Una lunga autostrada

racconto horror

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E' una situazione a dir poco paradisiaca. Il vecchio Frank Doherty si sta sollazzando in una calda vasca Jacuzzi in compagnia di tre pupe da sballo. Ce n'è per tutti i gusti: una è mora, l'altra è bionda e l'altra ancora è rossa. E sono nude. Anche Frankie lo è e, strano, non si vergogna del suo grasso ventre flaccido, né tanto meno delle modeste dimensioni del suo amichetto. Attraverso le bollicine Frankie osserva compiaciuto un fisico asciutto e muscoloso come quando i suoi cinquantadue anni gli sembravano una pietra miliare ancora lontanissima e avrebbe potuto dare dei punti a chiunque in fatto di carambole sessuali.
Prima, molto prima.
La moretta lo bacia sul collo mentre le altre due gli massaggiano i polpacci. Sono giovani e morbide e con le tette grosse come piace a lui, mica come quelle baldracche da autostrada con le quali ogni tanto si è concesso un minuto di svago, tra un viaggio e l'altro.
Brutto mestiere, quello del rappresentante. Sempre in macchina a macinare chilometri per poi finire a fare il cascamorto con una zitella acida pur di piazzare il nuovo campionario di scarpe. Vendere! Allargare la propria clientela! E' ciò che ripetono sempre durante quelle stupide convention che vanno tanto di moda. Facile a dirsi, da dietro una scrivania! Mica sono loro che alla fine della giornata si ritrovano col culo a forma di sedile d'automobile!
Il massaggio dai polpacci è salito verso le cosce e l'amichetto di Frankie ora sembra più arzillo che mai. Mai che mi si rizzasse così, con Myrtle.

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Sotto l'effetto di quelle sapienti manine, l'immagine della moglie non è altro che uno sbiadito ricordo. Frankie non si ricordava più nemmeno il perché l'avesse sposata. La povera Myrtle, con i capelli color della stoppa, che la sera va a dormire vestita come se dovesse affrontare una tormenta. Timida Myrtle, che a letto non mostra voglie perché sa che il marito non la desidera più. Forse non l'ha mai desiderata veramente. Myrtle dagli occhi tristi che sgobba come un cane in una fabbrica di borse e aspetta che il marito parta per uno dei suoi viaggi per consolarsi con il custode. Con lui è diverso. Eddie la guarda negli occhi quando le parla, le sorride, le accarezza i capelli. Lui non la tratta come una pezza vecchia. Eddie la fa sentire donna. E di certo a letto con lui non indossa quelle palandrane di flanella che Frank odia tanto. Eddie sì che merita quei leziosi babydoll che ha comprato per corrispondenza.
La vita è un dare e avere, caro Frank Doherty, non lo sapevi? Ma Frankie ora è troppo occupato per guastarsi l'umore pensando a sua moglie. Meglio concentrarsi su quel servizietto che una delle ragazze sta così sapientemente eseguendo. Quale sarà, delle tre? La bionda, la mora... Boh, chi se ne frega. Frankie si sente in gran forma, attrezzato com'è potrebbe scoparsi anche King Kong. Ma intanto la ragazza gli sta facendo bollire il cervello. Mi sento come una pentola a pressione... Oddio, sto per fischiare... oh, sii... fischio... fischio...
Bip - biip! Bip - biip! Bip - biip!
La sveglia sul comodino segnava impietosa le sette. Frank Doherty assestò meccanicamente una manata sul pulsante di spegnimento, poi si guardò intorno. Solita camera, solito letto. Accanto a lui, la solita Myrtle dormiva con una squallida retina sui capelli raccolti nei bigodini.
- Era un sogno! Solo un fottutissimo sogno! - imprecò deluso. Anche il suo amichetto sembrava non volersi arrendere alla dura realtà.
Trascinando i piedi si avviò in bagno. L'immagine riflessa nello specchio era quella di sempre. Solita pancia flaccida, solita calvizie, soliti cinquantadue anni. Con la morte nel cuore, il vecchio Frankie si preparò ad affrontare la solita giornata.
- Siamo di cattivo umore, stamattina? - gli chiese Myrtle davanti la porta del bagno.
- E sfido, io! Ma ti sei guardata, sembri la sorella di ET! - rispose sgarbato Frank. - Non c'è speranza che ti conci in maniera decente, una volta tanto?
- E per chi, per un animale come te?
- Vaffanculo, Myrtle
- Buongiorno anche a te, tesoro! - rise lei, richiudendo la porta alle sue spalle.
Ma Frank si sentiva davvero di pessimo umore. Quel maledetto sogno gli aveva lasciato l'amaro in bocca. La sua vita non gli piaceva. Sentiva di non possedere nulla per cui valesse la pena di sbattersi dalla mattina alla sera, nessuno per cui valesse la pena di tornare a casa. Prima era diverso. Myrtle era una ragazza belloccia. Molti dei suoi amici gli invidiavano quella mogliettina che non protestava mai, nemmeno quando lui si presentava a cena con un'orda di affamati o rientrava nel cuore della notte. Ma poi Frankie aveva cominciato a bere qualche birra di troppo e Myrtle a scoprire sempre più spesso tracce di rossetto sui colli delle sue camicie. Il classico serpente che si morde la coda: Myrtle non fu più tanto carina e disponibile e Frankie diventò acido e scorbutico, più di quanto non lo fosse già di suo.
Fine della storia d'amore.
- Che diavolo ci sto a fare in questa casa? - L'urlo di Frank risuonò tra le pareti della camera da letto.
- Ecco, bravo: perché non te ne vai? - gli fece eco Myrtle.
- Ti piacerebbe che io me ne andassi per potertela spassare con qualche vecchio pidocchioso, eh? Beh, niente da fare, bella mia. Da questa casa mi vedrai uscire solo in una cassa da morto! - Il tono di Frank si fece minaccioso, il viso contratto in una smorfia di rabbia. Come a voler sottolineare ogni parola, colpì ripetutamente col dito indice la spalla della moglie.
- E volesse Iddio farmi godere quel giorno! - rintuzzò lei.
- Mi dispiace per te ma io non creperò così presto - rispose Frank afferrando la sua 24ore ed avviandosi verso l'uscita - se non altro per il gusto di vederti schiattare!
La porta sbatté con una tale violenza da far tremare i vetri. Dalla finestra Myrtle vide che la stava salutando col dito medio sollevato.
- Spero che tu ti ci sperda, su quella fottuta autostrada! - gli gridò di rimando.

Una volta in auto Frank consultò la cartina per pianificare la sua giornata lavorativa. Aveva deciso di visitare il Vermont. Voleva arrivare su, quasi ai confini col Canada. Lì sì che d'inverno faceva un bel freddo, l'ideale per piazzare le sue nuove calzature a prova di neve, meglio di una termocoperta, per i vostri piedi!
Lui detestava il Vermont. Per la verità detestava tutto il New England, un posto dove non vedi altro che alberi e bestie. Gli esseri umani sono un optional, talmente rincoglioniti da tutto quel verde desertico che passano le loro giornate intagliando stuzzicadenti; il legno non gli manca di certo. Non che Troy fosse una grande metropoli ma, cacchio, almeno si trova a pochi chilometri da Albany, dico! E poi il nome dello stato, New York, è già una garanzia di vita mentre se dici 'Ve-er-mont' quasi ti addormenti mentre lo pronunci. Qualche volta era anche capitato che Frank ed i suoi amici, stanchi delle solite birre e dei vecchi biliardi del Dave's Bar, avessero infilato la Taconic Parkway dritti verso New York City. Uno scherzetto di circa centoventi chilometri ma una volta lì sapevano bene dove passare la notte e smaltire la sbronza. Quella sì che era la città giusta per il vecchio Frankie! C'era proprio tutto per godersela, come voleva lui. Un giorno si sarebbe trasferito laggiù. Certo, a Myrtle non sarebbe piaciuta ma... chi se ne frega! Se fosse riuscito a buttarla fuori di casa, con la sua parte di soldi in tasca... Che marcisse pure a Troy!
Quel giorno Frank Doherty sentiva che la vita gli riservava ben altro.
All'improvviso gli tornò il buonumore. Sintonizzò la radio su una stazione rock e partì col suo fedele Dodge alla volta delle fredde cittadine del Vermont.
Frankie stabilì che non avrebbe percorso strade provinciali per evitarsi lo strazio di attraversare tutti quei paesi desolati. Meglio l'autostrada 87 che lo avrebbe portato fino al confine canadese; da lì verso Newport e poi giù, a tappeto. A costo di impiegarci una settimana, non ci sarebbe stato negozio che il prossimo inverno non avesse in vetrina le sue nuove calzature.
Frank adorava le autostrade. Le considerava una sorta di seconda casa. In trent'anni di lavoro aveva trascorso più tempo in macchina che con la moglie, il che non era da considerarsi una gran perdita. Il suo vanto più grande era quello di averle percorse tutte, in lungo e in largo. Gli Stati Uniti d'America non avevano segreti, per Frank Doherty; non per ciò che riguardava le autostrade, almeno.
In un cassetto custodiva come una reliquia tutte le ricevute di quei trent'anni. Avrebbe potuto inviarle alla commissione del Guinnes dei Primati; sì, magari al rientro dal Vermont l'avrebbe fatto. Diavolo, se la meritava proprio la menzione su quel fottuto libro.
Dopo le prime tre ore di macchina decise di fare una sosta alla più vicina stazione di servizio, quando vide un cartello:
Autostrada 90 Est - Montpelier - prossima uscita, due miglia.
- Accidenti, non la conosco! - disse ad alta voce. Si fermò nella corsia di emergenza e consultò la cartina. - Com'è possibile... mi dev'essere sfuggita... No, non c'è! Non è proprio segnata!
Scagliò la cartina sul sedile del passeggero e rifletté per un momento. In fondo Montpelier era la capitale del dannato Vermont, il suo giro poteva cominciare anche da lì e quell'autostrada gli avrebbe risparmiato circa la metà del percorso. Si rimise in moto. Quando arrivò a pochi metri dalla deviazione
Attento Frank Doherty, chi lascia la via vecchia per la nuova...
sterzò bruscamente a destra.
Le migliori decisioni sono quelle dell'ultimo momento.
L'autostrada 90 Est si svolse davanti ai suoi occhi in tutta la sua perfezione. L'asfalto nuovo di zecca dava maggior risalto alle strisce bianche sulla carreggiata. Chissà perché gli sembrò enorme. Un grosso cartello verde con le bande catarifrangenti diceva:
BENVENUTI SULL'AUTOSTRADA 90 EST
GUIDATE SERENI: PROVVEDEREMO NOI A PORTARVI A CASA!
Un salice piangente gli ombreggiava il lato destro.
- Wow! E' uno sballo! Arriverò in un attimo!
L'euforia fu tale che Frankie dimenticò il bisogno dell'aria di servizio. Per fortuna il serbatoio del Dodge era ancora a tre quarti.
Aveva percorso solo poche miglia quando la radio cominciò a gracchiare. Frank armeggiò con la manopola della sintonia in cerca di un'altra stazione. Inutilmente.
Provò a inserire il nastro di Tina Turner, il suo preferito. Nulla.
- Maledizione, ci deve essere un'interferenza! In questo posto di merda non si può sentire nemmeno un po' di musica! - disse, e scaraventò il nastro fuori dal finestrino.
Sbuffando e imprecando come suo costume, continuò la sua marcia verso la conquista del mercato del Vermont. L'autostrada correva dritta e le sue dimensioni invitavano ad andare ben oltre le 55 miglia orarie imposte dalla legge. Frank decise di ammazzare il tempo spingendosi oltre le 90, sfidando volentieri le ire dei rustici poliziotti del New England. Del resto, collezionare multe per eccesso di velocità era un altro dei suoi vanti.
- I'm simply the best! Na - na-na- na... - cantava a squarciagola. Non conosceva altro di quella canzone ma tanto gli bastava; rendeva perfettamente l'idea che Frankie aveva di se stesso.
Dopo un paio d'ore la sua vescica cominciò a protestare per la lunga attesa. Fu allora che Frank notò di non aver visto alcuna indicazione per aree di servizio. Eppure, se l'autostrada ne fosse stata sprovvista, sarebbe stato segnalato. Per l'esattezza non aveva incontrato nessun tipo di segnale, località, deviazioni... tuttavia, secondo i suoi calcoli, doveva essere già nel Vermont da un pezzo. Decise allora di fermarsi nella corsia d'emergenza. In fondo era proprio un'emergenza, la sua. Scese dall'auto, si sgranchì con forza e poi si guardò intorno per valutare la possibilità di urinare lontano da occhi indiscreti: per quello era stato sempre molto pudico. Il suo sguardo spaziò a lungo alla ricerca di qualcuno, forse inconsciamente Frank addirittura si augurava di incontrare qualcuno, ma fu una speranza vana. Tutt'intorno non c'era altro che vegetazione a perdita d'occhio.
L'autostrada 90 Est era deserta.
- Non è nemmeno segnata sulla cartina, sfido io che non passa nessuno! - disse a se stesso, cercando di giustificare un vago senso di disagio che già gli serpeggiava nelle viscere.
Fece qualche passo verso il centro della carreggiata; la linea di mezzeria era bianca, immacolata. Per terra non vide una sola cartaccia, neanche un misero mozzicone di sigaretta, niente di niente.
- Possibile che nessuno in questo cazzo di paese si sia accorto che hanno aperto una nuova autostrada? Eh? - gridò a squarciagola, con quel suo tipico sorrisetto di supponenza stampato sulla faccia. - Lo dicevo io che siete tutti un branco di coglioni! COO-GLIOO-NII!
L'urlo restò per qualche istante sospeso nell'aria e poi svanì, senza ottenere risposta. Non uno sbattere d'ali, un frusciare di rami, un rombo d'aereo. Nulla.
Il silenzio era raggelante, assoluto.
- Ah, al diavolo! - disse, e rimontò in macchina. - Arriverò a Montpelier prima di sera, con o senza compagnia!
Ora, il serbatoio del Dodge era mezzo pieno. O mezzo vuoto.
Frankie continuò a viaggiare mantenendo un'andatura da Formula Uno, dimentico dell'ago della benzina che continuava a scendere. Durante il tragitto non aveva incontrato nessuna indicazione di sorta. Arrivò su un lungo viadotto, si fermò e guardò di sotto: il suo cuore fece un balzo nel vedere un altro ramo di autostrada. E automobili! Tante automobili colorate che sfrecciavano in entrambi i sensi di marcia.
Scese dal Dodge e si affacciò al parapetto: - EHI! EHI, LAGGIÙ! SONO QUI SOPRA! COME FACCIO A RAGGIUNGERVI?! - gridò con quanto fiato aveva in gola, ma il viadotto era troppo alto perché potessero sentirlo. Mosso da una nuova speranza, Frank si rimise in marcia.
All'improvviso, da lontano scorse un cartello. Sentì l'eccitazione salire allo spasimo.
- E vai! Finalmente sono arrivato! Lo sapevo, lo sapevo!
Il cartello era grande ma Frank non riuscì subito a leggere cosa c'era scritto. Prima notò che aveva le bande catarifrangenti, poi che era verde. La sua euforia si trasformò in panico proporzionalmente alla velocità con la quale il cartello si avvicinava. Quando ci fu sotto, Frankie non voleva credere ai suoi occhi.
BENVENUTI SULL'AUTOSTRADA 90 EST
GUIDATE SERENI: PROVVEDEREMO NOI A PORTARVI A CASA!
Schiacciò con violenza il pedale e subito i freni stridettero penosamente. L'asfalto vergine venne sfregiato da lunghi segni neri lasciati dagli pneumatici.
- Ma che cazzo... Io ... non è possibile! Non... - biascicò.
A destra del cartello, un salice piangente proiettava a terra la sua ombra.
Frank si catapultò fuori dall'auto e si guardò intorno. Perfino il resto del paesaggio gli sembrò familiare.
No, non sembrare... tutto era esattamente come quando aveva imboccato l'autostrada.
- Vaffanculo, VAFFANCULO! - urlò mentre prendeva a calci il salice. - Paese di pazzi! Sai che c'è di nuovo? Me ne vado! Prendo la prima uscita... qualunque posto sarà meglio di questo!
Frankie saltò in macchina e ripartì sgommando. Guidò come un folle, con gli occhi fissi sulla strada finché un particolare non attirò la sua attenzione.
Scese ancora una volta dal Dodge e si portò verso il centro della carreggiata. Lì raccolse qualcosa, un oggetto. Lo guardò, lo rigirò tra le mani, poi cominciò a ridere. Rise e urlò, sempre più forte. E poi pianse. Scosso dai singulti, scagliò nuovamente l'oggetto a terra e cominciò a calpestarlo, fino a ridurlo ad un ammasso di piccoli frammenti di plastica.
Aveva appena distrutto il nastro di Tina Turner. Il suo preferito.
Poi cadde in ginocchio, prostrato.
- Aiuto... - gemette. - Aiuto! Aiutatemi...
Aveva fame e sete. Tanta sete. Si sentiva vulnerabile come un bambino. Frank Doherty. Frank il Duro. Simply the Best. Un'ombra di sorriso gli comparve sulla bocca. No, non si sarebbe arreso, non lui. In fondo, le autostrade erano casa sua. Lui le conosceva tutte.
Lui.
Rientrò in macchina, barcollando sulle gambe malferme e si guardò nello specchietto retrovisore. Il suo volto era una maschera orribile. Gli occhi lucidi ed iniettati di sangue sembravano enormi rispetto al resto; le lacrime gli avevano rigato il viso sporco d'asfalto e muco.
Ma l'immagine che Frank vide era quella di un uomo vincente.
Ripartì canticchiando tra i denti la solita canzone.
Nonostante fosse quasi buio riconobbe da lontano il viadotto. Si ripeté la stessa scena di qualche ora prima. Soltanto più penosa.
- Aiuto! Vi prego... Non riesco a raggiungervi! Sono QUASSU', mi vedete? QUASSUU'! - gridò sbracciandosi verso le automobili tanto che per poco non cadde di sotto. - Come faccio ad uscire da questa CAZZO di MALEDETTA, FOTTUTISSIMA AUTOSTRADA? Mi sentite, BRUTTI STRONZI CHE NON SIETE ALTRO?
Ormai il suo linguaggio non aveva più freni. Rimontò sul Dodge. L'indicatore della benzina segnava la riserva; la spia, dapprima lampeggiante, ora era a rosso fisso. Nel buio della notte quella luce era più minacciosa che mai.
Poi all'improvviso, preso da un raptus geniale, Frankie attraversò l'ampio prato che divideva le due carreggiate.
- TORNO INDIETRO! - urlò, - Rifaccio tutta la strada al contrario e troverò l'entrata di questa maledetta autostrada e... e uscirò! USCIRÒ!
Frank corse come se avesse un'intera squadra di diavoli alle calcagna. Il motore del suo Dodge ruggiva, tirato al massimo dei giri. E corse finché una forza sovrumana e inoppugnabile non lo rallentò, a poco a poco, inesorabilmente, fino a fermarlo.
- No... no! Ti prego, non lo fare... non... NOOO!! - Lo sterzo dell'auto fu investito da una gragnola di pugni. Frankie spalancò lo sportello, inciampò e cadde sull'asfalto. Si rialzò come un pugile suonato che non vuole accettare la sconfitta e deformò a calci l'incolpevole portiera del Dodge.
- Mi hai tradito!... Anche tu!... Perché?! PERCHEEE'?!
Era finita la benzina.
Insieme con la benzina si estinse anche l'ultimo residuo di lucidità mentale. Frank cominciò a saltellare e sferrare pugni contro un invisibile avversario.
- Ti... vi faccio vedere io! Tutti contro di me, siete... Lo so! TU, brutta troia di una troia, sei stata TU! Mi volevi fuori dai piedi, vero? - Frank sparava parole come una mitragliatrice impazzita. Urlava e piangeva, piangeva e urlava. - Ma io torno, sai? Torno... e ti ammazzo, brutta troia... ti strappo gli occhi e me li mangio... sì, e... e...
Poi fu come se qualcuno, una Voce, gli avesse improvvisamente ricordato un impegno. Il volto stravolto di Frankie si illuminò di una luce sinistra, nel suo sguardo balenò un lampo di pura follia.
Tornare indietro. Tornare indietro, ricordi? Devi trovare l'imbocco dell'autostrada, se vuoi uscire da qui, vivo. E tu vuoi vivere, vero Frank? Vuoi vivere per uccidere Myrtle, quella traditrice, strapparle gli occhi... ricordi, Frank? Torna indietro...
- Torno indietro... sì. Sì! L'entrata... Uscire... dall'entrata. E' divertente! Uscire dall'entrata! Uscire dall'entrata!
Scandendo le parole come in una marcia militare, Frankie seguì il consiglio della Voce e si avviò a piedi alla ricerca dell'entrata della 90 Est.
- Uscire dall'entrata! Uscire...
Il buio avvolse tutto come un nero sudario. L'autostrada 90 Est, quasi solenne nella sua perfezione, non disponeva neanche di un misero lampioncino. L'unica, pallida, sorgente di luce che permetteva a Frank di vedere dove mettere i piedi veniva dalla luna piena.
Un minimo di fortuna, che diamine!
Col passare delle ore il tormento della sete divenne atroce. La sua bocca era secca come carta vetrata. Disperato, si gettò carponi sul prato tra le due carreggiate e cominciò a leccare avidamente l'erba, in cerca di un po' d'umidità, di una sola goccia di rugiada. Ma era fine giugno e la vegetazione era asciutta come le sue fauci. Sfinito, Frankie rimase steso a faccia in giù. Se l'avesse visto qualcuno, non avrebbe scommesso un centesimo sulla sua ripresa.
E invece il vecchio Frankie all'improvviso si rialzò. Doveva aver avuto un'altra delle sue brillanti pensate perché gli occhi gli scintillavano di nuovo. Prese ad armeggiare freneticamente con la cerniera dei pantaloni, poi restò immobile, col suo fedele amichetto in una mano e l'altra sotto a coppa, in attesa di urinare. Purtroppo la sua elemosina non gli rese che qualche stilla. Senza pensarci due volte, si leccò il palmo con la lingua rasposa ma quando si rese conto che quel poco non sarebbe bastato a placare la sete, allora urlò disperato. Non pianse, no: era troppo furioso per piangere.
Ebbe un'idea migliore: afferrò il davanti dei suoi pantaloni e massacrò di pugni il suo ex amico con ferocia.
- Anche tu!... Brutto bastardo traditore... anche tu... come gli altri!
Continuò a pestarsi finché il dolore non divenne insopportabile. Lampi bianchi gli esplosero davanti agli occhi, le ginocchia cedettero. Frankie si accasciò e poi rimase per terra, rannicchiato in posizione fetale, a singhiozzare.
Quando riaprì gli occhi era ancora buio. Forse si era addormentato. O era svenuto. Tentò di rialzarsi e subito una stilettata all'inguine gli ricordò ciò che era accaduto. Barcollando si rimise in cammino: aveva un impegno da rispettare.
Camminò trascinandosi sulle gambe stanche e malferme, con i piedi che sembravano pesare una tonnellata ciascuno. All'improvviso, al di là di un leggero dosso, vide delle luci nella carreggiata opposta.
Fari. Fari di automobile.
Iniziò a correre, sempre più veloce, dimenticando la sete ed il dolore. Correva verso la salvezza.
- HEII!! QUI! - gridava sbracciandosi verso la macchina. Lo avrebbero soccorso, sì, dato dell'acqua, acqua... e in cambio lui gli avrebbe svelato quello che aveva scoperto: tornare indietro, uscire dall'entrata.
- HEI! Hei! Hei... - Frank rallentò, il suo grido d'aiuto gli si smorzò in gola mentre si avvicinava. La conosceva, quell'auto. Per un istante temette fosse Myrtle. E' venuta a uccidermi. Vuole farlo lei, per prima, pensò. Poi si ricordò che per nulla al mondo avrebbe dato le chiavi del suo Dodge alla moglie.
Il Dodge.
- Oh, mio Dio, no...
Quello era il suo Dodge. Aveva lasciato i fari accesi, quando lo aveva abbandonato senza benzina.
Come un automa che risponde agli impulsi di un telecomando, lo sguardo vacuo e inespressivo, Frank attraversò lo spartitraffico, aprì lo sportello posteriore e si tuffò nell'auto.
Per un attimo si sentì al sicuro, protetto. Lì dentro c'era odore di casa. Poi ricordò che era proprio quello il covo dei traditori e allora la rabbia si riaccese: Frank ingaggiò un'ennesima lotta all'ultimo sangue col suo nemico invisibile, scalciando e dilaniando a morsi il rivestimento in vinilpelle dei sedili; un cane idrofobo non avrebbe saputo fare di meglio.
Alla fine della colluttazione l'interno del Dodge appariva letteralmente sventrato, i cristalli dei finestrini erano stati sbriciolati a calci, lo specchietto retrovisore divelto, la leva del cambio spaccata.
E Frankie era lì, con l'espressione soddisfatta di chi ha compiuto il suo dovere, ad ammirare quel cumulo di macerie. Era madido di sudore, aveva camicia e pantaloni a brandelli, le mani, le caviglie e i polpacci erano un ricamo di graffi sanguinanti.
Sangue... sangue! Perché non ci ho pensato prima?
Tutto quello scempio aveva acuito la sua già terribile sete. Non poteva più resistere.
Le sue mascelle si serrarono di scatto sull'avambraccio. I denti affondarono nella carne e strapparono. Il sangue sgorgò copioso.
Frank cominciò a succhiare con avidità, come un vampiro bramoso di vita. E più succhiava, più sangue usciva.
Poi ricordò il suo impegno, uscire dall'entrata.
Con la bocca ancora incollata alla ferita, scese dal Dodge e si incamminò ancora una volta verso la sua meta.
Si sentiva più che mai vincitore.
Durante il tragitto non smise mai di attingere alla fonte del suo sangue. Sembrava che non se ne sarebbe mai saziato. Dopo ore, quando arrivò per la terza volta sul viadotto, ne aveva più nello stomaco che nelle vene. Malfermo sulle gambe si affacciò e vide i fari delle auto che circolavano ancora. Un ondata di nausea lo avvolse. Il mondo iniziò a girare vorticosamente intorno a lui.
A lui, che non sopportava neanche la vista di una giostra di cavallini.
Si sporse dal parapetto e vomitò un copioso fiotto di sangue che finì di sotto. A quella vista Frank ebbe un'altra illuminazione.
Aveva trovato una scorciatoia.
La via d'uscita.
- Credevate di... fregarmi ma io... io sono più... più furbo... - farfugliò.
Con quel residuo di energia rimastagli, spinse con le gambe finché il peso della testa e delle braccia non lo trascinò giù dal viadotto.
Non fu un volo breve. Frankie vide l'altro ramo dell'autostrada avvicinarsi sempre più ed ebbe il tempo di esserne orgoglioso. Aveva vinto.
Questo in un primo momento.
Sì, perché prima che l'impatto con il suolo gli devastasse il corpo, Frank Doherty ebbe il tempo di vedere un cartello.
Era verde, con le bande catarifrangenti. Alla sua destra, un grosso salice.
BENVENUTI SULL'AUTOSTRADA 90 EST
GUIDATE SERENI: PROVVEDEREMO NOI A PORTARVI A CASA!
Il suo urlo disperato lacerò la notte.
Poi fu solo silenzio.

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