Il tramonto dell'impero sovietico e la caduta del muro di Berlino - Seconda parte

di Gianluca Turconi

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La decadenza dell'impero sovietico, la caduta del muro di Berlino e le prospettive delle nazioni dell'ex blocco orientale agli inizi del XXI secolo. Seconda Parte: le guerre in Cecenia e nel Caucaso, la situazione politica nella Russia a cavallo dell'inizio del XXI secolo.

Il puzzle russo perde i pezzi

Il comportamento di Gorbaciov durante gli avvenimenti del 1989 non si può considerare in linea con la sua idea politica dei "piccoli passi", ma un intervento dell'Armata Rossa nei paesi dell'Europa Orientale avrebbe compromesso la sua figura internazionale di riformatore pacifista. Fu così che mantenne in tutte le occasioni un neutrale distacco, lasciando che fosse lo svolgimento degli avvenimenti a delineare il futuro di quei paesi. Così facendo, però, si dovette scontrare con una dura realtà: laggiù il popolo, dopo i cambiamenti, non aveva voluto optare per un modello che fosse ancora legato al socialismo reale, la terza via che piaceva a Gorbaciov, ma aveva chiesto e ottenuto una piena democratizzazione delle istituzioni.

Boris Eltsin, immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Boris Eltsin ebbe altalentanti risultati come politico, ma seppe uscire di scena al momento giusto e senza rischiare nulla dal punto di vista personale, a differenza di tutti i suoi predecessori.

L'idea di proseguire nelle riforme moderate a un ritmo ridotto in Unione Sovietica avrebbe potuto sopravvivere anche agli avvenimenti del 1989 se solo ci fossero state delle condizioni economiche favorevoli. Il picco massimo della produzione industriale e agricola sovietica fu raggiunto nel 1987; dopo quell'anno, come nelle altre nazioni del mondo, vi fu un veloce declino che fu particolarmente grave per i paesi dell'Est Europa. Le riforme di decentramento attuate fino a quel momento avevano permesso di superare i piani quinquennali prestabiliti nel primo periodo del governo di Gorbaciov, arricchendo le iniziative private locali con una libertà che non possedevano più dalla Rivoluzione d'ottobre. In questo modo cominciarono a emergere quei particolarismi regionali che, sebbene sopiti, non erano mai del tutto scomparsi sotto il dominio di Mosca. In principio fu l'economia stessa a esserne danneggiata. L'attenta pianificazione di stato che era servita a sopperire all'arretratezza produttiva russa fu abbandonata con la conseguenza di ottenere una dispersione a livello locale delle ricchezze del paese. Ciò si ripercosse sulla politica dei consumi che fu penalizzata dall'aumento vertiginoso dei prezzi sia sul mercato regolare sia sul sempre più florido mercato nero.

Gorbaciov dovette così scontrarsi con una realtà che non si conciliava più con l'idea di un mercato "socialista", ma che tendeva verso un capitalismo moderato o socialdemocratico. Non corrispondendo questo modello al suo personale disegno, il leader sovietico continuò a mantenersi legato al Partito Comunista e alle sue direttive di moderazione, consentendo la creazione di correnti radicali e liberali che trovarono il loro condottiero nella figura di Boris Eltsin. Divenuto presidente della Repubblica Federata Russa, quest'uomo si doveva rivelare il più grande oppositore personale di Gorbaciov. Egli, infatti, faceva coincidere la figura del segretario generale con tutti i problemi finanziari e politici che stavano attanagliando l'URSS, tuttavia, con sagace intuizione, evitò accuratamente di schierarsi con i propugnatori del più sfrenato modello liberista, comprendendo le enormi difficoltà che lo stato russo avrebbe avuto nel passare da un economia totalmente centralizzata a un'altra assolutamente priva di vincoli. Si mantenne invece su posizioni liberali, nazionaliste e, generalmente parlando, moderate.

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La localizzazione dell'economia ebbe presto anche conseguenze a livello politico. Le sempre maggiori difficoltà nella vita di tutti i giorni avevano fatto rinascere il sentimento nazionalista di quelle etnie che erano state incorporate nell'URSS durante il ventesimo secolo. I primi a far sentire la propria voce furono i dirigenti delle nazioni baltiche, annesse durante la Seconda Guerra Mondiale. L'Estonia nel novembre 1988 e la Lituania nel maggio 1989 si dichiararono nazioni sovrane e indipendenti, mentre la Lettonia già nel settembre del 1988 aveva ripristinato il lettone come lingua ufficiale. Queste mosse inizialmente furono ostacolate anche con l'invio di truppe dell'Armata Rossa, ma di fronte al pacifico rifiuto di interi paesi di sottostare ancora a Mosca, Gorbaciov ordinò il ritiro delle forze di occupazione e il riconoscimento giuridico dell'indipendenza.

I primi tre mesi del 1990 furono decisivi per il futuro dell'URSS. Con l'ultimatum ONU all'Iraq, Gorbaciov doveva decidere quale posizione prendere nei confronti di quel paese amico. Se avesse mantenuto la posizione tradizionale di vicinanza ai paesi arabi avrebbe sconfessato il modello della perestrojka, mentre se avesse appoggiato l'intervento delle Nazioni Unite (che era perfettamente legittimo, in quanto l'invasione di Saddam Hussein nel Kuwait rappresenta il più lampante esempio di aggressione internazionale giuridicamente sanzionato nella Carta ONU) si sarebbero scontentati sia gli alleati internazionali sia i conservatori interni. Perciò si optò per il ritiro dalla scena, lasciando tutto in mano agli Stati Uniti e ai loro alleati. La perdita dello status di super potenza mondiale fu carico di conseguenze interne. Tutte le nazionalità che erano rimaste ancora legate a Mosca per timore di ritorsioni presero coraggio e si staccarono una a una.

Nella seconda metà del 1990 si dichiararono stati sovrani la Moldavia, l'Uzbekistan, l'Ucraina, la Bielorussia, il Kazakistan e il Kirghizistan. Su posizioni ancora più estreme si posizionarono l'Armenia, il Tagikistan e il Turkmenistan, che si proclamarono indipendenti. L'anno seguente fu la volta della Georgia, del Dagestan, dell'Azerbaigian e della Cecenia-Ingušcecija. Una volta aperto questo vaso di Pandora, ogni singola popolazione che si fosse considerata sottoposta alla dominazione russa approfittò della relativa libertà per reclamare autonomia. Fu così che alcune regioni autonome della Repubblica Russa si autopromossero a repubbliche autonome (tra queste la Chakassia, la Jakuzia e la Burjatia), mentre alcune repubbliche già autonome pretesero il titolo di repubbliche federate all'interno dell'URSS (la Baškira e la Repubblica Tartara). Per evitare la disgregazione dell'Unione Sovietica, Gorbaciov intervenne sostituendo il governo Ryzkov con un altro presieduto da Pavlov e convocando un referendum popolare con cui decidere sulla sopravvivenza dell'URSS. La consultazione popolare (marzo 1991) fu favorevole al mantenimento della costituzione federale, ma non fu sufficiente per arrestare la decadenza. In Aprile, a Novo Ogarevo, 15 repubbliche (compresa la Repubblica Russa di Eltsin) firmarono un accordo per la trasformazione dell'URSS in una repubblica confederata di stati indipendenti.

Nel Luglio del 1991, il Partito Comunista presa coscienza delle difficoltà economiche e politiche della nazione, propose un "Programma", col quale si rinnegavano settant'anni di Leninismo con la pretesa di avvicinarsi in qualche modo alle socialdemocrazie già presenti in altre nazioni europee. Fu, in pratica, l'ultimo atto di vita del PCUS. Le fazioni conservatrici che aveva già contrastato l'opera di riforma con Ligacev, non avevano trascorso gli ultimi anni nell'ozio, ma anzi avevano guadagnato consensi proprio tra i collaboratori di Gorbaciov, acquisendo alla loro causa lo stesso Pavlov. Con l'appoggio del massimo rappresentante legale del governo, il 18 Agosto 1991, organizzarono un colpo di stato con cui cominciare una "Restaurazione". Sebbene fossero abbastanza forti da dichiarare lo stato d'assedio e occupare i centri di potere a Mosca, i congiuranti si segnalarono soprattutto per la loro impreparazione. Gorbaciov fu sorpreso nella sua dacia in Crimea e tenuto agli arresti domiciliari per tre giorni. Pavlov credeva di poterlo costringere a unirsi a loro, ottenendo così una legittimazione definitiva del loro piano di ritorno al passato. La resistenza di Gorbaciov permise l'organizzazione di una resistenza popolare che si espresse sotto la guida di Eltsin. Gli stessi soldati che avrebbero dovuto reprimere le dimostrazioni del popolo finirono col gettare le armi. E' rimasta famosa un'immagine di Boris Eltsin che, dopo essere salito su un carro armato, arringa la folla per convincerla a difendere le istituzioni democratiche.

Il 21 agosto, ormai isolati e abbandonati dagli appoggi interni all'esercito, gli autori del colpo di stato si arresero e furono arrestati. Le condanne furono comunque lievi, confermando così l'effettiva forza del movimento di cui erano espressione. Per tutta la durata del tentativo sovversivo, il Partito Comunista aveva mantenuto un ambiguo silenzio, non schierandosi con nessuna delle due parti in lotta. L'indignazione popolare per una simile doppiezza convinse Gorbaciov a presentare le dimissioni da Segretario, perdendo in un sol colpo tutti i poteri. Il 6 novembre 1991 Eltsin emise un decreto che scioglieva ufficialmente il partito. Il nuovo leader dell'area sovietica era diventato il presidente della Repubblica Russa. La stessa Unione Sovietica sopravvisse poco alla scomparsa del Partito Comunista. Già nel dicembre 1991 Eltsin firmò con i pari grado di Ucraina e Bielorussia un'intesa per la costituzione di una "Confederazione di Stati Indipendenti" (CSI) a cui aderirono in rapida successione tutte le nazioni che si erano dichiarate indipendenti, tranne Estonia, Lettonia e Lituania che crearono una "Confederazione degli Stati Baltici". Il 25 Dicembre, Gorbaciov si dimise definitivamente dalla carica di presidente dell'URSS che a partire da quella data cessò la propria esistenza. Il seggio nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU che era stato dell'Unione Sovietica fu affidato alla neonata Federazione Russa (denominazione assunta dalla repubblica federale russa alla fine di Novembre 1991), cancellando in pochi giorni una realtà che aveva scossa dalle fondamenta l'equilibrio politico mondiale del ventesimo secolo.

Politica economica e sociale nella Russia post comunista

La Federazione Russa oltre a un nuovo nome si diede anche un governo composto da volti nuovi: Silaev primo ministro, Gajdar vice primo ministro, Cubais ministro per il riconoscimento della proprietà privata, Burbulis e Šakraj influenti consiglieri di Eltsin. La realtà del nuovo stato russo si espresse immediatamente nelle difficoltà che incontrò il governo per dare seguito alle riforme economiche che erano state previste al momento del fallito colpo di stato. Già pochi giorni dopo l'insediamento dell'esecutivo, il Congresso della Federazione russa raccolse più del 40% di voti per una mozione di sfiducia nei confronti del governo Silaev. Nel Luglio 1992 la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo il provvedimento di Eltsin che aveva portato allo scioglimento del Partito Comunista. Così le formazioni locali e federali cominciarono a riorganizzarsi per poi confluire nel febbraio del 1993 nella formazione politica di Zjuganov. Eltsin non rimase a guardare l'evolversi degli avvenimenti, ma tentò di correre ai ripari rimodernando il suo stesso partito che in quell'estate assunse il nome "Scelta Democratica". Due suoi collaboratori ottennero durante le elezioni presidenziali del Giugno 1991 la vice presidenza della Federazione Russa (Ruckoj) e la presidenza del Soviet Supremo (Chasbulatov).

Il cambio dei vertici parlamentari non servì però a stemperare i toni dell'opposizione che si faceva portatrice di un vasto sentimento popolare che pretendeva un rallentamento nelle riforme economiche per un passaggio indolore verso l'economia di mercato. Eltsin ritenendo che si stesse indebolendo la sua posizione, provò a mantenere una rigidità ferrea verso il Parlamento, mentre contemporaneamente faceva delle concessioni al dissenso popolare. Gajdar fu licenziato per essere sostituito da Cernomyrdin, un potente esponente della nascente borghesia industriale, proveniente dal potentissimo consorzio statale denominato Gazprom, grande fornitore di petrolio e gas naturale a tutta l'Europa orientale. Questi avvicendamenti non furono però sufficienti per tacitare i malumori, in particolare dopo l'allontanamento del popolare direttore della televisione federale Jakovlev che non aveva rispettato l'imposizione presidenziale di mantenere il silenzio stampa sul crescente attrito militare con la repubblica di Cecenia, da poco diventata indipendente.

Eltsin optò per una figura presidenziale che avesse maggiori poteri, nello stile americano, chiedendoli apertamente al Soviet Supremo che glieli rifiutò sdegnosamente. Nello stesso modo di tutti i grandi retori di ogni tempo, si rivolse allora al popolo che attraverso un referendum gli confermò sia la fiducia personale sia la libertà nella riforma economica. Il fatto che lo scarto della vittoria in quest'ultima parte del referendum fosse stato di soli tre punti percentuali, mostrava con chiarezza come vi fosse una forte opposizione al potere di Eltsin che col passare dei mesi si andò organizzando intorno a quegli stessi personaggi posti in posizioni di potere dal presidente e cioè Ruckoj e Chasbulatov. Per indebolire le loro formazioni, Eltsin fece tornare al potere come vice primo ministro Gajdar e indisse per il dicembre 1993 nuove elezioni parlamentari, dopo aver sciolto il Congresso, facendo prevalere la nomina popolare del Presidente della Repubblica sulla legittimazione indiretta dell'istituzione parlamentare. Logicamente sia Ruckoj sia Chasbulatov non potevano rimanere inoperosi di fronte a un vero e proprio colpo di stato e per tanto si attivarono per una resistenza che non si limitasse alle aule della politica. Dichiararono destituito Eltsin dalla carica di presidente, nominando Ruckoj come suo successore provvisorio, dopo di che, protetti da una milizia armata, si asserragliarono nel Palazzo del Parlamento in attesa di uno schieramento dell'esercito in favore di una delle due parti. Al contrario, i vertici militari federali mantennero una posizione neutrale, lasciando in pratica campo libero a Eltsin che fece intervenire le forze armate russe che cannoneggiarono addirittura il palazzo parlamentare, forzando alla resa i rivoltosi. Ruckoj e Chasbulatov furono arrestati, insieme alla maggior parte dei loro sostenitori.

Il 12 novembre 1993 le elezioni si tennero come programmato, ma anziché vedere una schiacciante vittoria del partito di Eltsin (che comunque ebbe la maggioranza relativa dei seggi nella nuova Duma con il 23%), fece concentrare il malcontento dell'elettorato nel partito ultranazionalista di Zirinovskij che si poteva considerare il vero vincitore con il 21% dei voti. Questo personaggio, già vicino ai golpisti dell'agosto 1991, aveva ottenuto il consenso mantenendo le distanze da ogni iniziativa del governo e cercando sostegno in ogni formazione sociale, dagli ebrei ai neocomunisti, dagli operai fino ai nuovi ricchi delle classi agiate. Confermarono la loro posizione sia il Partito Comunista di Zjuganov (14%) sia il Partito Agrario (10%), dimostrando che anche senza i leader parlamentari appena arrestati, l'opposizione al governo di Eltsin non perdeva la propria forza.

Nelle stesse elezioni fu votata anche la nuova costituzione russa che era stata attesa per più di due anni. Lo stato russo cambiava completamente faccia. Si arrivava a una Duma eletta direttamente dal popolo in modo democratico, così come il governo e il presidente della repubblica. Lo stato russo fu denominato "Stato Sociale" per accaparrarsi il benestare dei ceti operai e contadini, terrorizzati dalla possibilità più volte ipotizzata da Gajdar di far venire meno tutti gli strumenti di sicurezza sociale che gravavano sul bilancio statale. La proprietà privata fu ufficialmente riconosciuta a fianco di quella statale e municipale, sancendo in modo definitivo il tramonto dell'utopia comunista. Sebbene il Parlamento avesse ampi poteri, fu subito chiaro che esso era subordinato all'esecutivo e al presidente: una vittoria totale per Eltsin. Per proteggere l'identità nazionale, il russo fu dichiarato lingua di stato, ma tutte le minoranze non dovettero più fare la pubblica professione di appartenenza allo stato che invece era prevista nell'Unione Sovietica.

Al fianco di questi cambiamenti che si possono considerare benefici per la stabilità della Federazione Russa, la costituzione conteneva anche alcuni punti oscuri, specialmente nella parte che riguardava la gerarchia delle istituzioni federali e locali che era del tutto trascurata, lasciando all'attività contingente dei governi in carica la determinazione dei reali equilibri di forze tra Mosca e i governi regionali. Ciò comportò un inasprimento dei rapporti con le realtà di confine che stavano cercando ulteriore autonomia. Mentre nel periodo immediatamente successivo alla caduta di Gorbaciov le richieste indipendentiste erano state accolte senza protestare, a partire dalla fine del 1993 il livello di sopportazione era stato raggiunto e ogni nuova domanda di autonomia era vista come un vero attacco all'integrità stessa della Federazione Russa, contribuendo in larga misura a fomentare la discriminazione delle minoranze etniche e un'accentuata xenofobia che si sarebbe insinuata come mezzo potente di propaganda nei nascenti conflitti caucasici.

Il Caucaso e la degenerazione dei nazionalismi etnici

I territori intorno alle montagne del Caucaso, tra gli ultimi a essere incorporati all'interno dell'impero russo, hanno sempre avuto una forte tradizione separatista. Avendo lingua, cultura e molto spesso anche religione differente rispetto al resto del paese, le popolazioni che abitano le terre tra il Mar Nero e il Mar Caspio avevano ottenuto una certa autonomia già sotto il regime sovietico, ma non era sempre stata facile la convivenza con i russi e nemmeno tra le stesse etnie, spesso legate a inimicizie tradizionali quasi tribali. L'incorporazione della regione trancaucasica avvenne nel 1817, quando lo zar ottenne, dopo una nuova guerra contro il sultano ottomano, il dominio su queste province ricche di materie prime, ma difficili da governare. I contrasti furono pressoché immediati. Ad amministrare i nuovi sudditi fu inviato un generale che si era posto in luce nelle guerre napoleoniche, Ermolev.

Si racconta un aneddoto molto interessante che descrive appieno il sentimento nazionale dei popoli caucasici. Il generale, durante una visita a Grozny, informò la popolazione del passaggio di consegne tra lo zar e il sultano, definendo il trasferimento di sovranità come un regalo da parte del regnante ottomano. In quel momento, un vecchio presente tra la folla avrebbe alzato una mano in direzione di un uccello che stava volando sopra di loro e avrebbe gridato: "Te lo regalo, prova a prenderlo". Ermolev comprese immediatamente che sarebbe stato difficile governare quella gente e, infatti, ne diede comunicazione allo zar che però non ne tenne conto in alcun modo, cominciando con metodicità la repressione dei rivoltosi che sarebbe costata all'esercito russo nei successivi cinquant'anni più di settantamila vittime, mentre sono sconosciute le perdite civili. Anche nella seconda metà del XIX secolo, l'occupazione russa fu sempre vista come tale e quindi, il sentimento nazionale dei popoli caucasici non venne mai meno.

Posta al crocevia tra l'impero russo e quello turco, la regione fu sconvolta dalla Prima Guerra Mondiale, trasformata in campo di battaglia dalle truppe dello zar in lotta contro l'esercito di Istanbul. Con la rivoluzione russa prima e la caduta dell'impero ottomano poi, il Caucaso cadde sotto un breve e deleterio protettorato britannico che ebbe come unica conseguenza il trasferimento del Nagorno Karabach armeno all'Azerbaigian. Questo fu considerato un modo efficace per strappare una fonte di materie prime a una popolazione ritenuta troppo instabile dopo le deportazione turche avvenute nel primo conflitto mondiale, ma sarebbe stata anche l'origine di molti dei contrasti attuali. Dopo il rafforzamento della Turchia di Kemal e la conseguente perdita di migliaia di chilometri quadrati di territorio restituiti alla sovranità turca, le repubbliche di Georgia, Armenia e Azerbaigian, si unirono prima in una Confederazione Caucasica per poi entrare come Repubbliche federali nell'Unione Sovietica di Stalin. Quest'ultimo addirittura era originario della zona, nato da padre georgiano e madre dell'Ossezia. Questo particolare fu però nient'affatto favorevole, trasformandosi anzi in una vera sfortuna durante la Seconda Guerra Mondiale.

Con l'invasione tedesca della Cecenia e delle province limitrofe, nel vano tentativo di privare l'URSS dei ricchi giacimenti petroliferi di Baku, ci furono episodi di collaborazionismo che furono duramente puniti dopo l'allontanamento della minaccia nazista. Sebbene l'accaduto non fosse più grave di quanto già si era verificato in Ucraina, dove la repressione fu sicuramente meno dura, nel Caucaso, durante il 1944, un milione di persone tra tartari di Crimea, ingushi, ceceni e calmucchi furono deportati nelle repubbliche asiatiche del Kazakistan e del Kirghizistan con la scusa ufficiale di proteggerli dal nemico, quando le truppe tedesche erano già state ricacciate in Polonia e al confine ungherese. Stalin aveva invece approfittato del momento favorevole per compiere una vera pulizia etnica che gli permise di liberare il Caucaso da quella bellicosa stirpe di montanari. Addirittura ancora nel 1994, pochi dei deportati avevano ottenuto il permesso di rientrare nelle proprie terre.

Il periodo tra il 1945 e il 1991 fu di relativa calma, ma con la disgregazione dell'Unione Sovietica, tutte le nazionalità presenti reclamarono la propria indipendenza e cominciarono a riaffiorare tensioni interne a lungo sopite. La Georgia, da sempre più vicina ai russi, dei quali fu un protettorato fin dagli albori dell'impero, aveva al suo interno due importanti minoranze, quella abkhasa e una osseta. Entrambe pretesero di avere una nazione a sé stante, che provocò il dilagare della guerra civile che ebbe termine unicamente con l'intervento delle forze russe come unità d'interposizione tra le parti in guerra. Shevarnadze, già ministro degli esteri di Gorbaciov, divenuto presidente della Repubblica Georgiana in quegli anni di crisi, dovette affrontare non solo i separatisti, ma anche i propri sostenitori che non nascondevano il dispregio razziale.

Lo scontro tra Armenia e Azerbaigian fu quasi immediato e, come ricordato in precedenza, aveva radici lontane nel tempo. La lotta degli abitanti armeni del Nagorno Karabach per riunificarsi con la madre patria ebbe il suo apice negli anni 1994 e 1995 quando si arrivò a una vera e propria guerra tra le due nazioni. Anche dopo il cessate il fuoco, i contrasti non terminarono affatto. L'Azerbaigian, forte della posizione strategica in cui si trovava (sul suo territorio passa la maggior parte della sezione meridionale dell'importante oleodotto caucasico) impose un embargo energetico sull'Armenia, la cui capitale Erevan, fu costretta a sopravvivere con soli 40 milioni di metri cubi di gas e petrolio, sufficienti per poche ore giornaliere di luce. L'acqua corrente divenne un miraggio e le poche volte in cui era disponibile era rigorosamente fredda. Ciò, aggiunto alla completa mancanza di riscaldamento, ci può aiutare a comprendere come fosse temuto l'inverno in uno stato situato tra alcune delle montagne più alte del mondo.

La storia della Cecenia è ormai diventato una riedizione dell'Afghanistan per la Russia. Autoproclamatasi indipendente nel 1991 sotto la presidenza di Dudayev, ex ufficiale dell'aeronautica russa, fu subito oggetto di forti pressioni da parte di Mosca per rientrare nella Federazione. Grozny, oltre a essere la capitale del nuovo stato, era anche il centro di raffinamento del petrolio più importante di tutta la Russia. Per le sue raffinerie passano ogni anno 4 milioni di tonnellate di benzina e gasolio, una quantità paragonabile a quella prodotta dal Kuwait. Fu così inevitabile l'intervento dell'esercito russo come risposta all'indifferenza cecena alle richieste di recedere dagli intenti indipendentisti. La prima guerra cecena iniziata sul finire del 1993 si protrasse per diversi mesi, con l'avanzata russa fino alle montagne della Cecenia, dove, accolti dalla popolazione locale di etnia diversa, ma sempre ostile ai russi, i soldati ceceni poterono resistere fino alla stipulazione della pace forzata dalla crescente protesta popolare in Russia, causata dalla preoccupazione popolare per le alte perdite provocate dalla tattica cecena della guerriglia. L'accordo, pur riconoscendo in principio l'indipendenza della Cecenia, non pose le basi per una pace duratura, evitando di specificare i termini di tale indipendenza, tanto che la successiva guerra non si può dire che una prosecuzione della precedente, anche se le motivazioni del presidente Putin si affermavano ben differenti.

Sovente, le ragioni di una così difficile convivenza nel Caucaso sono fatte risalire alla diffusione che in questi paesi ha la religione musulmana, a differenza della Russia che è cristiana ortodossa. Se è vero che l'Azerbaigian è fortemente influenzato dall'Islam, tanto che negli ultimi tempi si hanno movimenti interni per un ritorno alla tradizione della Sha'ria (la legge islamica) e per il mantenimento dell'ordine religioso in comunione con quello politico, in Armenia e in Georgia la situazione presenta delle diversità notevoli. In Armenia esiste una forte comunità cristiana che ha le proprie origini in tempi antichissimi, addirittura prima delle crociate, quando gli Armeni costituivano un forte regno prima vassallo dell'Impero Bizantino e poi autonomo e contrapposto alla crescente potenza araba e infine turca, fino alla sottomissione del XVI secolo al sultano ottomano. Nonostante in tempi abbastanza recenti la religione islamica si vada diffondendo anche nello stato di Erevan, l'identità cristiana non è messa in pericolo, permettendo all'Armenia di considerarsi una piccola isola nel mare musulmano. La diversità religiosa ha anche permesso un differente accostamento alle problematiche del post-comunismo. Non potendo appoggiarsi a vicini correligionari come ha invece fatto l'Azerbaigian, l'Armenia ha dovuto guardare a Occidente, all'Unione Europea e ai paesi Balcanici, stringendo alleanze commerciali che sopperissero alla venuta meno del commercio con i paesi del COMECON. La Georgia non possiede una memoria così risalente della propria religiosità cristiana, ma essendosi sempre mantenuta più vicina delle altre repubbliche al mondo russo, ne è stata notevolmente influenzata. In aggiunta, durante le deportazioni del 1944, ben 100.000 musulmani finirono trasferiti in Asia centrale, creando un'omogenea concentrazione di popolazione ortodossa che ancora oggi è maggioritaria.

A ben vedere, l'infiltrazione musulmana è molto meno importante di quello che si potrebbe credere. Infatti, sebbene i media mettano l'accento sull'appartenenza a questa religione del popolo ceceno, l'unica nazione che si può considerare in tutto e per tutto appartenente al mondo islamico è l'Azerbaigian. La diffusione dell'Islam non deve essere però sottovalutata come fenomeno sociologico e, considerando l'evoluzione quasi naturale degli stati islamici, politico. Difatti nel vuoto provocato dal crollo dell'ideologia comunista, il crescente fervore religioso musulmano, ma anche ortodosso, ha permesso di superare le iniziali difficoltà di un tessuto sociale privato delle sue fondamenta filosofiche ("La Russia è un mondo speciale, un tipo di civiltà speciale. E' contraria all'Occidente, che coltiva un individualismo estremo e dimostra assenza di anima, indifferenza religiosa e predilezione per la cultura massificata" disse Zjuganov).

Si è passati dall'assistenza socialista ai più bisognosi (politica ufficiale dell'Unione Sovietica) a una carità individuale che appartiene come credo di fede a entrambe le religioni, l’ortodossa e l’islamica. Se sotto questo punto di vista la rifondazione spirituale ha avuto effetti positivi, in quanto non ha aggravato un già traumatico passaggio tra la realtà comunista e quella del libero mercato, dall'altro ha messo in evidenza tutte le difformità esistenti tra l'identità stato-chiesa dei musulmani e la divisione degli ambiti di competenza tra politica e apparato ecclesiastico che è comune nelle nazioni cristiane. Invero, esistono stati che hanno popolazione di maggioranza islamica, ma si possono definire laici e sono, solo per citarne le espressioni più lampanti, la Turchia e la Tunisia, ma in tutti i casi più recenti di avvento al potere di esponenti musulmani si ha avuto un contemporaneo cambiamento delle istituzioni dello Stato per conformarsi alla legge coranica (è forse superfluo indicare nell'Iran il culmine di questa trasformazione).

Ora, preso atto di tutto ciò, non deve apparire strano che nazioni orgogliose della propria identità culturale come sono quelle caucasiche risultino restie a ritornare sotto l'ala protettrice della madre Russia che si atteggia a garante della pace nella regione, mentre sono inconfutabili gli interessi che essa tuttora conserva nel difendere la propria presenza in terre che hanno ricchezze indispensabili per la provata economia russa.

A cavallo del duemila e le prospettive future

La sanguinosa guerra in Cecenia aveva avuto l'effetto collaterale di far dimenticare almeno per il tempo della sua durata, la grave crisi economica che aveva colpito la Russia dopo il 1991. Le rosee prospettive che Eltsin aveva ripetuto ancora una volta durante la campagna elettorale del 1995 non erano altro che aspettative o, meglio, delle promesse politiche che anche se pronunciate in buona fede, avevano ben poche possibilità di realizzarsi. La produzione industriale, già in crisi ai tempi di Gorbaciov, era diminuita del 40%, portando il prodotto interno lordo annuo pro capite dai 6930 $ annui del 1991 ai 4158 del 1995/96 e la situazione era ancora peggiore per i pensionati sopra i sessant'anni che potevano contare su una cifra corrispondente a poco più della metà di quanto appena indicato.

Vladimir Putin, immagine liberamente utilizzabile con citazione della fonte: www.kremlin.ru

Vladimir Putin ha preso il potere in un momento di crisi istituzionale in Russia e si appresta ora a gestire il definitivo e difficile periodo di transizione verso la vera democrazia che sarebbe garantita dall'alternanza al potere attraverso libere elezioni. Al momento tale alternanza non si è ancora verificata, ma la via per arrivarci è stata aperta. (Immagine utilizzabile liberamente con citazione della fonte: www.kremlin.ru)

La grande riforma agraria annunciata con la legalizzazione della proprietà privata tardava ad arrivare, cosicché ancora alla fine del 1994 il 34% dei kolchozy e sovchozy aveva mantenuto il proprio statuto sociale cooperativo, mentre il 47% del totale precedente il 1991 si era trasformato in società a responsabilità limitata. Nei primi mesi del 1996 il sistema bancario russo si poteva dire funzionante, ma di certo non efficiente. Alcuni osservatori affermarono che era già un miracolo che i dirigenti bancari avessero compreso i meccanismi di sconto del libero mercato.

Questa realtà era comune a molti dei paesi dell'ex area comunista che proprio nel 1996 cominciarono a gettare le basi per un ritorno a una collaborazione più stretta con la Russia. Principali artefici del riavvicinamento furono l'Ucraina e la Bielorussia (quest'ultima arrivò fino al limite di una vera riunificazione anche politica prima di recedere dall'intento sotto la spinta di una forte opposizione della comunità autoctona della Russia Bianca). Nel mezzo di tante difficoltà parve arrivare come un fulmine a ciel sereno la notizia di gravi problemi di salute di Eltsin, che nel Giugno del 1996 fu ricoverato una prima volta per problemi cardiaci. Nonostante si facesse notare che il presidente aveva già superato di diversi anni la vita media di un maschio russo adulto, non conducendo affatto una vita moderata, la prospettiva di una sua prematura scomparsa fece scatenare una lotta interna alla sua fazione per accaparrarsi la successione.

Mentre Cernomyrdin conservava saggiamente l'incarico di Primo Ministro tenendosi in disparte, due stretti collaboratori di Eltsin si davano battaglia a colpi di denunce pubbliche a mezzo stampa. Il primo era Anatolij Cubais, quarantunenne amico personale della figlia di Eltsin Tatjana e uno dei primi a credere nelle possibilità politiche del presidente fin dai tempi della sua entrata nell'élite politica di Gorbaciov. A suo favore c'erano gli stretti legami che intratteneva con tutte le 89 realtà regionali che componevano la Federazione Russa, fungendo da tramite con gli esponenti locali del partito di Eltsin. L'altra figura di rilievo nell'entourage presidenziale era il generale Lebed. Veterano della guerra in Afghanistan, aveva incontrato Eltsin in modo casuale e curioso. Come abbiamo ricordato, durante il tentato colpo di stato del 1991, Eltsin si era esposto personalmente salendo su un carro armato per arringare la folla. Ebbene, quel mezzo corazzato apparteneva a un reparto comandato dallo stesso Lebed che da quel momento era diventato il braccio destro di Eltsin. L'inimicizia tra i due probabili successori andava oltre la semplice concorrenza politica e finiva sul piano personale.

Già ai tempi dell'armistizio con la Cecenia, Lebed aveva accusato Cubais di avergli tolto l'onore di essere il fautore della pace. Infatti, mentre il generale aveva curato tutti i passaggi diplomatici che avevano condotto alla stipula definitiva del trattato di pace, superando difficoltà non indifferenti, il firmatario ufficiale dell'atto era stato Cubais che si era preso di conseguenza tutti i meriti davanti all'opinione pubblica.

Nell'estate 1996, anche se Cubais aveva larghi appoggi all'interno delle sfere dirigenti del partito democratico, nessuno metteva però in dubbio che il successore di Eltsin in caso di morte del presidente sarebbe stato Lebed. Rimanevano da stabilire i rapporti di forza che dovevano esistere tra le due fazioni e per determinarli cominciò una vera e propria battaglia pubblica con accuse più o meno velate di connivenza (e quindi corruzione) con i maggiori personaggi del nascente capitalismo russo. Cubais, in effetti, aveva scelto l'appoggio di Berezovskij, potente banchiere che aveva interessi in comune con Vladimir Gusinskj, magnate delle televisioni private che in un primo tempo era stato contrario alla linea politica di Eltsin, ma che poi era stato "convinto" (con avvertimenti piuttosto pesanti) che il "Corvo" costituisse il male minore per la nuova Russia. Lebed, persona intelligente e furba, ma lontana dai poteri economici a causa della sua carriera militare, aveva trovato un solo alleato potente nella persona di Korzakov, già comandante delle guardie del corpo di Eltsin e suo fidato consigliere fino ai primi mesi del 1996 quando i suoi legami con l'emergente mafia moscovita divennero qualcosa di più di un semplice pettegolezzo, rendendo inevitabile un suo allontanamento dal Cremlino. Lebed aveva rinunciato al proprio seggio in parlamento affinché Korzakov guadagnasse l'immunità parlamentare e aveva così raggiunto un tacito accordo di mutua protezione che fece diminuire la sua reputazione, ma rafforzò il suo potere.

L'urgenza con cui si era prospettata un'operazione al cuore di Eltsin fu via via ridotta, rinviando più volte l'intervento che fu procrastinato fino ai primi giorni del novembre 1996, ma già a metà ottobre gli equilibri di potere erano mutati. Eltsin, innervosito dalla fretta con cui Lebed voleva trasformarsi da vice presidente in presidente e dell'appoggio fornitogli dall'ex amico Korzakov, stava già meditando la sua destituzione. Nulla di tutto ciò era noto nelle alte sfere dei comandi militari occidentali, tanto che quando fu necessario invitare qualcuno a Bruxelles per discutere dell'allargamento della NATO verso Est, la scelta cadde su Lebed. D'altronde anch'egli era all'oscuro dei mutamenti d'idea di Eltsin e si occupò per le successive due settimane di preparare un intervento che dimostrasse come la Russia non volesse fare pressione sulle nazioni ex sovietiche, ma solo assicurarsi che le loro scelte militari non danneggiassero la politica estera russa. Raggiunto un compromesso che rimandava nel tempo l'allargamento (poi parzialmente verificatosi alla vigilia della guerra in Kossovo), Lebed era tornato in patria credendo di potersi mostrare al popolo come il nuovo eroe che aveva respinto la minaccia americana. Con sua grande sorpresa, alla richiesta di incontrare Eltsin che era già stato ricoverato in ospedale in attesa dell'operazione chirurgica, fu risposto un secco diniego. Fu così che seppe di essere stato licenziato.

I cinque by-pass coronarici che furono applicati al cuore di Eltsin non suscitarono tanto terrore quanto la polmonite che lo colpì nel gennaio 1997. Dopo l'operazione, tutti i pretendenti alla successione, Cubais per primo, si erano rassegnati a un ritorno in grande stile del vecchio governante e perciò avevano abbandonato ogni programmazione a breve termine. La nuova malattia aveva colto tutti di sorpresa e completamente sprovvisti di qualunque piano. Quello che in stile Brezneviano era stato definito un semplice "raffreddore", si era poi tramutato in una "bronchite" e quindi, quando l'evidenza non poteva più essere negata, in una "polmonite". Il pericolo di un vuoto di potere fu scongiurato solo dalla fibra di ferro del fisico di Eltsin che ancora una volta seppe recuperare con sorprendente velocità, deludendo coloro che speravano che quello fosse il momento buono per vederlo scomparire dalla scena politica.

Raccontare i successivi tre anni della storia russa sarebbe alquanto difficile senza avere una piena cognizione di quali siano i reali cambiamenti della società russa nello stesso periodo. Cambiamenti che non possono essere giudicati dopo così poco tempo. Per non lasciare all'oscuro il lettore è però utile riprendere una fantasiosa teoria riportata da un famoso giornalista italiano (Volcic). Egli, ottimo conoscitore delle vicende russe, delineando alcuni scenari di "fantapolitica" come l'ha definita personalmente, aveva enunciato un'ipotesi accattivate. Essa consisteva nel vedere dietro questi giochi di potere continui, una vera sceneggiata creata da una cosiddetta "cupola" (termine che ricorda da vicino il fantomatico sistema politico che comanderebbe la mafia siciliana) che proprio come si faceva ai tempi del Partito Comunista Unico, decide non soltanto chi deve comandare, ma anche chi deve stare all'opposizione e chi si debba allontanare dai centri del potere, il tutto in piena armonia tra i protagonisti che sanno perfettamente che alla fine avranno comunque la loro fetta di torta garantita proprio dalla precisione e accondiscendenza con cui si accettano queste regole del gioco.

Se sia oppure no "fantapolitica", è difficile stabilirlo, ma alcuni fatti paiono portarci proprio in questa direzione. Lebed che una volta allontanato fonda un proprio partito, ma non va mai contro Eltsin direttamente, eclissandosi poco a poco. Cernomyrdin che alla fine lascia il governo nonostante i suoi sostenitori finanzino le campagne elettorali di Eltsin con milioni di dollari. Clinton ha sempre visto in Eltsin un giusto corrispondente con cui trattare da una posizione di parità se non proprio di forza e nessuno può negare che nel 1995 una "task force" di esperti di marketing americani sia volata a Mosca per aiutare Eltsin nella sua campagna elettorale e che una volta scoppiato lo scandalo di questo aiuto diretto, la cosa possa essersi ripetuta altre volte in modo più nascosto. Le inchieste giudiziarie che hanno toccato la figlia di Eltsin per le presunte irregolarità nella distribuzione e l'uso dei soldi del Fondo Monetario Internazionale sembrano confermare la "spartizione della torta" ipotizzata da Volcic. Infine l'abbandono di Eltsin, improvviso e non certo influenzato dalle sue condizioni di salute, non peggiori di cinque anni prima, attuato con la stipulazione di un "contratto" col suo successore Vladimir Putin che lo mise al sicuro da ogni attività svolta durante il proprio mandato, lascia nel dubbio anche i più tenaci sostenitori della purezza e onesta del vecchio presidente.

Comunque sia, il nuovo secolo si è aperto non diversamente da come si era chiuso il precedente, almeno per la Russia. La guerra in Cecenia è ricominciata con le stesse modalità di cinque anni addietro. L'economia ha attraversato una crisi che avrebbe distrutto qualunque nazione e pur essendo ancora debole, ha mantenuto l'appoggio del FMI. I grandi monopoli del petrolio e del gas naturale sono stati privatizzati senza altre perdite se non le migliaia di licenziamenti che hanno portato allo stremo la classe operaia. L'esercito, la gloriosa Armata Rossa, ha accettato con scarsa opposizione la condizione meno agiata del passato, senza mai concretizzare quella rivolta che ha tolto il sonno a molti presidenti americani. Ora spetta a Putin raccogliere la pesante eredità di Eltsin, ma una cosa è sicura, la Russia è ancora lì, ha attraversato mille difficoltà facendo leva sullo spirito di sopportazione del suo popolo e, forse, questa resistenza spaventa il mondo occidentale molto più della potenza di un tempo.

Fonti e letture consigliate:

"Storia della Russia contemporanea" di Francesco Benvenuti;
"Andata e ritorno nei paesi ex comunisti" di Demetrio Volcic;
"La fine delle Democrazie popolari" di François Fejtö;
"Ottantacinque - Novanta. Dalla cronaca alla storia" di Francesco Traniello;
"Caucaso, crogiolo di popoli" di Ornella Rota.

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