La solitudine del mostro

a cura di Stefano Frigieri

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Ai poli opposti del Mito stanno due figure antitetiche ma complementari: l'eroe scintillante, bello e perfetto, e il mostro deforme, la forza bruta, spesso simbolicamente sacrificabile alla fine dell'Impresa.

Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Interne

È la normalità contro la diversità, l'ordine contro il caos, entrambi necessari per definire la nostra dimensione umana, in una perenne guerra fratricida dell'anima.

Ma mentre l'eroe, in questa rappresentazione simbolica, trova proprio nella distruzione della bestia la sua unica ragion d'essere, il mostro pare vivere di vita propria, di non avere un gran bisogno del suo antagonista.

Egli se ne sta tranquillo nella sua caverna sotto la montagna, mentre l'eroe senza di lui è un povero pupo siciliano disoccupato. Sia nella sua accezione romantica di fantasia letteraria, che sia frutto di un esperimento chimico o simbolo del nostro io più nascosto, sia in quella reale, come anomalia genetica o nella figura di chiunque sfugga a regole e parametri sociali, è comunque un essere reale, perfettamente autonomo.

È la faccia oscura della luna, impossibile da ignorare.

E proprio quel mostro che ci suscita empatia o tenerezza quando ne leggiamo la storia o ne osserviamo le imprese cinematografiche, ben più del suo altezzoso e arrogante antagonista, nella realtà, dove più ne avrebbe bisogno, ci provoca orrore e diffidenza.

La povera bestia sconfitta tocca le corde dell'emozione e della pietà, ma è anche la sua faccia simpatica e infantile, come testimonia il successo degli orrori grotteschi di "Monster and co", a rubare la scena all'anonimo guerriero, spesso nascosto dalle pesanti imbardature della purezza e dell'incrollabile fede.

Il mostro è nudo, il mostro è sincero.

Anche nella sua accezione più negativa, come i vari slashers seriali dei film dell'orrore sulle cui efferatezze si è costruito un genere cinematografico di forte attrattiva, i vari Freddie Krueger o Michael Myers rivelano il loro carisma come unici veri protagonisti in un mondo di trascurabili agnelli sacrificali.

E la gente applaude.

Nella realtà della cronaca, come testimoniano le "fans" in delirio per il Pietro Maso della situazione, diventano troppo spesso vere e proprie stars di luccicanti ribalte mediatiche.

È questo che affascina : il nostro piccolo Mr Hyde vive una vita estremamente semplificata, priva di regole e convenzioni: è l'anarchia personificata, quel frammento della nostra anima che vorremmo vedere correre libero e selvaggio per i pascoli della vita.

E se la sua corsa suscita terrore e provoca qualche vittima, poco importa: in fondo è la sua natura.

Gli uomini dei miracoli

Il Superman della situazione, invece, elevato al rango di angelo custode e noiosamente politically correct, è il nostro utile idiota, a cui affidiamo il pallido giorno, per essere liberi di affrontare la bellezza oscura e intrigante della notte.

Ma quando egli decide finalmente di vivere una vita autonoma e di utilizzare il proprio potere unicamente a suo vantaggio, allora diventa lui stesso ai nostri occhi, il mostro da temere.

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Ne sono esempi nel campo fumettistico, Miracleman o il Dott. Manhattan di "Watchmen", entrambi frutto del genio di Alan Moore.

Miracleman è il primo protagonista del cosiddetto "revisionismo supereroistico" che dilagò durante gli anni ottanta creando le basi per la nascita del fumetto moderno e di cui il suddetto Moore fu uno dei protagonisti più significativi.

Lo scrittore inglese costruisce una vicenda ben più matura e realistica di quella del personaggio della Golden Age da cui il suo Miracleman prende le mosse.

La sua storia editoriale è abbastanza complessa (se non interessa, potete saltare).

Nel 1939 la Fawcett Comics pubblica sulla testata "Whiz Comics" la sua risposta a Superman, nato solo un anno prima sulle pagine di "Action Comics" della National Periodical Pubblications (la futura DC): Shazam alias Capitan Marvel che sia, plasticoso e infantile superessere, adatto a un pubblico di bisogni primari come era quello dell'epoca.

Con la sua folta famiglia di superesseri (sorelle, zii, cugini, conigli e una tigre umanoide), arriva a superare le vendite del suo antagonista.

I personaggi però erano molto simili e la National, irritata dal successo della concorrenza, inizia subito un'aspra battaglia legale sull'ipotesi di plagio che porterà, dopo dieci anni di controversie, alla sospensione del personaggio.

L'editore inglese che deteneva i suoi diritti, rimasto perciò con un pugno di mosche, (opportunamente appiedate e senza superpoteri), decise di aggirare l'ostacolo pubblicando il personaggio di Marvelman, che richiamava nel nome e nella fisionomia il perduto capitano, per non confondere troppo i suoi fedeli lettori.

Per esempio, mentre Shazam (Billy Batson) otteneva i suoi poteri pronunciando il suo nome, Mike Moran (figlio di un'esplosione atomica), si trasforma in Marvelman al grido di KIMOTA! (leggere al contrario per capire).

Per inciso, il suddetto Shazam, verrà poi reintegrato nella continuity DC, dopo che essa acquisì la Fawcett.

Nel 1982, dopo quasi un ventennio di oblio, Alan Moore ne rispolvera la logora immagine, donandogli una inedita profondità e trasformandolo in un personaggio maturo e calato nel suo tempo. Visto il successo, l'Eclipse americana ne acquista i diritti, cambiandogli nome in quello di Miracleman per non irritare la Marvel e dando il via alla cosiddetta British Invasion.

Dopo sette anni di gloria la Eclipse, in completa bancarotta, decide di chiudere la serie, ancora in piena evoluzione narrativa.

E qui inizia un altra diatriba legale tra Todd Mc Farlane, che voleva inserire il personaggio nell'universo di Spawn (esiste infatti una action figure che li rappresenta in antagonismo), e Neil Gaiman, che invece voleva concludere l'arco narrativo iniziato da Moore.

Vent'anni dopo, nel 2009, la Marvel risolve la situazione come terza (potente), incomoda, decidendo di rilanciare il personaggio ricambiandogli il nome e riconfermando Gaiman come autore. Attendiamo il redivivo Marvelman alla sua prova definitiva, ma quello che a noi ora interessa è l'evoluzione del personaggio nel corso della sua recente storia editoriale.

Moore ci consegna la sua vicenda divisa in tre capitoli: Il sogno del voloLa sindrome del Re Rosso e Olympus.

Nei primi due, uno smemorato Moran riacquista la consapevolezza dei suoi superpoteri, salva Londra (o ciò che ne rimane) dalla schizofrenia distruttiva di Kid Miracleman, gode delle gioie della paternità (la scena del parto graficamente descritta nei minimi dettagli, ha fatto storia).

Nella parte finale della sua epopea, per ora inconclusa, egli decide di autoproclamarsi governatore assoluto del mondo, assurgendo a ruolo di vera divinità, e cercando di plasmare la realtà intorno a lui a propria immagine.

Con ciò compie, e siamo arrivati al dunque, il suo passaggio da eroe a mostro.

Così come fa il Dott, Manhattan, controverso protagonista del "Watchmen" (sempre di Moore), che dell'uomo del miracolo è in fondo una reincarnazione.

Qui la trasformazione è ancora più mostruosa: egli dopo una carriera da supereroe alla difesa dell'umanità, si ritira nel suo sancta sanctorum marziano, completamente indifferente alle vicende terrestri, lasciando il mondo in balia di morte e distruzione.

Il mostro fa ancora più paura quando decide di non agire, e ci guarda morire con indifferenza.

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Un mostro per... amico

Il mostro è utile, ogni supergruppo che si rispetti ne ha uno nelle sue fila.

La Cosa dei Fantastici 4 o la Bestia degli X-Men sono la concessione del perfetto mondo supereroistico al diverso, almeno a quello che si è integrato, decidendo di sottostare alle regole comuni, barattando la propria libertà con un vantaggioso posto nella società.

I mutanti Marvel sono sempre stati la rappresentazione delle vittime di ogni xenofobia, ma chi aggiunge alla propria nascita deviata la tangibile diversità di una pelliccia blu cobalto, o come Nightcrawler, sembianze demoniache, non ha davvero alternative: solo la forza del numero li può difendere dalla paura che suscitano negli altri.

Hulk rimane in perenne equilibrio tra superintelligenza spocchiosa (nella sua versione pragmatica di Doc Green), e pura forza primordiale, rivelando in entrambe le situazioni un'anima mostruosa (freddamente calcolatrice o istintivamente brutale) pronta a scatenarsi.

I suoi ripetuti tentativi di integrarsi in qualche gruppo codificato (Avengers, Difensori), sono ovviamente sempre falliti: egli rimane comunque, alla fine di ogni situazione, profondamente solo.

Altri invece come Swamp Thing, hanno scelto fin dall'inizio la vita isolata del reietto. Scelto per modo di dire : Alec Holland non si tuffa volontariamente nelle acque contaminate che lo trasformeranno nell'orrida creatura della palude; non sceglie deliberatamente di diventare il paladino del mondo vegetale in uno slancio di altruismo suicida, ma subisce stoicamente entrambe le situazioni.

In questo suo ruolo pseudo-supereroistico, è perennemente intorno a noi a vegliare sull'equilibrio del creato, ma resta nascosto, in una segregazione volontaria, conscio che il suo aspetto farebbe travisare le sue buone intenzioni.

Creato nel 1971 da Len Wein e Bernie Wrightson, durante la gestione di Alan Moore in pieno periodo revisionistico, esce dagli stereotipi del racconto horror stile EC Comics degli inizi, e diventa un personaggio complesso e sfaccettato, tanto da riuscire a trovare una compagna, Abby Arcane, figlia del suo implacabile nemico, la cui chioma striata di bianco richiama l'acconciatura della sposa del mostro di Frankenstein del film omonimo, per sottolineare la loro situazione di amanti emarginati.

Moore compie una scelta ben più coraggiosa di quella fatta da Stan Lee nel donare a Ben Grimm (La Cosa) sì una compagna, ma opportunamente cieca per togliere qualunque imbarazzo al lettore ad accettare un evento inspiegabile secondo i suoi semplici parametri di uomo degli anni sessanta.

La sua controparte Marvelliana (il Man Thing di Steve Gerber) è solo un'ordalia vivente, il cui tocco rivela, in un rogo purificatore, i peccati del malcapitato di turno. Anche se successivamente avrà l'onore di un posto al sole della continuity come partner di Howard the Duck (il papero caduto sulla Terra, sempre di Gerber e altro "diverso", ma come molte meno paranoie esistenziali), egli rimane un mero mezzo per raccontare ogni efferatezza del genere umano e la sua giusta punizione.

Ma entrambi, comunque, al di là di ogni romanticismo pur ben costruito e credibile, rappresentano l'unica vera possibile realtà per il diverso, in ogni età storica, contesto multimediale o panorama sociologico: il mostro è solo. Irrimediabilmente.

Brividi da due penny

Come ci hanno narrato i grandi romanzieri gotici ottocenteschi, il mostro, quando non è impegnato nella sua perenne lotta con il "bene", rivela il suo lato umano, nascosto tra le pieghe della sua anima tormentata.

Sia la perduta creatura di Frankenstein, sia il più determinato Dracula, oppure il crudele Mr. Hyde, sono tutti in fondo povere bestie spezzate, alla ricerca di un significato per la propria esistenza.

Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Interne

Lo sa bene John Logan, che nel suo serial televisivo "Penny Dreadful" ne tratteggia le vite tormentate.

Il titolo richiama quei fascicoli settimanali a poco prezzo, venduti in Inghilterra intorno al diciannovesimo secolo che raccontavano una storia a puntate (come ad esempio "Varney il vampiro"), simili ai romanzi d'appendice italiani o ai feuilleton francesi ("I misteri di Parigi" su tutti), e considerati i precursori del genere pulp americano. In pratica, la versione meno nobile dei grandi romanzi gotici vittoriani.

Logan, prende le mosse dall'ennesimo capolavoro di Alan Moore, "La leggenda degli uomini straordinari" che narra delle imprese di una posse in salsa pulp composta da personaggi della letteratura fantastica, come Capitano Nemo, Quatermain e L'Uomo Invisibile, poi divenuto un ridondante blockbuster con Sean Connery.

Il racconto, si dipana in tre intense stagioni e segue le vicende tragiche e intimistiche di alcuni dei più famosi personaggi dell'horror ottocentesco.

Sullo sfondo di una Londra vittoriana perennemente annegata nelle nebbie dell'anima. le vite di Dracula e il Dott. Frankenstein, Dorian Gray e l'Uomo Lupo, si intersecano e convergono verso quella di Vanessa Ives, posseduta in tenera età da uno spirito maligno che le ha donato un immenso potere.

Non c'è nulla di epico, nessuna ambizione di raggiungere chissà quali obiettivi di dominio o distruzione.

Solo, e per tutti, la disperata ricerca di un posto nel mondo, di essere capiti da una umanità che invece si muove silenziosa sullo sfondo, indifferente anche alle loro più efferate nefandezze, di trovare una compagna con cui condividere le proprie eterne solitudini.

In questo mare di disperazione risultano proprio loro, le donne (Vanessa Ives ma anche la compagna del mostro di Frankenstein prostituta emancipata, o la congrega di streghe) le più forti e indipendenti, libere di organizzare la propria esistenza, seppure ai bordi della società.

Penny Dreadful, oltre che avere una elevata qualità espressiva da grande teatro elisabettiano, ha anche il merito di una profonda coerenza: è uno dei pochi casi di serial televisivo concepito in un arco narrativo ben preciso e autoconclusivo.

Il "The end" che compare alla fine dei titoli di coda della terza e ultima stagione, è nel contempo triste e appagante.

Quando i mostri camminavano sulla terra

Prima dei Fantastici Quattro, prima ancora che la Marvel piantasse la sua bandiera di conquista nell'ancora fertile terreno del Comicdom, anzi prima ancora che si chiamasse Marvel, esisteva la Atlas Comics, nata come costola della Timely e guidata da un già iperattivo Stan Lee che produceva, dopo il tramonto del periodo supereroistico durante gli anni 1940, collane antologiche di genere horror, western e sentimentale, come Strange TalesAmazing Adventures e Journey into Mistery.

Ma era il genere "mostruoso", forse influenzato dal successo di Godzilla e company (il quale per inciso ebbe successivamente gli onori di un'apparizione nella continuity Marvel come avversario dello S.H.I.E.L.D.), a farla da padrone.

Con nomi a volte impronunciabili Grogg, Thorg, Sserpo, Gorgilla, Zzutak e molti altri, tracciavano i loro percorsi apocalittici tra le newsprint a basso costo (primi tipi di carta comparabili a quelle dei quotidiani), seminando morte e distruzione tra un THOOM! e l'altro a segnare onomatopeicamente il loro cammino con gli enormi piedoni, spargendo qua e la morte e distruzione, ma soprattutto idee e spunti che successivamente verranno sfruttati dai loro eredi supereroistici.

Hulk e Groot, almeno come nome, nascono su queste riviste; l'Isola dei mostri che spesso appare in storie supereroistiche Marvel e fa da sfondo a un episodio citazionista di Planetary, non è altro che un'immensa casa di riposo per anziane mostruosità in disuso.

È su queste testate, poi migrate nella Marvel vera e propria, che Jack Kirby inaugura il suo passaggio dalla DC Comics alla Casa delle Idee.

E alcune di queste testate saranno il trampolino di lancio dei vari Spiderman, Doctor Strage o Thor.

In pratica, è da queste fondamenta che Kirby, insieme a

Stan Lee, comincerà' a costruire la rinascita del supereroe.

La furia di Rondo

Ma è soprattutto nei film, complice il buio rassicurante della sala cinematografica, dove il nostro caro mostro può finalmente diventare l'indiscutibile protagonista, e uscire dalla sua solitudine.

Che sia un ipertrofico lucertolone con la sua folta schiera di mega antagonisti, uno squalo assassino, l'ennesimo maniaco armato di machete, un'enorme viverna immersa nel suo letto dorato oppure il povero uomo elefante, l'orrido e il diverso riesce anche solo per un attimo a rubare la scena al bello, al convenzionale, allo stereotipato palestrato di turno, con quel colpo di coda (letterale nel caso di Godzilla) che profuma di rivincita.

Il regista Tod Browning nel lontano 1932, decide di utilizzare per il suo film horror sulle vicende di un circo itinerante, veri fenomeni da baraccone.

Si potrebbe cinicamente supporre che il suo scopo fosse quello di risparmiare sui trucchi di scena, ma più probabilmente la sua intenzione era quella di creare qualcosa di unico e irripetibile.

Se è così, l'operazione riuscì perfettamente.

Il film in questione si chiama "Freaks" e attraverso la parata di deformità e anomalie genetiche (le gemelle testa di spillo, il tronco umano, il nano, la donna barbuta), mette in scena una tradizionale storia di amore e vendetta racchiusa nel mondo a parte del circo, non concedendo nulla al pietismo e anzi in cui i deviati, i reietti trovano finalmente una loro dignità' umana.

Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Interne

In questa storia apparentemente tutta basata su un orrore esteriore, in realtà ciò che davvero terrorizza, sono i sentimenti dei cosiddetti "normali", ciniche figure che giocano con la sensibilità dei fragili compagni e che alla fine troveranno la loro giusta punizione (la terribile bellissima Cleopatra che sfrutta l'amore del nano Hans per impossessarsi del suo patrimonio, finirà trasformata in un'orrida donna-gallina, unico effetto speciale del film).

"Freaks" verrà pesantemente censurato e addirittura bandito in Inghilterra per ben trent'anni.

La acromegalia (malattia genetica che determina un eccessivo accrescimento delle ossa acrali cioè della testa, mani e piedi), comporta una tale alterazione della fisionomia da essere stata spesso sfruttata dal cinema o in alcuni sport estremi, al fine di suscitare timore e avversione.

Maurice Tillet e André the Giant, ne sono alcuni eclatanti esempi nel campo del wrestling.

Tillet, che aveva studiato giurisprudenza e imparato ben 14 lingue, non era certo un rozzo cavernicolo, come invece il suo aspetto porterebbe far sospettare.

Fu anzi molto abile a sfruttarlo per raggiungere i propri obiettivi, e il suo nom de guerre "The French angel", diventava un geniale ossimoro se accostato alla sua immagine.

La leggenda vuole che la sua grottesca simpatia ispirò pesantemente i creatori di Shrek.

Guardare per giudicare.

Ma l'esempio più eclatante e popolare, è stato quello di Rondo Hatton.

La malattia colpisce Hatton a circa vent'anni, dopo il suo ritorno dal fronte durante la prima guerra mondiale.

Questa coincidenza fu utile in seguito come furba operazione di marketing per sostenere l'ipotesi che la sua degenerazione fosse da imputare a una esposizione ai gas nervini tedeschi, il famigerato mustard gas.

La triste realtà è che quel bellissimo giovane, che aspirava a diventare un giornalista sportivo, un giorno vide nella propria immagine riflessa, come fosse davanti ad uno specchio deformante da luna park, un mostro dagli occhi buoni, ma dai lineamenti irrimediabilmente sconvolti.

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Durante gli anni trenta/quaranta, venne ingaggiato come nemico di Sherlock Holmes in alcuni films con Basil Rathbone e, visto il successo ottenuto, divenne una vera e propria star del genere horror/thriller di serie B.

L'apparizione della sua silhouette deforme che caracollava inesorabilmente verso la vittima di turno, suscitava un tripudio di urla terrorizzate, per lui una meravigliosa marcia trionfale che in parte lo rimborsava per quello che il destino gli aveva tolto.

Quasi una trentina di film ne hanno definito il mito, oggi ancora ricordato da un premio cinematografico a suo nome.

Non fu il primo né l'ultimo esempio del genere: Michael Berryman (la star di "Le colline hanno gli occhi" di Wes Craven) affetto da displasia ectodermica ipoidrotica, Richard Kiel (lo"squalo" arcinemico del James Bond di Roger Moore) e il nostro Salvatore Baccaro (eroe popolare degli anni d'oro della commedia sexy all'italiana), sono solo alcuni degli esempi più eclatanti.

E chi non vorrebbe finalmente vedere assiso sul Trono di Spade dell'omonimo serial fantasy americano il piccolo ma grandissimo Peter Dinklage, che dall'alto dei suoi poderosi 135 cm, domina la scena su tutti gli altri?

Al di là delle loro vite private, spesso per fortuna più che normali, almeno qui, al sicuro oltre i confini segnati dalla quarta parete, il "mostro" non è più solo.

La lunga marcia

Ma quello più reietto e disperato è sicuramente lo zombi.

Per lui non ci sono gli onori di un'epica sconfitta sul campo di battaglia, ma solo un asettico proiettile in testa oppure un misericordioso colpo di mannaia.

La sua forza è il numero: lo sciame migrante di cui fa parte è l'unica arma a sua disposizione che nel contempo però lo spersonalizza, facendogli perdere quella nobiltà bohémienne (non per nulla è spesso catalogato come "mostro proletario") dei suoi confratelli horror, dotati di una ben precisa identificabilità.

La sua inarrestabile stoicità, lo conduce verso un'unica meta: la sopravvivenza, che però nella sua mente ormai spenta, è più un ricordo atavico, un meccanismo automatico, piuttosto che un vero bisogno.

Nato storicamente come schiavo senz'anima frutto di oscuri riti voodoo, ha trovato la forza di ribellarsi e di sciamare nel mondo come una democratica macchina di sterminio che non conosce differenze di età, sesso o ceto sociale, nella sua pragmatica furia alimentare.

Negli ultimi anni ha avuto un successo colossale, al cinema, in letteratura o nei fumetti.

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I serial televisivi in particolare si sono moltiplicati, con ogni possibile variazione sul tema:

  • Walking dead, il sopravvalutato serial tratto dal fumetto di Robert Kirkman, dove gli zombi sono un utile pretesto per raccontare le dinamiche sociali di un gruppo di disperati in fuga dall'epidemia;
  • Dead setFear the walking dead, mere variazioni sul tema;
  • Z Nation, dove invece prevale l'ironia, ma riuscendo alla fine a risultare più credibile;
  • I-zombieIn the flesh, accomunati dal fatto che qui lo zombie ha un'identità e una coscienza ed è pienamente consapevole del sua situazione di reietto;
  • IntrudersThe returnedLes revenant, dove invece lo zombie non è un mostro a caccia di cervelli, ma un redivivo che torna a percorrere passi e luoghi della vita precedente, come un anello dell'infinito ciclo della vita, in una continua auto-reincarnazione. Questo elenco mostra l'evoluzione che la figura dello zombi ha avuto negli anni: da semplice ombra caracollante, a vera e propria personificazione dell'emarginato.

D'altronde egli cammina tra noi da sempre: è il senza tetto che ci insegue per una monetina, l'extracomunitario che vaga alla ricerca di un angolo di pace, lo vediamo negli occhi vuoti del drogato all'ultimo stadio.

Anche al cinema i numerosi film sull'argomento, hanno confermato questa necessità evolutiva (con alterni risultati).

Dalla critica sociale in salsa horror dei film di Romero, passando per l'incubo plausibile di una devastante epidemia virale di "28 giorni dopo" di Danny Boyle, fino allo zombi umanizzato (e innamorato) di "Warm Bodies".

In qualunque versione ci vengano proposti, ne siamo inevitabilmente attratti, forse perché simbolizzano un orrore più "credibile" di vampiri o lupi mannari, dimostrando che (anche al cinema) la vera paura è sempre più affascinante di quella virtuale.

Ma forse anche perché in queste storie estreme, dove il diverso fa da sfondo, anonimo e silenzioso, ci illudiamo di essere noi, i normali, i veri, unici protagonisti.

Mera illusione.

I mostri sono tra noi, intorno a noi, dentro di noi.

Non è un caso che Dracula, citando una vecchia prefazione del capolavoro di Bram Stoker, non si rifletta nello specchio: egli rappresenta il mostro che teniamo nascosto, che non vogliamo vedere.

Ma anche, aggiungo, quello che ci vive accanto, che facciamo finta di non vedere.

E prima cominciamo ad accettarlo, meglio è.

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