La Via dei Re, romanzo fantasy di Brandon Sanderson

a cura di Mirco Tondi

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La Via dei Re, romanzo fantasy di Brandon Sanderson - immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

La copertina de "La Via dei Re" nell'edizione Fanucci, praticamente identica alla versione statunitense.

La Via dei Re è il primo volume del ciclo Le Cronache della Folgoluce, un romanzo che porta lo stesso titolo di un libro presente all'interno del mondo di Roshar, l'ambientazione creata da Brandon Sanderson. Un libro antico, di tempi di cui sono rimaste poche tracce, considerati solo dei miti, delle leggende.

Ma è proprio su questo libro che l'Altoprincipe Dalinar, e così suo fratello il re Gavilar Kholin prima di lui, che sta basando la propria vita, facendone la guida del proprio essere, mettendo in pratica i Codici, gli insegnamenti scritti in quelle pagine. Insegnamenti che sono in contrasto con la mentalità dei nobili e della società di Alethkar, che lo fanno passare per un uomo dalla mente instabile, ma che lui percepisce come essi siano la via da seguire per realizzare il sogno del fratello.

Uniscili, è la voce che sente in continuazione, che lo esorta a riunire sotto la guida del nipote e rendere una cosa sola gli Altoprincipi del regno, divisi da interessi personali, impegnati a competere e primeggiare gli uni sugli altri, totalmente privi dei valori cavallereschi che invece appartenevano ai Radiosi. Valori che insegnano che chi è alla guida delle nazioni non deve essere servito, ma deve servire il popolo e mettere la propria vita al servizio di chiunque, dove l'esempio è necessario per far sì che anche gli altri prendano spunto per creare un grande e florido regno.

Non combattere mai altri uomini tranne quando vi sei costretto in guerra.

Lascia che siano le tue azioni a difenderti, non le tue parole.

Aspettati onore da coloro che incontri e dà loro la possibilità di esserne all'altezza.

Governa come vorresti essere governato.

Un monarca è controllo. Fornisce stabilità. È il suo servizio e il suo mestiere. Se non riesce a controllare se stesso, allora come può controllare le vite degli uomini?

Questi sono alcuni degli ideali in cui Dalinar è arrivato a credere, anzi, che ha cominciato a vivere in prima persona, sempre più convinto che il mondo sarebbe un posto migliore se tutti li vivessero e li attuassero. Ma perché questo si verifichi occorre che siano conosciuti e perché siano conosciuti occorre che ci sia chi dia l'esempio.

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Conosciuto come lo Spinanera (facendo riferimento a uno degli animali più feroci di Roshar), come un tiranno, un guerrafondaio, un uomo d'armi, nel periodo del crepuscolo della propria vita Dalinar si ritrova a cambiare, a non sentire più attrazione per la battaglia, ma a provare disgusto per essa. Non riesce più a vedere come l'Eccitazione (il piacere e il desiderio della guerra) e la più grande delle arti maschili del popolo Alethi (diventare un grande guerriero), siano così nobili se il loro fine è l'uccidere. Sempre più con forza si fa largo in lui l'idea che le Stratopiastre e le Stratolame (le armi più potenti presenti su un campo di battaglia) una volta erano fatte per proteggere ed essere al servizio delle persone e non per portare distruzione, usate in guerre logoranti per difendere l'onore nato dal tradimento e dall'assassinio, portatrici solamente di un dispendioso uso di energie e di uomini, indebolendo la forza della nazione in cui vivono. Dalinar arriva però anche a comprendere che in un mondo brutale e spietato, per difendere e diffondere gli alti ideali di cui è arrivato a vedere il valore e l'importanza per creare un sistema più saldo ed equo, non basta l'esempio, non è sufficiente a influenzare le persone e a farle cambiare, perché gli Altoprincipi non sono altro che bambini, incapaci di discernere cosa è giusto, qual è la via da percorrere: e fintanto che sono così, occorre esigere che facciano quanto è giusto, finché non siano cresciuti abbastanza da compiere le proprie scelte da soli; occorre dare con fermezza un livello minimo di onore e dignità, occorre che sia impartita un'educazione, anche se solleva proteste, anche se rende impopolari. La comprensione e l'apertura, e così pure il rispetto, sono una gran cosa, ma se sono eccessive si trasformano in permissivismo e portano a essere sopraffatti e calpestati, distruggendo quello per cui si è lavorato, come ha potuto provare per esperienza diretta.

Sullo stesso fronte di guerra per dare compimento al patto di Vendetta (il motivo per cui Alethi e Parshendi sono in conflitto, oltre naturalmente per il controllo delle cuorgemme, la preziosa risorsa necessaria per creare gli Animutanti), ma con una condizione differente, è presente Kaladin, venduto come schiavo e divenuto pontiere, la più infima casta presente sul terreno di scontro, a cui appartiene la feccia dell'umanità: ladri, assassini, traditori. Una vita breve e senza speranza quella dei pontieri, divisi in squadre e costretti a trasportare sulle spalle pesanti ponti di legno, necessari per superare i precipizi che separano l'uno dall'altro gli Altipiani dove gli abissali tessono le crisalidi contenenti le preziose cuorgemme; una vita che non ha nessun valore, dove c'è solo disperazione e solitudine, dove non vale la pena nemmeno conoscere il nome del vicino, dato che l'unico loro destino è quello di non sopravvivere.

Eppure le cose cominciano a cambiare proprio con l'arrivo al Ponte Quattro di Kaladin, apprendista medico ed ex-caposquadra tra le forze del Luminobile Amaran. È con l'alternarsi di capitoli ambientati ora nel presente, ora nel passato, che si conosce com'è divenuto uomo un giovane con grandi capacità in campo medico e un talento innato nel maneggiare la lancia, diviso da una scelta che è stato costretto a compiere per il capriccio di quella nobiltà che tanto considera inferiore chi non fa parte di essa e che non fa altro che tradire la fiducia delle persone. È attraverso le esperienze fatte (e la maturazione da esse sviluppate) che si vede un ragazzo inseguire dapprima i sogni di gloria tipici della gioventù (divenire un eroe, conquistare una posizione rispettata nella società) e poi comprendere come gli insegnamenti del padre (e quanto si aspetta da lui) siano più giusti, come sia più giusto salvare e proteggere; salvo poi sacrificare questa scelta, questa comprensione, per un senso di responsabilità verso chi gli è affezionato. È questa scelta che lo porta prima a raggiungere una certa posizione e poi a subire una caduta che lo trascina sempre più in basso facendolo letteralmente arrivare sull'orlo di un precipizio, pronto a compiere l'ultimo passo spinto dalla disperazione e dal non trovare più un senso nella propria esistenza. È proprio nel punto più basso che avviene la rinascita, che ritrova una ragione che lo spinga oltre tutti i fallimenti che sente d'aver compiuto; una sorta di resurrezione che lo salva e salva anche coloro che gli stanno attorno, facendogli riscoprire cosa significhi vivere.

Sempre la salvezza, questa volta però della propria famiglia, è alla base del viaggio intrapreso di Shallan per raggiungere Luminosità Jasnah, figlia dello scomparso re Gavilar Kholin, e divenire sua pupilla. È nella città di Kharbranth che avviene la sua iniziazione per essere erudita nella conoscenza della storia e della filosofia; un tirocinio che le piace sempre più, ma che la porta a dividerla interiormente per via di quello che deve fare: compiere un furto per salvare la propria casata dal disastro finanziario e tradire chi è arrivato a fidarsi di lei. È attraverso queste esperienze che anche lei, come Gavilar e Kaladin, cambia il proprio punto di vista sul mondo, arrivando a scoprire un passo alla volta, quasi per caso, una realtà sconosciuta; una risposta a quanto stava cercando, che tuttavia la spaventa per il modo in cui arriva.

È attraverso l'apprendistato di Shallan e la ricerca di Jasnah che Sanderson, come aveva già fatto nella trilogia Mistborn, fa comprendere quanto sia importante la conoscenza del passato e della storia dei popoli, dato che in essi sono celate conoscenze preziose (spesso accantonate troppo facilmente), le basi per la costruzione di un futuro migliore. Ma non è solo attraverso queste due donne che lo scrittore americano sottolinea l'importanza dello studio di culture differenti e della loro divulgazione: l'aveva fatto in Mistborn attraverso i Custodi (ben incarnati in Sazed), lo fa in questo mondo attraverso i Cantamondo, individui addestrati a diffondere la conoscenza di culture, popoli, pensieri e sogni, a portare pace tramite la comprensione; un compito sacro che questo ordine ha ricevuto dagli stessi Araldi.

Copertina dell'edizione britannica del romanzo di Sanderson - immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Copertina dell'edizione britannica del romanzo di Sanderson.

È seguendo le vicende di questi tre personaggi che si scopre un'ambientazione vasta, la cui conoscenza è soltanto all'inizio. Personaggi che fanno parte di un mondo in cui molto è andato perduto, dove molti sono i misteri da svelare, ma che sono soltanto alcuni dei protagonisti di un ciclo che come lunghezza, nelle intenzioni dell'autore, segue le orme de La Ruota del Tempo di Robert Jordan e della saga Malazan di Steven Erikson. Già negli interludi presenti tra le varie parti in cui è suddiviso il romanzo vengono mostrati nuovi personaggi e popoli con tradizioni completamente diverse da quelle dei tribali Parshendi o degli aristocratici Alethi, come i Purolacustri, abitanti della nazione che un tempo era conosciuta come Sela Tales, uno dei Regni Epocali, che vivono di pesca, o come gli Shin, un popolo dove i guerrieri occupano il posto più basso della società (come fossero una sorta di schiavi) e i contadini sono ricoperti di attenzioni e rispetto.

Un mondo vivo, ben caratterizzato quello di Roshar, dove molte sono le risposte da trovare e altrettante le domande da porre per fare nuove scoperte. Un mondo spazzato da tempeste dall'alto potenziale distruttivo, cariche di potere e dotate di volontà propria, che imperversano su una terra dove le stagioni si alternano senza uno schema preciso, l'erba si ritrae al passaggio di uomini e animali, e creature gigantesche vengono considerate delle divinità. Un mondo dove gli spiriti, gli spren, sono parte integrante della realtà materiale, vivono in tutte le cose; essenze che appaiono quando avviene un cambiamento (anzi, ne sono il cuore), quale può essere il sorgere di un'emozione o di una variazione climatica.

Sanderson intesse una storia d'intrighi, combattimenti, ricerche e conoscenza, creando un'ambientazione epica dove lontane leggende prendono a sussurrare con sempre maggiore insistenza, coinvolgendo sempre più il lettore nello scorrere le pagine de La Via dei Re e affascinandolo con i contrasti delle dualità che mostra: la tranquillità dell'infanzia e adolescenza di Kaladin che si scontra con la brutalità del suo periodo da uomo; la preservazione della vita della sua natura di medico in contrasto con il portare morte nel suo essere soldato. La miseria delle caserme dei pontieri che si scontra con la bellezza del Palanaeum, la biblioteca di Kharbranth, una gigantesca struttura a forma di piramide vuota rovesciata al cui interno sono state ricavate alcove dove vengono custoditi preziosi libri. Il mondo di Roshar e quello di Shadesmar. Gli Araldi e i Nichiliferi.

La Via dei Re è un'ottima lettura, una storia che riprende temi già trattati e conosciuti in tante storie come l'onore e la dignità, la guerra e gli intrighi politici, la fine di un mondo e l'inizio di un altro, la perdita e il ritrovamento di qualcosa che è stato dimenticato e perduto. Una storia che se si vuole non rinnova il genere, non immette niente d'originale, ma con tutto quello che si è scritto è cosa impossibile farlo, non solo guardando negli ultimi anni, ma osservando anche le vicende passate dei popoli che hanno preceduto la cultura nella quale viviamo (basta vedere i miti e scoprire come con vesti differenti raccontino tutti le medesime cose). Ma è una storia scritta e strutturata molto bene, che fa immergere nella lettura e, oltre a non annoiare, è capace d'arricchire visto come orchestra le trame, dove niente viene scritto per caso e che al momento giusto trova la sua ragione e la sua collocazione (se ci si interroga sulle note all'inizio dei capitoli, che sembrano essere annotazioni di un qualche diario o registro, occorre aspettare uno degli ultimi capitoli per avere rivelazione della loro natura). Tuttavia, La via dei re una qualche piccola pecca ce l'ha: il prologo Uccidere è scritto in un modo che non convince appieno, dato che i poteri usati da Szeth sono troppo spiegati, troppo didattici. La scelta potrebbe essere comprensibile se avvenisse durante un addestramento, con il maestro che spiega al proprio discepolo il funzionamento di certe abilità, ma non è né accettabile né plausibile nel mezzo di un'azione concitata.

Una piccola curiosità a margine della recensione. In La Via dei Re compaiono due nomi, Hoid e Adonalsium, e chi ha letto altre opere di Sanderson li ha già incontrati (trilogia di Mistborn e Il Conciliatore). Su di loro si scoprirà di più andando avanti nella lettura delle Cronache della Folgoluce (e non solo), ma da quanto fatto capire finora da Sanderson, sono un modo dello scrittore per mostrare come la maggior parte delle sue opere facciano parte del Cosmoverso (l'universo da lui creato per le sue storie) e siano legate tra loro. Una scelta già vista in altri autori. Terry Brooks l'ha fatto con la saga del Verbo e del Vuoto e quella di Shannara. Margaret Weis e Tracy Hickman lo hanno fatto con i cicli di Dragonlance e Deathgate. Per non parlare della Torre Nera, con Stephen King che ha legato a questa serie eventi e personaggi di altri libri che ha scritto.

L'idea non è certo nuova, ma come sempre è affascinante, fa comprendere quanto sia ampia e varia l'immaginazione di Sanderson nel realizzare storie coinvolgenti, dove ogni lettore può trovarvi un significato, proprio come viene detto in questo bel dialogo tra Hoid e Kaladin.

«...Una storia non vive finché non viene immaginata nella mente di qualcuno.»
«Cosa significa la storia allora?»
«Significa quello che tu vuoi che significhi» disse Hoid. «Lo scopo di un cantastorie non è quello di dirti come pensare, ma di darti delle domande su cui riflettere. Troppo spesso ce ne dimentichiamo.»
Kaladin si accigliò guardando a ovest, in direzione dei campi militari. Ora erano illuminati con sfere, lanterne e candele. «Significa prendersi le proprie responsabilità» disse Kaladin.
...
«Questa è un'interpretazione» disse Hoid. «Un'ottima interpretazione, in effetti. Dunque, per cos'è che non vuoi assumerti la responsabilità?»
Kaladin trasalì. «Cosa?»
«La gente vede nelle storie quello che sta cercando, mio giovane amico.»
(La Via dei Re. Brandon Sanderson. Fanucci Editore 2011. Pag. 913)

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