"La Strada" di Cormac McCarthy

a cura di Andrea Moretti

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Salve a tutti, ed eccoci di nuovo attivi nella rubrica mensile di Letture Fantastiche.

Copertina de "La Strada" di Cormac McCarthy - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Copertina de "La Strada" di Cormac McCarthy.

Quest'oggi ci prodigheremo all'introduzione di un'ulteriore lettura: ancora una volta vagamente in linea con il lungo e logorante periodo di pandemia che tutti noi stiamo vivendo e che, secondo le promesse e le nuove misure introdotte dal governo, si appresta auspicabilmente a finire.

In questo momento di isolamento sociale, non poche sono state le letture dimostratesi in grado di sostenerci e rincuorarci, involandoci in un mondo leggero, fatto di scene fantastiche e ostinata immaginazione; capaci di farci riflettere anche sulla pandemia, descrivendoci, in diversi testi, degli scenari molto simili.

Se la volta precedente l'approfondimento era relativo al celebre romanzo Cecità, scritto dal premio Nobel portoghese José Saramago, in questo caso la disquisizione concerne un libro che non vanta certo la stessa fama, ma che si presenta come ugualmente profondo e suggestivo.

Stiamo parlando del romanzo La strada: testo cinereo e angosciante, dalle atmosfere distopiche, decadenti, scritto dall'americano Cormac McCarthy.

Già famoso con la storica Trilogia della frontiera - con protagonisti due cowboy - McCarthy raggiunge la notorietà mondiale grazie al thriller Non è un paese per vecchi, di cui i fratelli Cohen propongono la celeberrima trasposizione sul grande schermo.

Iconica l'interpretazione di Javier Bardom nei panni dell'eccentrico killer.

Con il romanzo La strada, pubblicato nel duemilasei, McCarthy viene insignito di ben due premi letterari: il James Tait Black memorial Prize e il Premio Pulitzer per la narrativa.

La natura umana messa a nudo

Dominato da un'atmosfera grigia, vacua e decadente, dove gli unici colori che emergono sono quello arso e plumbeo dell'asfalto e truce e distopico della cenere, il testo di McCarthy ci presenta un mondo già decimato dall'Apocalisse. Gli ultimi uomini rimasti muovono una strenua e terribile battaglia per la sopravvivenza.

Non vi sono mostri e creature geneticamente modificate - come in molti distopici di ultima generazione - ma semplici uomini disperati che, sfiancati e depersonalizzati dalla fame, ricorrono al cannibalismo.

La scrittura di McCarthy, più che sugli eventi e sui colpi di scena, si concentra sull'ultimo, nudo residuo di umanità, rappresentato dal rapporto essenziale dei due protagonisti senza nome. Ridotti soltanto ai ruoli che la natura, a prescindere da ogni costume o costrutto sociale, gli attribuisce: un padre e un figlio.

In un mondo in cui i rapporti umani appaiono brutalizzati, Padre e Figlio preservano tutta l'umanità perduta nel loro inestinguibile e pervicace rapporto.

I ricordi del mondo di prima, che riappaiono in sogni dai colori nostalgici con la figura della moglie deceduta, e il legame totale e precario con il figlio, non sono altro che l'ultimo brandello di quei sentimenti puri che prima animavano la terra, e a cui Padre e Figlio si aggrappano per non ridursi, alla fine, a bestie cannibali.

Emblematica la metafora del fuoco che Padre e Figlio accendono ogni sera. Unico colore che si oppone al grigiore smorto e desolante che, allusivamente, l'autore lascia intendere come il risultato di una catastrofe nucleare.

Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.
Ok.

Uno stile monolitico

Lo stile dell'autore appare crudo, conchiuso in sé stesso e, a tratti, di difficile lettura.

Alla struttura classica in capitoli e paragrafi se ne sostituisce una fatta di lampi, immagini vaghe, moti struggenti dell'anima ed eventi truci e improvvisi.

Una scrittura talmente ferma e granitica da risultare incisa nella pietra; statica nella sua logorante lentezza, che vorrebbe esprimere la porfirea disperazione di quel mondo, caratterizzato da una totale assenza di cambiamento.

Una lettura certo molto complessa e struggente, ma che scava icasticamente nell'essenza più vera delle relazioni umane, l'anima nuda del rapporto Padre e Figlio, in un'evoluzione dell'anima che, nelle ultime pagine, tocca corde davvero profonde dell'anima in un diapason nostalgico di struggimento.

Non da meno, pure con questo volume, la trasposizione filmica, dove il regista John Hillcoat è riuscito nel difficile compito di trasmettere il medesimo senso di desolazione e l'algido moto di estraniamento che irradia ogni pagina, definendo in modo perfetto il difficile e disperato rapporto tra i due protagonisti.

Nel cast figura nientepopodimeno che Viggo Mortensen.

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