La guerra di Crimea - Seconda parte

di Gianluca Turconi

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La guerra di Crimea e le sue conseguenze sulla politica reazionaria delle Grandi Potenze continentali nell'Europa del XIX secolo.

  1. Prima parte
  2. Seconda parte (questa pagina)

La Guerra d'Oriente

Fotografia della baia di Balaclava durante la guerra di Crimea del 1854 - immagine in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons

Fotografia della baia di Balaclava durante la guerra di Crimea.

L'aiuto fornito all'Austria convinse lo zar di aver trovato un amico fraterno e un alleato imperituro nell'Imperatore Francesco Giuseppe d'Asburgo. Questo fu solo uno dei numerosi errori che si sarebbero sommati in rapida successione a partire dal 1840 e che, inesorabilmente, avrebbero creato il caos nell'Europa Orientale.

Nel 1839-40, la guerra tra Impero Ottomano ed Egitto riprese con forza. Secondo il trattato russo-turco, l'esercito imperiale avrebbe dovuto intervenire in favore del Sultano, ma si capì ben presto che il trattato di Unkiar Skelessi non sarebbe stato rispettato per le notevoli pressioni internazionali esercitate da Gran Bretagna e Francia. Le due nazioni occidentali spinsero ancora una volta i contendenti a firmare una pace di comodo a Londra nel 1840. In aggiunta, per prevenire qualunque espansione russa nel Mar Mediterraneo, tutte le grandi potenze dell'epoca (Gran Bretagna, Francia, Austria e Prussia) imposero allo zar la Convenzione sugli Stretti del 1841 che ribadiva l'impossibilità per qualunque nave da guerra straniera di attraversare il Bosforo e i Dardanelli.

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Nonostante Nicola I non accettasse questa soluzione limitativa, ne sopportò le conseguenze anche alla luce di quanto avvenne solo tre anni dopo durante colloqui riservati tra lo zar e il Ministro degli Affari Esteri britannico, Lord Aberdeen. Nicola, recatosi di persona in Gran Bretagna, aveva discusso la risistemazione dell'area danubiana e medio-orientale nell'eventualità di un collasso dell'Impero Ottomano. I due interlocutori convennero che la preoccupazione primaria di Russia e Gran Bretagna fosse il mantenimento in vita dell'antico impero turco, ma che in caso di "imminente possibilità" di dissoluzione dello stesso, le due potenze si sarebbero dovute incontrare per determinare il destino di quelle terre. Al termine dei colloqui privati, la delegazione russa stilò un protocollo ufficiale che venne consegnato agli esponenti britannici i quali non lo rifiutarono, ma neppure lo accettarono esplicitamente. Questo comportamento avrebbe creato non pochi equivoci.

Infatti, tutte le azioni di politica estera che Nicola I avrebbe intrapreso successivamente si basavano sull'assunto che tale protocollo fosse un vero e proprio trattato con la Gran Bretagna, la quale, al contrario, lo considerò nulla più che uno scambio ufficiale di vedute su questioni di vitale importanza. A questa singolare modalità di vedere uno stesso documento si sommò la difficoltà interpretativa del contenuto dello stesso. Non fu mai chiaro, né avrebbe potuto esserlo, cosa si intendesse per "imminente possibilità" né quale grado di debolezza dovesse raggiungere l'Impero Ottomano per dichiararne una "morte presunta".

Nel 1853, Nicola I considerò arrivato il momento della fine dell'impero turco. La congiuntura internazionale pareva particolarmente favorevole alla Russia. Essa aveva, o credeva di avere, un forte alleato a Occidente: l'Austria. L'impero ottomano possedeva un esercito molto più arretrato di quello russo e perciò giudicato, nuovamente, una facile preda. Esisteva persino un pretesto per scatenare il conflitto con plausibili motivazioni: nel 1850 era scoppiata una forte diatriba tra ordini monastici cristiano-ortodossi e cattolici a proposito di chi dovesse gestire i Luoghi Santi in Palestina. La Russia, come unica grande nazione di religione ortodossa, pretese di difendere gli interessi della popolazione ottomana correligionaria.

L'interesse della Russia non andava, naturalmente, solo verso quelle futili dispute religiose, ma anche alla possibilità di incorporare nel proprio impero i principati di Valacchia e Moldavia che erano, in larga parte, abitati da popolazione di religione cristiano-ortodossa. Quella che era iniziata come una disputa di poco conto si sarebbe trasformata nella prima guerra moderna tra grandi nazioni europee.

Già nel Febbraio 1853, la Russia aveva presentato alla Sublime Porta una Nota che aveva il sapore dell'ultimatum. L'impero ottomano doveva favorire la fazione ortodossa nella disputa religiosa e riconoscere una sorta di protettorato russo su tutta la popolazione di religione ortodossa abitante all'interno dei propri confini. Mentre la prima condizione fu accettata di buon grado, la seconda fu respinta sdegnosamente, perché implicava una violazione della sovranità turca inaccettabile per qualunque stato che si volesse definire indipendente.

Lo zar, basandosi sull'accordo precedente con gli inglesi, inviò più volte al sovrano britannico delle richieste per procedere immediatamente alla spartizione dell'impero ottomano. Esse non solo furono declinate, ma l'atteggiamento della Gran Bretagna prima e della Francia poi si fece sempre più distaccato fino a diventare aggressivo. In un ennesimo errore di valutazione, Nicola I pensò che ormai il passo più importante, cioè l'occupazione dei principati danubiani, era stato fatto e perciò era possibile attendere l'evoluzione degli eventi da una posizione di forza. Lo stallo diplomatico si protrasse per mesi, fino a quando, nell'ottobre 1853, la Turchia, preoccupata dal prospettarsi dell'eventualità di un riconoscimento dello status quo nei principati, dichiarò guerra alla Russia.

Sul principio, il conflitto non fu altro che uno scambio di provocazioni, con le truppe ottomane che si fortificavano lungo il Danubio in attesa dell'intervento anglo-francese e i russi che segnavano il passo nella speranza di una soluzione diplomatica. La posizione equivoca dell'Austria, sempre più vicina agli anglo-francesi, spinse alla fine i russi all'azione. In maggio, il maresciallo Gorchakov oltrepassò il Danubio e prese Varna, in Bulgaria, senza però riuscire a sbaragliare le truppe dei difensori che al comando di Mustafà Pasha si ritirarono in buon ordine per asserragliarsi all'interno della città di Silistra. Per più di un mese i soldati zaristi assediarono la roccaforte, difesa con terrapieni e trincee anziché con le opera in muratura che l'arte della guerra del periodo consigliava. La difesa fu insormontabile, tanto che di fronte all'impossibilità di prendere tale posizione, i russi si ritirano addirittura da tutta la regione, facendo ritorno entro i confini precedenti lo scoppio della guerra.

Sebbene fossero venuti meno i motivi che avevano scatenato lo scontro, la guerra non terminò. Infatti, nel frattempo, altre motivazioni si erano aggiunte a quelle iniziali. Il timore di un'espansione della potenza marittima russa nel Mediterraneo attraverso i Dardanelli parve realizzarsi nel momento in cui una squadra navale comandata dall'Ammiraglio Nachimov distrusse la maggior parte della marina da guerra turca all'interno del porto di Sinope nel novembre 1853. A partire da quella data, la Russia diventava di fatto la padrona del Mar Nero e un'imminente invasione della regione degli Stretti era ormai più di una possibilità. L'inverno 1853 fu speso in lunghe, ma infruttuose trattative tra le potenze occidentali e la Russia. Ormai era pacifico che il conflitto si sarebbe trasformato in un'ennesima guerra continentale.

La guerra si allarga

L'ultimatum della Francia e della Gran Bretagna alla Russia fu consegnato il 27 febbraio e in mancanza di qualsiasi risposta, il 27 marzo fu firmata la dichiarazione di guerra. Presa la decisione, doveva essere scovato anche il terreno su cui combattere quella guerra che pochi volevano, ma tutti, ormai, erano costretti a portare avanti. La Russia, ritirandosi dai principati danubiani, aveva tolto un campo di battaglia ideale agli Alleati. Questi ultimi erano sbarcati in forze nella zona di Gallipoli nella speranza che l'esercito zarista accettasse lo scontro in campo aperto, ma tale speranza andò delusa ben presto. Purtroppo, l'altissima concentrazione di truppe con scarse condizioni igieniche fece scoppiare un'epidemia di colera che sarebbe diventata la prima causa di morte della guerra, con il 30% di casi positivi tra i soldati e il 20% di decessi.

Assedio di Sebastopoli durante la guerra di Crimea del 1854 - immagine in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons

L'assedio di Sebastopoli.

Si prospettava come necessaria l'invasione degli sterminati possedimenti dello zar. Si escluse quasi immediatamente l'eventualità di una campagna continentale in stile napoleonico verso Pietroburgo per non incorrere nel tremendo inverno russo. Si optò al contrario per lo sfruttamento della migliore arma in mano agli alleati, cioè la marina. Fu organizzata la più grande operazione d'invasione anfibia che si fosse mai vista nella storia dell'umanità fino a quel momento. L'obbiettivo prescelto fu la penisola di Crimea sul Mar Nero che per il suo clima particolarmente temperato garantiva un periodo valido per le operazioni terrestri relativamente lungo.

Infatti, tutti i capi militari alleati ritenevano che la propria superiorità tecnologica avrebbe consentito di terminare il conflitto prima dell'inizio dell'inverno.

Teoricamente, l'analisi era corretta. I francesi e gli inglesi possedevano una flotta di vascelli a vapore che fu in grado di spostare e, soprattutto, rifornire i 60.000 uomini del primo contingente che il 14 settembre 1854 sbarcò in Crimea. Quei soldati potevano vantare anche un migliore armamento personale, con fucili a canna rigata che assicuravano una maggiore gittata e precisione di tiro, nonché l'appoggio di un'artiglieria anch'essa con armi rigate che consentirono la trasformazione dei proiettili da sferici a cilindrici allungando il raggio di copertura offerto alla fanteria. Sfortunatamente, si sarebbero evidenziate delle carenze inaspettate negli eserciti alleati che avrebbero annullato i vantaggi iniziali.

Sul versante russo, l'attacco anfibio non fu inaspettato, ma la risposta non fu pronta e decisa come avrebbe dovuto essere. In Crimea, nel settembre 1854, era presente un numero di soldati russi pressoché equivalente alle forze d'invasione e un deciso contrattacco sulle spiagge avrebbero potuto far fallire l'invasione. Invece, il comandate delle forze di difesa, il principe Menshikov, decise che un attacco compatto nella zona di Sebastopoli contro le forze alleate in fase di riorganizzazione sarebbe stata la soluzione più adatta. Nella battaglia del fiume Alma si evidenziarono immediatamente i grandi vantaggi tecnologici degli alleati che potevano colpire da lunga distanza sia la fanteria sia l'artiglieria russa che fu messa ben presto allo sbando. La vittoria non fu però sfruttata. Anziché avanzare in direzione di Sebastopoli che non era stata fortificata per un errore di Menshikov, i comandanti alleati si diressero verso la zona di Balaclava, che sarebbe diventata la base di partenza di tutti gli scontri successivi.

Come giustificare un simile errore di valutazione? Gli storici sono concordi nel ritenere che l'impreparazione degli ufficiali comandanti francesi, ma soprattutto inglesi, ne fu la causa. Dopo le vittorie nelle guerre napoleoniche, in Gran Bretagna si era diffusa l'idea che un esercito di piccole dimensioni, adatto a combattere in patria, ben difesa dal mare e dalla marina da guerra reale, fosse l'arma ideale. Il periodo di relativa pace che si ebbe tra il 1815 e il 1853 non fece altro che aggravare la situazione. Gli unici ufficiali con qualche esperienza di combattimento avevano combattuto in India nelle guerre coloniali che, in confronto a ciò che si andava a delineare in Crimea, erano state semplici scaramucce.

I due comandanti supremi delle forze anglo-francesi erano Fitzroy James Henry Somerset e Jacques Leroy de Saint-Arnaud. Il primo, sessantaquattrenne inglese, era un coraggioso soldato che aveva combattuto nelle guerre contro Napoleone e si era fermato a quel periodo per quel che riguardava tattica e strategia. Con l'età era avanzato di grado, ma aveva conservato la convinzione che il coraggio della truppa potesse sopperire a qualunque mancanza. Il secondo, francese, aveva abbandonato l'incarico politico di Ministro della Guerra per assumere quello militare di Comandante del corpo di spedizione francese. Anch'egli buon soldato, aveva combattuto in Africa e come la sua controparte britannica, nutriva una fiducia infinita nelle capacità delle proprie truppe.

Sebbene i soldati alleati avrebbero confermato pienamente le qualità solo ipotizzate dai loro comandanti, la mancanza di "materia grigia" nei quadri superiori ne avrebbe sacrificato un gran numero in inutili battaglie di fanteria. La conferma di questo deficit alleato si ebbe durante il tentativo di blocco navale della penisola di Crimea. Gli anglo-francesi avrebbero dovuto bloccare l'istmo di Perekop per prevenire qualsiasi aiuto russo dall'esterno, ma all'ultimo momento si accorsero che i fondali di quel tratto di mare erano troppo bassi per le proprie navi da guerra. L'improvvisazione regnava sovrana...

I russi, approfittando di quel varco gentilmente lasciato aperto dagli assedianti, fecero confluire rinforzi e rifornimenti tali che Menshikov poté organizzare sia la difesa diretta di Sebastopoli sia una forza di movimento disposta a nord della città. Nonostante la disposizione delle forze russe lasciasse presagire la possibilità di contrattacchi via terra, gli alleati rimasero convinti di poter prendere la roccaforte attraverso un contemporaneo bombardamento dal mare e un attacco terrestre partendo da Balaclava. Nella settimana tra il 17 e il 25 ottobre 1854 ebbero luogo gli scontri che sarebbero entrati nella storia militare sia per l'audacia con cui furono combattuti dai soldati che vi presero parte sia per l'avventatezza (anche se qualcuno la definirebbe stupidità) con la quale i comandanti alleati condussero le operazioni. Il 17, la flotta anglo-francese prese a cannoneggiare i forti di Sebastopoli, noncurante della pesante risposta che l'artiglieria russa restituiva. Lo scambio durò tutta la giornata e a sera, con una presunta vittoria dovuta ai danni inflitti alle fortificazioni nemiche, la squadra navale si ritirò. La settimana seguente, in attesa delle truppe francesi che avrebbero dovuto ricongiungersi per l'assalto finale, gli inglesi lasciarono praticamente sguarnita la zona del fiume Cernaia.

La carica dei 600 - immagine in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons

La carica dei 600.

Menshikov, pur non essendo un tattico di grande spessore, non si lasciò sfuggire l'occasione e il 25 lanciò un attacco di cavalleria diretto a dividere i due contingenti di spedizione in modo tale da consentire alla fanteria di supporto di penetrare direttamente fino alle basi navali alleate di Balaclava. Lord Raglan, apparentemente sorpreso dall'operazione, fu fortunatamente salvato dalla completa disfatta dall'incredibile resistenza offerta dalla fanteria scozzese che resse l'assalto nemico, sempre in attesa di rinforzi che però tardavano a giungere. Alle 11 di quella stessa mattina, si verificò il più coraggioso e contemporaneamente insensato assalto di cavalleria che si possa ricordare. Nel tentativo di rallentare l'avanzata russa con le sole forze disponibili, Raglan, anziché attendere il supporto francese, lanciò all'attacco la Brigata di cavalleria leggera comandata dal Maggiore Generale James Thomas Brudenell, settimo conte di Cardigan che, partendo da una posizione svantaggiata, cavalcò contro le esperte linee nemiche facendo massacrare quasi completamente i propri uomini. Dall'episodio nacque l'epopea della "carica dei 600" che sarebbe stata riproposta come esempio di ardore militare e solidarietà cameratesca, anziché come futile e criminale obbedienza a ordini assurdi. Alla fine, la spinta russa si esaurì non certo per il sacrifico dei cavalleggeri, ma più realisticamente per l'incessante fuoco della fanteria britannica che poteva sfruttare pienamente il vantaggio di tiro delle armi a canna rigata.

Il tentativo di sfondamento fu ripetuto con eguale insuccesso anche nella pianura di Inkermann, il 5 novembre. Dopo quell'ulteriore sconfitta, Menshikov rinunciò a ogni attività di movimento per asserragliarsi definitivamente all'interno di Sebastopoli. La città fu fortificata ulteriormente seguendo le direttive del geniere Todleben che seppe trarre consiglio dei recenti insegnamenti ottenuti dalla guerra contro gli Ottomani, creando quasi unicamente difese in terra, facilmente costruibili e riparabili. La guerra stava per cambiare nuovamente aspetto.

Una nuova potenza in Europa

Come molti altri conflitti in precedenza e altrettanti nei decenni a seguire, anche la guerra di Crimea degenerò in scontri di artiglieria, in cui la fanteria aveva un ruolo relativamente poco importante sia per gli obbiettivi che erano assegnati a quest'arma sia per la scarsa considerazione che la vita dei soldati andava assumendo presso i comandanti superiori.

I terribili bombardamenti che dovevano sfinire le difese della città russa ci sono magistralmente ricordati dal grande letterato Lev Nikolaevic Tolstoj che arruolatosi volontario nell'esercito, fu prima combattente nel Caucaso, poi presente a Sebastopoli durante il bombardamento che a partire dal 9 aprile 1855 sarebbe durato 10 giorni consecutivi. Dalla sua prosa nei "Racconti di Sebastopoli" possiamo conoscere le angosce e gli atti di coraggio che ebbero luogo in quei tristi giorni. La fanteria alleata doveva continuamente attaccare dopo i bombardamenti che grazie all'abile lavoro di Todleben avevano scarsa efficacia distruttiva. Le perdite tra le file degli assalitori erano così via via maggiori e, di conseguenza, gli effettivi da rimpiazzare con nuove leve provenienti dalla madre patria crescevano di giorno in giorno. Se per la Francia ciò non costituiva un vero problema, tanto che nel momento di massimo sforzo circa 100.000 soldati transalpini furono presenti in terra di Crimea, il poco consistente esercito britannico non fu mai in grado di sostenere un impegno equivalente.

Per tali motivi, a partire dal novembre 1854, per circa due mesi, si svolsero delle febbrili trattative diplomatiche per trovare un valido aiuto militare. Sebbene l'Austria potesse essere il destinatario ideale per tali attenzioni, vista la sua equivoca "neutralità" e i sempre crescenti interessi nei Balcani, gli Alleati cercarono un appoggio meno impegnativo dal punto di vita politico che consentisse loro di non dover concedere al momento della firma della pace alcuna compensazione territoriale. La scelta finale cadde sull'emergente Piemonte.

Bersaglieri piemontesi nella guerra di Crimea - immagine in pubblico dominio, fonte Wikimedia Commons

Bersaglieri piemontesi in Crimea.

Il piccolo stato italiano era entrato prepotentemente sulla ribalta internazionale quando, da solo, aveva provato a sconfiggere il gigante austriaco nel tentativo, poi abortito, di strappare la Lombardia all'Impero Asburgico nel 1849. La dura sconfitta subita aveva causato un cambio generazionale sia nella casa regnante di Savoia (con l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele II) sia, soprattutto, nei ranghi politici dell'esecutivo con l'entrata in scena di Camillo Benso di Cavour.

La proposta iniziale degli alleati consisteva nell'assoldare un corpo di spedizione piemontese senza che vi fossero ulteriori implicazioni politiche. Una tale soluzione era essenzialmente inaccettabile da parte dei Savoia, in quanto il Regno di Sardegna non avrebbe acquisito alcun vantaggio dall'impresa se non quello finanziario. Perciò, Cavour seppe rifiutare in modo fermo, ma non definitivo, tanto che gli anglo-francesi si convinsero a elevare anche il Piemonte al rango di alleato, raggiungendo l'accordo in tal senso nel gennaio 1855. Un contingente militare piemontese di 20.000 uomini raggiunse la Crimea in aprile e subito si trovò ad affrontare l'insidia più temuta dell'intera guerra, vale a dire le epidemie di colera. In poche settimane più del 5% degli effettivi morirono a causa del morbo. Tra di loro anche il patriota italiano Alessandro La Marmora.

La partecipazione piemontese al conflitto in Oriente non fu soltanto numerica. I soldati italiani avrebbero avuto un ruolo importante anche nello svolgimento delle operazioni belliche. Nell'agosto 1855, durante la battaglia della Cernaia, seppero mostrare che la preparazione militare di quel piccolo esercito valeva almeno quanto quella delle grandi potenze già impegnate. Il 16 agosto, Gorchakov, sostituto del deludente Menshikov, aveva preparato una possente offensiva contro gli assedianti che prevedeva un aggiramento della linea nemica sul fianco destro, difeso proprio dai piemontesi. Essi non solo ressero all'iniziale assalto della numericamente superiore fanteria russa, ma successivamente grazie all'appoggio del centro francese dello schieramento, contrattaccarono con vigore, provocando una sconfitta dei russi che si sarebbe rivelata decisiva. I difensori, dopo le perdite del 16 agosto, attanagliati dall'assedio alleato, non riuscirono più a contrapporsi al nemico e l'8 settembre, sotto l'attacco combinato delle forze anglo-francesi, Sebastopoli si arrese. In definitiva, il Piemonte si sarebbe seduto allo stesso tavolo dei vincitori, consacrando la propria nomea di regno europeo emergente.

La perdita della Crimea non costituiva una sconfitta irrimediabile per i russi, tanto più che gli alleati avrebbero dovuto sopportare dei gravissimi problemi logistici se avessero continuato nella campagna invadendo la zona continentale dell'Impero zarista. Tuttavia, Alessandro II, successore di Nicola I sul trono degli zar, aveva un approccio completamente diverso nei riguardi della politica sia interna sia estera. Meno reazionario e ottusamente testardo del suo predecessore, sospese i combattimenti in tutte le regioni di confine, tranne nel Caucaso, dove gli ottomani furono sconfitti a Kars e costretti a cedere in via ufficiale vasti territori in precedenza solo militarmente occupati dalla Russia. Infine, il 30 marzo 1856 fu firmata la pace di Parigi.

Conseguenze e innovazioni derivate dalla guerra

Sebbene alla fine dei combattimenti la Russia avesse addirittura conquistato alcune zone nel Caucaso, la perdita della Crimea, anche se solo momentanea, ebbe gravissime conseguenze a livello strategico. Era dimostrato che le potenze occidentali potevano colpire in qualunque parte del Mar Nero ed erano in grado di sostenere lo sforzo anche molto a lungo. Inoltre, nella pace di Parigi fu sottoscritta una clausola che imponeva la demilitarizzazione del Mar Nero, privando i russi di un importante sbocco navale per la propria flotta. In definitiva i Dardanelli non potevano essere più minacciati direttamente. L'Impero ottomano, sopravvissuto a quel terribile momento, si spostò lentamente sotto la protezione francese che avrebbe procurato gravi problemi interni fino ai moti novecenteschi dei Giovani Turchi. Ciononostante, l'intera regione medio-orientale rimaneva unita sotto il controllo della Sublime Porta. Paradossalmente, l'intervento alleato aveva sortito quale effetto un assestamento reazionario molto più esteso di quanto si sarebbe realizzato con l'invasione russa che avrebbe destabilizzato tutta quella parte del mondo.

La Gran Bretagna vedeva riconosciuto il proprio dominio navale sul tutto il Mediterraneo, dato che la Francia, di lì a poco, sarebbe stata notevolmente ridimensionata dalla guerra contro la Prussia. Il piccolo Piemonte aveva ottenuto quello che si era prefisso, cioè un riconoscimento internazionale della propria forza e un buon alleato (la Francia) che sarebbe corso in aiuto dei Savoia durante la II Guerra d'Indipendenza italiana. L'Austria, nel suo immobilismo diplomatico, aveva perso una grande occasione per espandere la propria influenza nei Balcani, finendo per favorire l'eterno nemico ottomano. Gli Asburgo non si accorsero neppure che il Regno di Sardegna stava preparando la rivincita del 1859 e la conseguente unificazione italiana.

La Guerra d'Oriente fu anche il primo conflitto decisamente moderno, non solo per l'introduzione delle armi a canna rigata, ma pure per la contemporanea presenza di altri due elementi: gli inviati di guerra e un corpo stabile d'infermiere. Tra i primi è d'obbligo ricordare il fotografo Roger Fenton al quale sono dovute praticamente tutte le immagini di quel periodo attualmente disponibili, nonché il reporter del Times di Londra, William Russell, che grazie agli articoli inviati via telegrafo era in grado di aggiornare quotidianamente l'opinione pubblica britannica sugli avvenimenti bellici. Le sue descrizioni delle sofferenze dei soldati feriti in battaglia fu alla base dell'avventura di Florance Nightingale che organizzò una spedizione di 38 infermiere in terra di Crimea. Furono le prime a coadiuvare i famigerati chirurghi degli ospedali militari alleati, garantendo assistenza e solidarietà umana che fino ad allora era stata assente dai campi di battaglia.

A conti fatti, la guerra in Crimea fu un grande insegnamento per i tattici dei decenni successivi, in quanto come avrebbe dimostrato la II guerra d'indipendenza italiana e la guerra di secessione americana, i tempi dello scontro fisico tra cavallerie e fanterie stava volgendo al termine, per lasciare il posto al combattimento a distanza, anonimo e asettico, ma non meno crudele e cruento del suo predecessore.

Fonti e letture consigliate

Simone Mambriani, La guerra degli errori;
Nicholas V. Riasanovsky, Storia della Russia, Bompiani editore.

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