Napoleone e la battaglia di Waterloo - Terza parte

traduzione italiana a cura di Gianluca Turconi

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La battaglia di Waterloo, terza parte: l'evolversi dello scontro e la definitiva sconfitta col ripiegamento della leggendaria Vecchia Guardia Imperiale francese.

L'eroica resistenza della fanteria Alleata contro la cavalleria francese

Royal Horse Guard britannica in divisa del 1806 - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Royal Horse Guard britannica in divisa del 1806. Nei resoconti sulla battaglia di Waterloo spesso viene esaltato il ruolo della fanteria Alleata dimenticando che altrettanto importante fu il supporto della loro cavalleria che concesse con le proprie cariche di alleggerimento quel riposo necessario ai fanti per sopravvivere ai furiosi attacchi dei corazzieri francesi.

Napoleone fu testimone con amaro disappunto della rotta delle sue truppe - a piedi, a cavallo e dell'artiglieria - che attaccarono il centrosinistra degli Inglesi e dell'ostinata resistenza che la guarnigione di Hougoumont oppose a tutti gli sforzi della sua ala sinistra. Ordinò quindi che le batterie lungo la linea delle alture da lui tenute fossero rafforzate e per qualche tempo un costante e più distruttivo cannoneggiamento infuriò attraverso la valle, con parziale cessazione del resto del conflitto. Ma il superiore fuoco dell'artiglieria francese, sebbene l'indebolì, non poté rompere la linea britannica e si resero perciò necessarie misure più sommarie e ravvicinate.

Erano circa le tre e mezzo del pomeriggio e nonostante l'esercito di Wellington avesse sofferto severamente a causa del cannoneggiamento continuo e del successivo disperato assalto, nessuna parte della posizione britannica era stata forzata. Napoleone decise perciò di provare quale effetto avrebbe prodotto sul centro e la destra britannici le cariche della sua splendida cavalleria, portate in tali forze che la cavalleria del Duca non potesse contrastarle. Truppe fresche furono mandate allo stesso tempo ad assalire La Haye Sainte e Hougoumont, essendo ancora il possesso di tali posizioni l'obiettivo dell'imperatore. Squadrone dopo squadrone, i corazzieri francesi risalirono i crinali sulla destra del Duca e cavalcarono con intrepido coraggio contro le batterie dell'artiglieria britannica in quella parte del campo di battaglia. Gli artiglieri abbandonarono i loro cannoni e i corazzieri giubilarono a quel presunto trionfo. Ma il Duca aveva organizzato la sua fanteria in quadrati e i corazzieri caricarono invano contro impenetrabili siepi di baionette, mentre il fuoco dai ranghi interni dei quadrati produceva terribili effetti sui loro squadroni. Volta dopo volta, essi attaccavano col medesimo risultato e non appena retrocedevano da ogni attacco, gli artiglieri britannici si affrettavano in avanti dal centro dei quadrati, dove si rifugiavano, ed esercitavano i loro cannoni sui cavalieri in ritirata. Quasi l'intero corpo di cavalleria pesante di Napoleone fu distrutto in quei tentativi infruttuosi contro la destra britannica. Ma in un'altra parte del campo la fortuna per una volta lo favorì. Due colonne di fanteria francese della divisione di Donzelot presero La Haye Sainte tra le sei e le sette, e vi erano ora i mezzi per organizzare un altro formidabile attacco contro il centro degli Alleati.

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[...]

Non c'era tempo da perdere, perché Blücher e Bülow cominciavano a pressare la destra francese. A partire dalle cinque, Napoleone era stato obbligato a distaccare la fanteria di Lobau e la cavalleria di Domont per contrastare questi nuovi nemici. Vi riuscirono per qualche tempo. Non appena un maggior numero di Prussiani arrivò sul campo di battaglia, essi aggirarono il fianco destro di Lobau e mandarono un forte reparto a conquistare il villaggio di Planchenoit che, si ricorderà, sorgeva sul retro della destra francese.

Il piano degli Alleati non era meramente di evitare che Napoleone avanzasse su Bruxelles, ma di tagliare le sue linee di ritirata e di distruggere completamente la sua armata. La difesa di Planchenoit divenne perciò assolutamente essenziale per la sicurezza dei Francesi e Napoleone fu costretto a inviare la sua Giovane Guardia a occupare il villaggio che fu tenuto con grande coraggio contro i reiterati assalti della sinistra prussiana, sotto Bülow. Tre volte i Prussiani si aprirono la strada verso Planchenoit combattendo e altrettante volte i Francesi li respinsero: lo scontro fu combattuto da entrambe le parti con feroce disperazione. Tale era l'animosità esistente tra le due nazioni che pietà fu raramente concessa o persino chiesta. Altre forze prussiane apparvero sul campo vicino alla sinistra inglese e Napoleone fu costretto a contrastarle distaccando altre truppe a tale scopo. Quindi larga parte dell'esercito francese era disposta ad angolo retto con la linea dell'altra porzione che ancora si confrontava e assaliva le posizioni inglesi. Tuttavia questa porzione era ora numericamente inferiore alle forze sotto il comando del Duca di Wellington che Napoleone aveva attaccato per l'intera giornata senza guadagnare alcun vantaggio tranne la cattura di La Haye Sainte. È vero che a causa della cattiva condotta di gran parte delle truppe olandesi e belghe, il Duca fu obbligato a dipendere esclusivamente dai soldati inglesi e tedeschi, e che i ranghi di questi si erano assottigliati tremendamente, ma i sopravvissuti tennero il terreno eroicamente e opposero un risoluto fronte a ogni movimento d'avanzata del nemico.

Testimonianza diretta di un veterano della fanteria britannica

In nessun punto della linea britannica ci fu pressione maggiore che sulla brigata di Halkett nel centrodestra, composta da battaglioni del 30°, 33°, 69° e 73° reggimento britannico. Possiamo fortunatamente citare il diario di un coraggioso ufficiale del 30°, una narrazione di ciò che avvenne in quella parte del campo. [Questo eccellente diario fu pubblicato nel United Service Magazine durante l'anno 1852.] Il Maggiore Macready servì a Waterloo nella compagnia leggera del 30° reggimento. La portata del pericolo e del massacro che la brigata di Halkett dovette affrontare può essere misurata dal fatto che questa compagnia leggera marciò sul campo di battaglia con tre ufficiali e cinquantun uomini e alla fine della battaglia erano sopravvissuti un ufficiale e dieci uomini. Il conciso resoconto soldatesco del maggiore Macready di quanto veramente vide e provò ci dà una migliore idea della terrificante scena rispetto a quanto può essere dedotto dalle raffinate generalizzazioni che lo stile storico convenzionale richiede o, persino, dagli entusiastici versi del poeta [N.d.T. Si fa riferimento a opere di Sir W. Scott e altri non riportate nella presente traduzione]. Durante la prima parte del giorno Macready e la sua compagnia leggera furono impiegati come schermagliatori sul fronte della brigata, ma quando la cavalleria francese cominciò i suoi attacchi sul centrodestra britannico, lui e i suoi compagni furono richiamati indietro. Il coraggioso soldato descrive da sé cosa accadde:

"Prima dell'inizio dell'attacco la nostra compagnia e i Granatieri del 73° erano impegnati in qualche scaramuccia veloce sul terreno più basso, a protezione dei nostri cannoni e per infastidire quelli del nemico. La linea di tiratori opposta a noi non era più forte della nostra, ma all'improvviso essi furono rinforzati da numerose unità e molti cannoni cominciarono a spararci addosso a mitraglia. I nostri poveri compagni caddero molto velocemente e in meno di due minuti i Colonnelli Vigoureux, Rumley e Pratt furono trasportati via gravemente feriti. Così divenni il comandante della nostra compagnia. Resistemmo sotto quell'uragano di piccoli colpi finché Halkett ci richiamò e io portai via circa un terzo degli uomini, essendo il resto morto o ferito, e veramente mi domandai come ciascuno di loro fosse sopravvissuto. Quando il nostro trombettiere fu ucciso, io gridai e feci segnali di muoversi a sinistra, così da evitare il fuoco dei nostri stessi cannoni e metterci al sicuro, per quanto possibile.

"Quando raggiunsi i cannoni abbandonati dall'unità di Lloyd, mi fermai vicino a essi per circa un minuto a contemplare la scena: era molto al di là di qualsiasi descrizione possibile. Hougoumont e il suo bosco erano visibili in fiamme attraverso la cappa di fumo che sovrastava il campo di battaglia; sotto questa nuvola i Francesi erano visibili indistintamente. Qui una massa di lunghe piume rosse era visibile mentre sventolavano nel vento; là, luccichii d'acciaio provavano che i corazzieri si stavano muovendo; 400 cannoni eruttavano fuoco e morte da ogni parte; quel crepitio e le grida erano frammisti senza distinzione - insieme mi diedero l'idea di un vulcano in attività. Unità di fanteria e cavalleria si stavano riversando su di noi e fu tempo di abbandonare la contemplazione, così mi mossi in avanti verso le nostre file che resistevano organizzate in quadrati. Il nostro reggimento e il 73° ne formarono uno, il 33° e il 69° un altro; alla nostra destra oltre a loro c'erano le Guardie e alla nostra sinistra gli Hannoveriani e la Legione Tedesca della nostra divisione. Come entrai nel retro del nostro quadrato dovetti scavalcare un corpo e guardando giù, riconobbi Harry Beers, un ufficiale dei nostri Granatieri, che un'ora prima mi aveva stretto la mano, ridendo, quando avevo lasciato quelle fila.

"Ero nell'usuale abitudine d'intimità militare col povero Harry - cioè, se uno di noi fosse morto di morte naturale, l'altro l'avrebbe ricordato come un buon compagno e sorriso al suo vicino nel congratularsi con lui per quel passaggio - ma vedendo la sua corporatura erculea e la sua espressione animata improvvisamente silenziose e immobili davanti a me (non so da dove originasse quel sentimento, poiché avevo appena visto il mio più caro amico cadere, quasi con indifferenza), le lacrime cominciarono a scendere dai miei occhi, non appena singhiozzai "Povero Harry!". La lacrima non era ancora asciutta sulla mia guancia quando il pensiero del povero Harry passò. Alcuni minuti dopo, la cavalleria del nemico galoppò verso la cresta della nostra posizione. I nostri cannoni furono abbandonati e la cavalleria si organizzò tra le due brigate, un centinaio di passi davanti a noi. La loro prima carica fu magnifica. Non appena sveltirono il loro trotto in un galoppo, i corazzieri piegarono le loro teste cosicché i picchi dei loro elmetti apparissero come visiere ed essi sembrassero rivestiti d'armatura dalle piume alla sella. Non un colpo fu sparato finché essi non raggiunsero le trenta yard, quando l'ordine fu dato e i nostri uomini spararono contro di loro. L'effetto fu magico. Attraverso il fumo vedemmo i loro elmetti cadere, i cavalieri sbalzati dalle loro selle con salti convulsivi quando ricevettero le nostre pallottole, cavalli sventrati e recalcitranti, in agonia per il terrore e il dolore, e le masse dei soldati smontati, parte dello squadrone in ritirata, ma la maggior parte a forzare i loro cavalli contro le nostre baionette. Il nostro fuoco ebbe presto ragione di questi gentiluomini. L'unità principale si riorganizzò davanti a noi e rapidamente e coraggiosamente ripeterono i loro attacchi. Infatti, da quella volta, verso le quattro, fino alle sei, ci fu una costante ripetizione di quelle ardite ma futili cariche. Non avemmo difficoltà nel respingerle, sebbene le nostre munizioni stessero diminuendo preoccupantemente. Alla fine un carro d'artiglieria arrivò da noi, svuotammo due o tre barili di cartucce nel quadrato e ci sistemammo tutti.

"La miglior cavalleria è inutile contro un fermo e ben fornito reggimento di fanteria; persino i nostri uomini lo videro e iniziarono a provare pietà per la superflua perseveranza dei loro assalti e, quando avanzavano, grugnivano "Ecco che i pazzi arrivano ancora!". Uno dei loro ufficiali superiori tentò un ruse de guerre, avanzando e gettando la sua spada, come se si volesse arrendere; alcuni di noi ne furono ingannati, ma Halkett ordinò agli uomini di sparare e l'ufficiale si ritirò freddamente, salutandoci. La loro devozione fu invincibile. A un ufficiale che avevamo preso prigioniero fu chiesto quali forze Napoleone avesse a disposizione sul campo ed egli replicò con un sorriso a mezzo tra la derisione e la minaccia "Vedrete presto la sua forza, signori". Un semplice corazziere fu colpito e trasportato nel quadrato; il suo solo lamento fu "Uccidetemi dunque, uccidetemi, uccidetemi, soldati!" e quando uno dei nostri soldati cadde morto vicino a lui, egli si impadronì della sua baionetta e la spinse con forza nel proprio collo, ma ciò non bastò a ucciderlo, allora alzò la sua corazza e affondò la baionetta nello stomaco, rigirandola finché non smise di respirare.

"Sebbene sconfiggessimo costantemente i nostri avversari vestiti d'acciaio, trovammo clienti più difficili nei tiri a volo e a grappolo che per tutto il tempo furono sparati contro di noi con terribili effetti e che vendicarono pienamente i corazzieri. Spesso le raffiche creavano aperture nel nostro quadrato dove la cavalleria avrebbe potuto lanciarsi, ma essa non vi riuscì. Un reggimento sulla nostra destra sembrò sconcertato e a tratti considerevolmente in confusione. Halkett cavalcò da loro e impossessatosi del loro stendardo, lo sventolò sopra la sua testa e li riportò a un certo ordine, non prima che il suo cavallo gli morisse sotto. In ragione della loro instabilità, ci fu ordinato di fare "fronte a destra" e di muoverci in loro aiuto; alcuni degli uomini intesero erroneamente "fronte in avanti" e si sistemarono di conseguenza, finché il vecchio maggiore M'Laine, del 73°, li richiamò "No, ragazzi, è fronte a destra; non avanzeremo mai finché avremo una baionetta francese davanti a noi!" Pochi momenti dopo fu colpito a morte. Un reggimento di Dragoni, dalle loro insegne si deduceva fossero del 16° o 23°, arrivò alla nostra sinistra e caricò i corazzieri. Ci sorridemmo l'un l'altro quando ci passarono. Essi fecero ciò che poterono, ma furono obbligati a ritirarsi dopo alcuni minuti di carica alla sciabola. Un'unità di cavalleria belga avanzò allo stesso scopo, però nel passare il nostro quadrato si fermarono prima di arrivare a contatto col nemico. Il nostro nobile Halkett cavalcò da loro e si offrì di caricare alla loro testa; fu inutile. Il Principe di Orange li raggiunse e li esortò a fare il loro dovere, invano. Essi esitarono fin quando alcuni colpi sibilarono tra loro, al che si voltarono e galopparono come furie o, piuttosto, con la velocità della paura. Nel momento in cui passarono la parte destra del nostro quadrato, gli uomini, irritati dalla loro condotta da mascalzoni, unanimemente presero i propri fucili e spararono una raffica contro di loro."

[...]

Il ruolo del Duca di Wellington nei momenti critici per gli Alleati

Tutti i resoconti della battaglia mostrano che il Duca fu sempre presente in ogni luogo dove il pericolo sembrava maggiore; inspirando i suoi uomini con poche parole familiari e di buon umore e trattenendo la loro impazienza nell'essere condotti in avanti all'attacco a loro volta. "Dura prova questa, signori: vedremo chi saprà resistere più a lungo" fu la sua osservazione a un battaglione sul quale la tempesta dei cannoni francesi si stava accanendo con particolare furia. Cavalcando fino a uno dei quadrati, che era stato terribilmente indebolito e contro il quale stava per arrivare un nuovo attacco della cavalleria francese, richiamò gli uomini: "Rimanete saldi, ragazzi; altrimenti cosa direbbero in Inghilterra?" Cavalcando lungo un'altra parte della linea dove gli uomini erano caduti per qualche tempo molto velocemente sotto il cannoneggiamento del nemico, senza avere alcun combattimento ravvicinato, lo raggiunse un mormorio di naturale premura per avanzare e combinare qualcosa di più che stare fermi a farsi sparare addosso. Il Duca si rivolse a loro: "Aspettate ancora un poco, ragazzi miei, ed esaudirò il vostro desiderio". Gli uomini furono soddisfatti e si calmarono. Fu, in verità, indispensabile per il Duca aspettare il momento buono. Il movimento prematuro di una singola unità giù dalla linea britannica delle alture avrebbe minacciato l'intera posizione e probabilmente trasformato Waterloo in una seconda Hastings.

Ma il Duca ispirò tutti coloro che erano sotto il suo comando col suo stesso spirito di paziente fermezza. Quando altri generali oltre a Halkett arrivarono da lui per chiedere rinforzi o per lasciar ritirare le unità ridotte a scheletri, la risposta fu sempre al stessa: "E' impossibile. Dovete difendere il terreno fino all'ultimo uomo e tutto andrà bene". Diede una risposta simile ad alcuni del suo staff; chi gli chiedeva istruzioni, in modo che nell'eventualità della sua morte il suo successore potesse seguire il suo piano di battaglia, egli rispondeva: "Il mio piano è semplicemente di resistere sul terreno fino all'ultimo uomo." Il pericolo personale fu incombente per l'intera giornata e sebbene ne uscì senza ferite per sé e per il proprio cavallo, solo uno dei componenti del suo numeroso staff fu altrettanto fortunato.

Per quanto i resoconti francesi ci inducono a dedurre, appare che le perdite tra lo staff di Napoleone furono comparativamente insignificanti. Può gettare qualche luce sull'argomento il marcato contrasto fornito dal seguente aneddoto, raccontatomi da eccellette autorità. In un momento della battaglia, quando il Duca era circondato da molti uomini del suo staff, fu evidente che il gruppo era diventato oggetto del fuoco di una batteria francese. Il tiro cadeva veloce tra loro, generalmente colpendo e rivoltando il terreno su cui si trovavano. I loro cavalli divennero irrequieti e "Copenhagen" stesso tanto agitato che il Duca, divenuto anch'egli impaziente e avendo ragione di rimanere sul luogo, disse a quelli intorno a lui "Signori, siamo troppo vicini, meglio distanziarci un po'". Successivamente, in un altro punto della linea, un ufficiale d'artiglieria arrivò dal Duca e affermò di avere vista libera su Napoleone, assistito dal suo staff, e di avere i cannoni della sua batteria ben puntati in quella direzione e pronti a sparare. Sua Grazia istantaneamente ed enfaticamente esclamò: "No! No! Non lo permetterò. Non è affare dei comandanti spararsi addosso l'un l'altro." - [Siborne, vol. II p. 263.] Quale differenza in ciò dalla condotta di Napoleone nella battaglia di Dresda, quando diresse personalmente il fuoco della batteria che, pensava, avrebbe ucciso l'Imperatore Alessandro e in realtà uccise Moreau.

Napoleone si era posizionato durante la battaglia su un piccolo poggio vicino a La Belle Alliance, nel centro della posizione francese. Qui si era seduto, con un largo tavolo preso dalla vicina fattoria davanti a lui, sul quale erano sparsi mappe e piani; e da là col cannocchiale sorvegliava i vari punti del campo. Soult guardava gli ordini vicino alla sua sinistra e il suo staff era raggruppato a cavallo poco dietro. [Souveniers Militaires, del Colonnello Lemonnier-Delafosse, p. 407]. "Ouvrard, che in quell'occasione assisteva Napoleone come capo commissario dell'armata francese, mi disse che Napoleone soffriva di un disturbo che rendeva molto doloroso per lui cavalcare." - Lord Ellesmore, p. 47] Qui rimase fin quasi alla fine del giorno, conservando almeno l'apparenza di calma, eccetto alcune espressioni d'irritazione che gli sfuggirono quando l'attacco di Ney sul centrosinistra britannico fu sconfitto. Ma ora che la crisi della battaglia si stava evidentemente avvicinando, egli montò una bianca cavalcatura persiana da carica che condusse in azione, affinché le truppe potessero facilmente riconoscerlo dal colore del cavallo. Aveva ancora i mezzi per effettuare una ritirata. La sua Vecchia Guardia non aveva preso parte all'azione. Sotto la sua copertura, avrebbe potuto ritirare le sue forze ormai a pezzi fino alla frontiera francese. Ma ciò avrebbe solo dato l'opportunità agli Inglesi e ai Prussiani di completare il loro ricongiungimento e sapeva che altri eserciti stavano giungendo velocemente per aiutarli nella marcia su Parigi, se non fosse riuscito a contrastarli e a ritirarsi sulla capitale. Una vittoria a Waterloo era la sua unica alternativa alla totale rovina, quindi ordinò di impiegare la sua Guardia in un colpo audace che avrebbe potuto fare sua quella vittoria.

La Vecchia Guardia di Napoleone entra in azione

La Vecchia Guardia di Napoleone - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

La Vecchia Guardia di Napoleone in azione. L'aura di imbattibilità di questa unità di veterani era tanto grande al tempo della battaglia di Waterloo che la sua ritirata nell'assalto portato contro la linea Alleata minò il morale del resto dell'armata francese.

Tra le sette e le otto, la fanteria della vecchia Guardia si organizzò in due colonne sulla discesa vicino La Belle Alliance. Ney fu posto al loro comando. Napoleone stesso cavalcò fino al luogo dove sarebbero passati i suoi veterani e, quando si avvicinarono, alzò il suo bracciò e puntò alla posizione degli Alleati come se volesse dire loro che l'avanzata li avrebbe condotti là. Essi risposero con alte grida di "Vive l'Empereur!" e discesero la collina dal loro lato, in quella "valle di ombre e di morte" mentre le batterie tuonavano con raddoppiato vigore sopra le loro teste vicino alla linea britannica. La marcia delle colonne della Guardia fu diretta tra Hougoumont e La Haye Sainte, contro il centrodestra britannico; allo stesso tempo i Francesi di Donzelot che avevano possesso di La Haye Sainte, cominciarono un feroce attacco sul centro britannico, un poco più sulla loro sinistra.

Questa parte della battaglia ha attirato meno attenzione del celebrato attacco della Vecchia Guardia, tuttavia costituì la più pericolosa crisi dell'esercito alleato e se la Giovane Guardia fosse stata là a supportare Donzelot, invece di essere impegnata con i Prussiani a Planchenoit, le conseguenze per gli Alleati in quella parte del campo sarebbero state molto serie. I fucilieri francesi, appostati a La Haye Sainte e nei luoghi protetti vicino a essa, colpivano gli artiglieri delle batterie inglesi vicine, perciò, prendendo vantaggio dell'inutilizzabilità dei cannoni inglesi, i francesi portarono alcuni pezzi da campagna fino a La Haye Sainte e cominciarono a sparare a mitraglia sulla fanteria degli Alleati, a una distanza di non più di cento passi. La fanteria alleata consisteva di alcune brigate tedesche, organizzate in quadrati, poiché si credeva che Donzelot avesse della cavalleria pronta dietro La Haye Sainte per caricarli se avessero abbandonato quella formazione. I tedeschi rimasero in questo stato per qualche tempo, con fortuna eroica, sebbene i colpi a grappolo stessero aprendo vuoti nei loro ranghi e il lato di un quadrato fosse stato letteralmente spazzato via da una tremenda raffica che i cannonieri francesi vi avevano lanciato contro. Il Principe di Orange si sforzò invano di condurre delle truppe di Nassau in aiuto dei coraggiosi tedeschi. I soldati di Nassau non poterono o non vollero affrontare i Francesi e alcuni battaglioni di Brunswick che il Duca aveva inviato come rinforzi, all'inizio furono respinti, finché il Duca in persona li riorganizzò e ve li condusse. Avendo così impedito l'ulteriore avanzata di Donzelot, il Duca galoppò alla sua destra per comandare i suoi uomini che erano esposti all'attacco della Guardia Imperiale. Aveva salvato parte del suo centro dall'essere messo in rotta, ma i Francesi avevano guadagnato terreno e lo stavano tenendo. La pressione sulla linea alleata davanti a La Haye Sainte fu terribilmente severa, fin quando non fu diminuita dal decisivo successo che i Britannici ottennero nel centrodestra sulle colonne della Guardia.

Le truppe britanniche sulla cresta di quella parte della posizione, che la prima colonna delle Guardie di Napoleone assalirono, erano le Guardie britanniche della brigata di Maitland, con la brigata di Adams - portata avanti durante l'azione - sulla loro destra. Gli uomini di Maitland si erano stesi a terra in modo da evitare per quanto possibile il distruttivo effetto dell'artiglieria francese che proseguì il fuoco continuo dalle alture opposte fino a quando la prima colonna della Guardia Imperiale giunse al saliente presso la posizione britannica. Ogni ulteriore fuoco degli artiglieri francesi avrebbe minacciato i loro stessi compagni. Nel frattempo i cannoni britannici non erano rimasti inattivi, bensì colpi e cannonate si erano abbattuti rapidi sui ranghi della maestosa schiera di veterani che ancora si muoveva imponentemente. Molti degli ufficiali francesi superiori erano al suo comando. Il cavallo di Ney fu colpito a morte, ma egli aprì comunque la strada a piedi, spada in mano. Il fronte della massiccia colonna era ora sulla cresta della collina. Con loro sorpresa, non videro truppe davanti a loro.

Tutto ciò che poterono discernere attraverso il fumo fu una piccola banda di ufficiali a cavallo. Uno di loro era lo stesso Duca. I francesi avanzarono per circa cinquanta yard da dove le Guardie britanniche erano stese a terra, quando la voce di uno del gruppo di ufficiali britannici fu sentita ordinare, come se si rivolgesse al terreno davanti a lui, "In piedi, Guardie, e all'assalto!" Fu il Duca a dare l'ordine e a quelle parole, come per magia, cominciò ad alzarsi davanti a loro una linea di Guardie britanniche profonda quattro uomini e nel più compatto e perfetto ordine. Essi spararono un'istantanea raffica contro la testa della colonna francese, per la quale si dice caddero non meno di trecento di quei veterani scelti. Gli ufficiali francesi si affrettarono in avanti e, facilmente distinguibili davanti ai loro uomini, provarono a sistemarli in una linea più estesa, così da permettere loro di replicare con efficacia al fuoco britannico. Tuttavia la brigata di Maitland continuò a rovesciare raffica dopo raffica con mortale rapidità. La colonna decimata si disorganizzò nei suoi vani sforzi di sistemarsi in una formazione più efficiente. Il giusto ordine fu dato al giusto momento ai Britannici, per effettuare una carica alla baionetta, e la brigata balzò in avanti con un alto grido contro gli avversari sgomenti. In un istante, la compatta massa di francesi si disperse e fuggì giù dalla collina, inseguita dagli uomini di Maitland che, comunque, ritornarono alla propria posizione in tempo per prendere parte alla respinta della seconda colonna della Guardia Imperiale.

Anche questa colonna avanzò con grande spirito e fermezza sotto il cannoneggiamento che fu aperto su di essa e, passando presso il muro orientale di Hougoumont, divergette leggermente a destra nel risalire il declivio che portava alla posizione britannica, così da avvicinarsi quasi nello stesso luogo in cui la prima colonna aveva raggiunto l'altura ed era stata sconfitta. Ciò permise ai reggimenti britannici della brigata di Adams di formare una linea parallela al fianco sinistro della colonna francese cosicché mentre il fronte di questa colonna di Guardie francesi dovette affrontare il cannoneggiamento delle batterie britanniche e la moschetteria della Guardie di Maitland, il suo fianco sinistro fu assalito dal fuoco distruttivo del corpo in linea per quattro della fanteria britannica che si estendeva per tutta la sua lunghezza. In tale posizione tutto il coraggio e l'abilità dei veterani francesi fu inutile. La seconda colonna, come la precedente, ruppe la formazione e fuggì, prendendo una direzione laterale lungo il fronte della linea britannica verso il retro di La Haye Sainte, mescolandosi con le divisioni di fanteria francese che sotto il comando di Donzelot stavano assalendo così formidabilmente gli Alleati in quel luogo. La vista della Vecchia Guardia in fuga minò l'ardore che le truppe di Donzelot avevano fino ad allora dimostrato. Anch'esse cominciarono a esitare. La vittoriosa brigata di Adams premette dietro la Guardia in fuga e respinse gli assalitori del centro alleato. Ma la battaglia non era ancora vinta.

La rovinosa ritirata dell'armata francese fa da preludio alla definitiva sconfitta di Napoleone

Napoleone aveva ancora alcuni battaglioni in riserva vicino a La Belle Alliance. Radunò rapidamente i resti della prima colonna delle sue Guardie e raccolse in un solo corpo ciò che rimaneva delle varie unità di cavalleria che avevano tanto severamente sofferto nella prima parte del giorno. Il Duca istantaneamente prese la coraggiosa decisione di diventare lui l'assalitore, conducendo in avanti il suo vittorioso, sebbene fiaccato, esercito, mentre l'effetto scoraggiante della ritirata della Guardia Imperiale era ancora forte sul resto dell'esercito francese e prima che Napoleone e Ney potessero radunare i veterani sconfitti per un'altra e più feroce carica.

Poiché l'avvicinamento prussiano proteggeva ormai la sinistra del Duca, egli aveva lasciato qualche riserva di cavalleria da quella parte e perciò aveva una brigata di ussari sotto il comando di Vivian fresca e subito pronta. Senza un momento di esitazione, li lanciò contro la cavalleria vicino a La Belle Alliance. La carica ebbe tanto successo quanto fu temeraria; e dal momento che non vi era più cavalleria per contrastare la fanteria britannica che si muoveva in avanti, il Duca diede il tanto atteso ordine di avanzata generale dell'armata lungo l'intera linea verso il nemico. Erano passate le otto e per nove mortali ore i reggimenti britannici e tedeschi avevano resistito risoluti sotto il fuoco dell'artiglieria, le cariche della cavalleria e tutte le varietà d'assalto che le compatte colonne o i fucilieri sparsi della fanteria nemica avevano potuto infliggere loro. Quando essi balzarono gioiosamente in avanti contro le masse sconfitte di Francesi, il sole al tramonto si affacciò tra le nuvole che avevano oscurato il cielo durante la maggior parte del giorno e scintillò sulle baionette degli Alleati, mentre discendevano nella valle e avanzavano verso le alture tenute dal nemico.

Il Duca in persona fu tra i primi nell'avanzata e diresse personalmente i movimenti contro ogni unità francese che oppose resistenza. Cavalcò in testa alla brigata di Adams, richiamandola in avanti, e cavalcò persino tra i più avanzati schermagliatori britannici, parlando con gioia agli uomini e ricevendo le loro calorose grida di congratulazione. Le pallottole tanto degli amici quanto dei nemici fischiavano attorno a lui e uno dei pochi sopravvissuti del suo staff si lamentò con lui per aver messo in pericolo una vita di tale valore. "Non ci pensare", fu la risposta del Duca, "Non ci pensare e lasciali sparare; la battaglia è vinta e ora la mia morte non avrebbe comunque conseguenze.". E, in effetti, quasi l'intera massa dei Francesi era in irreparabile confusione. L'esercito prussiano avanzò sempre più velocemente verso la sua destra e la Giovane Guardia che aveva tenuto Planchenoit tanto coraggiosamente, fu costretta ad abbandonarlo. Alcuni reggimenti della Vecchia Guardia si sforzarono di organizzarsi in quadrati e di contenere quella marea crescente. Furono spazzati via e distrutti tra le ondate di fuggiaschi.

Napoleone stesso si era posizionato in uno di quei quadrati; il Maresciallo Soult e i Generali Bertrand, Drouot, Corbineau, De Flahaut e Gourgaud erano con lui. L'Imperatore parlò di morire sul campo, ma Soult si impadronì delle sue briglie facendo voltare il suo cavallo ed esclamò: "Sire, il nemico non è stato già abbastanza fortunato?" [Colonnello Lemonnier-Delafosse, "Memoires", p. 388. Il Colonnello afferma di aver udito questi dettagli dal Generale Gourgaud. A un lettore inglese ricorderanno la ritirata di Carlo I da Naseby.] Con grande difficoltà e solo col massimo sforzo dei devoti ufficiali intorno a lui, Napoleone passò attraverso la calca dei fuggitivi e fuggì dalla scena della battaglia e della guerra che lui e la Francia avevano perso senza possibilità di recupero. Nel frattempo il Duca d Wellington cavalcò ancora con le sue truppe vittoriose finché non si fermò su un terreno elevato vicino a Rossomme. La luce del giorno era interamente scomparsa, ma una giovane luna era sorta e la luce che emanava, aiutata dal bagliore delle case e degli altri edifici in fiamme sulla linea dei Francesi in fuga e dei Prussiani all'inseguimento, consentì al Duca di assicurarsi che la vittoria era completa.

Il Duca di Wellington nei momenti immediatamente successivi alla vittoria

Ritornò verso Waterloo lungo la strada di Charleroi e vicino a La Belle Alliance incontrò il Maresciallo Blücher. Calde furono le congratulazioni che i Capi alleati si scambiarono. Ci si accordò che i Prussiani proseguissero l'inseguimento e non dessero ai Francesi possibilità di riorganizzarsi. Pertanto l'esercito britannico, esausto per il duro lavoro e le sofferenze patite durante quel tremendo giorno, non avanzò oltre le alture che il nemico aveva occupato in precedenza, mentre i Prussiani perseguitarono i fuggitivi davanti a loro senza pietà, per l'intera notte. Cannoni, vettovaglie e tutto il materiale dell'armata fu abbandonato dai Francesi e molte migliaia di fanti si sbarazzarono delle loro armi per facilitarsi la fuga. Il terreno era ricoperto per molte miglia con i resti del loro passaggio. Non c'era alcuna retroguardia, né una parvenza d'ordine. Un tentativo di resistenza fu fatto al ponte e al villaggio di Genappe, il primo stretto passaggio attraverso il quale il grosso dei Francesi si ritirò. La situazione era favorevole e pochi battaglioni risoluti, se abilmente comandati, avrebbero potuto trattenere gli inseguitori per diverso tempo. Ma la disperazione e il panico erano ormai universali nell'armata sconfitta. Al primo suono dei tamburi e delle trombe prussiani, Genappe fu abbandonata e non si pensò ad altro che a fuggire. I Prussiani, sotto il comando del Generale Gneisenau, li inseguirono e li uccisero, e nemmeno quando la fanteria prussiana si fermò esausta, si interruppe l'inseguimento. Gneisenau lo proseguì con la cavalleria e, grazie a un ingegnoso stratagemma, fece credere ai Francesi che la sua fanteria fosse ancora vicina, terrorizzandoli in ogni luogo in cui provarono a fermarsi per riposare. Mise uno dei suoi tamburini su un cavallo preso dai carriaggi catturati a Napoleone e lo fece cavalcare insieme alla cavalleria inseguitrice e suonare il suo tamburo ogni volta che giungevano vicino a qualche massa di Francesi. Essi allora fuggivano e i Prussiani poterono inseguirli attraverso Quatre Bras e persino alle alture di Frasne. E quando alla fine Gneisenau si fermò un poco oltre Frasne con gli scarsi resti di quei feroci cacciatori che avevano proseguito la caccia con lui fino all'ultimo, i Francesi si erano sparsi tra Gosselies, Marchiennes e Charleroi e si sforzavano di riguadagnare la riva sinistra del fiume Sambre che avevano attraversato con tanta pompa e orgoglio non più di cento ore prima.

[...]

Non ci fu alcun conteggio esatto dal numero di perdite francesi subite nella battaglia di Waterloo, ma esse dovettero essere immense e possono essere parzialmente giudicate dal numero di uccisi e feriti negli eserciti dei conquistatori. Su questo argomento la documentazione britannica e prussiana è indubbiamente completa e autentica. Le cifre sono terribilmente enfatiche.

Dell'esercito che combatté sotto il Duca di Wellington quasi 15.000 uomini furono uccisi e feriti in quel singolo giorno di battaglia. Anche settemila Prussiani caddero a Waterloo. A questo tremendo prezzo fu conquistata la libertà d'Europa.

Da nessuno fu maggiormente sentita la severità di quelle perdite che da colui che vi aveva maggiormente contribuito. Come possiamo vedere nel resoconto del Maggiore Macready, il Duca, mentre infuriava la battaglia, non tradì alcun segno d'emozione a quelle terribili perdite, ma, quando tutto fu finito, la vista del carnaio di cui era ricoperto il campo e ancor più, il disgustoso spettacolo dell'agonia degli uomini feriti che giacevano lamentandosi a migliaia e decine di migliaia, pesarono fortemente sullo spirito del vincitore quando cavalcò attraverso la scena della battaglia. Nel raggiungere i suoi quartieri generali nel villaggio di Waterloo, il Duca si informò ansiosamente sui numerosi amici che erano stati con lui al mattino e ai quali era caldamente affezionato. Di molti gli fu detto che erano morti; altri erano vivi, ma gravemente feriti e sofferenti nelle case vicine. È solo con le parole del nostro eroe che si possono esprimere adeguatamente i suoi sentimenti. In una lettera da lui scritta quasi immediatamente dopo il suo ritorno dal campo, egli si espresse così: "Il mio cuore è spezzato dalla terribile perdita di amici, compagni e poveri soldati che ho sostenuto. Credetemi, niente tranne una battaglia persa può essere anche solo la metà tanto triste quanto una battaglia vinta; il coraggio della mie truppe mi ha salvato da un male più grande, ma vincere una battaglia come quella di Waterloo, al prezzo di così tanti amici coraggiosi, può essere definito dal pubblico una grande disgrazia, se non fosse per il risultato finale."

Il coraggio dei soldati Alleati e Francesi a Waterloo

Il Maresciallo Ney - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Il Maresciallo Ney. Conosciuto come il "più coraggioso tra i coraggiosi" a causa del suo ardito comportamento in ogni battaglia a cui prese parte, si distinse anche sul campo di Waterloo. La fedeltà a Napoleone gli costerà la vita nel periodo di epurazione seguito alla sua seconda e definitiva abdicazione.

Non succede spesso che un Generale vincitore nella guerra moderna sia chiamato, come i comandanti vittoriosi degli antichi eserciti greci, a conferire un'onorificenza per il valore dimostrato da uno dei suoi soldati. Tale invece fu il caso della battaglia di Waterloo. Nell'agosto 1818, un chierico inglese si offrì di attribuire una piccola rendita annuale ad alcuni soldati di Waterloo a patto che fossero nominati dal Duca [Siborne, vol I p. 391]. Il Duca richiese a Sir John Byng di scegliere un uomo della 2a brigata delle Guardie che così altamente si erano distinte nella difesa di Hougoumont. C'erano molti coraggiosi candidati, ma la scelta cadde sul Sergente James Graham, della compagnia leggera dei Coldstream. Quest'uomo coraggioso si era segnalato, per tutto il giorno, nella difesa di quell'importante posizione, specialmente nella critica lotta che ebbe luogo quando i Francesi, che avevano conquistato il bosco, il frutteto e l'annesso giardino, riuscirono a far saltare un cancello della rocca stessa affrentandovisi in grande masse, fiduciosi di sopraffare tutti coloro che avevano davanti. Una lotta corpo a corpo, di carattere disperato, si accese per qualche minuto tra loro e le Guardie, ma all'ultimo le baionette britanniche prevalsero. Quasi tutti i francesi che avevano forzato la via furono uccisi sul luogo e, quando i sopravvissuti corsero indietro, cinque delle Guardie, il Colonnello Macdonnell, il Capitano Wyndham, il Portainsegne Gooch, il Portainsegne Hervey e il Sergente Graham, di viva forza, chiusero di nuovo il cancello, nonostante gli sforzi dei francesi da fuori, e di fatto lo barricarono contro ulteriori assalti. Attraverso il muro del cortile così sistemato, la guarnigione inglese mantenne un fuoco mortale di moschetteria, a cui fu risposto ferocemente dai Francesi, i quali sciamavano attorno al cortile come lupi affamati. Anche colpi delle loro artiglierie cadevano veloci all'interno di quel luogo assediato, uno dei quali mise a fuoco la villa e alcuni degli edifici esterni. Graham, che in quel momento era in piedi vicino al colonnello Macdonnell nei pressi del muro e che aveva mostrato perfetta preparazione e coraggio, chiese il permesso del suo ufficiale comandante di ritirarsi per un attimo. Macdonnell replicò: "Certamente, Graham, ma mi domando perché mi hai chiesto di andartene solo ora.". Graham rispose: "Non vorrei, signore, però mio fratello è ferito ed è in quell'edificio laggiù che ha preso fuoco." Appoggiato a terra il suo moschetto, Graham corse all'interno del luogo in fiamme, sollevò suo fratello e lo pose al sicuro in un fosso. Poi ritornò alla sua postazione a usare il suo moschetto contro i Francesi, prima che la sua assenza fosse notata, con l'eccezione del suo colonnello.

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Il Maggiore Macready, nel suo diario già citato, giustamente elogia anche la profonda devozione al proprio Imperatore che caratterizzò i Francesi a Waterloo. Mai, in verità, il coraggio nazionale del popolo francese era stato mostrato più nobilmente. Un soldato dei ranghi francesi fu visto, quando il suo braccio fu maciullato da una palla di cannone, strapparselo completamente con l'altro. E nel gettarlo via in aria, egli esclamò rivolto ai suoi camerati: "Viva l'Imperatore fino alla morte!" Il colonnello Lemonnier-Delafosse menziona nelle sue Memorie [pagina 388] che all'inizio dell'azione un soldato francese aveva avuto entrambe le gambe amputate da una palla di cannone. Fu portato davanti alla divisione di Foy e si vi si rivolse dicendo: "Questo non è niente, camerati. Viva l'Imperatore! Gloria alla Francia!" Lo stesso ufficiale, alla fine della battaglia, quando ogni speranza era persa, ci dice di aver visto un granatiere francese, annerito dalla polvere e con i vestiti strappati e macchiati, appoggiato al suo moschetto e immobile come una statua. Al colonnello che gli chiedeva di unirsi ai suoi compagni e ritirarsi, il granatiere mostrò il moschetto e le sue mani, e disse: "Queste mani hanno usato con questo moschetto più di venti pacchi di cartucce; erano più della mia quota. Mi sono rifornito di munizioni dai morti. Lasciatemi morire qui sul campo di battaglia. Non è il coraggio che mi manca, ma le forze." Allora, quando il Colonnello Delafosse lo lasciò, il soldato si distese a terra per incontrare il proprio destino, esclamando: "Tutto è perduto! Povera Francia!" Il coraggio degli ufficiali Francesi fu almeno uguale a quello dei loro uomini. Ney, in particolare, diede esempio del più ardito coraggio. Qui, come in tutti gli eserciti francesi in cui egli servì o comandò, fu "il più coraggioso tra i coraggiosi". Per tutto il giorno fu in prima linea nella battaglia e fu uno degli ultimi Francesi a lasciare il campo. Il suo cavallo venne ucciso sotto di lui nell'ultimo attacco contro la posizione inglese, ma Ney fu visto a piedi, i suoi vestiti fatti a pezzi dalle pallottole, la faccia sporcata dalla polvere, intento, spada alla mano, prima a spronare i suoi uomini ad andare avanti e alla fine a contenere la loro fuga.

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L'agonia dell'Impero napoleonico

Gli scrittori francesi fanno un'ingiustizia al loro esercito e al loro generale quando riprendono maligne calunnie contro Wellington, parlando di lui come se avesse vinto per sbaglio. Nessun sbaglio avrebbe potuto avere ragione di truppe quali quelle di Napoleone e di un tale leader. È superfluo citare contro questo cavillare la testimonianza che altri critici continentali hanno reso all'alto genio militare del nostro illustre comandante. Faccio riferimento a una sola, di particolare valore, vista la parte da cui viene. È quella del grande scrittore tedesco Niebuhr, la cui conoscenza della storia tanto moderna quanto antica è senza pari e che non fu un semplice amante della letteratura, ma un uomo portato alla vita attiva e che ebbe conoscenza diretta di molti dei condottieri nei grandi eventi della prima parte di questo secolo. Niebuhr, nel passaggio a cui alludo [Storia romana, vol. V, p. 17] dopo esseri riferito agli "sbagli" militari di Mitridate, Federico il Grande, Napoleone, Pirro e Annibale, usa queste notevoli parole: "Il Duca di Wellington è, credo, il solo generale nella cui condotta di guerra non possiamo rinvenire alcun importante errore. Non che si possa supporre che i meriti del Duca fossero solo di ordine negativo o che egli fu solo un generale cauto e flemmatico adatto solo alla guerra difensiva, come alcuni recenti storici francesi lo hanno descritto. Al contrario, fu portato all'audacia, quando essa era richiesta. L'intrepida avanzata e il combattimento a Assaye, il passaggio del Duero e il movimento su Talavera nel 1809, l'avanzata su Madrid e Burgos nel 1812, le azioni davanti Bayonne nel 1812 e la disperata resistenza fatta a Waterloo, quando generali più prudenti si sarebbero ritirati oltre Bruxelles, lo testimoniano al di là di qualsiasi dubbio." [Vedi l'ammirevole parallelo tra Wellington e Marlbourough alla fine de "Vita del Duca di Marlbourough" di Sir Archibald Alison. Sir Archibald considera Wellington il generale più audace tra i due.]

La disfatta della potenza militare francese a Waterloo fu così completa che gli eventi seguenti della breve campagna hanno poco interesse. Lamartine dice distintamente: "Questa sconfitta non lasciò nulla di indeciso negli eventi successivi, in quanto la vittoria aveva dato il giudizio. La guerra iniziò e finì in una singola battaglia." Napoleone stesso riconobbe immediatamente e completamente la natura mortale del colpo portato al suo impero. Nella sua fuga dal campo di battaglia si fermò prima a Charleroi, ma l'avvicinamento degli inseguitori prussiani lo fece ripartire prima che vi avesse potuto riposare anche solo un'ora. Fattosi largo con difficoltà attraverso i resti della sua stessa armata, raggiunse Philippeville, dove rimase alcune ore, e inviò ordini ai generali francesi ai vari estremi di Francia di convergere con le loro truppe su Parigi. Ordinò a Soult di raggruppare i fuggiaschi delle proprie forze e condurli a Laon. Poi si affrettò verso Parigi e raggiunse la capitale prima della notizia della sua sconfitta. Ma la dura verità presto emerse. Su richiesta delle Camere dei Pari e dei Rappresentanti, abbandonò il trono con una seconda e definitiva abdicazione, il 22 giugno. Il 29 giugno lasciò le vicinanze di Parigi e procedette verso Rochefort nella speranza di rifugiarsi in America, ma la costa era strettamente sorvegliata e il 15 luglio l'ex imperatore si arrese a bordo della nave da guerra inglese Bellerofonte.

Nel frattempo le armate alleate erano avanzate verso Parigi, sospingendo davanti a loro le unità di Grouchy e le scarse forze che Soult era riuscito a radunare a Laon. Cambray, Peronne e altre fortezze furono velocemente catturate e per il 29 giugno gli invasori avevano preso posizione davanti a Parigi. Il Governo provvisorio che agiva nella capitale francese dopo l'abdicazione dell'imperatore, aprì i negoziati con i capi alleati. Blücher, nel suo insaziabile odio verso i Francesi, era portato a rifiutare tutte le proposte per la sospensione delle ostilità e a prendere d'assalto la città. Ma il più saggio e moderato spirito di Wellington prevalse su quello del collega; l'armistizio richiesto fu concesso e il 3 luglio la capitolazione di Parigi terminava la Guerra della Battaglia di Waterloo.

Nel concludere le nostre osservazioni sull'ultima delle Battaglie Decisive del Mondo, è piacevole confrontare l'anno indicato con l'anno in cui siamo ora [Scritto nel 1851]. Non abbiamo, e a lungo potremmo non avere, il severo eccitamento di un conflitto marziale e non vediamo gli stendardi catturati dei nostri vicini europei portati in trionfo ai nostri santuari. Ma vediamo un infinitamente più orgoglioso spettacolo. Vediamo i gonfaloni di tutte le nazioni civili sventolare sull'arena della competizione con tutte le altre, nelle arti che conducono al sostentamento e alla felicità della nostra razza e non alla sua sofferenza e distruzione.

"La Pace ha le sue vittorie
non meno rinomate della Guerra"

e nessun campo di battaglia testimoniò più nobile vittoria di quella che l'Inghilterra, sotto sua Maestà la Regina e il Reale Consorte, sta insegnando a raggiungere sui pregiudizi egoistici e le faide internazionali, nella grande causa della promozione generale dell'industria e del benessere dell'umanità.

Note: testo originale inglese tratto da "THE FIFTEEN DECISIVE BATTLES OF THE WORLD FROM MARATHON TO WATERLOO" di Sir Edward Creasy, opera in pubblico dominio. La suddivisione in sezioni non appartiene all'opera originale, ma è stata aggiunta per questioni di migliore comprensione. Traduzione italiana: © 2010 Gianluca Turconi.

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