorno della sua fuga, insieme a tutto il resto: il tablet, il PC Apple, lo smartwatch.

Un tempo era un patito di tecnologia; ma non aveva avuto alcuno scrupolo a farne un rogo, nel momento in cui questa gli era venuta a nausea. Le fiamme non avevano cancellato quelle propaggini conficcate ormai come artigli nel suo cervello.

Passò un altro treno, ma stavolta il rombo del clacson era diverso.

Un crepitio elettrico, disturbato; l'urlo agghiacciante di quel mondo tecnologico da cui voleva fuggire.

Vide il treno sgusciargli davanti: un mastodontico e mostruoso smartphone rasente i binari, tutto rilucente d'angoscia.

Tra i vagoni, tasti infuocati e iridiscenti, con code schifose di ratti e zampe vischiose d'insetti che squittivano, si agitavano, suonavano.

SEI NOSTRO, SIMONE. NON PUOI SFUGGIRCI.

Certo, nessun vagone merci lo avrebbe salvato.

Poteva andarsene in qualunque posto; loro lo avrebbero trovato.

Ormai, anche le stelle erano corrotte dall'enorme smarthphone.

Le braccia aperte e gli occhi serrati, Simone si gettò disperato sui binari, travolto da quello stridore di freni e clacson vibranti di elettrica schizofrenia.

Non fu che un'altra anima analogica distrutta dalla perversione del digitale.


Nota: il titolo omaggia un noto racconto dello scrittore giapponese Murakami Haruki, presente nella raccolta "I salici ciechi e la donna addormentata".

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