L'oro segreto - Prima parte

a cura di Stefano Valente

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Alchimia: una definizione

Jan van der Straet, Francesco I nel suo laboratorio alchemico, 1570, Palazzo Vecchio, Firenze - Immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons

Jan van der Straet, Francesco I nel suo laboratorio alchemico, 1570 (Palazzo Vecchio, Firenze).

Sotto il termine alchimia va tutto quell'insieme di teorie e discipline pratiche che si prefiggevano di ottenere la trasmutazione in oro dei metalli cosiddetti "vili" o di altra sostanza, fine perseguito mediante la ricerca di un principio agente e reagente unico (chiamato in vari modi: "quintessenza", "argento vivo", "Lapis philosophorum" o "pietra filosofale", "mercurio filosofico" ecc.); tale scopo poteva coincidere - o coesistere - col raggiungimento dell'elisir di lunga vita o medicina universale (panacea). In questo senso sono suoi sinonimi Opus Magnum ('Grande Opera'), Ars Regia, Ars metallica, Ars transmutatoria, Arte Sacra, crisopea ('fabbricazione dell'oro') ecc.

Le quattro fasi della grande opera

Da un punto di vista strettamente "operativo" (nota 1) si usa semplificare l'Opus Magnum in quattro fasi fondamentali; a partire dall'epoca tardomedievale - ossia dall'età di massima diffusione del pensiero alchemico - esse sono individuate nella Nigredo, nell'Albedo, nella Citrinitas e nella Rubedo. La Nigredo ("Opera al nero", simboleggiata dal corvo), o putrefactio, è per l'appunto lo stadio della dissoluzione, morte e putrefazione della materia. A questa segue l'Albedo ("Opera al bianco", simboleggiata dal cigno): la sublimazione e purificazione mediante calcinazione. Vi è poi la Citrinitas ("Opera al giallo"): la combustione - stadio sovente omesso in una riduzione a tre soli passaggi -; e infine la Rubedo ("Opera al rosso", il cui emblema era la fenice), quando la materia si ricompone tramite fissazione (nota 2).

Gli stadi di putrefazione, purificazione, combustione e fissazione della materia richiedono a loro volta tre principi essenziali, i tria prima. È stato già citato il "mercurio filosofico", uno dei molti nomi del catalizzatore del procedimento trasmutatorio. Accanto al mercurio, necessari alle reazioni che produrranno l'oro o l'elisir, gli altri due reagenti basilari e indispensabili: lo zolfo e il sale (nota 3).

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Le radici "orientali": da Alessandria agli arabi

Nel problema delle origini dell'alchimia già si evidenzia il caos di leggende e allegorie esoteriche implicito nel fenomeno alchemico. L'etimologia viene in aiuto all'analisi storica. Il termine alchimia deriva plausibilmente dall'arabo kimiya ('pietra filosofale, alchimia', con agglutinazione dell'articolo al) per il tramite del greco chymeía ('mistione, mescola di vari liquidi'), e compare per la prima volta in Giulio Firmico - che scrive ai tempi di Costantino - proprio a indicare la pratica degli arabi volta a convertire i metalli vili in oro e a procurarsi il rimedio universale e il segreto della longevità.

Raffigurazione di Geber in un manoscritto dell'VIII secolo, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze - Immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons

Raffigurazione di Geber in un manoscritto dell'VIII secolo (Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze)

Di fatto, se per la cultura occidentale le radici dell'alchimia si fanno rimontare al mondo arabo - tramite e "importatore" della prisca sapientia egizia (nota 4) -, bisogna dire che già in testi vedici e buddhisti si trovano accenni a un non ben determinato succo hataka in grado di trasformare il bronzo in oro puro. Allo stesso modo, alcune leggende attesterebbero l'esistenza di pratiche alchemiche in Cina fin dal 4500 a.C., come è pure un dato incontrovertibile che il taoismo di Lao-Tse annovererà tra i suoi scopi un elisir di lunga vita.

Ritornando al Vicino Oriente (nota 5), il fondatore tradizionale dell'alchimia araba è il persiano Geber (nome latinizzato di Abu Musa Jabir ibn Hayyan al-Azdi), collocabile nell'VIII secolo. D'una generazione prima è la fumosa figura di Khalid, figlio del califfo omayyade Yazid. Khalid sarebbe stato discepolo del monaco cristiano noto come Morieno (nota 6), quest'ultimo a sua volta allievo dell'arabo di Alessandria Adfar. Si tramanda che Khalid - il cui nome per intero sarebbe Khalid ibn Yazid ibn Muawiya - rinunciò al regno per divenire seguace di Ermete Trismegisto (apprendendo da Morieno, che tuttavia non riuscì a fargli abbracciare il cristianesimo).

Di Khalid, comunque, rimane esclusivamente un'esigua testimonianza indiretta: un minuscolo corpus di testi latini che vengono per l'appunto ascritti a un Calid filius Iazachi. Assai più ampio il corpus testuale attribuito a Geber: ben 215 trattati.

Ma non a caso si è citato Ermete Trismegisto: la ricerca alchemica era divenuta parte fondamentale della cultura islamica con l'invasione araba dell'Egitto. L'alchimia in definitiva nasce in epoca ellenistica nel polo culturale di Alessandria d'Egitto, crogiolo di conoscenze e popoli. È da qui, carica di valenze platoniche, aristoteliche e gnostiche (nota 7), che attraverso le numerose traduzioni dei testi greci "l'antica sapienza egizia" si trasmetterà al mondo arabo e, solo successivamente, all'Occidente medievale.

Figli di Ermete

L'ellenismo è un'epoca segnata dalla crisi di quel razionalismo greco che, con i tre grandi nomi di Socrate, Platone ed Aristotele, avevano incoronato la logica sul trono del mondo conosciuto. Quest'ultimo, tuttavia, anche a seguito delle conquiste di Alessandro Magno arrivate sino all'India, ha ampliato di molto i suoi confini. In Alessandria d'Egitto - la capitale dei Tolomei, che del condottiero macedone porta il nome - ora prevale un'attenzione quasi morbosa per ogni dottrina, principio o precetto (o ancora meglio: rivelazione) che promani da lontano. Lontano nello spazio e nel tempo. Ecco quindi che, per la cultura alessandrina, la filosofia finisce per confondersi e contaminarsi con supposti insegnamenti e segreti tanto più remoti quanto più stimati. Agli stessi Democrito, Platone e Aristotele si attribuiscono interminabili peregrinazioni in Oriente allo scopo di acquisire la sophía. Pitagora viene "reinventato" sulle strade dei caldei, dei fenici, dei magi persiani e zoroastriani; giunge fino in India; percorre - manco a dirlo - l'Egitto; apprende nientemeno che da Mosè in persona.

A ogni buon conto, nel coacervo di credenze, mitologie e speculazioni del periodo ellenistico, spicca l'identificazione del dio greco Hermes con il nume egizio Thot. Il parallelismo è quasi immediato: se Hermes-Mercurio è il messaggero dell'Olimpo e il dio della parola e della medicina, egualmente a Thot dalla testa di ibis si accorda l'invenzione della scrittura, della medicina e dell'astronomia: è lo scriba degli dèi, la divinità del linguaggio; secondo alcune teogonie proprio per mezzo della parola ha dato vita al mondo. Ancora: sia a Thot che a Hermes si riconosce d'aver fatto dono della magia al genere umano.

È così che nacque il leggendario Ermete Trismegisto - 'tre volte grandissimo' -, l'originario dispensatore dell'antichissima conoscenza egizia all'umanità. Il sincretismo Hermes-Thot è posto alle origini della civiltà, precedente anche ai filosofi greci come Pitagora o Platone che, anzi, si crede si sarebbero formati sugli innumerevoli testi attribuiti al Trismegisto (nota 8).

Ermete Trismegisto in una tarsia marmorea del pavimento del duomo di Siena, Giovanni di Stefano, 1444-1511 ca. - Immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons

Ermete Trismegisto in una tarsia marmorea del pavimento del duomo di Siena (Giovanni di Stefano, 1444-1511 ca.).

Definendosi dal principio "figli di Ermete", gli alchimisti si rifanno al presunto, sterminato complesso degli scritti sapienziali riconosciuti a Ermete Trismegisto. Oggi la ricerca storica ci consente di datarli con affidabile approssimazione e, ovviamente, di ridimensionarli. Furono riuniti insieme fra il 250 e il 1050 d.C.; per contenuti e stile - in entrambi i casi greco-egizi - non possono risalire più indietro dell'età ellenistica (nota 9).

Il Corpus Hermeticum è impregnato di pensiero gnostico e influenzerà profondamente le correnti ermetiche e neoplatoniche rinascimentali, prima fra tutte quella del circolo mediceo fiorentino di Ficino e Pico della Mirandola. Fra i molti testi la cui paternità è assegnata al Trismegisto il posto di massimo rilievo è occupato senza dubbio dalla Tabula Smaragdina ('Tavola di smeraldo'). La si incontra per la prima volta nell'825 d.C. ca., in pieno periodo abbaside, in chiusura del Kitab Sirr al-haliqa, tradotto assai più tardi dall'arabo in latino come il Liber de secretis naturae (nota 10). Sono le parole che un altro personaggio collocato tra il mito e la storia - il neopitagorico e mago del I secolo Apollonio di Tiana (nota 11) - avrebbe reperito, in una cripta o nella tomba, proprio fra le mani del favoloso Ermete. Inscritte su una tavola smeraldina, recitavano: "(...) Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare i miracoli della cosa una". Nient'altro, dunque, che l'enunciazione del principio fondamentale dell'intero pensiero ermetico: l'analogia, l'equivalenza e la reciprocità fra i concetti - platonico-aristotelici - di macrocosmo e microcosmo (che in seguito, mediati dal neoplatonismo, penetreranno il mondo medievale per poi pervadere il Rinascimento) (nota 12).

In occidente

La citata sorella di Mosè, Maria l'Ebrea; Cleopatra la Saggia - che a volte appare come seguace della precedente, a volte addirittura vi si identifica (nota 13) -, l'alchimista autrice della notissima Crisopeia, di un trattato sui pesi e le misure e di un'opera sulla distillazione; Bolos di Mende (o pseudo-Democrito - anch'egli collocabile nel II secolo a.C.); Zosimo di Panopoli (vissuto tra il III e il IV d.C.); Sinesio, dal 401 vescovo di Tolomea in Cirenaica; lo storico Olimpiodoro di Tebe (V secolo); i bizantini Stefano d'Alessandria (VI-VII) e Archelao (VIII secolo): un excursus dell'alchimia in epoca greco-egiziana vede inevitabilmente mescolarsi nomi di leggenda a nomi reali. La ricerca alchemica non ha ancora fatto il proprio ingresso nella storia occidentale. Vi entrerà a pieno titolo soltanto in età medievale, attraverso la Spagna musulmana. Sarà da quest'area di contatto fra culture e tradizioni che le opere di Jabir o Geber (vedi sopra), rese in lingua latina, inizieranno a diffondersi in Europa.

Le traduzioni dall'arabo, quindi, come punto di partenza situabile nella seconda metà del XII secolo (nota 14). Fra i massimi traduttori vanno ricordati il già menzionato Roberto di Chester, scozzese, cui si deve la versione latina del Corano, del 1143, quella del Testamento di Morieno e dell'Algebra di al-Khwarizmi; i "toledani" Domingo Gundisalvi - che curò i testi aristotelici di Avicenna, al-Ghazzali e al-Farabi - e Alano di Lilla, arcinoto fra i contemporanei per la vastissima erudizione (era detto "Doctor universalis"), e nei gabinetti alchemici per l'opera I detti di Alano filosofo; il galego Giovanni da Siviglia; Ugo di Santalla (già citato per la Tabula Smaragdina); Ermanno il Dalmata, compagno di Roberto di Chester, al quale l'Occidente è debitore per l'astronomia e le scienze arabe; Giovanni di Toledo, traduttore del Segreto dei segreti di ar-Razi. Nel novero anche due italiani, pure loro attivi nella Penisola Iberica: a Barcellona Platone Tiburtino, che tradusse trattati matematici e astronomici; nel centro toledano l'operosissimo Gerardo da Cremona (con quasi 80 opere: fondamentale per l'alchimia la sua versione delle Meteore di Aristotele).

Anche il vocabolario alchemico "operativo" è un retaggio di questi studiosi che latinizzarono i termini arabi: così l'athanor - il 'fornello' in cui gli alchimisti mutano la materia - deriva da at-tannur, alambicco da al-anbiq, elisir da al-iksir ecc.

Il Medioevo resta tuttavia una fase ancora contrassegnata dall'assenza di distinzione netta fra alchimia vera e propria, filosofia, magia, astrologia, cabala e scienze occulte in generale (nota 15). In quest'ambito vanno considerati alcuni testi dei catalani Arnaldo di Villanova (ca. 1240-1312) e Raimondo Lullo (1235-1315) - ad esempio il Testamentum -, di Ruggero Bacone e Michele Scoto. La figura dell'alchimista si carica via via di valenze ambigue che pongono l'accento sulla segretezza, su uno studio coltivato ai margini dell'ufficialità o più spesso totalmente al di fuori di essa. Nell'immaginario medievale gli alchimisti, pur considerati detentori di una preziosissima sophía, stentano insomma a differenziarsi dagli stregoni o dai guaritori; li avvolge un'aura di mistero che ne fa una sorta di società di "filosofi" usi a vagare di terra in terra, una "nazione apolide" i cui membri si riconoscono senza bisogno di fiatare: sono gli artifices dell'oro che i sovrani invitano a corte o - quando le trasmutazioni falliscono - mettono ai ferri come falsari -, sono i nomadi d'Europa sempre in cerca di testi introvabili ed elementi rari per compiere finalmente l'Opus Magnum.

Il mito dell'alchimista medievale: Nicolas Flamel

Esemplare, in tale contesto, la fortuna che ebbe il racconto della vita di Nicolas Flamel - e di sua moglie Pernelle -, e non solo fra gli ermetisti, perlomeno dal Seicento.

Il leggendario Nicolas Flamel nell’immaginazione ottocentesca (litografia) - Immagine rilasciata sotto licenza Creative Commons

Il leggendario Nicolas Flamel nell’immaginazione ottocentesca (litografia).

Libraio e copista parigino (nota 16), Flamel passò alla leggenda per la grande ricchezza ottenuta proprio grazie al magistero alchemico. Sarebbe entrato in possesso d'un antichissimo trattato, con sette emblemi indecifrabili, opera di "Abramo il Giudeo". Per ventuno anni si era dedicato al libro che aveva intuito celasse i segreti della Grande Opera - libro che aveva conquistato anche la facoltosa vedova Pernelle, poi sposata -: inutilmente. Infine, con l'idea di rinvenire la chiave delle strane allegorie visitando le sinagoghe della Spagna, era partito per il cammino di Santiago. Al ritorno s'era imbattuto in un medico ebreo convertito che gli aveva svelato gli arcani del trattato. Solo dopo altri affannosi tentativi, tre anni dopo - nel 1382 - Flamel e la moglie avevano trasmutato il mercurio in argento e in oro finissimi. Una favolosa ricchezza, questa dalla decifrazione del libro di Abramo il Giudeo, che Flamel aveva impiegato donando e costruendo per i poveri e per la Chiesa.

Nella realtà Nicolas Flamel fu un agiato libraio, speculatore di immobili, nella Parigi medievale. Ai suoi beni s'unirono quelli della vedova Madame Pernelle, dopo il matrimonio. Alla base di tanti e tali vicende sta un testo secentesco a lui attribuito, Le livre des figures hiérogliphiques. E anche alla base delle successive dicerie - ininterrotte fino almeno all'Ottocento - che vogliono il personaggio, con sua moglie, aggirarsi per le vie dell'India o per i vicoli parigini. Sia come sia, vale la pena sottolineare quanto la "biografia" di Flamel si incentri sul valore della simbologia (le sette illeggibili figure del libro) e, a un tempo, sfiori il dominio del mistico e del religioso. Tratti che, storicamente, non smetteranno mai di connotare il mondo multiforme dell'alchimia e dei suoi protagonisti.

Il rinascimento, l'uomo-microcosmo

È nel '400 e '500 che si avrà la massima fioritura dell'alchimia, con una proliferazione di traduzioni dal greco e dall'arabo. Fondamentale in questo senso l'opera di Marsilio Ficino, nel 1463, che tradurrà i primi quattordici libri del Corpus Hermeticum (come detto, il complesso degli scritti sapienziali attribuiti al leggendario Ermete Trismegisto, ricongiunti fra il 250 e il 1050 d.C.), incaricato da Cosimo de' Medici (nota 17). La traduzione di Ficino compone la prima parte del Corpus - il Poimándres o Pimander (figura presente solo nel primo trattato, che Ficino interpretò anche quale titolo complessivo) -, cui segue l'Asclepius, già noto lacunosamente in età medievale attraverso il Lattanzio, ovvero il Discorso perfetto: dialogo nel quale Ermete si rivolge per l'appunto ad Asclepio. Nel Corpus, di chiara matrice gnostica e neoplatonica, si rispecchieranno - e troveranno nuovi impulsi - le correnti ermetiche e neoplatoniche rinascimentali. L'equivalenza inferiore-superiore di testi quali la Tabula Smaragdina amplifica e rifonda l'analogia macro-microcosmo che ha, per esempio, in Marsilio Ficino uno dei principali teorizzatori. La prisca sapientia orientale continua - e, di fatto, non cesserà mai - a essere base e termine di riferimento per un pensiero che adesso si indirizza alla mediazione di elementi diversi: proprio come nel magistero alchemico. È la via mistica che passerà anche per il cabalismo cristiano di Giovanni Pico della Mirandola (nota 18) e, più tardi, per il movimento rosacrociano.

Fra i massimi nomi del XV e XVI secolo spiccano quelli del tedesco Cornelio Agrippa di Nettesheim (1486-1535), discepolo del monaco-mago Tritemio, fortemente influenzato dal pensiero neoplatonico e cabalistico e autore dei celeberrimi De occulta philosophia libri tres; del medico, matematico e filosofo Gerolamo Cardano (1501-1576), fra l'altro inventore di congegni come il giunto meccanico che porta il suo nome: suoi oltre cinquanta trattati, fra cui l'immane, enciclopedica De subtilitate (1550), in ventuno libri, ma anche la breve e "curiosissima" Metoposcopia, sull'interpretazione dei nei sulla pelle della fronte umana; del napoletano Giovanni Battista Della Porta (1535-1615), noto più per i suoi studi fisiognomici - dal suo De humana physiognomonia, del 1583 - che per la sua fede nella "dottrina delle firme", o signatura rerum: nient'altro che la teoria paracelsiana dell'analogia della natura e dei tria prima - i già citati zolfo, mercurio e sale - espressa nella specularità tra microcosmo e macrocosmo (sviluppata dal Della Porta soprattutto nella Coelestis physiognomoniae, del 1603).

Col medico svizzero Paracelso (1493-1541), pur restando legata alla magia tradizionale, l'alchimia sembra procedere sempre più parallela alla medicina: nasce la iatrochimica (nota 19), sono ormai poste le basi per la moderna scienza chimica.

Note

[1] Come si avrà modo di osservare, nel corso dei secoli il processo alchemico si sviluppa costantemente su un duplice piano: quello della ricerca materiale (cui corrisponde il laboratorio dell'alchimista) e quello dello studio e della speculazione mistico-filosofici.

[2] La quadripartizione del magistero alchemico non è affatto universale: per Paracelso, per esempio, la Grande Opera prevede sette fasi. Joseph Du Chesne (Quercetanus, 1544 ca.-1609), di un secolo più tardi, ne contempla addirittura dodici; più o meno le stesse che, in pieno '700, ammette - in analogia ai dodici segni zodiacali - il controverso ex benedettino Pernety (che avrebbe fondato gli Illuminati d'Avignone ed è l'autore delle Fables grecques et égyptiennes dévoilées): calcinazione, congelamento, fissaggio, soluzione, digestione, distillazione, sublimazione, separazione, ammorbidimento, fermentazione, moltiplicazione e proiezione.

[3] Per completezza va detto che è Paracelso - di cui si tratterà più avanti - a includere, accanto al mercurio e allo zolfo, il terzo principio: il sale.

[4] A tal proposito si noti il "fantasioso" etimo proposto da Plutarco nel De Iside et Osiride, secondo il quale alchimia deriverebbe dall'antico egizio kmt (per Plutarco "terra nera del Nilo"; in realtà proprio 'Egitto').

[5] Anche perché, concretamente, agli albori dell'alchimia non è attestabile alcun influsso diretto o contaminazione da culture più lontane come Cina o India - ove peraltro domina il tema del perseguimento della longevità e la trasmutazione (o l'uso) dei metalli ha un ruolo marginale o complementare.

[6] Il cui Testamento rappresenta il primo trattato alchemico tradotto dall'arabo in latino (da Roberto di Chester, arcidiacono di Pamplona, nel 1144).

[7] Nonché ebraiche: non si dimentichi che la prima - mitica - figura di alchimista è, secondo la cultura medievale, quella di Maria la Profetessa, la sorella di Mosè e di Aronne.

[8] Migliaia, come asseriva Giamblico Calcidico, il cui pensiero ebbe grande influenza sul neoplatonismo di Porfirio e di Plotino, tra il III e IV secolo.

[9] Toccò al calvinista Isaac Casaubon, erudito e filologo francese, dimostrare nel 1614 - accolto in Inghilterra da Giacomo I e prossimo alla morte - che i testi ermetici erano stati compilati agli inizi del cristianesimo (ponendo così in discussione le speculazioni rinascimentali).

[10] Alla metà del XII secolo, in area iberica, da Ugo di Santalla.

[11] E altrove lo stesso Alessandro Magno.

[12] Ma è impossibile non ritrovarvi anche l'eco dei cosiddetti "vangeli gnostici" di Nag Hammadi (trascrizioni di testi del I-II secolo): là dove Cristo, nel Vangelo secondo Filippo, dice "sono venuto a rendere (le cose inferiori) come le cose (superiori, e le cose) esterne come quelle (interne. Sono venuto per unirle) in questo posto".

[13] Quando non viene assimilata alla Cleopatra regina d'Egitto.

[14] A questo proposito fu di enorme importanza l'istituzione del collegio toledano di traduttori dall'arabo voluta dal re spagnolo Alfonso X "el Sabio".

[15] Si pensi a Alberto Magno, noto anche come Alberto il Grande, Albertus Teotonicus, Alberto di Colonia, Doctor Universalis. Alberto Magno di Bollstädt (1193, o 1200 o 1206-1280), domenicano, è ritenuto il massimo teologo e filosofo tedesco medievale. Maestro di Tommaso d'Aquino, con la sua vasta opera contribuì alla diffusione dell'aristotelismo. Non mancò di interessarsi al naturalismo e all'alchimia (per esempio nel trattato De mineralibus, in cui parla della trasmutazione dei metalli, giudicandola però impossibile), tanto che, nel '600, gli venne universalmente attribuito un duecentesco Trattatello d'alchimia.

[16] Ma originario di Pontoise, ov'era nato nel 1330.

[17] Ai Medici e alla loro attenzione verso la cultura - e la cultura ermetica - va riconosciuto un ruolo fondamentale per l'intero Occidente. Tra le prime cure della signoria fiorentina vi fu il reperimento di testi antichi, in Europa e fuori d'Europa. Ianós Láscaris, umanista e nobile bizantino nato a Costantinopoli, passa alla corte di Lorenzo de' Medici dopo aver servito il cardinale Bessarione a Venezia. A Firenze, oltre a insegnare il greco, diventa direttore della Biblioteca Medicea, ove fa confluire numerosi e preziosi manoscritti per procurarsi i quali il Magnifico lo invia in ripetuti e lunghi viaggi, attraverso la Penisola e in Oriente. Si tratta di missioni che hanno anche carattere segreto e scopi diplomatici. Desta clamore, in ogni caso, il suo rientro in Firenze nel 1492, morto Lorenzo e succedutogli Piero de' Medici: Láscaris riporta con sé ben duecento esemplari di codici e manoscritti greci (fondo del quale si varranno il Ficino e gli altri umanisti dell'ambito mediceo).

[18] A Pico della Mirandola (1463-1494) si deve pure la "magia spirituale" basata sull'invocazione delle entità angeliche e dei nomi divini. Il cabalismo cristiano - del quale fu altro rappresentante Giovanni Reuchlin (1455-1522), autore del De verbo mirifico e del De arte cabalistica - giunge a una sorta di combinazione (la "concordia" di Pico della Mirandola) fra ebraismo e cristianesimo: il massimo arcano della qabbalah era per esempio il nome di Gesú occultato nel tetragramma divino YHWH: intercalando una shin alla sequenza yod, he, waw, he, si otteneva per l'appunto YHSWH. Lo stesso pensiero di Giordano Bruno sarà fortemente impregnato dei contenuti cabalistici.

[19] La iatrochimica è la disciplina medica, prettamente secentesca, che riconduce la genesi d'ogni fenomeno fisiologico o patologico all'azione e agli effetti di processi chimici, quali per esempio la fermentazione, l'effervescenza ecc. (il termine deriva dal greco iatrós 'medico' e chimica).

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