"Parole di luce" di Brandon Sanderson - Prima parte

a cura di Mirco Tondi

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Parole di luce (edito nel 2014) è il secondo volume di Le Cronache della Folgoluce, un romanzo che supera di poco le milleduecento pagine nella traduzione italiana, contro le quasi 1150 del suo predecessore, La Via dei Re.

Che cosa si può dire di un romanzo di tale mole? Per farlo, l'articolo è stato diviso in tre parti. La prima, la recensione vera e propria, parla del valore dell'opera e della trama a grandi linee: può essere letta da chiunque, perché esente da spoiler. La seconda invece è un'analisi più dettagliata dei punti di forza e dei punti deboli del romanzo e si parlerà nello specifico di alcuni brani, quindi ci saranno spoiler: chi non vuole la lettura del libro rovinata da queste "rivelazioni" perché non l'ha ancora letto, la eviti. La terza parte invece riguarda alcune considerazioni sull'edizione italiana e su una decisione presa dall'autore per quanto riguarda una nuova edizione di Parole di Luce.

La copertina del romanzo di Sanderson nella versione statunitense - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

La copertina del romanzo di Sanderson nella versione statunitense.

Parole di Luce: milleduecento pagine che scorrono piacevolmente, anche se non sono ricche di eventi eclatanti; da questo punto di vista il ritmo è lento, dove ogni evento è un tassello di preparazione all'arrivo di qualcosa di grosso, una lenta scoperta che fa capire come tutto si stia caricando come fa un'altempesta prima di esplodere in tutta la sua forza.

Già dal primo libro, La Via dei Re, si è capito che ci sarà un conflitto di portata mondiale, dove tutti saranno coinvolti. Un conflitto che sarà di dimensioni epiche, che vedrà scendere in campo potenze gigantesche. Ormai è chiaro che il passato sta tornando, che i Radiosi stanno riemergendo e si dovranno combattere i Nichiliferi. Ma come avverrà? Quali saranno gli schieramenti che si affronteranno?

È sui misteri da dipanare che Sanderson tiene viva l'attenzione del lettore in Parole di Luce, con una prosa scorrevole, ricca di dettagli, che vengono curati con attenzione senza però scadere nel prolisso. Un lavoro minuzioso, davvero ben fatto se riesce a tenere incollati alle pagine anche se mancano dei veri momenti epici come accaduto nel primo libro (vedasi Dalinar che in Stratopiastra affronta da solo un abissale o Kaladin che va in suo soccorso quando è tradito da Sadeas e lasciato con i suoi uomini ad affrontare l'esercito dei parshendi).

Questo non significa che tutto scorra tranquillo. I combattimenti ci sono, ma non sono presenti in questo romanzo come in La Via dei Re, in buona parte perché, non essendo più pontiere ma guardia del corpo, Kaladin non prende parte alle sortite degli eserciti Alethi sugli Altipiani alla conquista delle cuorgemme: il suo nuovo ruolo lo vede impegnato a organizzare e addestrare chi deve assicurare la protezione di Dalinar e del re. Il loro posto è preso dai duelli in cui è impegnato Adolin per conquistare Strati, portando avanti la strategia di suo padre nel cercare di costringere gli altri Altoprincipi ad appoggiarlo e così rendere unito e saldo il regno. Ma per quanto ben descritti, non si riesce ad avvertire che i personaggi siano di fronte a prove che facciano riecheggiare atmosfere epiche.

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Ci sono colpi di scena, anche se alcuni di essi si riescono a capire abbastanza facilmente, ma di questo se ne parlerà in dettaglio nella seconda parte.

La struttura del romanzo si mantiene come il precedente volume: suddiviso in parti, con interludi tra una parte e l'altra dove vengono mostrati nuovi luoghi e personaggi.

Interessante l'introduzione di Eshonai, una parshendi, e del suo punto di vista che mostra come il suo popolo non sia come lo vedono gli Alethi, e non sia quella massa di creature remissive che vengono usate come schiavi e servitori; bella la varietà delle forme che possono scegliere di assumere (libidinosa, tediosa, operosa, bellicosa, flessuosa) e delle ricerche di tutte quelle che sono andate perdute. Anche in questo popolo c'è un passato da riscoprire, soprattutto c'è da capire qual è il legame con gli dei da cui si sono allontanati.

Altrettanto interessanti il come viene mostrato uno Szeth che si ritrova a riflettere sul fatto che gli è stato mentito e che è stato usato, e la comparsa di una nuova figura fortemente legata alla giustizia ma al momento sconosciuta, che si aggira per Roshar eliminando chi presenta la capacità di vincolare i Flussi per cercare di non far tornare (almeno a quanto afferma) la Desolazione nel mondo (belli e in alcuni punti toccanti i capitoli dedicati al vecchio Ym e alla piccola Lift).

I protagonisti principali delle vicende narrate sono Shallan e Kaladin, ma anche Adolin ha un ruolo di primo piano in Parole di Luce, prendendo il posto di suo padre (che qui è più dietro le quinte), cui invece era stata data grande attenzione in La via dei re. Da notare come entrambi i titoli dei romanzi di Sanderson siano i titoli di volumi che nelle due storie hanno un ruolo importante: La via dei re è il tomo cui Dalinar s'ispira per salvare il regno, Parole di luce è il tomo che Jasnah consegna a Shallan per farle comprendere la natura dei Vincolaflussi.

Il disegno posto all'inizio di ogni capitolo, come nella precedente opera, fa subito comprendere chi sia il personaggio su cui si concentra l'attenzione: per Kaladin si hanno sempre delle lance levate verso un vessillo (a indicare il suo essere soldato e la sua maestria nell'uso della lancia, arma che ha insegnato a usare anche agli altri pontieri), per Shallan la stilizzazione di Schema, lo spren che l'accompagna (a parte i primi capitoli, quando non l'ha ancora riscoperto, dove ha un sole che sorge sul mare), per Adolin uno Stratoguerriero in posa con una Stratolama, per Dalinar uno stemma che rappresenta uno scudo con sopra una corona e la porta di una fortificazione.

Questo a indicare la cura e la professionalità che le case editrici straniere danno a un'opera, a quanto ci credano e siano disposte a investire.

Parole di luce è un libro molto buono, in alcuni punti ottimo, che incarna l'epica classica (anche se poi ci aggiunge altri elementi, rendendolo qualcosa di più: molto attuale l'immagine degli Altoprincipi di Alethkar persi in lotte di potere tra loro, divisi da egoismi e interessi personali, che se ne fregano del bene del paese e della popolazione). Dalinar è la guida salda e sicura del regno, che segue ideali e valori. Adolin è il suo campione, che oltre alla maestria nelle armi, ha un gran fascino verso il gentil sesso, ricordando in questo Lancillotto. Gli Stratoguerrieri dipingono le loro armature, rendendole colorate come nell'opera di Thomas Malory, Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Kaladin è l'eroe, l'eletto, che viene dal basso per trovare riscatto. C'è la ricerca di qualcosa di prezioso che è andato perduto. C'è riverenza, rispetto da parte degli uomini verso le Stratolame, venendo viste come qualcosa che eleva.

Shallan - Immagine utilizzata per uso di critica o di discussione ex articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633, fonte Internet

Shallan.

In tutto il romanzo si respira un'atmosfera epica, anche se rispetto a La via dei Re manca di momenti veramente epici come già precisato. C'è da dire che a livello di stile non presenta cadute com'è stato fatto nel prologo Uccidere del precedente volume. Presenta momenti veramente belli, come quando Shallan ritraendo le persone le conferisce un aspetto migliore, più sicuro, più dignitoso e le persone, vedendo come sono raffigurate, cominciano a credere di poter essere così e alla fine diventano davvero in questa maniera, elevandosi dalla condizione in cui erano, diventando individui migliori. Ben fatte e intriganti le visioni che ha Dalinar durante le altempeste e le scritte che compaiono sui muri con il conto alla rovescia che avvisa dell'arrivo di qualcosa di grosso.

Dialoghi, descrizioni, concetti, fluiscono senza stonature, ben integrati nel contesto in cui si trovano. Alcune frasi sono davvero ben riuscite, coma a esempio questa pronunciata da Jasnah: "Usare un viso affascinante per indurre gli uomini a fare ciò che vuoi non è diverso da un uomo che usa i muscoli per costringere una donna a fare come vuole lui. Entrambe le cose sono spregevoli e verranno meno con il passare dell'età." (nota 1). O questa di Arguzia: "Tutte le storie sono già state narrate. Le raccontiamo a noi stessi, come hanno fatto tutti gli uomini che siano mai vissuti. E tutti gli uomini che vivranno. Le uniche cose nuove sono i nomi". (nota 2)

Ma in alcuni casi ci sono degli scivoloni che stonano con il contesto: certe scelte possono essere state effettuate per alleggerire l'atmosfera, per dare un tocco divertente, ma che Shallan, durante quello che dovrebbe essere il corteggiamento, per stupire, chieda ad Adolin se mai se l'è fatta addosso quando indossava la Stratopiastra, è una caduta di stile, un andare verso il basso che si poteva (e doveva) evitare. Anche Bastiano Baldassarre Bucci in La Storia Infinita di Michael Ende fa qualcosa di simile, chiedendo al professore di religione se Gesù andava mai al gabinetto (e ricevendo una nota di biasimo per questo), ma lì è comprensibile, dato che si tratta di un bambino ed è un qualcosa capace di strappare un sorriso, visto che mostra la curiosità, l'innocenza e l'ingenuità dell'età dell'infanzia; in un dialogo tra persone ormai adulte (Adolin ha più di vent'anni, Shallan diciassette), se non si vuole essere scadenti, è qualcosa che non ci si aspetta. D'accordo che nella società attuale si è abituati a discorsi del genere (e anche peggiori), ma proprio per questo, almeno in un libro che vuol essere di un certo stampo, sarebbe stato meglio che non ci fosse stata una cosa del genere: due pagine del genere non aggiungono nulla a un lavoro di milleduecento (anzi, forse lo tolgono) e potevano essere tranquillamente evitate.

A parte le osservazioni su alcuni punti deboli, Parole di Luce è uno di quei libri che si rileggono volentieri perché riecheggiano di epicità, di grandezza, della ricerca che spinge verso l'alto, di valori perduti che vengono ritrovati e che volgono a tirar fuori il meglio che c'è in un animo. Un romanzo che lascia qualcosa di buono, che solleva ed eleva. Un'opera fantasy che si distacca dall'attuale produzione che ha invaso le librerie con storie che si mettono nella scia del lavoro di successo di vendita qual è quello di George R.R. Martin, romanzi prettamente incentrati sulle bassezze umane e di quanto si può sprofondare nel fango e nel sangue (non che il fantasy più cupo sia un male: se qualitativamente valido come quello di Joe Abercrombie è ben accettato, purché non diventi la totalità del genere). Ed è un bene che sia così, perché ci si sta saturando di vedere il peggio essere protagonista, si ha bisogno di qualcosa di diverso: non il falso ottimismo, ma la conquista di valori come onore, dignità, giustizia e conoscenza per costruire un mondo migliore, per fare sì che la vita sia meritevole di essere vissuta. Una storia come già detto che è permeata dell'atmosfera di poemi antichi, di cavalieri e dei loro codici, di dei e dei loro patti con gli uomini, e che per quello che sa evocare ricorda la trilogia di Fionavar di Guy Gavriel Kay, altro autore capace di realizzare un'opera epica e profonda.

Note

1. pag. 255 di Parole di Luce

2. pag. 809 di Parole di Luce

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