Tanti giochi

di Eileen M. Forsythe

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In quel tempo le ali distinguevano i bambini adottati dai figli naturali.

Nonostante la politica delle Nazioni incentivasse l'adozione, erano ancora troppe le famiglie che preferivano limitarsi ad avere un solo figlio piuttosto che occuparsi dei Bambini di Nessuno.

Gli istituti impiantavano nei trovatelli delle ali di farfalla grandi come lenzuoli. Gli esperti sostenevano che rendere i bambini più indifesi suscitasse negli animi dei probabili genitori un misto di pena e dolcezza e fosse così più facile piazzarli.

I "bambini alati" erano più docili dei bambini normali: le ali gli impedivano di correre o di rotolarsi a terra. Nel caso di scomparsa, era facile fornire alla Polizia Nazionale un identikit: ogni paio di ali era esclusivo. Esse venivano scelte con attenzione da un'equipe di scienziati in base alle caratteristiche fisiche del singolo. Ai bambini neri venivano impiantate ali di colori caldi, mentre ai bambini biondi venivano inserite ali color pastello. Erano disponibili anche ali d'angelo, con piume colorate di pappagallo o bianche di tortora, ma venivano impiantate solo su richiesta. Sebbene il numero di adozioni fosse molto basso, il Consiglio non voleva rischiare di avere città piene di bambini-angeli. La popolazione mondiale era, infatti, per lo più atea.

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Sarah e Robin avevano scelto una bambina con ali blu e rosa, con venature dorate. Sembrava proprio una fatina: aveva lunghi capelli biondi, grandi occhi azzurri, la bocca piccola e rosa, sempre un po' contratta in una smorfia di dispetto.

- Perché è triste - aveva chiesto Sarah, la mattina del ritiro, alla preside dell'istituto. - Le ali le danno fastidio?

- No, miss. Le ali sono parte di lei, ormai. Le porta da più di due anni. Ma Chandra è sempre stata una bambina un po'... difficile. Sono però certa che si ambienterà presto nella nuova casa e sarà una figlia perfetta. Vero, Chandra?

La bambina aveva annuito immediatamente. Sembrava un robot.

- Che significa Chandra - aveva chiesto Robin.

- Luna, in indiano antico.

- È un nome perfetto per una fatina - aveva esclamato Sarah, battendo le mani, radiosa.

Chandra aveva lasciato l'istituto per sempre, senza voltarsi. Non aveva mai avuto amici lì dentro.


Per il giorno del quinto compleanno di Chandra, Sarah ordinò alla ditta Starlights uno striscione a intermittenza con scritto "Benvenuta Chandra" da poter appendere all'entrata della villa. Ma gli operai avevano scritto con i led "Benvenuta Ciandra" e Sarah pagò uno striscione inutile. Si sedette sulle scale, imbronciata, mentre i camerieri bionici le passavano davanti, impegnati con il buffet.

Quando la vide, Robin esclamò:

- Tra poco arriveranno gli ospiti, devi andarti a cambiare. Vedrai, sarà comunque una festa bellissima!

- Deve essere una festa bellissima, Robin - disse Sarah, battendo i pugni sulle ginocchia - Voglio che tutti capiscano quanto è bello adottare un bambino e aiutare gli altri, vedere com'è bella Chandra, com'è... normale!

- Lo capiranno, ne sono sicuro. Anche senza lo striscione. Togli quel broncio adesso, basta già il faccino triste di Chandra, no?

Sì, la bambina bastava a rendere tutto più difficile. Chandra non si era ambientata con la nuova famiglia e con i bambini del vicinato. Dopo due settimane, dormiva ancora con la luce accesa e spesso bagnava il letto, spaventata da orrendi incubi.

Mentre gli altri bambini giocavano e facevano le Giganti Bolle, Chandra restava seduta sotto una ginko biloba, nel giardino. Neppure li guardava. Quando si avvicinava qualche adulto per accarezzarle le ali, urlava con la voce acuta di un pipistrello.

La tensione di Sarah saliva minuto dopo minuto. Quando arrivò il momento del brindisi, gli invitati alzarono il calice guardando i Neo Genitori con un misto di pena e commiserazione.

- Tanti auguri a questa coraggiosa coppia - gridò una collega.

- Evviva Sarah e Robin! - esclamarono i presenti, annuendo.

- Fai qualcosa, Robi - sussurrò Sarah, nervosa. Il marito prese in braccio Chandra la Scontrosa, facendo attenzione a non spiegazzare le ali, si alzò in piedi e disse:

- Cari amici, non è una questione di coraggio. Finché ci saranno mamme, ci saranno bambini abbandonati. Questo ci permetterà sempre di essere persone migliori e occuparci di chi, un giorno, è stato scartato e gettato via. Prima Chandra era una Bambina di Nessuno, adesso è la nostra bambina!

Nella Sala di Vetro esplose un applauso caloroso, durò diversi minuti. Anche Chandra, indifferente a tutto e tutti, accennò un sorriso timido ai nuovi genitori.

Al momento del regalo, la bambina fu accompagnata da Robin in una stanza buia. Gli invitati li seguirono, tenendo per mano i propri figli. Chandra cercò col piede l'interruttore della luce e apparve davanti ai suoi occhi uno spettacolo grandioso: tutta la stanza era piena di giochi.

La moderna bambola cibernetica, l'antico gioco degli scacchi, cagnolini a energia solare, una corda per saltare, la casa delle bambole che rappresentava, in tutto, la loro villa, peluche di animali a grandezza naturale.

Chandra corse verso un carillon con ballerine in cristallo che ballavano su una gamba sola. Lo guardò a bocca aperta, poi vide il cagnolino e premette l'interruttore per farlo abbaiare, si voltò e con la mano libera afferrò una palla e la lanciò a un bambino che la prese al volo e la passò a sua madre, ridendo. Mentre Chandra ammirava un Volo Pattino, vide una bambola, la prese in braccio, la cullò per qualche secondo e l'abbandonò a terra per giocare con qualcos'altro.

Quando tutti gli invitati andarono via, Robin e Sarah trovarono Chandra ancora immersa tra i suoi giochi. Sorrideva, finalmente.

- Tesoro, dobbiamo andare a nanna - disse Sarah.

Chandra strinse al petto la sua Bambola Brilla, aggrottando la fronte.

- Questi giochi sono tuoi, non te li ruba nessuno - la rincuorò Robin, accarezzandole la testa.

Chandra lo guardò attentamente con i suoi grandi occhi blu e trovò nella faccia dell'adulto qualcosa di convincente, perché sorrise, annuì, posò la bambola e gli diede la mano.

In corridoio Chandra crollò a terra, tutto il corpo rigido. Degli occhi si vedeva solo il bianco, dalla piccola bocca usciva un rivolo di bava e sangue. I piedi e la testa sbattevano a terra, spasmodicamente. Sarah urlò, Robin corse a chiamare un dottore, Chandra urinò.

Poi, lentamente, riprese conoscenza. Si guardò intorno: era sola, sdraiata in corridoio, al buio. Era bagnata in mezzo alle gambe e aveva la guancia umida. Chiamò Sarah e Robin ma loro vennero solo molti minuti più tardi, insieme a un uomo vestito di bianco con i capelli grigi e i baffi lunghi, con un viso senza espressioni. Chandra pensò che, forse, era un Robodottore, come quelli che erano venuti una volta in istituto per controllare i denti dei bambini e dicevano "sì" o "questo no" con la voce metallica.

Il dottore, però, aveva una voce normale.

- Portiamola in cucina - disse.

- Aggiusteremo tutto, vero dottore - domandò Sarah, mentre la prendeva in braccio.

L'uomo la fece distendere sul tavolo di alluminio e la visitò a lungo. Accanto al microonde c'era una macchina che Chandra non aveva mai visto, con delle luci, dei numeri e una linea che assomigliava a una montagna.

- Quella è la linea del tuo cervello - disse il dottore. La toccò sotto le ascelle e dietro la nuca, aveva dita ghiacciate e Chandra si disse che forse era davvero un Robodottore, anche se aveva una voce normale. Lui non mutò espressione neppure quando esclamò:

- La bambina ha l'epilessia.

- Epiplettia? - ripeté Robin.

- No, epilessia - lo corresse il dottore. - Una malattia molto antica.

- E come si cura? - domandò Sarah.

- Non esiste una cura.

- Accidenti! - gridò Robi - L'istituto ci aveva garantito che la bambina era sana.

Chandra si spaventò e cominciò a piangere.

- Robin, portala di là - ordinò Sarah.

- Portala tu - gridò Robi - Se ricomincia con... quella cosa, io la prendo a schiaffi!

- Non è il caso di agitarsi - disse il dottore, mettendo a posto i macchinari. - La bambina è sana, l'epilessia è una malattia marginale, che si può inibire...

- Dottore, la ringraziamo delle parole di conforto, ma non sono necessarie - disse Sarah, asciugando le lacrime di Chandra e il muco che le scendeva dal naso. - Riporteremo Chandra in istituto: è ancora in garanzia.


Il giorno dopo tutti e tre salirono su un furgoncino a propulsione. Giunsero in fretta all'istituto, dove li aspettava la preside, davanti il Reparto Esclusi.

La maggior parte degli Esclusi non avevano mai avuto una famiglia, molti non avrebbero raggiunto l'età adulta. Erano pochi i casi di bambini riportati indietro.

Chandra sentiva che qualcosa stava per cambiare, nella sua vita. Sarah e Robin si tenevano per mano e non la guardavano. L'autista l'aiutò a scendere poi andò ad aprire lo sportello posteriore: dentro il furgone c'erano tutti i giochi di Chandra. La bambina salutò con un cenno la preside che sostava davanti un alto grattacielo grigio, ma lei fece finta di non averla vista. Dietro di lei si aprì una porta e un gruppo disordinato di bambini si riversò sulla strada. Qualcuno aveva ali d'uccello, qualcuno di farfalla. Bambini con occhi a mandorla e pelle chiara, con il naso schiacciato, la bocca storta, le braccia corte, la pancia enorme, la pelle squamata. Si fermarono davanti il furgone, stupiti.

- Tanti giochi! - gridò un bambino, estasiato. L'autista mise le bambole, i peluche, le palle e i videogiochi in sacchi neri, allungò qualche pupazzo ai bambini che si erano avvicinati, timidi. La preside prese i sacchi e fece un inchino a Sarah e Robin.

Chandra vide il furgone alzarsi in volo e allontanarsi. Non l'avevano neppure salutata.

La bambina divenne rigida come un bastone e crollò a terra, rovesciò indietro gli occhi, boccheggiò, dibattendosi come un pesce fuori dall'acqua. Le ali si sporcarono di polvere e saliva.

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