Il tramonto dell'impero sovietico e la caduta del muro di Berlino - Prima parte

di Gianluca Turconi

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La decadenza dell'impero sovietico, la caduta del muro di Berlino e le prospettive delle nazioni dell'ex blocco orientale agli inizi del XXI secolo.

L'inizio della fine

Il 10 novembre 1982 moriva Leonid Breznev. L'Unione Sovietica che lasciava in eredità al suo successore, Yuri Andropov, aveva tutti i connotati di una nazione in decadimento. L'economia sovietica dava preoccupanti segni di stagnazione tanto da essere costretti a importare cereali dagli Stati Uniti. L'industria siderurgica che per decenni era stata il vanto del comunismo reale rallentava la propria produzione del 5/8% annuo. Persino i generi alimentari di prima necessità mancavano nei negozi delle grandi città. Come se non bastasse, l'Armata Rossa si era impantanata sulle montagne dell'Afghanistan che si stava trasformato nel vero Vietnam russo. I rapporti con gli Stati Uniti e l'Occidente erano decisamente peggiorati con l'impiego nel nuovo arsenale nucleare sovietico dei missili intercontinentali SS 20. Infine, la classe politica era ancora legata agli equilibri di potere degli anni '60 e '70, dove il Partito Comunista svolgeva ogni mansione all'interno delle istituzioni dello Stato.

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Fotografia di Mikhail Gorbaciov

Mikhail Gorbaciov, l'uomo che diede inizio al cambiamento finale in Unione Sovietica.

L'incombenza di risolvere questi e altri problemi era capitata ad Andropov, presidente del KGB, uomo dell'apparato e di pochi anni più giovane del suo predecessore. Ciò però comportava ugualmente un elemento di straordinaria importanza e cioè: per la prima volta l'Unione Sovietica era condotta da un uomo di una leva politica che non fosse precedente alla Seconda Guerra Mondiale e quindi sotto la diretta influenza dell'ideologia stalinista dei primi anni dopo la rivoluzione (Breznev era entrato nel Partito comunista nel 1931, mentre Andropov solo nel 1939). Sebbene di stampo tutt'altro che riformista, il nuovo Segretario del partito si adoperò per porre riparo alle gravi difficoltà in cui versava la sua nazione. Nel Luglio 1983 fu sperimentata una campagna di controllo del lavoro e di gestione industriale su larga scala, ma soprattutto si cercò di trovare un punto d'accordo con la NATO. L'Unione Sovietica volle che in prospettiva di una riduzione delle armi balistiche vi fossero dei controlli accurati sugli arsenali europei, in particolare inglesi e francesi, ammettendo implicitamente la propria superiorità numerica di missili nella regione, disconoscendo così tutte le teorie d'aggressione americana che avevano caratterizzato ogni trattativa precedente.

Il piano politico di Andropov fu interrotto bruscamente dalla sua morte avvenuta nel Febbraio del 1984. Kostantin Cernenko ottenne i pieni poteri a larga maggioranza. Egli era un uomo conservatore, della stessa generazione di Breznev e con gli stessi legami interni al partito. Probabilmente, si sarebbe verificato un netto rallentamento delle riforme se anch'egli non fosse morto all'improvviso nel Marzo 1985 in circostanze nient'affatto chiare. L'11 Marzo dello stesso anno il PCUS nominava segretario Mikhail Gorbaciov (popolarizzazione italiana del più corretto Gorbačev). Introdotto nella segreteria da Andropov, insieme a Ligacev, Gorbaciov era entrato nel Partito solamente nel 1952 e risultava scevro da tutta l'ideologia stalinista. Nella sua squadra politica furono compresi Ligacev, Ryzkov e Eltsin, ammesso nel Politbjuro dal Novembre 1985.

Ristrutturazione e trasparenza

Nel Febbraio e marzo 1986 al 28° congresso del Partito Comunista Sovietico, Gorbaciov espose il suo disegno politico che si fondava su due pilastri incrollabili: perestrojka (ristrutturazione o nuovo corso) e glasnost (trasparenza). La perestrojka si riferiva sia al sistema economico sia alla struttura dei rapporti tra stato e partito unico. Gorbaciov aveva in mente una chiara visione del mondo alla metà degli anni ottanta. Si aveva la contrapposizione tra i due blocchi delle superpotenze in una realtà economica e politica che non permetteva più che ci si potesse contrapporre unicamente sul piano ideologico, senza tenere conto della sempre maggiore interdipendenza dell'Unione Sovietica con il mercato mondiale.

Per evitare un declino che ai suoi occhi appariva inevitabile si doveva intervenire in due modi. Anzitutto riformando il sistema di economia centralizzata che era tipico del metodo sovietico, attraverso una politica dei piccoli passi che aprisse nuovi spiragli verso il libero mercato, facendo emergere dall'illegalità quel traffico sommerso e parallelo che si era sviluppato soprattutto nelle regioni più esposte per motivi geografici all'influenza dell'Occidente. Secondariamente, si doveva evitare che il Partito Unico monopolizzasse l'attività statale concentrando nelle proprie mani ogni carica e ogni potere. Era, come si può intuire, una vera e propria rivoluzione se analizzata con i canoni fossilizzati dell'apparato di partito precedente la sua elezione.

La glasnost era un concetto che doveva procedere di pari passo con la perestrojka. Si trattava di rendere più elastica la partecipazione del popolo all'attività pubblica attraverso una maggiore conoscenza delle funzioni svolte dal Partito e dalle istituzioni dello stato. Si intendevano evitare la censura preventiva del Dissenso (inteso come movimento popolare contrario alle decisioni del governo e non come opposizione politica democratica) e la repressione degli oppositori. In questa luce doveva avvenire anche la revisione della storia dell'URSS attraverso la pubblicazione degli archivi segreti dello Stato. Tale revisione non si sarebbe dovuta limitare unicamente al periodo stalinista, ma anche agli anni più recenti, compresi quelli trascorsi sotto Breznev.

Alle difficoltà dovute alla vastità del suo programma si aggiungevano altri problemi strettamente legati al sistema che si era andato consolidando in Unione Sovietica nel corso degli anni. Ad opporsi a questo ammodernamento vi erano larghi strati della burocrazia di partito e dell'amministrazione (nomenklatura) che per nulla al mondo avrebbero rinunciato ai propri privilegi ottenuti attraverso l'identità tra partito e stato. Inoltre, l'organizzazione centralizzata dell'economia russa non poteva essere trasformata immediatamente in piena libertà di mercato con il rischio di vedersi schiacciati da una grave crisi inflazionistica e sindacale. Per concludere, l'intreccio di potere tra Partito e Stato si radicava fino nelle provincie più sperdute della Federazione, mischiandosi con clientele e favoritismi locali che erano molto più difficili da eliminare rispetto alla realtà moscovita, più facile da controllare.

Due problemi ulteriori furono dovuti allo stesso Gorbaciov che si ostinò a voler perseguire il proprio fine conservando come unico partito esistente quello comunista, senza considerare che i non iscritti al partito che fossero stati eletti nel Soviet Supremo, avrebbero naturalmente tentato di coalizzarsi in formazioni d'opposizione. In definitiva poi, se effettivamente le riforme avessero raggiunto il loro scopo, Gorbaciov avrebbe distrutto quel sistema politico basato sul Partito Comunista, su cui si reggeva il suo stesso potere. Forse per questi motivi, l'inizio pratico della politica della Perestrojka fu piuttosto cauto, ricollegandosi con le riforme proposte da Andropov. Si tenne una dura campagna contro l'alcolismo (successivamente ripresa anche da Eltsin) e si propose ai manager e ai rappresentanti sindacali una maggiore flessibilità nel mondo del lavoro che desse slancio alle dinamiche contrattuali, quasi sconosciute in Unione Sovietica. Furono prese alcune decisioni eclatanti nel campo della limitazione della repressione ideologica come il richiamo a Mosca dal confino di Sacharov che furono seguite anche da iniziative meno clamorose, ma altrettanto importanti, come una progressiva sospensione della censura che permise la nascita di alcuni giornali indipendenti. Si consentì la creazione di cooperative popolari che furono un primo passo verso la proprietà privata e nel 1988 le imprese meccaniche, siderurgiche, forestali, edili e dei trasporti ottennero piena autonomia decisionale.

Fu però nell'ambito della riforma costituzionale che vi furono maggiori e molto più incisivi interventi. Nel 1987 fu permessa l'elezione alle cariche pubbliche dei non iscritti al Partito Comunista e a difesa dell'autonomia dei candidati eletti e della libertà di scelta degli elettori, le votazioni per la designazione dei dirigenti dovevano avvenire a scrutinio segreto. Nel giugno 1988 Gorbaciov fece approvare al Partito una riforma in senso presidenziale della carica di segretario, trasformandolo in vero capo dello stato. Nello stesso anno, a Dicembre, il Soviet Supremo, cioè l'organo popolare di maggiore importanza, votò la modifica del sistema elettorale che oltre a permettere più di una candidatura per distretto, rendeva il Congresso dei delegati del Popolo eleggibile per 2/3 a suffragio universale e per 1/3 nominato da organizzazioni sociali, tra cui lo stesso Partito Comunista, i sindacati e l'Accademia delle Scienze.

La concentrazione dei poteri in mano a Gorbaciov e la sua crescente fama internazionale non potevano far altro che creare una forte opposizione conservatrice interna al Partito Comunista. Il Manifesto ideologico di questa corrente fu riassunto in una lettera dell'insegnante Nina Andreeva pubblicata nel 1988 sulla stampa sovietica. In essa si reclamava un ritorno al passato precedente la perestrojka che era vista come un tentativo di distruggere la lotta del proletariato per l'ottenimento della piena parità tra gli uomini in un vero stato comunista. Nell'importante dibattito politico che seguì la pubblicazione, si arrivò a sospettare che la lettera fosse stata suggerita da Ligacev, presidente del dipartimento ideologico del partito. Al fine di estirpare sul nascere questa opposizione, Ligacev fu sostituito da Medvedev, più vicino alle idee di Gorbaciov. L'intervento del segretario era stato però tardivo, in quanto il dissenso interno al partito aveva trovato terreno fertile dove crescere e si sarebbe riproposto con molta più forza nei primi anni novanta.

La distensione verso l'Occidente

Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov durante un incontro- Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov durante un incontro. L'intransigenza di Reagan verso i nemici degli Stati Uniti si incontrò con la predisposizione al cambiamento proposta da Gorbaciov. Insieme avrebbero posto le basi per la fine della Guerra Fredda.

Nel periodo tra il 1985 il 1988 Gorbaciov e il presidente americano Reagan si incontrarono ben cinque volte (Ginevra, novembre 1985; Reykjavik, ottobre 1986; Washington, dicembre 1987; Mosca, maggio 1988; New York, dicembre 1988), originando la più intensa attività diplomatica tra le due superpotenze in tutto il dopoguerra. Argomento centrale dei vertici fu naturalmente il problema dei missili intercontinentali posti dalle due nazioni in Europa (i cosiddetti "euromissili"). La crescita del potenziale distruttivo di entrambi gli stati aveva portato sia Reagan sia Gorbaciov al riconoscimento dell'impossibilità di continuare una corsa agli armamenti che non tenesse conto di come già fossero stati superati tutti i criteri di sicurezza (e sopravvivenza) in caso di conflitto.

Le trattative furono sul principio molto difficoltose per la volontà di Gorbaciov di comprendere nella firma di un eventuale trattato sulla limitazione delle armi nucleari anche il progetto di "scudo spaziale" americano, cioè la creazione di un sistema difensivo che permettesse di eliminare i missili balistici sovietici durante la loro corsa nella parte alta della stratosfera. Su questo punto si arenarono sia la Conferenza di Ginevra sia quella di Reykjavik, ma a Washington Gorbaciov acconsentì a stralciare questo punto dal trattato proposto dalla controparte. Fu così possibile la conclusione di un accordo che prevedeva lo smantellamento di missili nucleari a breve raggio per un totale di 860 missili per gli americani e quasi il doppio per i sovietici. I sovietici si impegnarono inoltre alla distruzione dei missili SS 20 dislocati lungo la frontiera cinese.

Spinti dall'entusiasmo di questo primo storico passo verso la pace, Stati Uniti e Unione Sovietica si riavvicinarono anche in altri scenari geopolitici di enorme importanza. L'URSS garantì il ritiro delle proprie forze dall'Afghanistan che fu completato già all'inizio del 1989. Furono fatte pressioni verso l'alleato Vietnam affinché si disimpegnasse dalla Cambogia, si diede inizio al ritiro di tutte le truppe sovietiche dai paesi del Patto di Varsavia e dalla Mongolia. Vi fu persino un incontro con Papa Giovanni Paolo II che rappresentò un duro colpo contro l'ateismo di stato sovietico. Il disimpegno russo nel medio oriente trasformò completamente la realtà di quel conflitto, togliendo alle nazioni arabe il tradizionale rifornimento militare ed economico. La famosa cortina di ferro predetta da Churchill si stava finalmente sollevando.

Le tre vie verso l'indipendenza dei paesi del Patto di Varsavia: la Polonia

Se nei confronti degli Stati Uniti l'Unione Sovietica ebbe un comportamento molto attivo, non si può dire altrettanto per quel che riguarda i rapporti interni al Patto di Varsavia. Mentre per tutto il dopoguerra, ogni tentativo di staccarsi da Mosca era stato punito con l'intervento militare (Cecoslovacchia 1948, Ungheria 1956, ancora Cecoslovacchia 1968), con l'avvento di Gorbaciov e della sua perestrojka, vi fu un generale disinteresse verso i destini delle nazioni europee alleate.

Nel periodo tra il 1987 e il 1990 tutti gli stati appartenenti al Patto di Varsavia ebbero un cambio di regime e un progressivo allontanamento dalla politica e dagli interessi sovietici. Le modalità con cui si svolsero questi mutamenti variarono da paese a paese, ma possono essere omologati tutti nell'esempio dato dalla Polonia, cioè un cambiamento ottenuto sotto la spinta popolare. Eccezioni a questa regola per motivi diversi sono le esperienze rumena e tedesco-orientale. Per comprendere appieno ogni sfumatura è utile ricapitolare per sommi capi ciò che avvenne nelle tre nazioni menzionate.

La Polonia aveva vissuto nei primi anni '70 un grande boom economico che aveva fatto passare in secondo piano la mancanza di libertà democratiche sotto il regime di Gierek. La grave crisi finanziaria del 1977-78 mise però in ginocchio tutta la nazione che cominciò ad aprire gli occhi sugli stenti a cui era costretta da un governo che manteneva la più stretta osservanza alle direttive di Mosca. I primi a opporsi al Partito comunista furono gli intellettuali che si organizzarono prima in circoli a cui aderirono anche alcuni degli esponenti della nomenklatura comunista, poi crearono delle università parallele attraverso dei corsi tenuti da importanti professori che si dichiaravano pubblicamente come appartenenti all'opposizione. Essi furono i primi ad avvertire il governo della grave crisi di fiducia che aveva colpito il popolo polacco, ma nessuno seppe ascoltarli. Nel 1978 l'arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla fu nominato papa col nome di Giovanni Paolo II e l'avvenimento fu largamente sottovalutato dalla dirigenza polacca, tanto che fu permesso al pontefice di compiere un viaggio pastorale nella madre patria già nel 1979. L'eccezionale accoglienza riservata al papa in quell'occasione diede il primo segno di un ritrovato sentimento religioso polacco che fu nuovamente e colpevolmente ignorato dal governo.

Manifesto di propaganda del sindacato polacco Solidarnosc, immagine in pubblico dominio per concessione dell'autore Tomasz Sarnecki, fonte Wikipedia

Manifesto di propaganda del sindacato polacco Solidarnosc per le elezioni del 1989. La protesta condotta dal sindacato nei cantieri navali di Danzica si può considerare come uno dei più alti momenti di resistenza popolare al comunismo in Polonia e nell'intera Europa orientale.

Il 1980 si aprì con una crisi operaia senza precedenti. La scarsità di generi alimentari fece aumentare a dismisura i prezzi e il malcontento della popolazione. Il 1 Luglio 1980 un nuovo preannunciato aumento del prezzo della carne scatenò una protesta nazionale. Fu proclamato lo sciopero generale di Lublino che ben presto fu seguito da altre proteste operaie nei cantieri navali di Danzica e Szczecin. A guidare la lotta vi era un ex elettricista, Lech Walesa, licenziato alcuni mesi prima per aver tentato di creare un sindacato indipendente. I cantieri di Danzica divennero la sede del Comitato centrale di tutti gli scioperanti polacchi, riuniti in un unico sindacato denominato Solidarnosc (Solidarietà). Il governo di Gierek, nonostante avesse avuto molto tempo per prepararsi a una risposta, non seppe trovare misure adeguate per arginare la protesta. Si provò ad aumentare i salari localmente in diverse fabbriche e cantieri, ma questa soluzione, adottata con successo nel 1970, naufragò in quell'estate per l'estrema coesione e unità del nuovo sindacato nel non accettare delle misure di ripiego.

Fallita ogni possibilità di far recedere i dimostranti, il governo decise di firmare gli accordi di Danzica nell'agosto 1980. Le concessioni ottenute da Solidarnosc raggiungevano tutti gli scopi che si erano stabiliti prima dell'inizio della protesta collettiva. Innanzi tutto, il proprio riconoscimento quale sindacato distinto da quello comunista, in secondo luogo un aumento dei salari che fosse almeno parzialmente legato all'inflazione, infine la pubblicazione di una rivista quale primo esempio di libertà di stampa. Non deve sembrare strano che non ci fossero nell'accordo delle rivendicazioni politiche. Solidarnosc era nato con fini limitati alle richieste operaie, senza ulteriori pretese. Come sagacemente affermato da Timothy Garton Ash: "era l'inizio di una rivoluzione operaia contro uno stato operaio". La vittoria nell'estate del 1980 si poteva considerare piena, ma sarebbe durata per poco tempo.

Gierek, giudicato dai vertici di Mosca troppo remissivo, fu sostituito da Kania, vero uomo di partito che mostrò immediatamente la propria volontà di opporsi a Solidarnosc. Le trattative col sindacato indipendente continuarono, ma fu evidente come si fossero arenate. L'insoddisfazione popolare cominciò a crescere nuovamente. Si ipotizzò la possibilità di ricominciare con lo sciopero generale, ma una possibile risposta violenta di Mosca rendeva insicura questa strada. Kania, nel timore di cadere in un bagno di sangue, rimase prudente nella repressione dei moti sindacali, dando ampio spazio alla risposta reazionaria che si era creata all'interno della Polonia. Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1981, il generale Jaruzelski, che dal 18 ottobre precedente riuniva in sé la carica di ministro della Difesa, segretario del Partito Comunista e presidente del governo, compì un colpo di stato, proclamando la legge marziale su tutto il territorio polacco. In un suo discorso tenuto la mattina del 13 affermò che la necessità di un intervento militare si era fatta impellente nel momento stesso in cui Solidarnosc si era trasformato da movimento popolare in organizzazione con finalità politiche. Il pericolo di una controrivoluzione era stato visto come imminente.

La trasformazione di Solidarnosc era avvenuta per l'impossibilità di comunicazione con il governo Kania e non era passata inosservata neppure a Mosca. Già il 5 Dicembre 1980, 500.000 soldati del Patto di Varsavia presidiavano le frontiere polacche in attesa di un ordine d'invasione che non arrivò mai. Infatti, quella stessa notte si riunì una Conferenza dove furono presenti Kania e Breznev, per decidere le sorti della Polonia. Non si conoscono le precise ragioni per cui si arrivò ad affidare la normalizzazione della situazione polacca ai generali polacchi, ma tutto fu deciso in quella riunione. Si può vedere che Jaruzelski ebbe un anno intero per preparare l'azione, ma come in precedenza il governo Gierek, così ora Solidarnosc non si accorse di nulla. Molti esponenti di spicco del sindacato furono messi agli arresti domiciliari e tra essi Walesa. La proclamazione della legge marziale permise al nuovo regime di provare un tentativo di ritorno al passato.

Gli anni tra il 1982 e il 1989 furono contraddittori. Jaruzelski riunì nel proprio governo tutte le più grandi personalità della Polonia Comunista. Si può affermare con certezza che la nazione baltica non aveva un esecutivo così preparato e intelligente fin dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Però tanto ingegno era votato solo e unicamente alla causa della restaurazione. Ciò fu subito evidente al popolo che a differenza di quello cecoslovacco del 1968, non si piegò al volere di Mosca. In tutte le occasioni pubbliche in cui il regime voleva una partecipazione paziente della popolazione, essa faceva sentire il proprio dissenso più o meno apertamente. Solidarnosc, duramente colpita nel 1981, non era però stata soppressa ed era entrata in clandestinità. Il suo leader Walesa, aveva ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1983, trasformando la lotta sindacale in resistenza al comunismo. L'arretratezza industriale della Polonia fece il resto. Il continuo peggioramento delle condizioni di vita operaie portò a nuovi scioperi nelle annate 1985 e 1986. Il 1987 si aprì con una situazione di massima tensione. I vertici di Solidarnosc premevano per un nuovo sciopero generale nello stile del 1980, ma Walesa (libero dal 1982 e obbligato a tenersi fuori dalla lotta politica) sapeva che la risposta del governo sarebbe stata una dura repressione, anche con le armi se necessario. Fece valere tutta la propria personalità per riuscire a fatica ad evitare lo scontro diretto.

Il governo Jaruzelski, rinvigorito da questa parziale vittoria, pensò che fosse giunto il momento per un'apertura verso gli operai. Serviva un confronto pubblico tra gli esponenti di Solidarnosc e il Sindacato Unico Comunista. Si doveva solo scegliere l'esponente indipendente da mettere a confronto con il comunista Miodovicz. La posizione moderata tenuta da Walesa negli avvenimenti di Danzica fu valutata come un segno di debolezza e perciò fu scelto con estrema sicurezza. L'errore commesso fu chiaro solo dopo il confronto televisivo tra i due delegati sindacali. In esso Walesa ridicolizzò il suo oppositore, mostrando ancora la stessa forza dialettica del 1980. L'accettazione del gioco politico democratico da parte del governo attraverso il dialogo pubblico doveva avere due importanti conseguenze:

  • un ritorno alle tensioni di piazza, per il desiderio del popolo di un cambiamento radicale
  • una certa ambiguità di Solidarnosc che in alcuni momenti fu vista come uno strumento del governo per realizzare quella "normalizzazione" che non era riuscita con la forza.

Questo secondo punto sembrò essere confermato dalla firma, il 6 Aprile 1989, di un accordo col governo, dove si prevedeva che il 35% della camera fosse eletto a suffragio universale e un nuovo ramo del parlamento (Senato) fosse creato a breve termine. Le nuove concessioni ottenute erano molto inferiori alla forza contrattuale che possedeva in quel momento Solidarnosc, perciò sembrò evidente a molti osservatori internazionali che si fosse giunti a un compromesso con il potere comunista. Dello stesso parere fu anche la popolazione contadina. Essa aveva ottenuto nel 1956 di conservare la proprietà privata delle terre e perciò possedeva un individualismo più accentuato rispetto agli operai. Sentendosi abbandonata da un intesa tra un sindacato tipicamente operaio e il governo, la classe agraria cominciò una serie di agitazioni che culminarono in uno sciopero generale. Esso era rivolto proprio contro gli esponenti di Solidarnosc che avevano ottenuto una schiacciante vittoria nelle prime elezioni libere polacche.

I motivi della protesta contadina risiedevano anche nella decisione di Walesa di appoggiare la candidatura a presidente della repubblica di Jaruzelski. Le ragioni di questa scelta si possono trovare nel timore, ancora fondato, che uno strappo troppo violento col passato avrebbe potuto spingere l'Unione Sovietica all'intervento armato. Quando però si volle tentare di porre alla Presidenza del Governo un altro uomo del regime (Czeslaw Kiszczak), l'indignazione popolare costrinse i deputati di Solidarnosc a rivedere la propria strategia. Il Partito Contadino fino a quel momento vicino più ai comunisti che non a Solidarnosc, con un voltafaccia straordinario si schierò a fianco di Walesa, promettendo il proprio appoggio nell'eventualità di un governo di coalizione. Lo spostamento verso i partiti Democratici del gruppo contadino si può spiegare col timore degli esponenti agrari di essere assorbiti all'interno della maggioranza comunista, esattamente come era accaduto nel 1945, col rischio di perdere i privilegi che avevano così faticosamente conservato per tutti quegli anni. Vistasi esclusa dal governo, la fazione comunista gridò allo scandalo, non accorgendosi che era stata vittima di un normale gioco politico della vita parlamentare democratica.

L'incarico di formare il nuovo governo fu affidato a Tadeusz Masowiecki, un fedele consigliere di Walesa, che cominciò a capire quanto sarebbe stata dura la vita al potere già nel momento di ottenere la nomina. Furono, infatti, necessarie più di due settimane prima che il Parlamento gli confermasse la nomina. L'instaurazione del primo governo democratico polacco dal 1945 coincise anche con lo sfaldamento del Partito Comunista. Non essendo più necessario appartenere a questa formazione per ottenere dei vantaggi sociali, la maggior parte dei membri decise di spostarsi su posizioni più moderate, creando i presupposti per la morte definitiva del partito. Gli accordi firmati direttamente con Gorbaciov permisero di sistemare definitivamente il ruolo della Polonia sia all'interno del Patto di Varsavia sia nelle relazioni diplomatiche con l'URSS. Ottenuta questa rassicurazione, il raggiungimento della democrazia era ormai definitivo, anche se le difficoltà economiche e interne a Solidarnosc erano tutt'altro che vicine a una soluzione.

Il crollo del muro di Berlino

Il vero simbolo della contrapposizione ideologica tra Democrazia e Comunismo può essere tranquillamente indicato nel Muro di Berlino. Eretto praticamente in una notte, aveva la presunzione di dividere in due oltre alla città di Berlino, anche uno stato e, quel che è peggio, un popolo. Sebbene sorto come misura estemporanea, extrema ratio del tentativo tedesco orientale di arginare il continuo esodo dei proprio cittadini verso l'occidente, esso aveva assunto anche caratteri strettamente politici. Il muro non rappresentava solo uno strumento pratico, ma anche ideologico per limitare l'avanzata del capitalismo. Superare quella costruzione voleva dire passare il confine tra due mondi completamente diversi e in contrapposizione tra loro. La difesa di quest'idea fu ottemperata con la massima diligenza dalla polizia di confine della DDR che lastricò di cadaver la terra di nessuno tra le due zone di Berlino.

Danza popolare di giubilo sul muro che divideva Berlino, immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Danza popolare di giubilo sul muro che divideva Berlino. Quella costruzione rappresentò per molti decenni il simbolo della separazione insanabile tra Capitalismo e Comunismo.

Ebbene, nella patria del simbolo della divisione europea, il 1989 sembrava trascorrere esattamente come erano passati tutti gli anni precedenti fin dalla costruzione del Muro. Il SED, il partito socialista unitario della Germania Democratica, aveva vinto le elezioni municipali in Maggio, ottenendo il 95% dei voti. Certo, alcuni gruppi di opposizione si erano formati, ma nulla che potesse impensierire il Sicherheitdienst, il servizio di sicurezza della Stasi, la temuta polizia segreta. I giornali segnalavano saltuariamente i problemi che in Ungheria e in Polonia si stavano creando, ma con un accento piuttosto pittoresco, come se si trattasse di avvenimenti di un altro mondo e, forse, era anche vero.

Il fatto che gli altri partiti comunisti europei, soprattutto quello bulgaro, cominciassero a trasformarsi in "Democratici", non sembrava intaccare per nulla il regime di Berlino Est. I riformatori all'interno del SED si potevano contare sulle dita di una mano e la sua posizione ufficiale si può ben comprendere se si legge la piena soddisfazione pronunciata pubblicamente dal Parlamento tedesco orientale per l'operato di Deng Xiao Ping durante i fatti di Tien An Men. La sicurezza ostentata dal governo di Berlino doveva però ben presto confrontarsi con le "vacanze" dei tedeschi orientali. Infatti, l'estate del 1989 sarebbe stata altrettanto sconvolgente di quella di due secoli prima nella Francia rivoluzionaria. Passare alcuni giorni sul Lago Balaton era diventata un'abitudine consolidata per tutti i cittadini della RDT e quando col sopraggiungere della bella stagione furono richiesti dei visti d'uscita per l'Ungheria in numero sempre maggiore, non si ebbe il sospetto che stesse accadendo qualcosa di diverso da quello che avveniva ogni estate. Il mese di Luglio si aprì con la prima carovana di finti gitanti che sulle loro piccole Trabant (le auto interamente autarchiche che si sarebbero ritagliate un posto nella storia come simbolo di questo esodo di massa) varcavano la frontiera ungherese, dirigendosi verso Budapest o direttamente alla frontiera austriaca. L'Ungheria aveva, infatti, da poco scelto di abbattere la cortina di ferro proprio in direzione di quest'altra nazione, dichiaratamente neutrale.

Coloro che si accingevano alla fuga erano in massima parte professionisti tecnici o operai specializzati con le loro famiglie. Tentavano la fortuna all'Ovest nella speranza che la loro specializzazione permettesse di trovare facilmente un nuovo lavoro. Anche le sedi diplomatiche della Germania Ovest di Berlino Est, Praga e Budapest furono prese d'assalto da centinaia di disperati in fuga. Straordinariamente, sul principio furono proprio le autorità della Germania Ovest a preoccuparsi maggiormente di quest'afflusso incontrollato di profughi. Temendo un deterioramento delle relazioni con la DDR, fu deciso di chiudere le ambasciate delle tre città sopra citate e di rafforzare il pattugliamento lungo la frontiera austriaca. Tutto ciò fu inutile, perché a metà del mese di Agosto, l'Ungheria, di fronte alla sempre maggiore precarietà delle condizioni di questi rifugiati, mantenne aperte le frontiere con l'Austria per diverse ore al giorno, consentendo il deflusso della popolazione verso Occidente.

Solo allora, Honecker, l'uomo forte del regime di Berlino Est, sembrò accorgersi che la sua nazione si stava dissanguando lentamente. Minacciando ritorsioni diplomatiche costrinse la Cecoslovacchia a chiudere le frontiere ai cittadini tedesco orientali, impedendo il transito verso l'Ungheria. Questa dura presa di posizione non fece altro che inasprire gli animi. La Chiesa Evangelica, che già più volte si era espressa in favore di riforme liberali, organizzò a Lipsia una serie di manifestazioni pacifiche che avrebbero dovuto essere solo delle processioni religiose, ma che ben presto diventarono delle vere dimostrazioni di rivolta. Ad aggravare la situazione giunse la decisione ungherese di non trattenere più sul proprio territorio i cittadini della DDR, consentendo il 10 settembre a 65.000 tedeschi orientali di partire per l'Austria e la Germania Occidentale. Da parte sua il governo di Bonn aveva assunto una posizione molto accondiscendente, arrivando a consegnare a tutti il passaporto della Repubblica Federale.

Come già in Polonia, così anche in Germania Orientale, il Partito Comunista (il SED non era altro che questo), aspettava con ansia un appoggio di Mosca per affrontare con maggiore sicurezza la situazione. Il 6 Ottobre arrivò a Berlino Est Gorbaciov in persona, ma contrariamente alle aspettative, il suo viaggio non fece altro che confermare i timori che all'interno del SED si era già diffusi: l'URSS non avrebbe appoggiato la DDR, lasciando libertà di manovra al suo governo. Anzi, Gorbaciov sottolineò come fosse pericoloso non venire incontro alle legittime aspettative della popolazione. Honecker si dichiarò disgustato da questa visione disfattista e arrendevole al capitalismo. Credendo di avere ancora in pugno le forze armate, organizzò la repressione della manifestazione di Lipsia del 9 ottobre che avrebbe visto la partecipazione di 70.000 persone. Ma già da diverso tempo il SED aveva scelto il suo successore in Egon Krenz, Segretario del Comitato centrale delle forze di sicurezza che annullò di propria iniziativa l'ordine, prendendo il potere con il placet dei vertici del partito. Nel dibattito pubblico che seguì questi fatti si arrivò a ipotizzare un nuovo progetto politico denominato "Die Wende", la svolta, che avrebbe dovuto portare la Germania Orientale verso una forma di governo più equa, una specie di via di mezzo tra la Repubblica Popolare e la Democrazia.

Nonostante questa impostazione avesse dei pregi di fondo, ebbe due innegabili difetti che ne minarono l'esistenza. Per prima cosa fu applicata in pratica in modo caotico, confondendo la popolazione, e secondariamente giungeva troppo tardi per arrestare la voglia di libertà che serpeggiava tra coloro che ancora erano rimasti a Est. Neppure la concessione della libertà di viaggiare liberamente per un mese all'anno servì a qualcosa. Il 31 Ottobre Gorbaciov era nuovamente nella DDR per un vertice con Krenz che non portò a nessun cambiamento. Il 4 Novembre si ebbe la più grande manifestazione di piazza a Berlino Est con un milione di persone che reclamavano libere elezioni. I tempi erano maturi affinché sorgessero delle formazioni politiche indipendenti che non tardarono a manifestarsi con nomi come "Nuovo Forum" che ebbe aumenti di iscrizioni nell'ordine del 1000% in un solo mese.

Il 9 Novembre si ebbe il punto di svolta. I Berlinesi, Occidentali e Orientali, si radunarono su entrambi i lati del muro, in una massa la cui consistenza non fu mai calcolata con precisione attendibile, ma che sicuramente superava di diverse volte la cifra raggiunta il 4 Novembre. Le autorità della DDR, spaventate da quell'assembramento enorme che sembrava presagire una sollevazione popolare, anziché reagire con la forza, decisero di consentire il passaggio attraverso il muro, senza consultare l'URSS. Il passo definitivo era stato fatto e non si poteva più tornare indietro. Delle centinaia di migliaia di persone che passarono attraverso la Porta di Brandeburgo quella sera, approfittando dell'offerta di 100 marchi della Germania Occidentale, moltissimi rientrarono già la mattina seguente, portando però con sé la consapevolezza che un'era si era conclusa.

Difatti, una realtà che era stata trascurata da Krenz e da tutto l'apparato del SED era che la Germania Orientale era l'unico stato dedito al socialismo reale che non esisteva prima di adottare quella forma di governo. La Repubblica Democratica Tedesca aveva una possibilità di esistere solo come stato comunista. Scomparsa l'ideologia era impossibile tenere separato un popolo che parlava la stessa lingua e che aveva una storia comune millenaria. Fu il nuovo Primo Ministro della DDR, Hans Modrow, a capirlo per primo, offrendo a uno sbigottito Kohl un piano economico per una "comunità contrattuale", preludio per un'integrazione politica. La visita di Kohl a Dresda nel Dicembre 1989 fu accolta da centinaia di migliaia di persone che sventolavano la bandiera della Repubblica Federale. Le fondamenta per la riunificazione della Germania era ormai state poste.

Romania: la rabbia di un popolo tradito

Alla fine del 1989 solo due nazioni del Patto di Varsavia conservavano ancora il proprio carattere comunista integralista. Una era l'Albania che avrebbe dovuto passare attraverso lunghe e dure sofferenze per giungere a una parvenza di democrazia negli anni novanta. L'altra era la Romania. La nazione dei Carpazi era la più tenace sostenitrice dell'idea del leninismo in Europa Orientale, non perché la popolazione ne fosse entusiasta, ma per l'efficace opera di propaganda del sistema creato da Nicolae Ceausescu. Quest'uomo al potere da decenni aveva assunto il ruolo che è tipico in ogni nazione totalitaria. Col nome di Conducator (che altro non è se non una variazione dei tristemente famosi führer, duce, caudillo) si era prodigato per instaurare un culto della personalità che desse consistenza a una dittatura molto più reale delle idee che si voleva diffondere tra la gente.

Nicolae Ceausescu, immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Fotografia del Conducator rumeno Nicolae Ceausescu. La rivolta popolare in Romania fu la risposta inevitabile al suo regime autoritario e totalitarista.

La Securitate, polizia segreta rumena, aveva ben poco da imparare dalla Stasi o dal KGB, anzi per l'efficienza con cui si reprimeva il dissenso interno si poteva dire che fosse un perfetto strumento di contenimento. La sicurezza così ottenuta da questo regime permetteva al suo leader di presentarsi all'opinione pubblica internazionale come un abile politico, tanto da farsi apprezzare da tutti i governi della Comunità Europea che vedevano benignamente l'uomo che era chiamato in patria "il custode del Partito e della Nazione". La Romania, in effetti, nel 1989 era riuscita a eliminare il pesante debito estero di 21 miliardi di dollari, ma solo facendo pesare sulle spalle del popolo il terribile fardello di un'inflazione galoppante e della penuria cronica di generi alimentari.

L'informazione controllata dallo stato non riuscì però a nascondere cosa stava accadendo nel resto dei paesi socialisti dell'Europa dell'Est. A poco a poco, presero a filtrare le notizie sulle riforme in senso democratico che la vicina Bulgaria e Ungheria avevano intrapreso. Fu proprio la svolta avvenuta in quest'ultima nazione che diede una via di scampo ai dissidenti e alla povera gente rumena.

Tradizionalmente, la regione della Transilvania, abitata da una maggioranza di origine magiara, forniva un gran numero di emigranti verso l'Ungheria. Nella prima metà del 1989 a questi tradizionali profughi si unirono diverse decine di migliaia di cittadini di origine rumena che fuggirono in quella direzione con ogni mezzo. Questo primo segnale di sgretolamento dello stato comunista fu nascosto con un’abile campagna di disinformazione che sembrò aggiustare ogni cosa.

Però l'opposizione a Ceausescu si espresse anche tra gli stessi appartenenti alla nomenklatura rumena. Il 10 marzo fu consegnata al servizio internazionale della BBC una lettera firmata da sei personaggi che avevano avuto parte importante sia nel Partito Comunista sia nel Sindacato Unico. In essa si criticava la miopia politica del Conducator che non vedeva come il mondo stesse cambiando con velocità.

Arrivarono persino a dichiarare la sua incompetenza e incapacità di governare. La risposta del destinatario di queste critiche fu molto dura, tanto da provocare una risposta anche nella classe intellettuale, disgustata dai metodi fascisti con cui si metteva a tacere l'opposizione. In un'altra lettera, indirizzata questa volta a Radio Free Europe, famosi intellettuali gridarono la propria sofferenza per la Romania, ormai trasformata in un "Biafra dello spirito" come ebbe a definirla Louis Aragon. La tiepida intraprendenza dei ceti culturalmente elevati non scalfì per nulla la sicurezza di Ceausescu e altrettanto fecero le critiche che arrivavano dalle nazioni vicine, quegli stessi alleati ormai ex-comunisti che non potevano sopportare di avere ai propri confini un politico che innalzava la propria persona e quella della propria moglie su un'ara votiva per ottenere l'adorazione dei propri sudditi. (questa fu la definizione dei liberali croati che lo definirono anche un "Nerone socialista") La certezza della sua forza era tale da permettergli anche un tono arrogante nei colloqui con Mikhail Gorbaciov che con accondiscendenza soprassedeva alle sue mire nazionaliste sulla Bessarabia e la Moldavia. Il passaggio tra la sicurezza e l'arroganza è sempre breve e per Ceausescu lo fu ancora di più. Non servirono da monito neppure le condanne della Commissione per i diritti dell'uomo dell'ONU e della UE per fargli capire il pericolo verso cui si stava dirigendo. Anzi, il 21 Novembre, nel discorso per la nuova conferma al comando del partito, ebbe l'ardire di affermare pubblicamente che la Romania non avrebbe più accettato gli accordi sulla Bessarabia.

Gorbaciov, come in tutte le altre occasioni, si preoccupò limitatamente della superbia del Conducator, confidando probabilmente sul fatto che la Romania dipendeva per il 30% dalla importazione dall'URSS e che se si fosse spinto troppo lontano, Ceausescu sarebbe potuto essere riportato su posizioni più concilianti da pressioni economiche. Sfortunatamente, ciò che doveva essere sotto controllo, cioè il consenso del popolo rumeno, non lo era per nulla e si manifestò nella sua drammaticità con i fatti che accaddero a Timisoara, nella Transilvania rumena. Una vasta folla di manifestanti, mista di cittadini di origine ungherese e rumena, si era radunata per protestare contro la decisione del governo di allontanare dalla città il pastore calvinista Laszlo Tokés, simbolo della comunità magiara. Era la prima volte che il dissenso popolare si manifestava così arditamente e il Conducator decise che doveva essere anche l'ultima. Ordinò a reparti speciali della Securitate di reprimere con la forza ogni resistenza e l'ordine fu ottemperato alla lettera, sparando sui cittadini indifesi. Le vittime secondo stime occidentali (probabilmente gonfiate dalla stessa opposizione per creare un maggior numero di martiri) furono tra le 2.000 e le 5.000.

Soddisfatto dalla manifestazione di forza, Ceausescu considerò concluso l'incidente e partì per l'Iran, dove aveva programmato una visita di routine. La grave sottovalutazione dell'accaduto è evidenziata anche dalla precipitazione con cui si affrettò a rientrare già il 20 Dicembre, quando ebbe la notizia che alcune frange del partito comunista stavano complottando. Infatti, si può ipotizzare che già il giorno 16 Dicembre vi fossero degli esponenti della Securitate e del partito pronti al colpo di stato, rimandato al periodo della sua assenza solo per motivi di convenienza e interrotto dal suo rientro inaspettato. Malauguratamente per lui, Ceausescu era assolutamente fuori dalla realtà della situazione politica del suo paese. Ritenendo sufficiente la sua sola presenza per riportare l'ordine, organizzò una riunione pubblica a Bucarest per magnificare ancora una volta la propria persona. Bastò che si fosse presentato alla folla, radunata come al solito nella piazza del Palazzo presidenziale, per essere sonoramente fischiato da gruppi di studenti e operai che, sfidando le armi della Securitate, lo costrinsero a ritirarsi per la vergogna.

Fu in quel momento che aprì gli occhi, timoroso di perdere il potere. In un'ultima riunione con i vertici del partito (un'altra similitudine con Mussolini) chiese un completo appoggio di tutte le forze per reprimere la rivolta, ormai dilagante in tutta Bucarest. La risposta fu positiva, ma nessuno si mosse veramente. Ciò che seguì quell'ultimo incontro fu niente più che l'agonia di un tiranno. Inseguiti dalla folla inferocita, Ceausescu e la moglie tentarono di fuggire prima in elicottero e poi in automobile, ma senza alcun appoggio si ritrovarono senza benzina in aperta campagna, costretti a chiedere aiuto a un automobilista di passaggio, un operaio di nome Petrisor. Egli, con una scusa, li condusse in un centro botanico, dove da privato cittadino improvvisatosi rivoluzionario, li mise agli arresti in una stanza chiusa a chiave. Ciò gli bastò per ottenere il titolo di eroe popolare. Proprio come un antico imperatore romano, così Ceausescu finiva i propri giorni abbandonato dalle fidate guardie (la Securitate lo stava addirittura inseguendo dopo un tradimento straordinario), costretto alla resa da un semplice operaio.

L'ira popolare per lunghi anni repressa doveva avere il suo sangue e infine lo ebbe. Alcuni autori (tra cui Fejtö) hanno criticato le modalità con cui fu celebrato il processo a Ceausescu, dipingendolo come una farsa. Proponevano una fine più equilibrata, con un processo nello stile di Norimberga o più viscerale, sotto i colpi del popolo inferocito come Mussolini, ma la Romania Rivoluzionaria doveva darsi una parvenza di legalità. La lotta era per la libertà e lo stato di diritto, ma col desiderio di distruggere l'uomo-simbolo della dittatura. Furono raggiunti entrambi gli scopi attraverso un procedimento d'urgenza con giudici popolari, guidato da un trascinatore di popoli chiamato Gelu Voican, di professione geologo, che fece da accusatore, difensore e, dopo l'esecuzione, persino da Pope ortodosso per dare una sepoltura cristiana ai corpi del Conducator e della consorte. Così la radio nazionale rumena annunciava la morte del suo presidente il giorno di Natale 1989:

"Il 25 dicembre 1989, Nicolae e Elena Ceausescu sono stati giudicati da un tribunale speciale militare. Le accuse erano:

  1. genocidio di più di 60.000 persone;
  2. minacce al potere dello Stato tramite organizzazione di azioni armate contro il popolo e il potere statale;
  3. distruzione di proprietà pubblica per mezzo di demolizione e danneggiamento di edifici, esplosioni, ecc.;
  4. danneggiamento dell'economia nazionale;
  5. tentata fuga all'estero e sfruttamento di più di un miliardo di dollari depositati in banche straniere.

Per questi crimini contro il popolo rumeno e la Romania, i colpevoli Nicolae Ceausescu e Elena Ceausescu sono stati condannati a morte e alla confisca delle loro ricchezze. La sentenza è inappellabile ed é stata eseguita."

Se qualcuno aveva pensato che la morte del dittatore sarebbe servita a far tramontare quarant'anni di comunismo si dovette ricredere ben presto. A Bucarest, i cospiratori del colpo di stato, pur non avendo partecipato ai moti popolari, si presero il merito della vittoria, dando inizio a quella "confisca della rivoluzione popolare" che sarebbe stata al centro della politica rumena degli anni novanta. La Securitate, come già detto, era passata al servizio di nuovi padroni riuniti nel Fronte di Liberazione Nazionale, dove tra veri liberali e democratici si erano riciclati i comunisti, compresi gli stessi membri del Partito che avevano giurato fedeltà a Ceausescu il 21 dicembre. Per calmare i rivoltosi furono attuate delle riforme che permisero libertà politiche e riforme agrarie e degli stipendi. Furono ripristinate la proprietà privata e la libertà di associazione, ma i problemi di fondo rimasero immutati. La tradizionale xenofobia nei confronti degli ungheresi si concretizzò nell'isolamento di Tokés e dei suoi alleati, mentre l'economia, danneggiata dalla rivolta, entrava ulteriormente in crisi. Agli occhi delle nazioni occidentali, l'operato del nuovo governo nel processo a Ceausescu fu ritenuto incompatibile con una piena democrazia, inspirando solo sfiducia. La Romania aveva perso un Conducator, ma non aveva ottenuto una verginità internazionale che gli permettesse un confronto alla pari con le altre nazioni dell'Unione Europea e dell'ex blocco orientale.

Fonti e letture consigliate:

"Storia della Russia contemporanea" di Francesco Benvenuti;
"Andata e ritorno nei paesi ex comunisti" di Demetrio Volcic;
"La fine delle Democrazie popolari" di François Fejtö;
"Ottantacinque - Novanta. Dalla cronaca alla storia" di Francesco Traniello;
"Caucaso, crogiolo di popoli" di Ornella Rota.

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