La guerra di Crimea - Prima parte

di Gianluca Turconi

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La guerra di Crimea e le sue conseguenze sulla politica reazionaria delle Grandi Potenze continentali nell'Europa del XIX secolo.

  1. Prima parte (questa pagina)
  2. Seconda parte

L'arretratezza sociale russa

Lo zar Nicola I di Russia - immagine in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons

Lo zar Nicola I di Russia

La nazione Russa che nel proprio monolitico fervore si era frapposta fra l'Imperatore francese Napoleone e la sua fama imperitura come conquistatore dell'intera Europa, era cambiata ben poco dal 1815 al 1825, data in cui diventò Zar Nicola I e sarebbe cambiata ancora meno durante il regno di questo sovrano che deve considerarsi, a piena ragione, come il più reazionario tra i regnanti di Russia. Questa vena reazionaria dello zar sembrò trovare una scusante nella rivolta dei Decambristi, il cui nome è dovuto al mese di dicembre 1925, periodo in cui si svolse la sommossa. I rivoltosi, essenzialmente di estrazione liberale, costituivano una netta minoranza all'interno della classe dirigente russa, ancora saldamente legata all'aristocrazia terriera di natura feudale. Il 14 Dicembre di quell'anno (il 26 secondo il calendario ortodosso), alcuni ufficiali decambristi della Guardia imperiale, approfittando della giornata di giuramento dei reggimenti, riuscirono a far rivoltare delle unità scelte, fino a minacciare addirittura il palazzo imperiale di Pietroburgo. Per tutta la giornata, la situazione rimase molto incerta, ma verso il tramonto, quando ormai divenne chiaro che le truppe rivoltose erano in netta minoranza, l'artiglieria imperiale si schierò col potere legittimo, dando inizio a un intenso bombardamento dei ribelli che furono costretti ad abbandonare il campo. Questo fatto non fece altro che rafforzare le personali convinzioni di Nicola I che vedeva in ogni attività liberale o anche solo innovatrice, una minaccia contro il potere costituito e, quindi, contro la sua stessa persona.

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Nonostante ciò, per limitare il pericolo derivante da un immobilismo immotivato, lo zar si organizzò in modo tale che, almeno all'apparenza, le frange progressiste della società russa potessero vedere come si stesse adoperando per cambiare gli aspetti più odiosamente antiquati. Furono così costituiti diversi "comitati" con le più svariate funzioni e le più fantasiose composizioni. Questi organismi di riforma formalmente spendevano il proprio tempo alla ricerca di soluzioni per i problemi del paese come, per esempio, la servitù della gleba, di cui si parlerà più diffusamente in seguito, ma nella sostanza non vennero mai varate delle disposizioni efficaci, per il semplice motivo che tali comitati non facevano altro che proporre le soluzioni allo zar, il quale puntualmente le accantonava o le applicava con modalità talmente lievi e prive di autorevolezza da svuotarle di qualsiasi portata riformatrice.

Quand'anche tale propensione al conservatorismo non derivasse direttamente da Nicola I, esisteva un filtro particolarmente efficace contro qualsiasi movimento d'innovazione costituito dalla Cancelleria Imperiale. Quest'ulteriore organo dell'appartato burocratico zarista, sebbene non avesse una collocazione ben precisa all'interno delle istituzioni statali russe, si ritrovò ben presto a rivestire un ruolo di primaria importanza nell'azione reazionaria. Essendo la Cancelleria lo strumento di mediazione tra le decisioni dello zar e la loro applicazione pratica nella legislazione vigente, qualsivoglia intervento o modifica allo status quo doveva necessariamente passare al suo vaglio ed essendo i suoi membri di nomina imperiale e scelti, spesso e volentieri, tra l'aristocrazia di cui si diceva in precedenza, appare logica l'impossibilità che da essa derivasse qualche moto d'innovazione. La Cancelleria, come propaggine esecutiva della volontà dello zar, acquistò sempre maggiore potere, tanto da ingrandirsi col passare del tempo attraverso la creazione di sezioni speciali tra le quali divenne tristemente e grottescamente famosa la terza: la polizia politica.

Come in tutti gli stati in cui la repressione diventa funzione primaria dello stato, anche nella Russia di Nicola I l'istituzione preposta alla scoperta di vere o presunte congiure degenerò ben presto in un repositorio di delazioni e false denunce. Da parte sua, la polizia politica non fece nulla per prevenire tali distorsioni, anzi, ne diventò promotrice. Si intromise nelle transazioni tra privati, favorendo questo o quell'imprenditore secondo l'inclinazione politica del contraente. Nelle liti tra cittadini, un'accusa di liberalismo presentata alla polizia politica aveva più peso della decisione di un giudice civile. Ciononostante, l'efficacia di quest'unità speciale nel prevenire ciò per cui era stata creata lasciò spesso a desiderare. Infatti, l'unica vera organizzazione radicale che venne alla luce durante il regno di Nicola I (i petraševcy) fu scoperta e neutralizzata dalla polizia ordinaria.

Accanto all'attività di pubblica sicurezza esercitata dalla polizia politica, si sviluppò la censura che rappresentò l'anima farsesca di quell'istituzione. Ogni attività di manifestazione del pensiero era attentamente controllata: le opere letterarie, teatrali e soprattutto universitarie dovevano passare un controllo preventivo per accedere alla fase di pubblicazione o rappresentazione che in alcuni casi arrivava a discutere lo stile di scrittura degli autori, modificando aggettivi o verbi che venivano considerati "inadeguati" al contesto. La censura proliferò a tal punto che in pratica qualunque organo dello stato ne possedeva una sezione, tanto che dopo il 1848 si giunse a una "censura della censura", dove i funzionari preposti alla censura subivano a loro volta il controllo di altri funzionari censori.

Nikolaj Nikolaevič Raevskij, grande eroe della guerra contro Napoleone, fu coinvolto a causa del genero nella rivolta dei Decambristi, cadendo in disgrazia - immagine in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons

Nikolaj Nikolaevič Raevskij, grande eroe della guerra contro Napoleone, fu coinvolto a causa del genero nella rivolta dei Decambristi, cadendo in disgrazia

In questo clima di assurdo oscurantismo rimanevano immutati i problemi che attanagliavano lo stato russo, primo fra tutti la servitù della gleba. Nata in epoca feudale e decaduta nel resto d'Europa durante il Rinascimento, questa istituzione era ancora viva e ben radicata nella società russa di metà ottocento. Addirittura, essa rasentava la vera e propria schiavitù. Infatti, fino al 1830, anno in cui entrò in vigore il nuovo codice civile di Speranskij, unica grande innovazione del periodo, la tassazione dei proprietari terrieri era basata sul numero di contadini che coltivavano la terra e non sull'estensione di quest'ultima. I contadini perciò erano considerati alla stregua di merci che si potevano scambiare e persino vendere. Tutto ciò anche quando il proprietario della terra era lo Stato. Inoltre, fino a quella data, non erano previsti né scuole né ospedali per i villaggi rurali e l'autogoverno locale era esercitato dagli stessi proprietari terrieri che avevano piena giurisdizione non solo sulle proprie terre, ma anche sui villaggi contadini ritenuti beni strumentali.

L'enorme progresso che avrebbe portato il nuovo codice fu limitato enormemente dalla sistematica disapplicazione delle norme a livello locale. Il mantenimento dello status quo, prima ancora di essere un'imposizione dall'alto del potere zarista, era un riconosciuto privilegio della classe aristocratica dominante.

La politica estera russa precedente il conflitto di Crimea.

Ciò che all'interno poteva anche essere visto come una dura necessità per la salvaguardia del potere sovrano, fu trasformato da Nicola I nel principio cardine della propria politica estera. La salvaguardia del legittimo potere costituito, ovunque e qualunque fosse la minaccia, divenne la vera missione di questo sovrano.

Dopo il Congresso di Vienna che aveva cancellato con pochi tratti su una carta geografica realtà etniche secolari, la Restaurazione dello stato di legittimità pre-Rivoluzione Francese fu allo stesso tempo fine ultimo delle potenze continentali vincitrici e bersaglio primario delle forze rivoluzionarie. Se da un lato l'Impero Austriaco e la Prussia si potevano considerare come l'espressione moderata del movimento conservatore, dall'altro la Russia ne rappresentò la punta più oltranzista. Proprio la coerenza estrema tra il proprio pensiero politico e l'azione esplicata a livello internazionale avrebbe condotto Nicola I verso il disastroso scontro di Crimea.

Le relazioni tra Russia e Impero Ottomano erano già logore da molti decenni quando nel 1828 scoppiò una prima guerra tra le due nazioni. La Russia era appena uscita da un vittorioso conflitto con la Persia che aveva permesso alla grande nazione slava di impadronirsi della Georgia, avvicinandosi a un accerchiamento del tradizionale nemico turco. A ovest, l'interesse russo verso i principati ortodossi del Danubio era più che concreto, mentre a est, la recente conquista della regione georgiana apriva la strada a un'invasione diretta dell'Anatolia. La dichiarazione di guerra fu facilitata anche da un'errata valutazione della forza dell'avversario. Infatti, l'esercito turco era stato considerato in disfacimento e facile preda delle forze armate russe, più numerose numericamente e sicuramente più moderne.

Al contrario ci volle più di un anno per costringere la Sublime Porta alla resa. Purtroppo per la nazione turca, alla notevole resistenza offerta contro le truppe imperiali russe corrisposero altrettanto dure condizioni di pace. La pace di Adrianopoli stabiliva:

  1. il passaggio della foce del Danubio alla Russia;
  2. l'estensione del protettorato russo sui principati danubiani di Moldavia e Valacchia;
  3. il libero passaggio delle navi mercantili russe attraverso i Dardanelli.

Incredibilmente, però, tale trattato non prevedeva nulla in riferimento alla flotta militare russa nel Mar Nero e, in definitiva, permetteva all'Impero Ottomano di sopravvivere sebbene notevolmente indebolito. Questa decisione non fu casuale. Un apposito comitato fu istituito da Nicola I per studiare quali conseguenze avrebbe comportato la sparizione di quello stato per la stabilità dell'area. I membri del comitato, forse influenzati dalla recente insurrezione della Grecia contro il Sultano (1821), avevano espresso un parere favorevole al mantenimento dello status quo che era stato giudicato più importante di un possibile allargamento territoriale russo. La frammentazione in una molteplicità di stati nazionali avrebbe sicuramente comportato delle ripercussioni indirette anche sull'Impero Russo, altrettanto multi-nazionale quanto quello Ottomano.

I timori di una destabilizzazione internazionale parvero confermati dall'insurrezione belga del 1830. L'unione tra il Belgio e l'Olanda, avvenuta dopo il Congresso di Vienna del 1815 per costituire uno stato cuscinetto tra la Francia e gli stati tedeschi, era quanto di più innaturale potesse esistere per nazioni abituate a una piena indipendenza. La logica di identità nazionale era però troppo lontana dalle concezioni politiche di Nicola I per fargli comprendere il desiderio di libertà belga e di altre realtà nazionali sottomesse al dominio straniero, specialmente se il "dominatore" era russo.

Difatti, quasi contemporaneamente alla rivolta belga, anche i nazionalisti polacchi, soggetti alla dominazione russa, pretesero una piena indipendenza. La lotta con i polacchi non fu una semplice repressione, perché essi disponevano di un vero e proprio esercito nazionale permanente. Fu un conflitto lungo e duro, concluso con la sconfitta degli insorti che, in pratica, persero tutte le prerogative loro concesse dalla Costituzione del 1815, sostituita da un rigido Statuto nel 1832. A partire da quella data si procedette alla russificazione della Polonia, incentrando sia la scuola sia l'amministrazione pubblica sulla lingua russa. Le esperienze belga e polacca convinsero Nicola I che l'unico bene per la Russia era o un forte vicino amico o l'espansione dell'Impero russo fino all'annessione di tutte queste realtà minori.

Il matematico e statista russo Michail Michajlowič Speranskij fu un importante riformatore del periodo di Nicola I - immagine in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons

Il matematico e statista russo Michail Michajlowič Speranskij fu un importante riformatore del periodo di Nicola I.

Tali preconcetti avrebbero portato al grande equivoco anglo-russo del 1844 che si può considerare come la base per il conflitto successivo in Crimea. Gli antefatti di quell'accordo o, come vedremo in seguito, presunto tale, vanno ricercati nella rivolta egiziana del 1832. Mohammed Alì, governatore d'Egitto, aveva intrapreso una vera guerra d'indipendenza, spingendosi col proprio esercito fino all'interno dell'Anatolia, minacciando da vicino la stessa sopravvivenza dell'Impero Ottomano. Lo zar, alla luce di quanto consigliato dal comitato del 1829 e dagli avvenimenti in Belgio e Polonia, non desiderava per nulla la dissoluzione del decadente vicino, al punto che si decise per un intervento armato in favore del tradizionale nemico. Tra il febbraio e il marzo 1833, prima una flotta russa e poi una divisione di fanteria si recarono nella regione degli stretti a protezione della legittimità del Sultano. Per la prima e unica volta, truppe russe misero piede sulla riva asiatica del Bosforo. L'allarme che tale intervento provocò nelle nazioni occidentali fu enorme. Fino a quel momento sia la Francia sia la Gran Bretagna avevano sempre ritenuto possibile impedire una penetrazione russa nella regione perché l'Impero Ottomano era ostile allo stato slavo. Ora, invece, stava per diventarne alleato, se non addirittura un protettorato.

Pertanto, le due nazioni occidentali si adoperarono con vivo interesse per addivenire a una pace la più veloce possibile tra la Sublime Porta e l'Egitto (Convenzione di Kütahya). La presenza militare russa risultò così superflua, ma il suo ritiro non fu immediato. Esso avvenne unicamente dopo la stipula dell'accordo di mutuo soccorso di Unkar Skelessi (8 Luglio 1833) tra Impero Ottomano e Russia. Tale trattato, della durata di otto anni, prevedeva l'impossibilità per navi da guerra straniere di passare attraverso gli stretti, garantendo alla flotta russa il dominio del Mar Nero.

La pacificazione delle frontiere meridionali costituì solo una parte della politica di salvaguardia dei confini e della sicurezza dell'Impero Russo. Sempre nel 1833 fu conclusa la Convenzione di Berlino con i potenti vicini centro-europei, Prussia e Austria. Sebbene l'accordo fosse di reciproca assistenza tra i firmatari, la Russia si sarebbe rivelata ben presto il gendarme d'Europa. La convenzione prevedeva che in caso di rivolte o tumulti interni, ognuno degli alleati potesse intervenire in soccorso del vicino e lo zar non si fece scappare occasione per rendere effettiva questa disposizione.

Nel complesso intreccio di rivolte che scoppiarono nel 1848, la Russia si erse come una salda risposta della Reazione. Fu proprio l'esercito imperiale russo che intervenne in favore dell'Austria contro i nazionalisti ungheresi che minacciavano di rovesciare la casata degli Asburgo. La Russia di Nicola I era ormai tanto potente da poter correre in aiuto dei forti alleati nei momenti di difficoltà.

Fonti e letture consigliate

Simone Mambriani, La guerra degli errori;
Nicholas V. Riasanovsky, Storia della Russia, Bompiani editore.

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